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Schermi di Times Square hackerati con l’iPhone?

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente su Wired.it, ma ora non è più disponibile. Lo ripubblico qui, con la stessa data dell'originale e recuperandolo da Archive.org, per completezza d'archivio.

Ha superato i tre milioni di visualizzazioni su YouTube il video in cui un hacker dimostra come usare un iPhone, dotato di un accessorio dall'aria autocostruita, per prendere il controllo degli schermi pubblicitari di Times Square a New York. È davvero ben fatto, tanto che Wired lo ha segnalato fra i migliori video virali del momento.

Si è subito scatenato il dibattito fra i sostenitori del fake e chi si chiedeva come funzionasse l'accessorio acchiappamonitor, e il passaparola ha fatto correre il contatore delle visualizzazioni. Il video è troppo ben fatto per essere un falso realizzato con gli effetti digitali: l'allineamento perfetto delle immagini sui megaschermi, le tonalità e i riflessi assolutamente realistici e l'assenza di bordi o sfarfallii o altri segni di ritocco digitale quando il ragazzo passa più volte con il braccio davanti agli schermi non sono compatibili con un video amatoriale.

Eppure un attimo di riflessione rivela che un trucco ci deve essere. L'accessorio, i cui poteri quasi magici hanno fatto storcere il naso agli esperti di tecnologia, tradisce la propria natura ingannevole con un particolare ben visibile: è collegato alla presa audio dell'iPhone, dalla quale non passa certo il segnale video registrato dal telefonino. In altre parole, è solo un oggetto di scena e la manipolazione degli schermi avviene usando altri metodi. Ma quali, visto che quelli digitali sembrano implausibili?

Nella foga dell'effetto speciale hi-tech di oggi ci si dimentica che nonostante la grafica digitale ormai pervasiva di Hollywood gli effetti visivi migliori sono spesso quelli ottenuti dal vivo direttamente durante la ripresa. Così viene poco spontaneo pensare che il video possa essere stato realizzato nella maniera più semplice: affittando davvero gli schermi pubblicitari di Times Square per proiettarvi legalmente delle immagini preregistrate che simulano un'intrusione nella normale sequenza di spot, sincronizzate con quelle mostrate sull'iPhone.

Istintivamente sembra un'ipotesi da scartare: troppo costosa e logisticamente complicata da realizzare per un semplice video su Youtube. Ma è quella giusta, perché si tratta di uno spot pubblicitario, costruito e disseminato secondo la logica del marketing virale. Lo segnala Momentum Blog, che ha intervistato l'autore del video, Michael Krivicka dell'agenzia Thinkmodo. Il prodotto reclamizzato è rivelato tra le righe in un secondo video, che sembra rivelare il metodo usato ma in realtà serve solo a mostrare allo spettatore che prima dell'“hackeraggio” sul megaschermo di Times Square c'è il trailer del film Limitless, in cui il protagonista acquista capacità straordinarie grazie a una pillola. Esattamente come racconta il ragazzo all'inizio del secondo video.

Nel marketing virale è lo spettatore a fungere da canale di disseminazione, eliminando il costo di una campagna pubblicitaria tradizionale. Chi vede un video virale ne parla agli amici, si crea il mistero e l'interesse, e al momento giusto l'autore del video rivela il messaggio pubblicitario seminascosto: così tutti ne parlano di nuovo per annunciare la soluzione del mistero. È una trappola nella quale inevitabilmente incappa anche l'articolo che state leggendo, ma è un prezzo da pagare per cogliere l'occasione di ricordare l'efficacia degli effetti in-camera, troppo spesso dimenticata in molti campi, e di segnalare una regola di Sherlock Holmes che ben si applica anche alle indagini antibufala: una volta eliminato l'impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, dev'essere la verità.
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