2011/09/26

Disinformatico radio, podcast del 2011/09/23

È disponibile temporaneamente sul sito della Rete Tre della RSI il podcast della scorsa puntata del Disinformatico radiofonico. Ecco i temi e i rispettivi articoli di supporto: le password vulnerabili di Mac OS X Lion, la presunta scoperta di neutrini più veloci della luce, il panico da satellite UARS in caduta, le rovine in stile Nazca, visibili solo dal cielo, (ri)scoperte con Google in Arabia Saudita, e le novità di Facebook con l'arrivo della Timeline (solo audio, senza articolo di supporto).

Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non sono più disponibili. Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione per la consultazione.

Apple, password di Mac OS X Lion vulnerabili

C'è una falla di sicurezza decisamente importante in Lion, la versione più recente del sistema operativo Mac OS X di Apple. È possibile cambiare la password degli altri utenti senza conoscerla e senza essere utenti amministratori. Basta un semplice comando eseguito dentro una finestra di Terminale del computer di cui si vuole prendere il controllo. Lo scenario tipico in cui si sfrutterebbe questa falla è quello del ragazzino che vuole scavalcare i vincoli di navigazione imposti dalla scuola o dai genitori sul computer condiviso, ma ci sono molte altre situazioni analoghe.

La falla sarebbe sfruttabile anche da chi non ha accesso fisico al computer, per esempio via Internet: infatti se un utente amministratore visita un sito contenente una applet Java ostile e, come è normale, lascia che venga eseguita, l'aggressore può cambiare la password dell'amministratore e da lì prendere il controllo completo del computer. Se l'utente non è amministratore, l'aggressore può comunque accedere alle password altrui, comprese quelle degli utenti amministratori, e decifrarle.

In attesa di un aggiornamento che risolva il problema, conviene dare in una finestra di Terminale il comando

sudo chmod 100 /usr/bin/dscl

È inoltre prudente disabilitare il login automatico, cambiare la password del Portachiavi e attivare la richiesta di password quando il computer esce dallo standby o dal salvaschermo.

Fonti: Intego, Defense in Depth.

Più veloci della luce? Prudenza

Un gruppo di ricercatori del CERN e dell'INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) italiano avrebbe rilevato ripetutamente dei neutrini che viaggiavano a velocità superiori a quelle della luce: se il risultato fosse confermato, si tratterebbe di una riscrittura radicale della fisica da Einstein in poi, ma i ricercatori invitano alla massima prudenza. Dicono semplicemente che non sanno spiegarsi questo fatto e che ritengono di aver tenuto conto di tutti i possibili errori di misurazione, per cui pubblicano i propri dati e metodi affinché tutti i colleghi possano esaminarli e vedere se c'è un errore sistematico particolarmente subdolo o se siamo davvero di fronte a una scoperta di quelle che causano terremoti nella scienza.

Secondo i ricercatori, i neutrini hanno attraversato i 730 chilometri, 534 metri e 61 centimetri di roccia dal CERN di Ginevra fino al laboratorio sotterraneo del Gran Sasso, in Italia, arrivando in media con 60 nanosecondi di anticipo rispetto al tempo che ci vuole per coprire la tratta alla velocità della luce: cosa che attualmente si ritiene impossibile.

Giusto per inquadrare i termini del problema, 60 nanosecondi alla velocità della luce sono circa 18 metri: per dirla in altre parole, la velocità della luce sarebbe stata superata di 20 parti per milione. La raffinatezza di questi strumenti è assolutamente stupefacente: la distanza CERN-Gran Sasso è stata calcolata con una precisione di 20 centimetri e i rilevamenti sono così sensibili da evidenziare lo spostamento della crosta terrestre dovuto al terremoto dell'Aquila.

Anche nella scienza affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie, per cui la prudenza è d'obbligo: oggi dalle 16 alle 18 i ricercatori presenteranno i propri risultati in una conferenza al CERN (webcast.cern.ch). Se la fisica ò il vostro forte, potete ingannare l'attesa leggendo il loro cauto articolo presso Arxiv.

Come sopravvivere al panico da satellite

Angosciati dalla caduta del satellite UARS e dal rischio di essere colpiti dai suoi frammenti? Tranquilli: Internet offre tutte le risorse utili per scansarsi in tempo. Innanzi tutto, presso Heavens-above.com o N2yo.com potete seguire in tempo reale la traiettoria del satellite, così sapete quando mettervi al riparo (precauzione peraltro non necessaria, secondo gli esperti). Su Twitter potete seguire @NASA e @UARS_Reentry per le ultimissime notizie, mentre sul sito della NASA c'è la pagina di riferimento di UARS con bollettini frequenti.

Siete preoccupati per la stima di rischio di danni a esseri umani, indicata come 1 possibilità su 3200? Planetary.org chiarisce che questa stima vuol dire che c'è una possibilità su 3200 che una qualunque persona venga colpita da detriti di UARS. Se la popolazione umana terrestre ammonta a 7 miliardi di individui, la probabilità che una persona specifica (io o voi, per esempio) sia colpita sono 1 su 22.400 miliardi.

Inoltre chi segue i satelliti per lavoro sa che oggetti di peso superiore ai 400 chilogrammi, quindi sufficienti a produrre rottami capaci di arrivare al suolo, precipitano da qualche parte in media una volta la settimana, per cui la caduta di UARS è ordinaria amministrazione.

Sapevate che comunque c'è un precedente di una persona colpita da un rottame spaziale? Lottie Williams, nel 1997, fu presa sulla spalla da un frammento metallico del peso di qualche decina di grammi proveniente da un missile Delta II rientrato. Inoltre pezzi della stazione russa Salyut 7 caddero su Capitan Bermudez, a 400 chilometri da Buenos Aires, nel 1991, e il rientro della stazione statunitense Skylab nel 1979 fece cadere rottami su una città della costa meridionale australiana. In nessuno dei tre casi vi furono feriti, ma in Australia la NASA pagò 400 dollari di multa per abbandono di rifiuti (Aero.org; Fox News).

Misteriose rovine in stile Nazca trovate in Arabia Saudita con Google

È il sogno di ogni archeologo dilettante fare una scoperta clamorosa sfuggita ai professionisti, e oggi grazie all'informatica e in particolare a Google Earth questo sogno può diventare realtà. È successo all'australiano David Kennedy, dell'Università di Perth, che senza neanche spostarsi da casa ha scoperto in Arabia Saudita le rovine antichissime di strutture che somigliano a quelle delle celeberrime linee di Nazca in Perù. La forma di queste rovine saudite, infatti, è apprezzabile soltanto dal cielo, come quelle peruviane. Dal suolo sono sostanzialmente invisibili.

C'è chi si è spinto a dire che si tratta di opere extraterrestri, perché sarebbero impossibili da realizzare senza poterle vedere dall'alto, o perlomeno che si tratta di strutture dedicate a visite di alieni; congetture interessanti ma per ora prive di prove oggettive.

Invece la scoperta di Kennedy è oggettiva ed è anche sostanziosa: circa 2000 siti archeologici, sparsi in tutta la penisola araba, contenenti quelli che Kennedy chiama "aquiloni": strutture in pietra, con una testa grosso modo circolare e una coda lunga centinaia di metri. Ci sono anche forme simili a ruote, con diametri da 20 a 70 metri.

In realtà sarebbe più corretto parlare di riscoperta, perché queste rovine furono viste per la prima volta da un pilota della RAF, Percy Maitland, nel 1927, ma finora nessuno le aveva mai documentate così bene come Google, che al momento è l'unica fonte di immagini ad alta risoluzione delle strutture. Secondo i beduini della zona sarebbero state costruite dagli “uomini antichi”. Stando ad alcune stime archeologiche, risalgono a circa 2000 anni fa, ma potrebbero avere anche 9000 anni.

Nessuno sa, per ora, quale fosse lo scopo di queste strutture, denominate geoglifi. C'è chi ipotizza che gli “aquiloni” fossero delle grandi trappole senza uscita nelle quali venivano convogliati gli animali per la caccia e che le ruote avessero una funzione religiosa. In ogni caso sono testimonianze affascinanti dell'ingegno umano, rese ancora più intriganti dal fatto che si trovano in zone pressoché inaccessibili e quindi visitabili solo virtualmente tramite Google Earth. I dettagli sono nel Journal of Archeological Science di maggio 2011; su New Scientist c'è una galleria d'immagini.

Fonti: CBS News, New Scientist.

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