2012/07/03

Samantha Cristoforetti, prima astronauta italiana, volerà nel 2014. Seguite qui il suo addestramento

L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Oggi è stato comunicato ufficialmente che nel 2014 volerà nello spazio Samantha Cristoforetti, che insieme a Luca Parmitano, Andreas Mogensen, Alexander Gerst, Timothy Peake e Thomas Pesquet forma la classe 2009 degli astronauti dell'Agenzia Spaziale Europea. Partirà il 30 novembre e resterà a bordo della Stazione Spaziale Internazionale per circa sei mesi.

Samantha ha, fra i suoi numerosi talenti, quello di essere una geek blogger molto coinvolgente. Mi ha gentilmente concesso il permesso di ospitare qui la traduzione in italiano dei suoi post, che descrivono l'avventura del suo addestramento e che per ragioni di tempo lei scrive in inglese.

Se volete conoscere da vicino cosa significa prepararsi per vivere nello spazio e vi interessa scoprire tanti dettagli poco noti di questa sfida tecnica e umana internazionale, seguite Samantha in originale (in inglese) nel blog degli astronauti ESA del 2009, via Twitter (@AstroSamantha) e attraverso le sue magnifiche foto su Flickr, oppure in italiano nei post che pubblicherò man mano qui. Qui sotto trovate il primo.


Sopravvivere all'inverno russo


di Samantha Cristoforetti, tradotto e pubblicato con il suo permesso dal post originale in inglese del 30 gennaio 2012. Diversamente dal resto di questo blog, questo articolo non è liberamente distribuibile senza il permesso esplicito del suo autore. Le parentesi quadre indicano note del traduttore. La parte in corsivo è così anche nell'originale.

Il 18 gennaio Thomas [Pesquet] ed io abbiamo preso parte a un programma di addestramento di sopravvivenza di due giorni che è obbligatorio per tutti i membri degli equipaggi Soyuz e serve per dare agli astronauti e ai cosmonauti le competenze e la fiducia che servono per sopravvivere nei climi freddi. Anche se le squadre di soccorso di solito arrivano al sito di atterraggio della Soyuz ancor prima che la capsula abbia toccato terra nel caso di una discesa che si svolga secondo i piani, un rientro d'emergenza non pianificato può avvenire in qualunque momento durante il volo indipendente o mentre si è attraccati alla Stazione Spaziale Internazionale. Nel caso peggiore può capitare persino durante il decollo a causa di un'avaria del razzo lanciatore.

Questo è il mio tentativo di condividere con voi la nostra esperienza nei boschi intorno a Star City [il centro di addestramento per cosmonauti a circa 180 km da Mosca].

Accendere il fuoco.
Credit: GCTC.
Potrei stare a guardare in eterno la danza ipnotica delle fiamme. Ma il mio turno di veglia notturna di un'ora è finito: è ora di svegliare il mio collega d'equipaggio e cercare di dormire un po'. Mentre Thomas si stiracchia le membra irrigidite dal freddo e dallo spartano giaciglio di foglie e rami, faccio una rapida chiamata via radio per riferire che il nostro equipaggio sta bene. Ieri, durante la nostra prima notte di sopravvivenza, la procedura è stata diversa: bloccati e senza contatti con le squadre di soccorso, facevamo tre chiamate di MAYDAY alla cieca allo scoccare di ogni ora a intervalli di due minuti. Procedura ora non più necessaria, dato che siamo stati localizzati!

Ieri notte abbiamo effettuato un contatto simulato con un elicottero di soccorso. Su loro richiesta abbiamo acceso il nostro fuoco di segnalazione e un bengala in modo che potessero definire con precisione la nostra posizione. Come previsto, ci hanno detto che saremmo stati recuperati soltanto l'indomani mattina, e così eccoci qui, nel nostro tepee [tenda in stile pellerossa], in quello che a questo punto è principalmente un esercizio di pazienza e di sopportazione del freddo.

Thomas raccoglie legna per il fuoco.
Credit: GCTC.
A dirla tutta non possiamo lamentarci. Stanotte ci sono -15°C, con pochissimo vento; la neve sul terreno arriva al ginocchio. Gioisco al pensiero di quanto siamo fortunati, rammentando i tanti resoconti di equipaggi che hanno affrontato l'addestramento con la neve alta fino al petto e -30°C. Anche così, sembrava una sfida molto impegnativa quando, due giorni fa, ci hanno aiutato a infilarci le tute di volo Sokol e ci hanno detto di salire a bordo di un vecchio modulo di discesa Soyuz coricato su un fianco nell'area di sopravvivenza. Dentro ci aspettavano il kit standard di sopravvivenza delle Soyuz e degli indumenti contro il freddo, impacchettati nel poco spazio disponibile. Fuori ci aspettavano la calotta e le corde del paracadute, tre fodere dei sedili che normalmente avremmo tolto dai sedili stessi e degli stivali impermeabili alti fino alla coscia che di norma avremmo ricavato tagliandoli dalla tuta di sopravvivenza in acqua Forel.

Thomas è entrato per primo. Lo trovo bizzarramente appollaiato sopra il pannello di controllo, e così mi accuccio in un angolo, cercando di lasciare spazio affinché anche il nostro comandante, Sergey, possa entrare e chiudere dietro di sé il portello. Una veloce chiamata via radio e l'addestramento ha inizio.

Thomas entra nel modulo di discesa.
Credit: GCTC.
Ci hanno sottolineato che il consiglio numero uno per prevenire l'ipotermia è restare asciutti e muoversi senza fretta per non sudare, e ho ben chiaro in testa questo proposito. Ma nonostante tutto dopo pochi minuti siamo tutti sudati. Nello spazio ristretto cerchiamo e spacchettiamo i componenti dei nostri indumenti di sopravvivenza invernale, ciascuno contrassegnato con il nostro nome: la tuta leggera [jumper suit], il maglione, la giacca leggera, la tuta intera, la giacca pesante. E poi guanti, cappello, scarpe. Mentre aiuto Sergey a uscire dalla [tuta] Sokol e cerco di passargli gli indumenti adatti, non riesco a fare a meno di essere grata del fatto che nessuno di noi è particolarmente grande!

Quando riusciamo a incamminarci nel bosco, dopo aver raccolto dentro le fodere dei sedili l'attrezzatura di sopravvivenza e il paracadute, ci restano circa quattro ore di luce del giorno.

Il tepee.
Credit: GCTC.
Non dobbiamo preoccuparci del cibo, dato che abbiamo scorte per almeno tre giorni, ma dobbiamo lavorare in fretta per prepararci un riparo, un fuoco di segnalazione e la legna per il fuoco prima che cali la notte. Sergey individua un buon punto per il nostro accampamento: due alberi diritti a circa due metri dal nostro riparo a falda singola, e davanti spazio in abbondanza per costruire il nostro tepee l'indomani, sulla zona che verrà scaldata dal fuoco di stanotte, e una radura a circa 100 metri di distanza per il nostro fuoco di segnalazione.

Con lo stile di comando deciso ma irresistibilmente garbato che Thomas e io apprezzeremo ben presto, Sergey distribuisce i compiti e avvia il lavoro. È un ex pilota di Blackjack [Tupolev TU-160, bombardiere strategico supersonico] dell'Aviazione Militare Russa e ha un gran talento per la vita all'aria aperta e un istinto naturale di prendersi cura dei bisogni di tutti. È un'altra grande fortuna; una di quelle che saranno fondamentali nel creare fra noi l'atmosfera calorosa ed efficiente che ci resterà come ricordo da serbare con affetto.

Costruzione del riparo a falda singola.
Credit: GCTC.
Condividendo un coltello e un machete dell'equipaggiamento di sopravvivenza, usiamo rami di media grandezza e le corde del paracadute per costruire l'intelaiatura del nostro riparo a falda singola. Poi copriamo il fondo e il tetto con una notevole quantità di rami e foglie e avvolgiamo il tutto nella stoffa del paracedute e nella coperta di sopravvivenza riflettente. Non è una reggia, ma ce lo faremo bastare, e riuscirò addirittura a dormire qualche ora, a tappe di venti-trenta minuti.

Naturalmente non c'è paragone con il nostro riparo per la seconda notte. Avendo a disposizione l'intera giornata, le istruzioni sono di costruire un tepee. Dopo aver fabbricato l'intelaiatura conica usando sei tronchi lunghi, vi avvolgiamo intorno il paracadute: uno strato inferiore interno, alto all'incirca fino al petto, e uno strato superiore esterno, che lascia un'apertura in alto. Inserendo dei rametti lunghi una trentina di centimetri fra i due strati creiamo una fessura dal quale può entrare aria fresca mentre il fumo esce dall'apertura in cima.

Simulazione di una gamba rotta.
Credit: GCTC.
Ed eccomi qui che passo la radio a Thomas e cerco di addormentarmi. Tra poche ore verremo contattati dall'elicottero di soccorso e ci verrà dato un azimut da seguire fino alla zona di recupero. Sappiamo dal briefing che uno di noi dovrà simulare un arto rotto, per cui avremo approntato dei paletti per creare una barella improvvisata a partire da una fodera dei sedili.

Quando tutto sarà finito, mi viene l'idea che accenderemo un bengala per festeggiare. E ho un ultimo pensiero prima di scivolare in un sonno leggero: che quella sauna post-addestramento, domani, sia bella calda!

Si festeggia la fine dell'addestramento con un bengala.
Credit: GCTC.

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