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Luca Parmitano dice che la sua canzone preferita è “Eye in the Sky”. Alan Parsons gliela dedica a Roma


Adoro Alan Parsons da sempre (ho Tales of Mystery and Imagination anche nella versione originale in vinile, senza le parti risuonate e la narrazione di Orson Welles della versione CD). Ora ho un motivo in più per adorarlo. Ha dedicato questa versione dal vivo di Eye in the Sky a Luca Parmitano durante il concerto tenuto a Roma il 23 luglio scorso.
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Antibufala: la barra colorata sui tubetti di dentifricio identifica quelli “chimici”

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “campedelp*” e alle segnalazioni di paolo.pit, d.aga* e molti altri lettori.

Sta circolando, in particolare sui social network, un allarme-consiglio che propone una tecnica semplice per distinguere i dentifrici “naturali” da quelli “chimici” (qualunque cosa voglia dire questa distinzione, come se la natura non fosse basata sulla chimica ma sulla magia o le flatulenze di unicorno): basta guardare il colore della barretta in fondo al tubetto.

Ecco il consiglio che viene diffuso:

Ecco cosa significano i colori sotto i tubetti di dentifricio

Sembrerebbe messo a caso , nessuno fa caso ad un piccolo colore posto in fondo al tubetto di dentifricio.
E invece dobbiamo imparare a fare caso a tutto se vogliamo preservare la nostra salute.

Al momento dell’acquisto e’ bene prestare attenzione ai colori al fondo di ogni tubetto di dentifricio.
Vi e’ una barra di colore, che indica la composizione del dentifricio.

Ecco come leggerle:

Verde: Composizione Naturale
Blu: Composizione Naturale + Medicina
Rosso: Composizione Naturale + chimica:
Nero: Composizione chimica

Inutile dire che e’ meglio scegliere dentifrici contrassegnati da quadratino colorato verde in fondo. E Senza fluoro... 

C'è anche la versione grafica:


Il consiglio è una panzana colossale e chi lo diffonde pensando di essere utile in realtà fa soltanto danni disseminando frottole. La barra colorata, infatti, è semplicemente un segno usato dai sensori delle macchine di confezionamento per sapere dove tagliare e sigillare il tubetto.

Se volete sapere cosa c'è in un dentifricio, invece di affidarvi ai diversamente furbi che pensano di dispensare conoscenze riservate agli eletti, considerate l'ipotesi meno sensazionale ma molto più pratica di leggere l'elenco degli ingredienti.

Fonti: Snopes, Hoax-Slayer.
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Qualcuno ha idea di cosa ci sia scritto qui? O in che lingua?



È un fotogramma d'epoca che mostra lo sbarco sulla Luna, tratto da una bella intervista di Al Jazeera a Buzz Aldrin (di cui parlo qui). Qualcuno sa dirmi in che lingua sono gli ideogrammi ed eventualmente che cosa dicono?

Sono incuriosito perché a naso mi sembrano segni cinesi, ma mi risulta che all'epoca la Cina non trasmise l'allunaggio. Forse un'emittente non cinese, magari una stazione TV militare USA in zone di confine con la Cina? Taiwan? Se avete qualche idea, segnalatela nei commenti e date un'occhiata anche a questo flusso di tweet sull'argomento.
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“Europa Report”: per fare buona fantascienza basta la scienza. Senza mostri

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “peggystu*” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.


Vi tolgo subito un dubbio che mi hanno posto in molti a proposito di Europa Report: no, non ci sono mostri. Non ci sono astronauti cattivi. Non c'è un computer malvagio (anche se le citazioni di 2001 Odissea nello spazio ci sono). Non ci sono scazzottate risolutive fra l'Eroe e il Cattivo (Star Trek Into Darkness, ce l'ho con te). Non ci sono fragili damigelle da salvare. Non ci sono viaggi interstellari con motori più veloci della luce. Non ci sono deus ex machina. Non lasciatevi ingannare dal trailer. C'è un pericolo molto più reale e angosciante, che permea tutto il film: l'ostilità indifferente, eterna e inesorabile dell'universo.

Non scambiate Europa Report per un thriller: vi terrà in tensione fino alla fine, certo, però il suo tema di fondo è un altro. Lo troverete ben espresso nelle ultime parole del film, per cui non ve lo anticipo in dettaglio, ma è un messaggio pieno del sense of wonder (lo stupore per il meraviglioso) della (fanta)scienza più classica, con una risposta eloquente alla domanda ricorrente in ogni esplorazione ad alto rischio: vale la pena di correre tutti questi rischi? Sì, ne vale assolutamente la pena.

La premessa del film è semplice: ai giorni nostri, una missione spaziale si dirige verso Europa, satellite di Giove, sotto la cui crosta ghiacciata la scienza ipotizza da tempo che ci siano oceani liquidi e ci sia forse vita. L'equipaggio ha il compito di raccogliere e analizzare campioni del suolo per vedere se contengono tracce di questa vita sommersa, portati in superficie attraverso le spaccature della crosta ghiacciata. Ma qualcosa va storto.

Il film è claustrofobico: la sensazione dei tediosissimi mesi di viaggio, da trascorrere rintanati in una minuscola bolla di vita artificiale, senza barare con trucchi fantascientifici come l'ibernazione, è trasmessa molto efficacemente. Inoltre Europa Report è girato quasi interamente usando le telecamere fisse di bordo, quasi documentaristicamente, e anche questo contribuisce molto al realismo e all'immedesimazione. Niente armi laser, niente esplosioni nello spazio. La musica, di Bear McCreary (Battlestar Galactica), sostiene bene la tensione. Ne potete ascoltare un brano qui.

Il problema classico delle scene in assenza di peso, croce di qualunque film di questo genere, è risolto elegantemente senza ricorrere a spiegazioni magiche, ma con un abitacolo rotante, simile a una centrifuga.

Gli esterni e gli interni sono molto realistici e senza concessioni all'estetica: sembrano presi di peso dalla Stazione Spaziale Internazionale. Nelle riprese all'esterno, durante le passeggiate spaziali, non c'è rumore e non ci sono stelle: neppure Kubrick se l'era sentita di rinunciarvi (alle stelle, intendo), ma Europa Report lo fa. E funziona, perché trasforma lo spazio da un firmamento in un abisso pronto a inghiottirti se fai un passo falso.



Il bello di un'ambientazione contemporanea e realistica come questa è che rende subito ben chiaro allo spettatore che non può aspettarsi soluzioni miracolose o soccorsi a sorpresa: se qualcosa va male, va male sul serio, ed è facile che qualcosa vada male anche per una banalità. E questa premessa nel film rende angosciante anche una semplice passeggiata spaziale (il problema capitato recentemente a Luca Parmitano nella realtà, poi, è un esempio arrivato a fagiolo). Ci si rende conto istintivamente che quello che si sta vedendo potrebbe succedere realmente fra qualche anno.

Se devo proprio trovare qualche pecca nelle ambizioni di iper-realismo di Europa Report senza anticipare nulla della trama, ho trovato poco realistiche le escursioni senza cavi di soccorso, senza dispositivi di propulsione d'emergenza come un SAFER (usato oggi sulla ISS) e/o in solitario, e il problema delle radiazioni intorno a Giove è risolto con un po' di disinvoltura; la larghezza di banda per la trasmissione dei dati dal veicolo spaziale, poi, è decisamente esagerata. E a naso la velocità di rotazione della centrifuga mi pare un po' bassa per produrre un effetto simile alla gravità terrestre. Ma sono dettagli sui quali sono ben disposto a chiudere un occhio, perché il film nel suo complesso merita davvero. Se non altro per la sua lezione su come si può fare un buon film a basso budget e si può fare buona fantascienza usando soltanto la realtà e senza violare le leggi della fisica.


Aggiornamento: se vi dovessero servire i sottotitoli, sono qui su TV24/7. Grazie a Marco e Massimo per la segnalazione.
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Il virus-truffa della falsa FBI acciuffa un criminale vero

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente il 26/07/2013 sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la consultazione.

Avete presente i vari virus truffaldini che bloccano il computer mostrando una schermata che sembra un avviso della polizia che afferma che l’utente è stato colto a scaricare da Internet materiale illegale e intima il pagamento di una multa? Circolano da anni e causano danni notevoli agli utenti che navigano senza protezioni adeguate. Ma a volte sono utili in maniere che forse i loro creatori non immaginavano.

Cosa succede, infatti, se un virus del genere blocca il computer di una persona che ha realmente scaricato da Internet contenuti altamente illegali? Succede che la persona in questione va dalla polizia e rivela il proprio crimine. È andata così negli Stati Uniti, in Virginia, dove il ventunenne Jay Matthew Riley si è presentato al comando di polizia, portando con sé il computer bloccato e chiedendo se per caso c’era a suo carico un mandato d’arresto per pedopornografia, visto che aveva ricevuto un avviso informatico che doveva pagare una multa oppure rischiare un’indagine da parte dell’FBI.

Non c’era nessun mandato a carico di Riley, ma la domanda è sembrata un po’ poco casuale agli agenti, che hanno esaminato il computer e vi hanno scoperto immagini pedopornografiche e una corrispondenza in corso con una vittima tredicenne di un altro stato. Il giovane è stato incriminato e arrestato. L’avviso che gli era comparso sul computer era in realtà un virus generato da truffatori, ma Riley ha creduto di essere stato colto in flagrante dall’FBI.

Fonti: Inside Nova, WJLA, WUSA9.
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Antibufala: le verdure mutanti di Fukushima

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente il 26/07/2013 sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la consultazione.

Stanno circolando sui social network e anche in alcuni siti di testate giornalistiche (ABC, Daily Mail, Yahoo Notizie, Panorama) numerose immagini che documenterebbero gli effetti dell’incidente nucleare di Fukushima sulle piante: pomodori deformi, cavolfiori giganti, rape e melanzane che sembrano mani, e altro ancora.

Ma i detective antibufala di Urban Legends hanno identificato le immagini presentate come “prove” dei danni alla natura legati al disastro di Fukushima e hanno scoperto che non solo mostrano variazioni e fenomeni che avvengono normalmente e frequentemente in natura, ma sono state scattate prima dell’incidente e quasi tutte in luoghi ben lontani dall’area colpita.

In altre parole, qualcuno ha fabbricato intenzionalmente la notizia. Un gesto sconsiderato che ha creato ulteriori paure e confusione, ma anche le persone e le testate che hanno diffuso la notizia senza verificarla sono state altrettanto imprudenti. Cercate di non fare altrettanto, anche se è facile cadere in tentazione quando una notizia corrisponde alle nostre paure e ai nostri pregiudizi.
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Attacco a Viber, accusato di spiare gli utenti

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente il 26/07/2013 sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la consultazione.

Pochi giorni fa è stato attaccato e violato uno dei siti di Viber, popolare servizio di messaggistica istantanea e telefonia via Internet che conta circa 200 milioni di utenti in tutto il mondo. L’attacco è stato rivendicato a nome dell’Esercito Elettronico Siriano con una pagina che accusava Viber di tracciare e spiare gli utenti e raccomandava agli utenti di disinstallare l’applicazione.

L’accusa era dimostrata da una schermata che elencava vari dettagli di un database di Viber: numeri di telefono, indirizzi IP, identificativi dei dispositivi utilizzati e altro ancora. La notizia ha causato il panico fra gli utenti di Viber, ma un esame attento della schermata in questione ha rivelato che non si trattava di un’immagine presa dal database degli utenti ma di un altro archivio per uso interno. Sulla base di questa osservazione, lo scenario più probabile era, secondo alcuni esperti, che un dipendente di Viber si fosse fatto rubare una password amministrativa ma non l'intero elenco degli utenti e delle loro credenziali di accesso.

Poco dopo Viber ha confermato quest’ipotesi: password amministrativa rubata tramite il classico espediente del phishing, già usato dagli attivisti dell’Esercito Elettronico Siriano per violare account del Financial Times, del Guardian, della BBC e di altri siti di spicco.

Per quanto riguarda le accuse di tracciamento e spionaggio, anche Viber, come tutte le app del suo genere, ha servizi di geolocalizzazione e raccoglie molti dati sui propri utenti. Con o senza violazioni del sito e proclami degli attivisti siriani, è quindi prudente evitare di usare questo genere di servizio per comunicare informazioni riservate, per lavoro o per la propria sfera personale, e non fidarsi ciecamente delle dichiarazioni dei giustizieri della Rete.

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Le più grandi violazioni informatiche della storia in un grafico

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente il 26/07/2013 sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la consultazione.

C’è chi si fa soffiare la password di un servizio che usa su Internet e chi fa le cose in grande e se ne fa rubare decine di milioni. Information Is Beautiful ha creato una magnifica rappresentazione grafica dei 300 più grandi furti di dati digitali personali, riordinabili per cronologia, gravità e quantità e anche in base al metodo d’intrusione utilizzato.

Per noi poveri utenti non c’è da stare tranquilli: anzi, la quantità e la varietà delle organizzazioni alle quali abbiamo affidato dati personali confidando invano che venissero custoditi diligentemente è un forte incentivo a darsi da fare personalmente per ridurre i rischi, per esempio usando password lunghe, non banali e soprattutto differenti per ciascun servizio.

In cima alla classifica del disonore c’è la sottrazione di 130 milioni di numeri di carte di credito dalla società di gestione pagamenti Heartland, ma ci sono anche dei recidivi, come AOL, che ha permesso il furto di 112 milioni di account in due episodi distinti, e Sony (101 milioni di account in due attacchi). La lista dei violati celebri include l’intero firmamento della Rete: Evernote, Ubuntu, Twitter, Facebook, Yahoo, Apple, LinkedIn, Nintendo, giusto per fare qualche nome.

Ci sono anche molti enti governativi altrettanto incauti nel gestire i dati dei cittadini: per esempio, le forze armate statunitensi hanno subito la sottrazione di 76 milioni di account nel 2009; la sanità pubblica e le dogane britanniche sono presenti rispettivamente con 8 e 25 milioni di account rubati; e sono numerosissime le organizzazioni sanitarie che hanno dato accesso a dati molto sensibili dei propri assistiti.

Anche i metodi di furto sono illuminanti: oltre all’attacco dall’esterno ci sono i dipendenti infedeli, i computer o i supporti smarriti o rubati e persino le pubblicazioni non intenzionali. C’è di che riflettere, ma c’è anche da ammirare la chiarezza con la quale questa grafica permette di far emergere e rendere comprensibili le informazioni annidate nei numeri.
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Infografica atomica: che effetto farebbe una bomba nucleare a casa vostra?

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente il 26/07/2013 sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la consultazione.

Può sembrare di dubbio gusto un sito che permette di simulare visivamente le conseguenze di un’esplosione nucleare in un qualsiasi luogo, animando un fungo atomico sopra le immagini di Google Earth, ma i creatori di Nukemap dicono di aver creato questo sito inquietante per rendere più tangibili i pericoli dell’uso delle armi atomiche.

Un conto, infatti, è vedere una rappresentazione astratta degli effetti di una detonazione nucleare; un altro è vederli proiettati in modo tridimensionale sulla propria città. L’autore del sito, lo storico delle armi nucleari Alex Wellerstein dell’American Institute of Physics, nota che in quasi tutti i filmati e nelle fotografie delle esplosioni atomiche, effettuate in luoghi deserti, manca ogni riferimento di scala che ne renda evidenti le dimensioni, e questo, soprattutto per le giovani generazioni nate dopo la Guerra Fredda, è fuorviante.

Per usare Nukemap occorre aver installato il plug-in gratuito di Google Earth per il vostro browser; fatto questo, scegliete il bersaglio, la potenza dell’ordigno, il luogo dal quale volete vedere l’esplosione simulata e cliccate su “Detonate”: otterrete un fungo atomico tridimensionale animato, il conteggio delle vittime e una mappa della ricaduta radioattiva.

Internet sta insomma rendendo disponibili a tutti strumenti di ricerca e d'informazione che prima erano accessibili soltanto alle élite militari, e secondo Wellerstein questo aiuta a intavolare un dibattito più consapevole sui rischi comportati dalle circa 17.000 testate nucleari attualmente esistenti.
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Il virus-truffa della falsa FBI acciuffa un criminale vero

Avete presente i vari virus truffaldini che bloccano il computer mostrando una schermata che sembra un avviso della polizia che afferma che l’utente è stato colto a scaricare da Internet materiale illegale e intima il pagamento di una multa? Circolano da anni e causano danni notevoli agli utenti che navigano senza protezioni adeguate. Ma a volte sono utili in maniere che forse i loro creatori non immaginavano.

Cosa succede, infatti, se un virus del genere blocca il computer di una persona che ha realmente scaricato da Internet contenuti altamente illegali? Qualcosa di speciale. Darwin vince. Sempre.
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Antibufala: le verdure mutanti di Fukushima

Stanno circolando sui social network e anche in alcuni siti di testate giornalistiche (ABC, Daily Mail, Yahoo Notizie, Panorama) numerose immagini che documenterebbero gli effetti dell’incidente nucleare di Fukushima sulle piante: pomodori deformi, cavolfiori giganti, rape e melanzane che sembrano mani, e altro ancora.

Tranquilli, la notizia è una bufala. I dettagli, se li volete, sono conditi e serviti qui su ReteTre.
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Attacco a Viber, accusato di spiare gli utenti

Pochi giorni fa è stato attaccato e violato uno dei siti di Viber, popolare servizio di messaggistica istantanea e telefonia via Internet che conta circa 200 milioni di utenti in tutto il mondo. L’attacco è stato rivendicato a nome dell’Esercito Elettronico Siriano con una pagina che accusava Viber di tracciare e spiare gli utenti e raccomandava agli utenti di disinstallare l’applicazione. Ma come stanno esattamente le cose? Ho qualche dettaglio qui.
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Le più grandi violazioni informatiche della storia in un grafico

C’è chi si fa soffiare la password di un servizio che usa su Internet e chi fa le cose in grande e se ne fa rubare decine di milioni. Information Is Beautiful ha creato una magnifica rappresentazione grafica dei 300 più grandi furti di dati digitali personali, riordinabili per cronologia, gravità e quantità e anche in base al metodo d’intrusione utilizzato. Qui i dettagli e qualche considerazione.

Fonte: Information is Beautiful
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Infografica atomica: che effetto farebbe una bomba nucleare a casa vostra?

Può sembrare di dubbio gusto un sito che permette di simulare visivamente le conseguenze di un’esplosione nucleare in un qualsiasi luogo, animando un fungo atomico sopra le immagini di Google Earth, ma i creatori di Nukemap dicono di aver creato questo sito inquietante per rendere più tangibili i pericoli dell’uso delle armi atomiche.

Un conto, infatti, è vedere una rappresentazione astratta degli effetti di una detonazione nucleare; un altro è vederli proiettati in modo tridimensionale sulla propria città. Provateci; è molto educativo. Qui sotto, per esempio, vedete gli effetti della detonazione della più recente bomba nordcoreana sopra Lugano. Casa mia è poco lontano.



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Il trailer di “Gravity”

Solitamente non faccio pubblicità ai film che non ho ancora visto, e nessuno mi sponsorizza per farlo in questo caso, ma il trailer di Gravity che potete vedere qui sotto è veramente notevole, sia per l'ottimo livello di realismo degli effetti visivi, sia per la sua forte dimostrazione che non c'è bisogno di aggiungere tecnologie futuribili, esplosioni, raggi laser e mostri intergalattici, o di violare le leggi della fisica, per rendere palpabile il concetto che lo spazio è un posto dannatamente pericoloso.


Ma lo spazio è anche la frontiera sulla quale saremo chiamati, prima o poi, a confrontarci con i nostri limiti e con il nostro futuro come specie, per cui sarà meglio abituarsi all'idea.

Nel giorno del quarantaquattresimo anniversario del ritorno sulla Terra di Michael Collins, Neil Armstrong e Buzz Aldrin dopo la missione Apollo 11 che sbarcò per prima sulla Luna, è un po' triste pensare che la promessa di esplorazione dello spazio profondo che all'epoca sembrava facile e imminente da mantenere è rimasta in sospeso per decenni e vi resterà ancora per qualche anno, fino a quando saranno pronti i nuovi veicoli per il trasporto di equipaggi oltre l'orbita terrestre e la Stazione Spaziale ci avrà fornito l'esperienza di lunghe permanenze nello spazio che ci serve per qualunque destinazione planetaria. Nell'attesa possiamo anche permetterci un po' di fantasia spaziale hardcore, basata su veicoli reali e situazioni reali (o quasi): è un buon modo per educare divertendo.


2013/07/26


È stato pubblicato un altro trailer decisamente vivace: lo potete vedere qui sotto. Stavolta c'è di mezzo la ISS. Non sarà iperrealistico, ma il livello di libertà che ha oggi un regista grazie agli effetti speciali è meraviglioso, se lo confrontiamo con quello che aveva, per esempio, Stanley Kubrick per 2001 Odissea nello spazio.

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Terra e Luna visti da un miliardo e mezzo di chilometri

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “fabiano.bia*” e con la collaborazione di @barze.

Image Credit: NASA/JPL/Space Science Institute

Venerdì scorso (19 luglio) la sonda Cassini, in orbita intorno a Saturno a circa 1,44 miliardi di chilometri dalla Terra, è stata puntata verso il centro del Sistema Solare per catturare un'immagine di Saturno in controluce che includesse anche il nostro pianeta. La foto composita definitiva non è stata ancora rilasciata, ma è già disponibile in forma grezza uno dei suoi circa 30 tasselli: quello che include appunto la Terra (al centro dell'immagine qui sopra). Il puntino luminoso sotto la Terra è la Luna, secondo @LRO_NASA.

L'originale della foto è qui (sopra ne mostro soltanto una porzione) insieme ai dettagli tecnici della sua acquisizione. Spero che abbiate sorriso durante lo scatto della panoramica complessiva, che è durato 15 minuti. La luce dalla Terra ci ha messo un'ora e venti minuti ad arrivare ai sensori di Cassini, per cui dovevate sincerarvi di sorridere con largo anticipo, specificamente fra le 23:27 e le 23:42 ora italiana (17:27 e 15:42 EDT).

La foto definitiva dovrebbe somigliare a questa simulazione NASA:

Image credit: NASA/JPL-Caltech

Non sarà in assoluto la foto scattata alla Terra da più lontano: il pallido puntino azzurro fotografato dalla sonda Voyager 1 nel 1990 ci mostra il nostro intero mondo così come appare da una distanza di sei miliardi di chilometri. Ma stavolta l'autoscatto mondiale è stato annunciato pubblicamente in anticipo e quindi abbiamo potuto parteciparvi, sia pure simbolicamente.


Aggiornamento


Poche ore dopo la pubblicazione iniziale di questo articolo, la NASA ha messo online un'anteprima dell'immagine. È assolutamente strepitosa. La pubblico qui in formato ridotto, ma cliccatevi sopra per godervela alle dimensioni originali oppure andate a scaricarla presso l'apposita pagina della NASA.

La freccina, ovviamente, indica tutta l'umanità. Noi siamo lì, tutti sullo stesso granellino di pulviscolo cosmico. Magari guardandolo attraverso questi occhi lontani impareremo a trattarlo un po' meglio.

Image Credit:  NASA/JPL-Caltech/Space Science Institute


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“Polizia” blocca il computer, truffa classica in versione nuova (anche Mac)

L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2014/01/25.

Avete presente la truffa classica in cui il computer si blocca mostrando una schermata della SIAE, della polizia o dell'FBI che accusa il proprietario di comportamenti illegali e chiede di pagare una multa per lo sblocco? È sempre stata esclusivamente per Windows, ma ora c'è una variante che funziona anche sui Mac grazie a un po' di Javascript.

Se volete sapere come funziona e come prevenirla, date un'occhiata a questo articolo che ho scritto per la Rete Tre della RSI.


Aggiornamento 2014/01/25. Visto che i miei articoli sul sito della RSI sono al momento irraggiungibili, ripubblico qui l'articolo integrale.


Nuova trappola blocca-computer per utenti Mac


La truffa informatica nella quale un virus blocca il computer e chiede un riscatto per sbloccarlo, spesso fingendo che il blocco sia stato imposto dalla polizia, non è una novità, anche se continua a fare vittime. Adesso ne arriva un’altra versione che se la prende con gli utenti di computer Apple e non richiede più che l’utente si faccia prima infettare: è sufficiente visitare la pagina Web sbagliata. E per “sbagliata” s’intende semplicemente una pagina trovata cercando immagini di qualche celebrità.

La novità viene segnalata dall’FBI, da F-Secure e Malwarebytes: cercando per esempio su Bing delle immagini di Taylor Swift usando il browser Safari compare un avviso dell’Europol o dell’FBI (a seconda della regione geografica nella quale ci si trova) che informa l’utente in inglese che il suo browser “è stato bloccato perché ha visualizzato o distribuito contenuto pornografico proibito” e che per sbloccare il computer ed evitare altre conseguenze legali c’è da pagare una sanzione di 300 dollari.

Se l’utente cerca di chiudere la finestra, non ci riesce; se l’utente forza la chiusura di Safari (menu Mela -
Uscita forzata), al riavvio ricompare la stessa finestra di blocco. Il trucco per uscirne senza pagare è forzare la chiusura di Safari e poi riavviarlo tenendo premuto il tasto Shift. In alternativa potete andare al menu di Safari e scegliere Ripristina Safari, lasciando spuntate tutte le caselle mostrate nella finestra di dialogo. Perderete la cronologia e Safari non ricorderà le password, ma è sempre meglio che pagare 300 dollari a dei criminali o dover pagare l’assistenza tecnica che sblocchi il browser.

Se volete prevenire questo genere di problema, potete inoltre andare nelle Preferenze, scegliere la scheda Generale e scegliere Una nuova finestra nel menu Safari si apre con. In questo modo se vi capita il problema sarà sufficiente forzare la chiusura di Safari. Il prezzo di questa prevenzione è che Safari non ricorderà le pagine aperte quando lo riaprirete.
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HAARP chiude; complottisti inconsolabili

Pubblicazione iniziale: 2013/07/21. Ultimo aggiornamento: 2016/06/19 22:40.

HAARP, l'installazione in Alaska accusata da complottisti d'ogni sorta di essere una stazione per il controllo mentale, la manipolazione del clima, l'innesco di terremoti e la caduta prematura dei capelli (non necessariamente in quest'ordine), insomma il babau preferito di intere generazioni di angosciati, è spenta e chiusa da maggio scorso. Nessuno dei grandi investigatori del movimento dei diversamente furbi se n'è accorto. I radioamatori sì.

Ne parlo qui; Sofia Lincos, su Query, ha scritto un bel requiem.


2016/06/19: A marzo 2016 Sofia Lincos ha segnalato che HAARP è stato venduto l’11 agosto 2015 all’Istituto di Geofisica della University of Alaska Fairbanks e quindi non è più in mano ai militari. Le FAQ dell’Istituto chiariscono che la struttura non è segreta ed è visitabile.
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Snowden conferma l’esistenza delle “scie chimiche”? No, conferma l’ottusità degli sciachimisti

Edward Snowden, l’ex collaboratore dei servizi di sicurezza statunitensi, avrebbe rivelato non solo lo spionaggio elettronico su vastissima scala effettuato da questi servizi ma anche “un progetto classificato segreto in cui si parla dell’impiego di chemtrails (scie chimiche) per modificare il clima del pianeta” allo scopo benefico di “lottare contro il riscaldamento climatico”. Ne parlano molti siti Internet, anche in lingua italiana (Stampalibera, Losai, per esempio).

C'è da crederci? Indovinate un po'. Non perdetevi questa nuova dimostrazione della totale incapacità investigativa dei sedicenti “ricercatori della verità”.

Una cosa è certa: le “scie chimiche” hanno un effetto collaterale reale molto grave. Crederci annulla il senso dell'umorismo.
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Archeoinformatica: l’origine del Ctrl-Alt-Canc

Probabilmente l’abbiamo usata tutti almeno una volta nella nostra vita informatica, magari accompagnata da un’imprecazione, e abbiamo capito perché viene chiamata “saluto a tre dita” (alludendo al noto gestaccio a due dita): la combinazione di tasti Ctrl-Alt-Canc che serve solitamente per riavviare un computer Windows che fa le bizze.

Ma da dove viene, come è stata scelta e chi l’ha creata? I dettagli sono qui.
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Ideona: mettiamo microfoni sempre aperti nei dispositivi

Cos'hanno in comune Google Glass, il telefonino Moto X e la nuova Xbox? Un microfono permanentemente aperto che ascolta tutto quello che dite. Per poter rispondere istantaneamente ai vostri comandi, ovviamente. Ma proprio mentre si parla di Prism e intercettazioni globali, a nessuno sembra un'idea particolarmente idiota?

Ne ho parlato per la Rete Tre della RSI nel podcast del Disinformatico di venerdì 19 luglio 2013 e in questo articolo.
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44 anni fa il primo passo sulla Luna; oggi il primo anniversario senza chi fece quel passo

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “gianni.scar*”.

Nella notte fra il 20 e il 21 luglio 1969, quarantaquattro anni fa, Neil Armstrong toccava per la prima volta il suolo di un altro corpo celeste, seguito poco dopo da Buzz Aldrin. Fu un'impresa stupefacente, concepita proprio per stupire (e, politicamente, per dimostrare di cosa era capace l'America in competizione con l'Unione Sovietica), tanto che ancora oggi, a quasi mezzo secolo di distanza, andare sulla Luna è ancora il riferimento assoluto per indicare una difficoltà straordinaria e per fare tanti paragoni (“Siamo andati sulla Luna, eppure non riusciamo a far funzionare i computer agli sportelli”).

Neil Armstrong sta per fare il primo passo sulla Luna.
Fotogramma dalla ripresa 16mm a colori.
Quello storico viaggio, insieme agli altri sbarchi lunari che lo seguirono, diedero un impulso immenso alla tecnologia di cui stiamo ancora vivendo oggi i benefici. Diamo per scontato avere il GPS, la TV via satellite, le previsioni meteorologiche che salvano migliaia di vite in mare e sulla terraferma: tutte tecnologie figlie di quel grande balzo.

Io, insieme a tanti altri, ho avuto il privilegio di vivere in quell'epoca di speranza e di esplorazione dell'ignoto. Io c'ero e sono cresciuto con quell'ottimismo giustificato dall'impresa: se possiamo fare questo, non c'è nulla che non possiamo fare se davvero lo vogliamo fare. E ho conosciuto di persona i protagonisti diretti di quel momento irripetibile: Buzz Aldrin, Charlie Duke, Walt Cunningham, Dick Gordon, Fred Haise, Alan Bean, Gene Cernan e tanti altri. Questo nessuno me lo potrà mai togliere. E di questo privilegio rendo grazie agli uomini e alle donne, di tanti paesi del mondo, che magari lontano dai riflettori e dalle pagine dei libri di storia lavorarono a quel progetto, a volte sacrificando la propria vita.

Mike Collins, Buzz Aldrin, Neil Armstrong
Oggi si celebra per la prima volta un anniversario senza l'uomo che fece quel grande balzo: Neil Armstrong è morto ad agosto scorso. Gli altri due protagonisti della missione, Buzz Aldrin e Michael Collins (che rimase in orbita intorno alla Luna ad attendere i due compagni), e alcuni degli altri dieci uomini che camminarono sulla Luna nelle missioni successive, sono ancora tra noi. Ma il tempo passa, inesorabile, e col tempo sbiadiscono le memorie viventi e fioriscono le leggende e le bufale (no, Neil Armstrong non ha mai detto “Buona fortuna, Signor Gorski”) e gli invidiosi deliri di chi vorrebbe negare questo straordinario esempio di collaborazione, ingegno e coraggio.

Per chi volesse conoscere meglio quest'epopea, c'è il libro del mio amico Luigi Pizzimenti, Progetto Apollo – il sogno più grande dell'uomo. Per chi invece volesse togliere di mezzo dubbi e miti degli sbarchi sulla Luna, come ben sapete ho scritto Luna? Sì ci siamo andati! (acquistabile o scaricabile, anche gratuitamente), che in occasione dell'anniversario dello sbarco sulla Luna debutta anche in lingua inglese in un'edizione aggiornata, che ho tradotto e pubblicato su Amazon (s'intitola Moon Hoax: Debunked!). E c'è sempre il mio documentario libero e gratuito Moonscape, che ripercorre in tempo reale e con immagini restaurate l'intera prima passeggiata sulla Luna.

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Microfoni sempre in ascolto nei telefonini e nelle console di gioco

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente il 19/07/2013 sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la consultazione.

Andreste in giro con un microfono sempre aperto in tasca? Ne piazzereste uno in soggiorno? Li colleghereste a Internet? Probabilmente no e l’idea vi parrebbe parecchio intrusiva, soprattutto di questi tempi, ma il microfono sempre in ascolto viene proposto sempre più frequentemente dai fabbricanti di dispositivi elettronici non come una forma di sorveglianza continua, ma come una nuova funzione utile e desiderabile per il consumatore.

Per esempio, Google Glass (il computer che s’indossa come un paio di occhiali) ascolta in continuazione in attesa che il suo proprietario dica le parole chiave “OK Google”. Secondo indiscrezioni, l’imminente telefonino Moto X di Google tiene il microfono sempre aperto per rispondere ai comandi dell’utente senza dover premere pulsanti o sbloccare lo schermo: gli si parla e lui impara la voce del padrone. Anche la Xbox tiene il microfono aperto anche quando è in standby, così basta pronunciare “Xbox On” per attivarla.

In teoria questi dispositivi dovrebbero essere dotati di protezioni per evitare abusi di questa funzione, ma le falle sono sempre in agguato: è stato scoperto recentemente che Google Glass era attaccabile mostrandogli semplicemente un codice QR (cosa peraltro facile, visto che Glass ha una telecamera sempre attiva) e resta il problema del dirottamento del traffico di dati di Glass tramite reti WiFi pirata.
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Archeoinformatica: da dove viene Ctrl-Alt-Canc?

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente il 19/07/2013 sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la consultazione.

Probabilmente l’abbiamo usata tutti almeno una volta nella nostra vita informatica, magari accompagnata da un’imprecazione, e abbiamo capito perché viene chiamata “saluto a tre dita” (alludendo al noto gestaccio a due dita): la combinazione di tasti Ctrl-Alt-Canc che serve solitamente per riavviare un computer Windows che fa le bizze.

Ma da dove viene, e chi l’ha creata? Mental Floss è andata a ripescare la genesi di questo comando. Nella primavera del 1981 c’era in Florida un piccolo team che stava sviluppando per IBM in fretta e furia un personal computer per rispondere all’offerta commerciale analoga di Apple e altri produttori. I programmatori si lamentavano che ogni volta che c’era un difetto di programmazione dovevano riavviare manualmente l’inetero sistema, con la litania dei test di memoria all’avvio. E i difetti capitavano spesso, causando riavvii continui che esasperavano i programmatori.

Uno dei membri del team, David Bradley, inventò quindi una scorciatoia: un riavvio senza test iniziali. Scelse Ctrl-Alt-Canc perché la posizione molto spaziata di questi tasti (Ctrl e Alt da una parte, Canc dalla parte opposta) rendeva molto difficile che qualcuno digitasse per errore questa combinazione, facendo perdere il lavoro non salvato. Doveva essere una soluzione riservata ai tecnici, da non fornire ai clienti, ma rimase nel prodotto finito, il primo PC IBM, le cui vendite furono strabilianti e diedero il via al boom dell’informatica personale.

Il Ctrl-Alt-Canc divenne famoso con Windows, nei primi anni Novanta: quando Windows si piantava (con il famoso “schermo blu della morte”), la combinazione di tasti scelta da Bradley si rivelò utilissima come rimedio rapido anche per gli utenti comuni.
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Antibufala: Snowden rivela la scioccante verità sulle “scie chimiche”

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente il 19/07/2013 sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la consultazione.

Edward Snowden, l’ex collaboratore dei servizi di sicurezza statunitensi, avrebbe rivelato non solo lo spionaggio elettronico su vastissima scala effettuato da questi servizi ma anche “un progetto classificato segreto in cui si parla dell’impiego di chemtrails (scie chimiche) per modificare il clima del pianeta” allo scopo benefico di “lottare contro il riscaldamento climatico”. Ne parlano molti siti Internet, anche in lingua italiana (Stampalibera, Losai, per esempio).

Saremmo insomma di fronte alla conferma ufficiale dell’esistenza delle famigerate “scie chimiche” che tolgono il sonno a parecchi internauti appassionati di cospirazioni. Ma basta un giretto in Rete per notare che tutti i siti che annunciano questa rivelazione clamorosa ne citano un’unica fonte: l’Internet Chronicle. Che però è un sito satirico che pubblica notizie surreali (per esempio “Snowden fatto santo - concesso asilo in Vaticano” e ha una pagina di presentazione nella quale i redattori dichiarano di essere alieni arrivati sulla Terra nel 1976 insieme a un asteroide e altre amenità dello stesso genere.

Purtroppo molti cospirazionisti sono così presi dalle proprie tesi predilette che perdono il senso dell’umorismo e prendono tutto terribilmente sul serio, e così la bufala si propaga e la leggenda delle “scie chimiche” si arricchisce di nuovi miti.
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HAARP chiude, complottisti inconsolabili

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente il 19/07/2013 sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la consultazione.

Se avete mai frequentato il mondo delle tesi di complotto su argomenti come i cambiamenti climatici, i terremoti o le cosiddette “scie chimiche” (le scie bianche degli aerei, accusate di essere irrorazioni segrete di veleni) vi sarete sicuramente imbattuti nella sigla HAARP.

Secondo i seguaci di queste visioni alternative del mondo, dietro questa sigla si nasconde un impianto militare supersegreto per il controllo del clima, per la manipolazione mentale, per l’innesco a distanza di uragani e terremoti o per altre nefandezze, situato a Gakona, in Alaska. La sigla sta per High Frequency Active Auroral Research Program. Si tratta di una vasta rete di antenne che inietta nella ionosfera delle emissioni radio per lo studio dell’atmosfera e della propagazione dei segnali radio (non a caso HAARP chiedeva ai radioamatori di inviare conferme di ricezione da tutto il mondo). Tutto qui.

O almeno così vuole la verità ufficiale, come la chiamano spesso i complottisti. C’è un modo molto semplice per smontare le tesi alternative: i generatori collegati alle antenne di HAARP hanno una potenza massima di circa 3,6 megawatt, poco più di quella di un’emittente radio in onde medie, per cui è molto improbabile che possano causare sconvolgimenti tellurici o climatici. Se così fosse, li causerebbero anche le stazioni radio. Inoltre misurare le emissioni di HAARP è facile anche per i privati cittadini: basta recarsi nelle vicinanze con un po' di strumentazione facilmente acquistabile e usabile dai radioamatori.

Comunque sia, HAARP è chiuso, disabitato e senza energia da maggio scorso per mancanza di fondi e perché i suoi generatori diesel non rispettano più le norme antinquinamento ed è troppo costoso aggiornarli. Se nessun ente lo rileverà, l’impianto verrà smantellato. Gli appassionati di complotti dovranno cercare un altro bersaglio sul quale concentrare le loro fantasie di controllo globale.
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Nuova trappola blocca-computer per utenti Mac

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente il 19/07/2013 sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la consultazione.

La truffa informatica nella quale un virus blocca il computer e chiede un riscatto per sbloccarlo, spesso fingendo che il blocco sia stato imposto dalla polizia, non è una novità, anche se continua a fare vittime. Adesso ne arriva un’altra versione che se la prende con gli utenti di computer Apple e non richiede più che l’utente si faccia prima infettare: è sufficiente visitare la pagina Web sbagliata. E per “sbagliata” s’intende semplicemente una pagina trovata cercando immagini di qualche celebrità.

La novità viene segnalata dall’FBI, da F-Secure e Malwarebytes: cercando per esempio su Bing delle immagini di Taylor Swift usando il browser Safari compare un avviso dell’Europol o dell’FBI (a seconda della regione geografica nella quale ci si trova) che informa l’utente in inglese che il suo browser “è stato bloccato perché ha visualizzato o distribuito contenuto pornografico proibito” e che per sbloccare il computer ed evitare altre conseguenze legali c’è da pagare una sanzione di 300 dollari.

Se l’utente cerca di chiudere la finestra, non ci riesce; se l’utente forza la chiusura di Safari (menu Mela - Uscita forzata), al riavvio ricompare la stessa finestra di blocco. Il trucco per uscirne senza pagare è forzare la chiusura di Safari e poi riavviarlo tenendo premuto il tasto Shift. In alternativa potete andare al menu di Safari e scegliere Ripristina Safari, lasciando spuntate tutte le caselle mostrate nella finestra di dialogo. Perderete la cronologia e Safari non ricorderà le password, ma è sempre meglio che pagare 300 dollari a dei criminali o dover pagare l’assistenza tecnica che sblocchi il browser.

Se volete prevenire questo genere di problema, potete inoltre andare nelle Preferenze, scegliere la scheda Generale e scegliere Una nuova finestra nel menu Safari si apre con. In questo modo se vi capita il problema sarà sufficiente forzare la chiusura di Safari. Il prezzo di questa prevenzione è che Safari non ricorderà le pagine aperte quando lo riaprirete.
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Ci vediamo stasera a Varese per parlare di bufale scientifiche?

L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2013/08/01.

Stasera alle 21 sarò a Varese, al Filmstudio 90 in via De Cristoforis 5, per una conferenza sulle bufale scientifiche e sui metodi per smascherarle nella vita quotidiana e nei media. L'incontro è organizzato dall'associazione Storie di Scienza e l'ingresso è libero.

Se qualcuno è interessato ai miei libri o a Moonscape, ne avrò con me qualche copia; porterò anche il libro storico di Luigi Pizzimenti Progetto Apollo: il sogno più grande dell'uomo, di cui è appena uscita la nuova edizione, fresca fresca di stampa. A stasera!


Aggiornamento


Grazie a tutti di essere venuti; per chi non c'era, ci dovrebbe essere un video che verrà messo online prossimamente. E per chi c'era e mi ha chiesto l'elenco dei libri che ho mostrato alla fine, eccolo qua:
  • La famosa invasione delle vipere volanti, Paolo Toselli, Sonzogno, 1994
  • Tutte storie, Danilo Arona, Costa e Nolan, 1994
  • Leggende metropolitane: Storie improbabili raccontate come vere, Jan Harold Brunvand, 1986, Costa e Nolan
  • Nuove leggende metropolitane, Jan Harold Brunvand, 1990, Costa e Nolan
  • Le nuove leggende metropolitane - Manuale per detective antibufale (atti del convegno Contaminazioni, Torino 2004), a cura di Paolo Toselli e Stefano Bagnasco, Avverbi
  • Le voci che corrono, Jean-Noel Kapferer, Milano, 1987, Longanesi
  • Il bambino è servito, Cesare Bermani, Dedalo
  • Non ci casco, Edizioni Millelire
  • Leggende tecnologiche... e il gatto bonsai mangiò la fragola pesce, Lorenzo Montali, 2003, Avverbi
  • Disinformation Technology - Dai falsi di Internet alle bufale di Bush, Stefano Porro e Walter Molino, 2003, Apogeo
  • La falsa scienza, Silvano Fuso, Carocci editore (2013)
  • Bufale - Manuale di difesa contro le balle dei media, John Battista, 2012, Editori Internazionali Riuniti
  • 101 stronzate a cui abbiamo creduto tutti almeno una volta nella vita, Severino Colombo, 2011, Newton Compton Editori


Aggiornamento 2013/081/01


Il video della serata è disponibile qui su Youtube oppure qui sotto:

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Oggi la seconda passeggiata spaziale di Luca Parmitano

L'articolo è stato aggiornato estesamente dopo la pubblicazione iniziale. 

La diretta in streaming della seconda escursione di Luca Parmitano all'esterno della Stazione Spaziale Internazionale, insieme a Chris Cassidy, è visibile a questo link. La telecamera sul casco di Luca è identificata dal numero 17; quella sul casco di Chris dal numero 20. La tuta di Chris ha delle bande rosse, mentre quella di Luca è interamente bianca. Buona visione.

Fra l'altro, se vi siete mai chiesti come si fa a lavarsi i capelli nello spazio in assenza di peso, ecco due spiegazioni: quella della chiomatissima Karen Nyberg (la manovratrice del braccio robotico che ha portato Luca) e quella un po' personale del meno capelluto Luca Parmitano.


Aggiornamento: Luca ha acqua nel casco, rientro d'urgenza


La passeggiata è stata interrotta dopo circa 92 minuti a causa di un accumulo anomalo di acqua all'interno del casco di Luca, nella zona della nuca (circa un litro, secondo le prime stime). L'astronauta italiano ha provato a risolvere il problema bevendone un po', ma non è bastato. L'acqua gli stava riducendo la visuale e l'udito e continuava ad aumentare. In assenza di peso, oltretutto, l'acqua fluttuava dentro il casco, col rischio di essere inalata e di accumularsi sugli occhi. Non occorre soffrire di claustrofobia per capire la serietà della situazione.

A titolo prudenziale, Luca e Chris sono rientrati piuttosto rapidamente, ma senza scomporsi, nella Stazione Spaziale e si sono tolti le tute con l'aiuto dei loro colleghi. Luca sta bene, si è asciugato e ripulito. Una prima sintesi degli eventi è su Spaceflightnow in inglese. Un'altra, in italiano, è su Astronautinews.

La causa dell'accumulo non è ancora nota ma si sospetta un difetto della sacca piena d'acqua usata dagli astronauti per bere durante l'escursione. L'altra possibile fonte d'acqua è il sistema di raffreddamento, che è costituito da una fitta rete di tubicini pieni appunto d'acqua iodata, incorporati in una sotto-tuta aderente con una porzione che si estende dentro il casco, ma è un'ipotesi meno probabile, anche se Luca ha detto che l'acqua che ha bevuto aveva un sapore strano.

Ecco intanto qualche immagine del rientro d'urgenza di Luca e Chris.









Aggiornamento (18:00)


Qui c'è un breve comunicato sulla situazione da parte dell'ESA: nulla di nuovo oltre a quello che si sapeva fin qui. Stando ai dati raccolti dagli utenti di NasaSpaceFlight.com, la dinamica degli eventi è stata in sintesi questa: Luca ha segnalato un eccesso d'acqua dentro il casco, sulla nuca, e pochi minuti dopo ha segnalato che l'acqua era in aumento. Chris ha ispezionato visivamente il casco, indicando che l'acqua era circa 800 ml. Luca ha sospettato un problema al circuito refrigerante e su consiglio di Chris ha ridotto il flusso in questo circuito. Poi Chris ha ipotizzato una perdita della sacca d'acqua da bere (foto qui sotto) e ha chiesto a Luca di bersela tutta.

Luca con la sacca d'acqua durante l'addestramento a terra.
Credit: Lee Hutchinson (link)
Circa venticinque minuti dopo l'avviso iniziale di Luca, il direttore di volo ha ordinato di interrompere la passeggiata spaziale, chiedendo a Luca di dirigersi verso la camera stagna della ISS mentre Chris metteva in ordine all'esterno. Luca è entrato nella camera stagna, seguito da Chris una decina di minuti dopo. Venticinque minuti dopo che Luca era entrato nella camera, si è conclusa la ripressurizzazione: Luca è entrato per primo nella Stazione e nel giro di un minuto i suoi colleghi gli avevano tolto il casco.

Dalle parole di Luca sembra che si possa inoltre escludere un'altra possibile fonte d'acqua: l'urina. Luca ha fatto capire di non aver urinato nell'apposito dispositivo di cui è dotata la tuta.

La BBC ha pubblicato una sintesi in video sottotitolata della fase in cui Luca e Chris discutono del problema e il Controllo Missione decide di interrompere la passeggiata spaziale.

Questa è una mia cattura veloce del video del rientro (senza audio):



Aggiornamento (23:30)


Immagine di @geekeconomist
È appena terminata la conferenza stampa della NASA sull'inconveniente capitato a Luca. In sintesi: non si sa ancora quale sia stata la causa esatta, ma i sospetti si stanno concentrando sul sistema di raffreddamento della tuta. I medici dell'ESA non segnalano alcun postumo a carico di Luca in termini di salute.

Luca aveva anche un sensore di CO2 difettoso prima di rilevare l'acqua nel casco: il difetto probabilmente dovuto all'acqua stessa. In totale nel casco e nella tuta, ma soprattutto nel casco, si era accumulato circa un litro o un litro e mezzo d'acqua.

Da dove può provenire tutta quell'acqua? Il conto è presto fatto: la sacca d'acqua da bere tiene 32 once (1 litro); il sistema della tuta refrigerante tiene 1 gallone (3,8 litri). L'origine dell'acqua è formalmente tuttora ignota, ma la deduzione è abbastanza logica. La tuta era la stessa usata per la passeggiata spaziale precedente; ce ne sono almeno altre due di riserva a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (più quelle russe).

Fra i rischi che forse molti non immaginano c'è il fatto che il casco è spalmato internamente di un liquido antiappannante, che è irritante per gli occhi. Mescolandosi all'acqua e finendo negli occhi avrebbe causato un bruciore che Luca non avrebbe potuto alleviare; oltretutto l'acqua, in assenza di peso, si accumula in globuli che aderiscono al volto.

Il sapore strano dell'acqua segnalato da Luca non è conferma che l'acqua proveniva dal sistema di refrigerazione, perché anche l'antiappannante, se si mescola con l'acqua, ha un sapore strano.

Alla domanda se sarebbe stato effettivamente possibile un annegamento o strozzamento, i relatori della NASA hanno risposto di sì; ma non c'era rischio di folgorazione perché i componenti elettrici della tuta vicini al corpo sono a tensione e amperaggio molto bassi. Gli stessi relatori hanno fatto i complimenti a Luca per la sua calma e professionalità nel gestire il problema.

Davvero ci vuole così tanto tempo per rientrare in emergenza? No: il rientro di oggi non è stato il più veloce possibile. Esistono procedure ancora più celeri, ma si usano solo se c'è pericolo serio per la vita di un astronauta.


Aggiornamento (2013/07/17)


È disponibile il video dell'attività extraveicolare dal momento in cui Luca riferisce del problema fino al rientro. L'ordine di interrompere l'attività è intorno a 12:45; l'apertura della cabina stagna è a 44:45 circa.

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Antibufala: donna cinese folgorata dall’iPhone sotto carica?

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “leonardo.cr*” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Ma Ailun. Credit: tech.qq.com.
Molte testate giornalistiche (per esempio Corriere della Sera; Corriere del Ticino; BBC) stanno riportando la notizia della morte di una donna cinese di 23 anni, Ma Ailun (foto qui accanto), che sarebbe stata folgorata dal proprio iPhone 5, usato per rispondere a una chiamata mentre era sotto carica. Comprensibilmente, molti si stanno preoccupando che la stessa cosa possa succedere anche a loro.

Prima di lasciarsi andare all'angoscia sarebbe sensato riflettere un momento sui dati di fatto. La polizia locale non ha ancora accertato se la causa della morte sia davvero il telefonino, ma ha confermato soltanto che il decesso è avvenuto per folgorazione (Xinhuanet.com; China Daily; Sina.com). La notizia è esplosa dopo che la sorella maggiore ha pubblicato un post sul servizio di microblogging Sina Weibo nel quale affermava che la causa della folgorazione era l'iPhone, e per ora è soltanto lei ad affermarlo. La sorella maggiore è anche l'unica persona ad aver dichiarato che l'iPhone e l'alimentatore erano originali e non una delle tantissime imitazioni circolanti in Cina e spesso prive delle più elementari protezioni.

Come chiarisce l'esperto contattato dalla BBC, non dovrebbe essere possibile restare folgorati mortalmente usando un telefonino sotto carica, perché l'energia elettrica che esce dal caricabatteria (alimentatore) è a bassissima tensione (circa 5 volt) ed è di gran lunga troppo debole per causare danni. Ci vorrebbe un difetto molto grave o un danno molto serio all'alimentatore o all'impianto elettrico domestico per dare una scossa elettrica mortale. L'esperto citato da The Inquirer afferma invece che “c'è un rischio nell'usare un dispositivo elettrico, che sia un rasoio o un telefono, mentre viene caricata la sua batteria”. Però non dice quale sia questo rischio o come lo si causi o lo si eviti. Non è di grande aiuto.

Se preferite evitare di rispondere al telefonino mentre è sotto carica, fate pure: è una scelta di massima cautela, anche se normalmente non dovrebbe fare alcuna differenza. Ci sarebbero semmai casi particolari più realistici che sarebbe meglio evitare, come per esempio l'uso di un cellulare sotto carica quando si è nella vasca da bagno o se si è bagnati, perché l'acqua può colare lungo il filo ed entrare nella presa. Può essere solo una coincidenza, ma secondo quanto riporta CNN, la donna era uscita dalla vasca da bagno per rispondere al telefonino.


Aggiornamento (2013/07/17)


ZDNet ha un aggiornamento sulla notizia: la donna era sola in casa al momento della folgorazione ed è stata trovata dal fidanzato “sdraiata sul letto, con un iPhone 4 Apple sotto carica attaccato al lato destro del collo. La pelle circostante era nera e bruciata.” Inoltre “il dito indice destro e l'alluce sinistro erano inceneriti a partire da sopra l'ultima articolazione”. Mi chiedo se un alimentatore, autentico o fasullo, possa causare bruciature così significative senza che si fonda prima il filo, solitamente sottile, che lo collega al telefonino.

Degli esperti, insieme alla polizia, hanno esaminato il luogo e non hanno trovato problemi con i circuiti domestici o con l'alimentatore. Il telefonino ha delle crepe su entrambi i lati e i tasti bruciati ma è ancora in grado di effettuare chiamate. L'apparecchio è ora in mano alla polizia, che deve ancora determinare se si tratta di un iPhone autentico.


Fonti aggiuntive: The Register, Gawker, The Atlantic.


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Disinformatico radio, la puntata di ieri

Come consueto, ieri (venerdì) ho condotto una puntata del Disinformatico radiofonico per la Rete Tre della RSI. Il podcast è scaricabile qui. I temi e i relativi articoli di supporto sono i seguenti:

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Android ha una “falla globale”? Panico da ridimensionare, ecco il test

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente il 12/07/2013 sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la consultazione.

Alcuni giornali hanno parlato di una falla globale” nel sistema operativo Android che renderebbe seriamente vulnerabili circa 900 milioni di dispositivi (principalmente smartphone e tablet) che usano questo software: sarebbe possibile “rubare dati personali, spiare comunicazioni o inviare spam”.

Niente panico: la vulnerabilità (descritta in dettaglio su Threatpost) è grave dal punto di vista tecnico, perché consente di alterare le app senza invalidarne la firma digitale che dovrebbe garantirne l’integrità, ma si risolve con un po’ di semplice prudenza. Basta infatti evitare di scaricare e installare app provenienti da fonti diverse da Google Play.

In altre parole, c'è una ragione in più per tenersi alla larga dalle app piratate che si trovano in giro su Internet al di fuori di Google Play. Google, fra l’altro, ha già risolto la falla e ora spetta ai fabbricanti di dispositivi distribuirla agli utenti.

Nel frattempo, se volete sapere se il vostro dispositivo è vulnerabile, c’è un’app apposita: Bluebox Security Scanner. Non vi preoccupate: è su Google Play, quindi non c'è rischio.
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Ente USA ha PC infetti, risolve il problema distruggendoli

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente il 12/07/2013 sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la consultazione.

Tutti abbiamo una storia preferita di inettitudine di qualcuno nell’uso dei computer, ma questa è davvero difficile da battere: a dicembre del 2011 il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale statunitense avvisa due enti governativi, l’Economic Development Administration e la National Oceanic and Atmospheric Administration, che i loro computer sono probabilmente infetti.

La NOAA isola il problema e ripulisce i computer nel giro di poche settimane. L’altro ente, l’EDA, usa un approccio un po’ più radicale. Per prima cosa si scollega completamente dal resto del mondo: niente mail, niente accesso ai database centrali, nulla. Una società di sicurezza, chiamata per risolvere il problema, disinfesta sei computer e tutto sembra a posto.

Ma al capo dei servizi informatici dell’ente serve una garanzia assoluta di disinfezione che la società di sicurezza non può dare. Così decide di distruggere fisicamente tutto: non solo i computer (compresi quelli non infettati), ma anche le stampanti, le fotocamere, le tastiere e persino i mouse. La foga devastatrice si ferma soltanto quando l’ente esaurisce i fondi per il lavoro di distruzione.

In tutto vengono fatti a pezzi ben 170.000 dollari di attrezzature, ma l’intero incidente viene a costare quasi tre milioni di dollari e quasi un anno per tornare all'operatività. Tutta la vicenda è narrata con clinicità inesorabile nel rapporto del Dipartimento del Commercio. A quanto pare nessuno, all’EDA, aveva mai sentito parlare di antivirus e del fatto che se un computer è infetto non c’è bisogno di distruggerlo materialmente.
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Stufi di Facebook o in cerca di un nuovo inizio? Ecco come cancellarsi

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente il 12/07/2013 sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la consultazione.

L’imminente arrivo di nuove opzioni invasive della privacy come Graph Search, l’idea che i servizi di sicurezza statunitensi abbiano una copia di tutto quello che abbiamo mai scritto su Facebook e la crescente complicazione delle opzioni di questo social network possono spingere a un gesto drastico: uscire definitivamente da Facebook.

Contrariamente a quanto sostiene una credenza molto diffusa, è perfettamente possibile farlo, ed è anche abbastanza semplice. La chiave per la fuga è che dopo aver chiesto l’eliminazione dell’account bisogna evitare assolutamente di rientrare in Facebook per almeno 14 giorni. Non bisogna rientrare né manualmente né tramite le app installate su smartphone, tablet e simili. Ecco i passi da seguire:

cambiate la vostra password di Facebook: in questo modo le app e i programmi salvapassword non sapranno la password nuova e non riusciranno ad entrare nel vostro account;

disattivate tutti i widget e tutte le app che hanno il permesso di postare su Facebook a nome vostro;
disabilitate tutte le eventuali app di Facebook che avete abilitato;

se possibile, disinstallate da tablet e telefonini le relative app di Facebook;

andate alla pagina di richiesta di cancellazione permanente di Facebook e cliccate su Elimina il mio account. Immettete la vostra password (quella nuova), trascrivete la sequenza di lettere distorte e cliccate su OK.

A questo punto sarete fuori da Facebook. Trascorsi i 14 giorni, l’eliminazione sarà permanente; entro i 14 giorni, se rientrerete in Facebook tutta la procedura verrà annullata.
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Facebook, arriva Graph Search: cosa c’è da sapere

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente il 12/07/2013 sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la consultazione.

Pochi giorni fa Facebook ha annunciato l’attivazione progressiva a tutti gli utenti di una nuova funzione, Graph Search, che consente di effettuare ricerche mirate all’interno di Facebook per trovare persone, posti, foto e altro ancora usando delle descrizioni in linguaggio naturale, come per esempio “Persone nelle mie vicinanze alle quali piacciono Justin Bieber e l’uncinetto”. Inizialmente l’attivazione riguarderà gli utenti che usano Facebook in inglese e le descrizioni dovranno essere scritte in questa lingua. In italiano Graph Search si chiamerà “strumento di ricerca tra le connessioni”.

Questo strumento ha delle forti implicazioni di privacy, perché rende molto più facile trovare persone, immagini o informazioni che altrimenti resterebbero sepolte nei meandri del social network. È diventata famosa la pagina Tumblr di Tom Scott dedicata alle ricerche più imbarazzanti rese possibili appunto da Graph Search.

Fra l’altro, sta circolando un appello che parla di “Graph App” (non “Graph Search”), dice che “qualunque persona in FB può vedere le tue foto, i tuoi ‘mi piace’, i tuoi commenti” e fornisce delle istruzioni per tenere privati i rapporti con le persone su Facebook. Le istruzioni sono però sbagliate, come spiega il sito antibufala Snopes.com.

Quelle corrette sono pubblicate per esempio dalla Electronic Frontier Foundation: in sintesi, per tenere private le amicizie e non renderle cercabili tramite Graph Search bisogna andare nel proprio profilo, cliccare su Amici per visualizzare l’elenco degli amici, cliccare sulla matitina (Modifica), scegliere Modifica Privacy e scegliere Amici (o Solo io) nel menu Chi può vedere i tuoi amici? Poi, sempre nel profilo, cliccate su Aggiorna Informazioni, cliccate sul pulsante Modifica accanto a Relazioni e Familiari e rendete tutto visibile solo agli amici o solo a voi.

Ma non basta: bisogna anche spulciare i “mi piace” e decidere se cancellare quelli obsoleti o imbarazzanti e in generale renderli visibili solo agli amici. Ecco come procedere:  andate al vostro profilo, cliccate su Altro > Mi piace, cliccate sulla matitina (Modifica), scegliete Modifica Privacy e poi Amici (o Solo io) per le singole categorie.

Per cancellare il “Mi piace” da una pagina che non vi piace più, visitatela e cliccate su “Ti piace”: comparirà un menu dal quale potrete scegliere “Non mi piace più”.

Rendere meno pubblici e scandagliabili i vecchi post è molto semplice: si clicca sull’icona dell’ingranaggio, si sceglie Impostazioni sulla Privacy, si clicca su Limita i post passati, poi su Solo vecchi post: tutti i post che prima erano visibili agli amici di amici o a tutti diventeranno visibili solo agli amici.

Per i post futuri, invece, si può predefinire la loro privacy cliccando sull’icona dell’ingranaggio, scegliendo Impostazioni sulla privacy e poi cliccando su Chi può vedere i tuoi post futuri?

Nascondere le foto agli occhi di Graph Search è un po’ più complicato: bisogna andare nella sezione Foto del profilo, scegliere Album e poi definire la privacy di ciascun album. Ma non basta, perché se qualcuno vi ha taggato in una foto, quella foto rimane cercabile con Graph Search, per cui per impedire che venga trovata bisogna togliere il tag (visualizzate la foto e scegliete Opzioni > Segnala/Rimuovi tag).