2016/11/25

Archeoinformatica: cosa voleva dire “hacker” in origine?

Da anni c’è una polemica sull’uso del termine hacker. Gli informatici usano questa parola per indicare semplicemente una persona che ha talento informatico e sa tirar fuori dai dispositivi elettronici prestazioni che i comuni mortali non immaginano neanche. Giornalisticamente, invece, hacker è considerato sinonimo di criminale informatico.
Il doppio significato crea infiniti equivoci e molta irritazione negli informatici che lamentano che il significato originale è stato stravolto. È una lamentela che ho fatto anch’io spessissimo, ma scopro adesso che è sbagliata, per cui rettifico al volo.

L’informatico Graham Cluley segnala infatti un articolo del 20 novembre 1963, pubblicato sul giornale del campus del Massachusetts Institute of Technology (MIT), che parla già di hacker nel senso di vandali informatici. Nel caso citato dall’articolo, gli hacker hanno alterato la rete telefonica dell’istituto per addebitare le chiamate interurbane facendole pagare a un impianto radar locale, hanno collegato il computer PDP-1 alla rete telefonica per trovare le linee che consentivano di fare chiamate esterne, e altro ancora.

Hanno ragione i giornalisti, insomma. Ma volendo si può andare ancora più indietro, agli anni Cinquanta, quando la parola hack indicava chiunque pasticciasse e interferisse con la tecnologia in generale per scherzo, secondo la rivista Slice dell’MIT.

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