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Elon Musk: due persone voleranno intorno alla Luna entro il 2018

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi per incoraggiarmi a scrivere ancora. Ultimo aggiornamento: 2017/03/03 17:30.

2017/02/27 22:40. Stando alle prime fonti giornalistiche, poco fa (alle 22 ora italiana) Elon Musk ha annunciato che due privati cittadini hanno pagato per effettuare una missione intorno alla Luna nel 2018 (NPR). Saranno a bordo di un veicolo spaziale Dragon 2 lanciato da un vettore Falcon Heavy. La missione sarà circumlunare (senza allunaggio). I nomi dei due astronauti non sono stati resi noti; Musk non ha voluto identificarli e ha detto soltanto che si conoscono a vicenda. Non è stato dichiarato il prezzo. Non si sa se sono uomini o donne. La missione durerà circa una settimana.

Se tutto avverrà secondo i piani, il ritorno alla Luna avverrà a cinquant’anni tondi dal primo volo umano intorno alla Luna nel 1968: la missione Apollo 8.

Ai lunacomplottisti stanno sanguinando le orecchie :-). Ho salvato un paio di loro perle qui e qui.

Il comunicato stampa ufficiale in inglese è qui. Lo sto traducendo. Tornate qui per leggerlo.

23:30. La traduzione è pronta.


Traduzione italiana del comunicato di SpaceX


(usatela pure, ma citatemi come traduttore; se trovate errori, segnalatemeli)

La Terra vista dalla Luna.
Siamo emozionati nell’annunciare che SpaceX è stata contattata per portare due privati cittadini a volare intorno alla Luna verso la fine dell’anno prossimo. Hanno già versato un acconto significativo per effettuare una missione lunare. Come gli astronauti Apollo che li hanno preceduti, queste persone viaggeranno nello spazio portando con sé le speranze e i sogni di tutta l’umanità, spinte dallo spirito umano universale di esplorare. Prevediamo di effettuare esami sulle condizioni di salute e di forma fisica e iniziare l’addestramento più avanti quest’anno. Anche altri equipaggi [SpaceX usa l’espressione “flight team” invece del normale “crew”] hanno espresso forte interesse e ci aspettiamo che altri ancora ne seguiranno. Ulteriori informazioni sugli equipaggi verranno rese pubbliche quando gli equipaggi stessi ne approveranno la pubblicazione e quando saranno stati confermati i risultati degli esami riguardanti salute e forma fisica.

Cosa più importante, vorremmo ringraziare la NASA, senza la quale questo non sarebbe possibile. Il programma Commercial Crew della NASA, che ha fornito la maggior parte dei finanziamenti per lo sviluppo della Dragon 2, è un facilitatore essenziale di questa missione. Inoltre verrà utilizzato il razzo Falcon Heavy, sviluppato con fondi propri di SpaceX. Il Falcon Heavy effettuerà il primo volo di collaudo quest’estate e, una volta che avrà avuto successo, sarà il veicolo più potente a raggiungere l’orbita dopo il razzo lunare Saturn V. Con una spinta al decollo di 2.267.000 kg, il Falcon Heavy ha due terzi della spinta di un Saturn V e più del doppio della spinta del lanciatore più grande attualmente in uso.

Più in là quest’anno, nell’ambito del programma Commercial Crew della NASA, lanceremo il nostro veicolo spaziale Crew Dragon (Dragon Version 2) verso la Stazione Spaziale Internazionale. Questa prima missione dimostrativa avverrà in modalità automatica, senza persone a bordo. Una missione successiva, con equipaggio, è prevista per il secondo trimestre del 2018. SpaceX ha attualmente un contratto per effettuare in media quattro missioni Dragon 2 dirette alla Stazione ogni anno: tre per trasporto cargo e una per il trasporto di un equipaggio [qui SpaceX usa “crew”]. Effettuando anche missioni con equipaggi privati, cosa che la NASA ha incoraggiato, scendono i costi a lungo termine per il governo e si acquisisce esperienza sull’affidabilità dei voli, fornendo benefici sia alle missioni governative, sia a quelle private.

Quando le missioni operative della Crew Dragon saranno operative per conto della NASA, SpaceX lancerà la missione privata in un viaggio per circumnavigare la Luna e tornare sulla Terra. Il decollo avverrà dalla storica rampa 39A del Kennedy Space Center vicino a Cape Canaveral – la stessa rampa di lancio usata dal programma Apollo per le sue missioni lunari. Questo offre l’occasione a degli esseri umani di tornare nello spazio profondo per la prima volta in 45 anni; viaggeranno più velocemente e più lontano nel Sistema Solare di chiunque li abbia preceduti.

Progettato dall’inizio per trasportare persone, il veicolo spaziale Dragon ha già una lunga storia di volo. Queste missioni si fonderanno su questa storia, estendendola alle attività delle missioni spaziali nello spazio profondo: una tappa importante mentre lavoriamo per raggiungere il nostro obiettivo finale di portare esseri umani su Marte.


2017/02/28 00:05 Prime considerazioni a caldo


La descrizione molto sommaria della missione (una settimana di durata, una distanza maggiore di quella raggiunta dalle missioni precedenti) sembra indicare che si tratterà di un volo che non entrerà in orbita intorno alla Luna, come fece Apollo 8 nel 1968, ma si limiterà (si fa per dire) ad effettuare un’orbita terrestre ellittica estremamente allungata, di circa 400.000 km, che si estenderà oltre l’orbita della Luna. Lanciando nel momento giusto e raggiungendo la velocità di 40.000 km/h (contro i 28.000 necessari per l’orbita terrestre della Stazione Spaziale Internazionale), la Luna si troverà all’estremo opposto di quest’orbita ellittica, per cui la Dragon girerà intorno al nostro satellite, probabilmente a notevole distanza (qualche centinaio di km) per evitare che un errore di traiettoria la porti a centrare la Luna.

Questa traiettoria (free return trajectory) semplifica enormemente la missione e ne riduce drasticamente i rischi: non occorre un motore che freni per entrare in orbita lunare e si riaccenda per lasciare l’orbita e tornare verso la Terra. Una volta lanciata in direzione della Luna, la Dragon tornerà automaticamente a casa seguendo le leggi inesorabili di Newton [00:10: l’esperto Alan Boyle ha confermato questa mia congettura].

Gli astronauti vedranno con i propri occhi la faccia nascosta della Luna (e presumibilmente ci manderanno immagini eccezionali in UHD 4K).

Noi, da Terra, potremo osservare il volo della Dragon attraverso i telescopi degli osservatori astronomici e ascoltare le comunicazioni radio provenienti dalla capsula rivolgendoci a radioamatori e a osservatori radioastronomici.

L’obiettivo annunciato da Elon Musk è particolarmente ambizioso e ottimista: il Falcon Heavy non ha ancora volato (anche se è composto da tre Falcon 9, sui quali c'è parecchia esperienza) e lo stesso vale per la capsula Dragon per equipaggi. SpaceX non ha mai portato nello spazio un equipaggio: dovrebbe farlo all’inizio del 2018. Per volare intorno alla Luna entro la fine del 2018, tutto deve andare secondo i piani: sarà dura, ma non si sa mai. E ci sono anche ostacoli normativi.

Inoltre SpaceX non ha esperienza di comunicazioni e navigazione nello spazio profondo, anche se per queste cose può contare sull’enorme esperienza della NASA.

La distinzione fra flight team e crew presente nel testo inglese non è un indizio che i due privati cittadini saranno accompagnati da astronauti professionisti (come avevo ipotizzato inizialmente), ma del fatto che il veicolo sarà autonomo e i due saranno passeggeri (è emerso che Musk ha precisato questo fatto in una teleconferenza). Questo ridurrebbe moltissimo la loro necessità di addestramento.


Il Falcon Heavy avrà la particolarità spettacolare di far rientrare pressoché contemporaneamente tre primi stadi, facendoli atterrare verticalmente sulle zampe come già fanno con discreta affidabilità i Falcon 9 singoli (prima rientrano i due laterali, poi quello centrale). La configurazione di lancio sarà grosso modo quella mostrata nel disegno qui sopra.

Una cosa che manca sorprendentemente, nel piano sommario di SpaceX, è un volo di prova senza equipaggio che faccia rientrare la capsula nell’atmosfera a velocità pari a quella che raggiungerà tornando dalla Luna (circa 40.000 km/h), in modo da dimostrare che lo scudo termico è in grado di reggere il calore maggiore (dovuto alla maggiore velocità) e che i sistemi di manovra di bordo sono sufficientemente precisi.

Un altro dettaglio da chiarire è se il rientro si concluderà con un ammaraggio oppure con un atterraggio sulla terraferma: (la Dragon è concepita per entrambe le modalità. In teoria la Dragon è anche in grado di atterrare sulla terraferma senza paracadute, usando solo i motori di frenata, ma credo che farlo in un volo del genere sarebbe mettere troppa carne al fuoco (si spera non letteralmente).

Chi sono le due persone che hanno versato l’anticipo per il volo, e quanto avranno pagato? Se usiamo come riferimento le proposte di volo circumlunare di Space Adventures, che usavano una Soyuz modificata usa e getta al prezzo di circa 150 milioni di dollari a testa, potremmo stimare una cifra analoga e probabilmente leggermente inferiore. Musk ha detto che è “paragonabile” al costo di un volo verso la Stazione Spaziale o poco più (al momento, con le Soyuz, circa 52 milioni di dollari a testa). Quanta gente in buona forma fisica (non sovrappeso, non troppo avanti con gli anni) ha una somma del genere da spendere ed ha una passione per i viaggi eccezionali? Non molta, mi sa. E le restrizioni di sicurezza, oltre che le convenienze politiche, mi fanno pensare che si tratterà probabilmente di cittadini statunitensi.

L’annuncio di oggi ha anche un’altra conseguenza importantissima: ruba completamente la scena al progetto SLS (il razzo vettore gigante della NASA, in lentissima lavorazione da anni), che proprio in questi giorni è oggetto di discussione per mettere a bordo un equipaggio al volo di debutto per girare intorno alla Luna, su richiesta del Congresso statunitense. L’SLS è paurosamente più complesso e costoso del Falcon Heavy (il rapporto è circa 10 a 1, in buona parte per motivi politici che descrivo sotto), e se Elon Musk può portare degli americani di nuovo intorno alla Luna per un decimo del costo di una missione SLS, a che serve questo razzo gigante della NASA (a parte far arrivare soldi governativi a pioggia agli stati nei quali viene costruito)?

Non solo: come nota The Register, anche se uno slittamento delle date di lancio è quasi inevitabile, visti i precedenti (SpaceX è famosa per le sue scadenze mancate, e i lanci spaziali sono dannatamente difficili per tutti), il semplice fatto di dare l’annuncio mette in difficoltà i concorrenti commerciali di SpaceX, ossia Virgin Galactic e Blue Origin: rispetto a un volo intorno alla Luna, fare un saltino suborbitale fa quasi sorridere. Il turismo spaziale è roba da élite, e chi ha milioni da spendere vuole soltanto il massimo, per cui c’è il rischio che Musk, se ha successo, soffi i clienti agli altri. Del resto, entrare nei libri di storia come primo turista lunare privato e prima persona a visitare la Luna in quasi cinquant’anni è uno status symbol molto speciale.


2017/02/28 1:25. La prima reazione della NASA all’annuncio di SpaceX è stata un po’ freddina. Su Ars Technica c’è un’analisi molto approfondita di questa reazione. In sintesi, la NASA dice fra le righe: “Cara SpaceX, ti abbiamo sostenuto, dato 3 miliardi di dollari (la maggior parte dei tuoi ricavi recenti) per i servizi con equipaggi, e siamo disperatamente stanchi di affidarci alla Russia per portare i nostri astronauti alla Stazione. Per favore, puoi concentrarti sul nostro contratto? Tipo subito?”


2017/02/28 9:45. Ho aggiunto qualche altra considerazione tecnica e corretto un paio di refusi (grazie a chi me li ha segnalati). A tutti quelli che mi chiedono se ci andrei: sì, e senza batter ciglio, persino se dovessi accettare come compagno di viaggio Roberto Giacobbo. A tutti quelli che propongono semiseriamente di avviare una colletta per mandarmi: grazie, sono lusingato, e sicuramente c’è gente che pagherebbe per mandarmici senza ritorno, ma ci sono modi più umanitari di spendere cifre del genere.

Per chi chiede le ragioni della sproporzione di costi fra SLS/Orion (2 miliardi di dollari a volo) e Falcon Heavy/Dragon (90 milioni di dollari):

– SLS, nella sua configurazione ottimale, è molto più grande di Falcon Heavy: porterà da 70 a 130 tonnellate di carico in orbita terrestre. Un Falcon Heavy potrà portare in orbita bassa non più di 54 tonnellate.
– SpaceX costruisce tutto sotto un unico tetto, mentre la NASA dissemina la costruzione dei vari componenti in fabbriche situate in vari stati, in modo da ottenere un più ampio consenso elettorale e politico per il programma spaziale (lo spazio porta posti di lavoro, finanziamenti, indotto, eccetera), e quindi affronta costi elevati per trasporto, coordinamento, trasferte del personale;
– SpaceX ha scelto un’architettura modulare con componenti già progettati, collaudati e realizzati (tre Falcon 9 uniti), mentre la NASA usa un veicolo che ha componenti interamente fatti su misura ex novo e tutti da collaudare;
– SpaceX conta di riutilizzare il proprio vettore per lanci multipli, mentre quello della NASA è “usa e getta”;
– SpaceX prevede di avere una cadenza di lancio annuale molto serrata già dal 2017-18, mentre la NASA pianifica di effettuare un lancio ogni uno o due anni a partire dal 2022: questo significa che su ogni lancio dell’SLS gravano vari anni di stipendi di tutti i tecnici coinvolti nelle attività di sviluppo e volo del vettore (Ars Technica ha un’ottima analisi dei costi).
– La NASA usa il progetto SLS per finanziare molta ricerca di base (sulla lavorazione dei materiali, sulle tecnologie di collaudo, e altro ancora); SpaceX è innovativa ma fa sviluppo solo se finalizzato al veicolo specifico;
– E per finire, diciamola tutta: la NASA è una grande burocrazia governativa che deve compiacere il Congresso e i suoi mutevoli umori, mentre SpaceX è un’azienda privata che fa sostanzialmente quello che vuole purché sia nei limiti della legge.


2017/02/28 18:25. Ho aggiunto i commenti di Ars Technica in risposta al comunicato della NASA.

2017/02/28 22:55. Sulla base di un suggerimento nei commenti, ho aggiunto la precisazione che il rientro dei tre stadi iniziali del Falcon Heavy è in realtà leggermente sfasato (prima rientrano i due esterni, poi quello centrale).

2017/03/03 17:30. La Planetary Society ha pubblicato un ottimo articolo che riassume il caos comunicativo che ha circondato l’annuncio e spiega perché è molto improbabile che SpaceX riesca a mantenere la promessa, perlomeno entro le date annunciate: non è una critica a SpaceX, ma una constatazione basata sulla tecnologia e sulla burocrazia dei voli spaziali.

http://www.planetary.org/blogs/jason-davis/2017/20170302-spacex-tourists-2018.html
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No, la sonda Voyager non è stata “hackerata dagli alieni”

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Sono di fretta e questa “notizia” non merita più di cinque minuti del vostro tempo, per cui la faccio molto breve: sta circolando da alcuni giorni su vari siti, non solo di ufologi ma anche di giornalismo convenzionale, come per esempio Blasting News (a firma di Massimo Fenris, che viene presentato come “esperto di cronaca” [copia su Archive.is]), l’asserzione che la sonda Voyager 2 sarebbe stata “hackerata dagli alieni” e avrebbe “trasmesso in una lingua sconosciuta”.

Prima di tutto la notizia è vecchia: risale almeno a ottobre scorso, quando ne parlavano siti di delirio fufologico come Disclose.tv [copia su Archive.is].

Inoltre il “portale Physics Astronomy” citato come fonte della notizia è un sito di fufologi che ospita qualunque idiozia pseudoscientifica. Questo portale linka delle dichiarazioni attribuite a “Kevin Baines della NASA”, ma il link porta a una pagina che non contiene le dichiarazioni in questione. Lo “scienziato tedesco Hartwig Hausdorf” citato come ulteriore fonte da Physics Astronomy è in realtà un autore di libri pseudoscientifici che spaziano dall’ufologia alla telepatia. Insomma, dichiarazioni inventate di sana pianta e fonti completamente inattendibili.

Ma da dove scaturisce un’idea così bizzarra come quella degli alieni che “hackerano” una sonda spaziale? Dall’incompetenza e dal bisogno morboso di giustificare ogni cosa con gli alieni invece di sforzarsi di imparare a conoscere le cose tecniche di cui gli “esperti di cronaca” scrivono.

Specificamente, come dice Physics Astronomy, scaturisce da un annuncio della NASA risalente addirittura al 2010: l’ente spaziale comunicò pubblicamente che c’era stato un problema tecnico con la memoria della sonda Voyager 2, che aveva invertito un solo bit. Questo errore comportava che la sonda inviasse verso Terra i propri dati scientifici in un formato errato (altro che “lingua sconosciuta”). I tecnici della NASA hanno inviato alla sonda una correzione e tutto è tornato alla normalità. Tutto qui. La fantasia dei fufologi ha fatto il resto e poi i giornalisti che copiaincollano senza verificare o farsi domande hanno pompato la panzana.

Per fare un paragone, è come se durante una telefonata cellulare sentissimo un gracchiettìo improvviso e decidessimo che non può essere stata un’interferenza momentanea o un calo di segnale, ma dev’essere stato senz’altro un extraterrestre di Zeta Reticuli che voleva comunicare personalmente con noi, e poi lo scrivessimo sul giornale.
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Micro-debunking in 12 tweet: Trump e la gaffe sulla Svezia messa “da giorni a ferro e fuoco”

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La richiesta





Il debunking in 12 tweet (errori e refusi compresi) e 15 minuti


I tweet originali sono qui: li riscrivo per correggere refusi e aggiungere alcune note.


1. Gli scontri sono avvenuti DOPO le parole di Trump. Non credo sia chiaroveggente.

Infatti il discorso nel quale Trump parla di “quello che sta succedendo in Svezia ieri sera [sic]” è del 18 febbraio, mentre gli scontri sono avvenuti il 21 febbraio:





2. Trump stesso ha chiarito che il suo commento sulla Svezia si riferiva a un programma di Fox News.

Il tweet di chiarimento di Trump è questo. Il programma di Fox News è quello citato qui dal Washington Post.



3. Il programma NON parlava degli scontri a Rinkeby (anche perché non erano ancora avvenuti)

4. Il video mostrato da Il Populista è questo: https://t.co/5Kyrt55mJJ

Ho trovato il video semplicemente digitando in Google, fra virgolette, il titolo del video mostrato da Il Populista. Questo mi ha permesso di datare il video e di trovare altri articoli di supporto. Tutto in svedese, ma Google Translate (per quanto impreciso) mi ha permesso di capire il senso di quello che dicevano gli articoli.



5. Correzione: il link giusto al video è questo https://t.co/Q9kreKwrG7

6. Altri articoli: https://t.co/se3rqBjn5i.

7. Articoli parlano di scontri UNA notte in UN luogo, non "Da diversi giorni", non "numerosi sobborghi"

8. Scontri iniziati per un tentato arresto di rapper legato a mondo droga e spaccio.

9. Proprietari di negozi locali (anche loro immigrati) han lavorato x sedare scontri. Il Populista non lo dice

10. Un'immigrazione molto massiccia come quella in Svezia è comunque riconosciuta come problema notevole.

11. Ma i dati di Snopes indicano che NON c'è stato aumento significativo dei reati https://t.co/KBa7vgX5RP

12. In sintesi: storia pompata per motivi politici da Il Populista falsificandone i fatti.

/ fine
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Il genio degli effetti speciali di Roger Rabbit e di The Man in the High Castle

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Da una parte la tecnica manuale portata alla sua massima espressione, dall’altra l’arte digitale di creare ambienti impossibili: vi propogo due video che mostrano quanto incredibile lavoro umano c’è dietro ogni effetto speciale cinematografico che passa sullo schermo per pochi istanti per creare l’illusione e calarci nella storia.

Cominciamo con Roger Rabbit, che ha abbinato animazione tradizionale con riprese cinematografiche dal vivo in modo tuttora insuperato (e lo ha fatto manualmente): notate quanti trucchi sono stati usati dagli animatori per correggere gli errori degli attori (quando Bob Hoskins guarda troppo in alto, Roger Rabbit si mette in punta di piedi in modo che Hoskins lo guardi negli occhi) e quanti dispositivi meccanici sono stati realizzati per integrare gli effetti fisici con l’animazione, costruendo macchine per una singola scena di pochi secondi. E notate il capolavoro di dettaglio, quando la lampada oscilla e le ombre su Roger Rabbit cambiano continuamente per seguire le oscillazioni e addirittura, per una frazione di secondo, l’orecchio di Roger passa davanti alla lampada e diventa semitrasparente. L’avevate mai notato? Il confronto con altri film a tecnica mista è impietoso.



Passiamo al presente con un allerta SPOILER: se non avete ancora visto l’ottima, inquietante miniserie The Man in the High Castle, ambientata negli anni Sessanta di un universo alternativo nel quale la Germania nazista e il Giappone hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale a colpi di bombe atomiche e il nazismo in America è diventata una normalità che definisce la vita quotidiana, il video che segue contiene molte anticipazioni della seconda stagione.

Ora che vi ho avvisato, ecco il video: notate quanto dettaglio viene creato (dagli artisti, non dal computer) per rendere credibili le scenografie generate digitalmente e ispirate ai veri progetti nazisti per la Berlino del Reich vincitore. Gli aerei di linea supersonici nazisti sono magnifici nel loro stile leggermente retrò, e se siete appassionati d’aviazione noterete che l’aeroporto include anche un De Havilland Comet. Un dettaglio che non era necessario, ma che è un sintomo della passione e della cura che gli artisti immettono in queste creazioni. Trovate dettagli sulla ricerca storica di TMITHC in questo articolo di Gizmodo.

Non dite mai “l’ha fatto il computer”: dietro ogni effetto digitale c’è sempre un essere umano, e spesso più di uno.


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Ieri siete stati buttati fuori dal vostro account Google? Niente panico

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Dalla notte di venerdì scorso mi sono arrivate numerose segnalazioni di utenti che si sono trovati improvvisamente buttati fuori dai propri account. Spesso queste improvvise estromissioni sono state accompagnate o seguite da un messaggio allarmante: “È stata apportata una modifica al tuo account Google”, come se la loro sicurezza fosse stata violata da qualcuno.

Niente paura: quasi sicuramente il problema è stato causato da una manutenzione di routine effettuata da Google, come segnalato qui su Google.com il 24 febbraio: in sintesi e in traduzione,

“Abbiamo ricevuto segnalazioni di alcuni utenti che sono stati scollegati dai propri account in modo inatteso... Non c'è alcuna indicazione che sia collegato a phishing o a minacce alla sicurezza degli account... Durante la manutenzione di routine [dalle 13 a mezzanotte PST di ieri] alcuni utenti sono stati scollegati... [con] una notifica riguardante “un cambiamento al vostro account Google” oppure “necessità di un intervento sull’account”.... Possiamo assicurarvi che la sicurezza del vostro account non è mai stata in pericolo come risultato di questa situazione... Per prima cosa provate a ricollegarvi usando nome utente e password abituali presso accounts.google.com. Se non ricordate la vostra password o non riuscite a ricollegarvi per altre ragioni, recuperate qui il vostro account: g.co/recover.

Altre info e segnalazioni dello stesso fenomeno sono qui su Google.com.
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Allarme generale per Cloudbleed, provo a fare il punto

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C’è parecchio panico in Rete per una falla di sicurezza molto estesa che è stata battezzata Cloudbleed. Provo a riassumere qui le cose essenziali da sapere.


Se avete moltissima fretta


Ê possibile che le vostre password e alcuni vostri dati personali siano stati disseminati pubblicamente per mesi a causa di un errore tecnico della società Cloudflare, usata da molti dei più diffusi servizi di Internet. La falla è stata corretta, ma in Rete ne restano dei residui.

Vi conviene cambiare tutte le password dei servizi online che usate e sui quali non non avete già attivato la verifica in due passaggi (autenticazione a due fattori). Cogliete quest’occasione per attivarla. Se vi sembra una raccomandazione troppo drastica, leggete i dettagli qui sotto. Non dite che non siete stati avvisati.

Questo problema non ha a che fare con i problemi avuti da molti utenti i cui account Google hanno dato strani messaggi di errore nei giorni scorsi.

Le password di 1Password non sono state violate, dice AgileBits (che gestisce 1Password).


Se avete meno fretta


L’esperto di sicurezza Tavis Ormandy (del Project Zero di Google) ha scoperto a metà febbraio scorso una grave falla nel software usato dalla società Cloudflare, alla quale si appoggiano per la distribuzione e la protezione dei contenuti molti dei nomi più popolari di Internet, come Uber, OKCupid, 1Password.

Questa falla ha disseminato per mesi, rendendoli visibili a chiunque, “messaggi privati di importanti siti d’incontri, messaggi completi provenienti da un noto servizio di chat, dati di gestori online di password, fotogrammi da siti per adulti, prenotazioni di alberghi. Stiamo parlando di richieste https integrali, indirizzi IP dei client, risposte complete, cookie, password, chiavi, dati, tutto”, ha scritto Ormandy, mostrando esempi come quello che ho incluso all’inizio di questo articolo e che riguarda Uber. Qui sotto ne vedete un altro, riferito a FitBit.


Cloudflare si è subito adoperata per risolvere il problema, che ora non si ripresenta più. La parte difficile è fare pulizia online dei dati disseminati in Rete, che sono reperibili nelle cache di Google e di altri motori di ricerca, anche se è in corso una purga a tappeto. Secondo Motherboard, questa purga non è stata completa, per cui è tuttora possibile trovare dati personali con un’apposita ricerca in Google.

La spiegazione tecnica dettagliata di Cloudflare è qui. La spiegazione semplificata di Gizmodo è questa: “il software di Cloudflare cercava di salvare i dati degli utenti nel posto giusto, che però si riempiva completamente. Così il software finiva per salvare i dati altrove, per esempio in un sito completamente diverso... I dati sono finiti nella cache di Google e di altri siti, per cui Cloudflare deve cercarli tutti prima che li trovino i criminali informatici.”

The Register riassume bene così: “a causa di un errore di programmazione, per vari mesi i sistemi di Cloudflare infilavano pezzi casuali di memoria dei server nelle pagine Web... visitando un sito Web gestito tramite Cloudflare poteva capitare di trovare pezzi del traffico Web di qualcun altro appiccicati in fondo alla pagina del browser... Immaginate di sedervi al ristorante, a quello che in teoria sarebbe un tavolo pulito, ma insieme al menu trovate anche il contenuto del portafogli del cliente precedente.”

L’esatta portata del danno (quali e quanti siti supportati da Cloudflare hanno subìto emorragie di dati riservati) non è ancora nota, scrive Gizmodo citando l’azienda, ma i siti coinvolti sono almeno 150. Se volete sapere se i siti che usate adoperano i servizi di Cloudflare e quindi potrebbero essere a rischio, immettete i loro nomi in Doesitusecloudflare.com. Non risulta, al momento, che criminali informatici abbiano utilizzato i dati diffusi per errore.

Ulteriori dettagli sono (in inglese) su Ars Technica.
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Podcast del Disinformatico del 2017/02/24 (con video dietro le quinte)

È disponibile per lo scaricamento il podcast della puntata di oggi del Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera. Stavolta abbiamo fatto, a titolo sperimentale, dei brevi spezzoni anche in diretta streaming su Facebook. Se volete vedere cosa succede durante una diretta del Disinformatico, date un’occhiata qui sotto. Buon ascolto (e buona visione)!

Inizio della diretta, con sommario:




Dwitter.net, magie con JavaScript:






My Friend Cayla, la bambola “smart” che fa la spia:




Esportare dati da un computer isolato usando i lampeggiamenti codificati del LED del disco rigido:




Le Storie o Stati arrivano anche su WhatsApp:

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Quel crack per Mac fa un patatrac: è ransomware senza sblocco

Pubblicazione iniziale: 2017/02/24 11:43. Ultimo aggiornamento: 2017/02/25 12:50.

Sono ancora tanti gli utenti Apple che pensano di non aver bisogno di un antivirus e di poter girare impunemente per Internet perché i loro computer non si possono infettare. Purtroppo non è così.

In realtà il malware per Mac esiste eccome, ma è abbastanza raro incontrarlo perché i criminali informatici non sono stupidi e quindi concentrano efficientemente i propri sforzi sul prodotto più diffuso, cioè Windows. Ma siccome gli utenti Mac sono di solito piuttosto abbienti (se possono permettersi un Mac e i suoi accessori vuol dire di norma che hanno buone disponibilità di denaro), sono quindi un bersaglio appetibile per un tipo specifico di malware: il ransomware, quello che blocca i dati della vittima e vuole soldi per sbloccarli.

La società di sicurezza ESET segnala un caso da manuale di questa situazione: un malware denominato OSX/Filecoder.E oppure OSX/Filecoder.fs, distribuito da siti Bittorrent sotto forma di falsi crack per software piratato.

Un crack è un programma che toglie le protezioni anticopia a un altro programma (per esempio un programma commerciale) per consentire di installarlo senza pagare la licenza d’uso. In questo caso il malware finge di essere un crack per Adobe Premiere Pro CC 2017 oppure per Microsoft Office 2016. L’utente, pensando di fare un affare, scarica il crack e lo esegue: il malware, invece di sbloccare le applicazioni, inizia a cifrare i file presenti sul disco locale e sui dischi esterni e di rete (se montati) usando una password casuale di 25 caratteri e intanto deposita nelle cartelle cifrate un file di istruzioni che spiega che per avere la password che sblocca i file dell’utente bisogna pagare 0,25 bitcoin (circa 280 dollari).

Lo sblocco, dice il malware, richiede circa 24 ore, ma per chi ha fretta c’è l’opzione premium, che promette di sbloccare i file in dieci minuti se si pagano 0,45 bitcoin (circa 510 dollari). Ma è tutto un inganno crudele: questo ransomware, a differenza di altri, non trasmette ai suoi padroni la password utilizzata, e quindi è inutile pagare. La password non arriverà mai e i file resteranno cifrati.

A questo punto, se la vittima non ha una copia di scorta dei propri dati, li deve considerare persi per sempre. Una tenue speranza arriva da Intego, che segnala che questo ransomware è molto lento, per cui è possibile fermarlo spegnendo il computer durante l’esecuzione del finto “craccaggio” oppure usando un’utility di recupero dati, perché i file originali non cifrati vengono cancellati ma non sovrascritti e quindi sono recuperabili con prodotti come Data Rescue).

Un’altra soluzione parziale è creare una copia della situazione corrente, da conservare nel caso venga trovata in seguito una tecnica per decifrare i file (ogni tanto capita), ma nell’immediato i dati non sono recuperabili.

Storie come questa sono un promemoria potente dell’importanza dei backup periodici, e soprattutto del fatto che scaricare software piratato e presunti grimaldelli per usarlo a scrocco può essere disastroso oltre che illegale.


Fonti aggiuntive: Techradar, Tripwire.
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Stati o Storie in WhatsApp, Instagram, SnapChat, Facebook: la moda del momento

Credit: Salvatore Aranzulla
Ultimo aggiornamento: 2017/02/28 16:45.

Nei social network è scoppiata la mania delle “Storie”: sequenze di immagini, video, emoji e testi che si compongono man mano nel corso della giornata e poi si cancellano automaticamente 24 ore dopo la loro creazione iniziale. SnapChat, Instagram e Facebook le offrono già da tempo: ufficialmente da oggi 24 febbraio, ma in realtà da qualche giorno, le introduce anche WhatsApp, chiamandole però Stati (Status nella versione inglese).

WhatsApp in apparenza è l’ultimo arrivato in questo campo, ma in realtà lo Stato esiste in WhatsApp sin dal 2009 e anzi era la sua unica funzione, dato che l’app a quei tempi era concepita per far sapere a tutti come si stava. Era solo testo, senza immagini, ma c’era. Oggi lo Stato compare in una veste decisamente più moderna, visiva e adatta ai tempi. È un modo comodo e non invadente per tenere aggiornati gli amici su come sta andando la nostra giornata.

Per procurarsi questa novità occorre avere la versione più recente dell’app di WhatsApp, disponibile per Android, iOS e Windows Phone: la nuova voce Stato si trova in basso a sinistra, accanto a Chiamate, Fotocamera, Chat e Impostazioni.

Creare uno Stato in WhatsApp è semplicissimo: si tocca l'icona Stato e si scatta una foto o si registra un video (oppure li si prende già fatti dalla propria galleria). Per aggiungere una foto o un video a uno Stato già iniziato, si tocca Stato e si poi tocca l’icona di aggiornamento in alto a destra. Esaminando il proprio Stato si può vedere un contatore di quanti lo hanno già visto: toccando l'occhio accanto al contatore si può sapere esattamente chi ha visto lo Stato e si può anche cancellarlo.

Per vedere invece lo Stato di qualcun altro (se lo ha reso visibile a voi) vi basta toccare la voce Stato e poi scegliere il suo nome dall’elenco.

Anche gli Stati di WhatsApp, come tutte le comunicazioni effettuate con questa app, sono protetti dalla cosiddetta “crittografia end-to-end”, per cui in sostanza sono difficili da intercettare; è inoltre possibile scegliere a chi renderli visibili (per esempio a tutti i contatti della rubrica, a tutti tranne alcuni, oppure ancora soltanto a contatti selezionati). Mi raccomando, scegliete bene a chi decidete di rendere visibili i vostri Stati: per esempio, siete sicuri di volerli condividere tutti con i vostri colleghi di lavoro?

Quest’improvvisa passione di tutti i social network per gli Stati o le Storie non è casuale: le Storie sono infatti un punto di forza di SnapChat, concorrente di Instagram e di WhatsApp, per cui sembra proprio che Facebook (che possiede sia Instagram, sia WhatsApp) abbia deciso di stroncare Snapchat copiando la funzione prediletta di questo social network e offrendola ai propri utenti, che sono quasi 2 miliardi e si combinano con quelli di WhatsApp (1,2 miliardi mensili) e con quelli di Instagram, dove 150 milioni di persone pubblicano una Storia ogni giorno.

Riusciranno a reggere a quest’assalto massiccio i 156 milioni di utenti giornalieri di SnapChat? È proprio il caso di dire che è una... Storia tutta da scoprire.


Fonti: Ars Technica, Vincos.it, TechCrunch, Mashable, Salvatore Aranzulla
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Se la spia (del computer) fa la spia: estrazione di dati da un computer “air-gapped”

Il buon senso informatico dice che uno dei modi migliori per proteggere i dati presenti in un computer è isolare il computer da qualunque connessione. Se non è collegato alla rete locale o, peggio ancora, a Internet, dovrebbe essere impenetrabile.

Giusto, o quasi. Un computer completamente scollegato (in gergo “air-gapped”, ossia “isolato in aria”) è in effetti molto difficile da attaccare. Non per nulla isolare fisicamente i computer è una pratica molto comune a livello militare, governativo e commerciale per i sistemi più critici.  Ma un attacco non è impossibile, e un gruppo di ricercatori israeliani ha trovato e dimostrato un metodo decisamente creativo per sferrarlo: sfruttare le luci del disco rigido.

L’indicatore luminoso di attività di un disco rigido normalmente lampeggia durante l’uso del computer, e nessuno fa caso ai suoi bagliori intermittenti, per cui ai ricercatori del Centro di Ricerca per la Sicurezza Informatica dell'Università Ben Gurion del Negev è venuto in mente che questa luce è un segnale perfetto: una volta infettato il computer isolato (con un complice interno o con altre tecniche, come quelle usate dal malware Stuxnet nel 2010 per raggiungere e danneggiare i sistemi di controllo degli impianti nucleari iraniani), i dati da rubare vengono trasmessi codificandoli nei lampeggiamenti dell’indicatore luminoso, comandati dal malware. Questi lampeggiamenti sono una sorta di codice Morse luminoso e vengono captati a distanza da una telecamera. Un computer esamina le riprese e ne estrae i dati.

Il concetto è intrigante e sa di trovata da film, ma i ricercatori hanno architettato una dimostrazione pratica, descritta in un articolo tecnico e in un video: montano una piccola telecamera su un drone, che di notte si piazza in modo da vedere attraverso una finestra la luce del disco rigido del computer bersaglio.

Potrebbe sembrare un modo molto lento per estrarre dati, ma i ricercatori sono riusciti a trasmettere fino a 4000 bit al secondo (un megabyte in mezz’ora): più che sufficienti per trasmettere del testo o delle password o una chiave crittografica. A queste velocità, fra l’altro, il lampeggiamento del LED del disco rigido è talmente rapido da essere impercettibile all’occhio umano e la fuga di dati non lascia tracce.

Per fortuna le contromisure sono molto semplici: coprire il LED con qualcosa di opaco, orientarlo in modo che non sia visibile attraverso le finestre o (meglio ancora) collocare i computer essenziali in stanze prive di finestre. Ma bisogna avere l’accortezza di pensarci.

Una volta ti prendevano in giro perché mettevi il nastro adesivo sulla webcam, poi hanno capito che non era paranoia perché la si poteva davvero accendere di nascosto; chissà se adesso scoppierà la moda di tappare anche le lucette dei dischi rigidi. Ci sarà pure una ragione per cui quelle lucette si chiamano spie, no?

Fonti aggiuntive: Wired.
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Perché la Germania vuole distruggere tutti gli esemplari di una bambola?

Fonte: SZ.
Pochi giorni fa le autorità tedesche hanno diramato un ordine decisamente insolito: distruggere tutti gli esemplari di una bambola. Lo ha fatto l’Autorità garante delle telecomunicazioni della Germania (Bundesnetzagentur) perché la bambola in questione, chiamata Cayla, è per le norme tedesche un dispositivo di spionaggio. Ma come è possibile?

Di Cayla avevo già raccontato qui un paio di mesi fa, quando l’Ufficio europeo delle Unioni dei Consumatori aveva pubblicato le prime segnalazioni di violazioni della privacy e della sicurezza da parte di questa bambola interattiva e del suo cugino, il robot i-Que, entrambi fabbricati dalla Genesis Toys. Ma ora in Germania è stato diffuso l’invito ufficiale a distruggere la bambola perché usarla o possederla è addirittura illegale.

Questi giocattoli “smart”, infatti, si collegano senza fili, tramite Bluetooth, a un telefonino e da lì si connettono a Internet; hanno un microfono nascosto che ascolta le parole dei bambini, che vengono registrate e trasmesse via Internet alla Nuance Communication, un’azienda specializzata nel riconoscimento vocale. Presso la Nuance le parole ascoltate vengono convertite in testo, che viene usato per generare delle risposte automatiche, pronunciate quasi istantaneamente dalla bambola o dal robot, creando l’illusione di un dialogo. Cayla e i-Que, insomma, sono una sorta di Siri incorporata in un giocattolo.

Il problema di questi giocattoli è che non hanno alcuna protezione contro le intrusioni, per cui un malintenzionato può semplicemente usare uno smartphone generico per collegarsi alla bambola – non c'è nessun codice PIN da digitare per farlo – e ascoltare a distanza (una decina di metri) quello che viene detto nelle vicinanze del giocattolo e per esempio circuire o molestare un bambino.



Può anche essere usata per sbloccare una serratura comandata a voce o per attivare qualunque altro oggetto comandabile a voce:



In altre parole, la bambola Cayla agli occhi delle autorità tedesche è una cosiddetta “cimice”: un radiomicrofono dissimulato in un oggetto comune, che non rivela esplicitamente la propria funzione di dispositivo d'ascolto. E questo genere di oggetti è vietato severamente dalla legge tedesca, memore della terrificante sorveglianza di massa effettuata dai governi della Germania nazista e della Germania Est prima della riunificazione.

Cayla è stata già tolta dal mercato in Germania, e non è il primo oggetto del genere a subire questa sorte. Le autorità tedesche hanno dichiarato che al momento non sono previste sanzioni per chi ha acquistato la bambola e che spetterà ai genitori renderla innocua, per esempio togliendole le batterie.

A livello europeo, e quindi anche in Italia, le norme sui registratori o microfoni dissimulati non sono così severe, ma resta il fatto che Cayla e i-Que sono giocattoli digitali privi di qualunque sicurezza informatica e captano le conversazioni domestiche per mandarle a un’azienda estera. Anche con le migliori intenzioni del mondo, abituare i nostri figli a crescere con un microfono sempre acceso in casa probabilmente non è un’idea molto “smart”.


Fonti aggiuntive: BBC; BoingBoing; SZ; La Stampa; Codacons.
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Magie in Javascript minimalista

Ultimo aggiornamento: 2017/02/24 23:30.

JavaScript è un linguaggio potente e abbastanza facile da usare per ottenere molti effetti pratici per pagine interattive. Ma è difficile immaginarlo come linguaggio per creare arte. Difficile, perlomeno, finché non si visitano siti come Dwitter.net.

Dwitter.net è semplicemente una collezione di Javascript che creano animazioni o forme geometriche complesse, e già così è affascinante. Ma ha una regola particolare: tutti gli effetti devono essere ottenuti usando non più di 140 caratteri di JavaScript.

Nonostante questo limite, i risultati sono a dir poco ipnotici: in 140 caratteri c’è persino una versione di Life, il gioco di “vita sintetica” o automa cellulare che imita i comportamenti delle forme viventi, oltre ad animazioni geometriche colorate di tutti i generi che rispecchiano proprietà matematiche di tutti i generi, frattali compresi.

Come se non bastasse, Dwitter.net presenta il codice JavaScript usato per ciascuna animazione in una forma modificabile in modo interattivo: in pratica potete cambiare i valori e le istruzioni di un’animazione e vedere in tempo reale che effetto hanno le vostre modifiche. Un modo semplice e accattivante per avvicinare e avvicinarsi a questo linguaggio così fondamentale per il funzionamento di Internet.
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A che punto è la Tesla Model 3, l’auto elettrica “economica”?

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi per incoraggiarmi a scrivere ancora. Ultimo aggiornamento: 2017/02/26 00:40.

Avvertenza: prima di fare domande nei commenti, leggete le risposte alle domande più frequenti che ho già scritto. Grazie.

Molti di voi mi hanno chiesto come sta andando la mia prenotazione della Tesla Model 3, l’auto elettrica che dovrebbe trasformare il mercato con la sua autonomia (circa 340 km), la sua ricarica veloce (circa 40 minuti per un “pieno”) e il suo prezzo non economico ma abbordabile (35.000 dollari nel modello base). Ieri sono stati annunciati alcuni dati ufficiali, per cui vale la pena di tornare sull’argomento e riepilogare quello che è successo dal 2 aprile scorso, quando ho fatto la prenotazione.

L’azienda Tesla Motors ora si chiama Tesla e basta; ha acquisito SolarCity, grande produttrice di pannelli solari, e la tedesca Grohmann, specializzata in automazione spinta della produzione; ieri ha pubblicato i risultati del quarto trimestre 2016 e dell’anno scorso, dichiarando ricavi nel 2016 per 7 miliardi di dollari (+73% rispetto al 2015) con perdite per circa 700 milioni. La strada per il pareggio, insomma, è ancora lunga, e la sfida per trasformarsi da una fabbrica di auto di lusso a tiratura limitata a un produttore di massa è ancora tutta da vincere. Ma i soldi per proseguire, dice Elon Musk, ci sono: ancora 3,1 miliardi di dollari in cassa.

Secondo quanto annunciato da Tesla, la fabbricazione dei prototipi della Model 3 è iniziata questo mese (qui la prima immagine “rubata”) e i primi crash test sono già stati effettuati. La produzione “limitata” iniziale di serie della Model 3 partirà a luglio di quest’anno e raggiungerà volumi elevati entro settembre, con l’obiettivo di arrivare a 5000 esemplari a settimana entro fine 2017 (secondo le dichiarazioni di Elon Musk raccolte da Teslarati, 1000/settimana a luglio, 4000/settimana ad agosto, 5000/settimana a settembre) e 10.000 a settimana entro il 2018. Il debutto sul mercato della Model 3 avverrà “nella seconda metà dell’anno”.

Queste stime pongono limiti massimi alle produzioni annuali per il 2017 e 2018: nel caso (del tutto ipotetico) di una produzione a pieno regime dall’inizio, verrebbero fabbricate al massimo 130.000 Model 3 nel 2017 e 520.000 nel 2018. A titolo di confronto, in tutto il 2016 Tesla ha prodotto 83.922 auto, specificamente Model S e X (+64% rispetto al 2015). Questi numeri danno un’idea della difficoltà di ottenere un’espansione così rapida. Fra l’altro, gli ordini di questi modelli di lusso vanno a gonfie vele, con il 49% in più nel quarto trimestre 2016 rispetto allo stesso periodo nel 2015.

Non si sa quante siano attualmente le prenotazioni per la Model 3: Elon Musk ha preferito non dichiarare cifre specifiche perché, dice, “la gente interpreta troppo questa cosa”, ma sono oltre 400.000. Oltre diecimila provengono da dipendenti Tesla o SpaceX, che avranno la priorità su tutti (e faranno da cavie) e potranno cominciare a configurare online il proprio esemplare poco prima di luglio 2017. La presentazione ufficiale dell’auto, nella sua forma definitiva, è ora prevista per luglio anziché marzo-aprile; dopo la presentazione, il configuratore online sarà disponibile al pubblico generico. Alla luce di questi dati, mi aspetto di poter configurare l’auto a luglio 2017 e di poterla forse ricevere a metà del 2018. Sapevo che l’attesa non sarebbe stata breve e non ho fretta.

Si stima che il pacco batterie della Model 3 abbia una capacità di circa 55 kWh nel modello base, ed è stato visto un prototipo con doppio motore e pacco batterie da 70 kWh, ma Musk ha dichiarato ieri che si aspetta che la Model 3 abbia in media un pacco da 60-70 kWh.

Nell’ambito della semplificazione rispetto alle costose Model S e X, la Model 3 non avrà le famose maniglie retrattili che escono automaticamente quando ci si avvicina all‘auto, ma userà una soluzione differente.

Intanto procede spedita la costruzione in Nevada della Gigafactory, ossia lo stabilimento gigante ad elevata automazione nel quale viene costruita la Model 3 (la “macchina che fabbrica la macchina”, come la chiamano in Tesla). Da gennaio, parte dello stabilimento è già in uso per la produzione in massa delle batterie di nuovo formato, le 2170, che vengono già installate negli accumulatori per uso domestico (Powerwall) e verranno usate per le Model 3 (la produzione delle Model 3 avverrà anche nello stabilimento “normale” a Fremont). Entro fine anno verranno annunciate le sedi di almeno altre due Gigafactory.

La rete di ricarica rapida Supercharger si sta espandendo e trasformando: per evitare abusi da parte di utenti che lasciano l’auto parcheggiata presso il punto di ricarica anche dopo che è finita la carica, Tesla ha introdotto una “tariffa di occupazione” di 35 eurocent al minuto (con una tolleranza di cinque minuti). Inoltre, come previsto, le Model 3 non avranno la ricarica gratuita a vita, ma la pagheranno se e quando la useranno: lo stesso vale anche per le Model S e X vendute dal 15 gennaio 2017 in poi. Per tutte le auto Tesla ci sono inoltre 400 kWh/anno, circa 1600 km, di carica gratuita).

Le prestazioni delle auto Tesla già in produzione hanno raggiunto ormai livelli quasi assurdi: gli esemplari di punta della Model S accelerano da 0 a 100 km/h in 2,27 secondi, stracciando anche le più costose supercar milionarie a benzina. Accelerazioni paurose di questo genere sono un ottimo veicolo pubblicitario per togliere dall’opinione pubblica l’idea che le auto elettriche debbano essere mortificanti da guidare, ma non hanno alcuna utilità pratica nell’uso quotidiano. Invece aumenta l’autonomia, con le versioni 100D che arrivano a 540 km (stima EPA).

La guida assistita (Autopilot) è stata inoltre scagionata per quanto riguarda il ben noto incidente mortale in Florida: le indagini hanno appurato che il conducente non stava guardando la strada e non è intervenuto sui freni anche quando l’ostacolo mortale (un camion di traverso a un’intersezione autostradale) era ben visibile. L’ente statunitense NHTSA ha anzi indicato che l’introduzione dello sterzo assistito (Autosteer) ha ridotto di quasi il 40% gli incidenti delle Tesla.

A proposito di sicurezza, Ars Technica nota che Tesla, senza grande clamore e anzi un po’ in sordina, sta introducendo un pacchetto assicurativo, creato insieme ad alcune compagnie assicurative, concepito specificamente per i neoproprietari Tesla, argomentando che se una Tesla è più sicura degli altri veicoli grazie alla guida assistita, le assicurazioni dovrebbero tenerne conto. Altre info sul tema sono qui.

La concorrenza, nel frattempo, non è rimasta a guardare: sto tenendo d’occhio la Chevrolet Bolt, o Opel Ampera-e, che è già in commercio (in tiratura limitata e solo in alcuni paesi) e ha un’autonomia realistica di quasi 500 km con un prezzo di circa 38.000 dollari. È decisamente interessante, anche se ha il limite di una ricarica relativamente lenta che penalizzerebbe parecchio i viaggi molto lunghi e non ha il software aggiornabile senza visite in officina. Trovate maggiori dettagli qui.


Fonti aggiuntive: Teslarati, CNBC, Electrek.
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Che rumore fa un’auto elettrica quando è “a tutto gas”?

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Molti appassionati di automobili si lamentano che le auto elettriche non hanno la poesia del motore rombante. In effetti il V12 Merlin di uno Spitfire, sentito dal vivo, è una sinfonia irripetibile, e lo stesso vale per molti motori di auto ad alte prestazioni. Con un’automobile a benzina è facile far sentire, da fermi, il rombo del motore: la metti in folle e premi l’acceleratore. Ma con un’auto elettrica?

Normalmente il rumore dei motori di un’auto elettrica viene coperto dal fruscio del vento relativo. Ma in questo video una Tesla Model S P100D Ludicrous Plus viene messa su rulli dinamometrici per una serie di test, per cui possiamo sentire che rumore fa quando viene lanciata “a tutto gas” (da 4:10 in poi) senza l’interferenza del vento relativo. Notate l’accelerazione spaventosamente rapida.

Non so voi, ma a me fa venire in mente un caccia a reazione. O l’auto a turbina del Comandante Straker di UFO. In entrambi i casi, credo che mi accontenterei.

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“Conferenza stampa straordinaria” della NASA il 22/2? Calma: gli alieni non c’entrano


Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi per incoraggiarmi a scrivere ancora. Ultimo aggiornamento: 2017/02/22 21:38.

A proposito della "conferenza stampa straordinaria" indetta per domani (22 febbraio) dalla NASA, frenate i vostri entusiasmi, specialmente se siete ufologi: come consueto, i dettagli della conferenza stampa (immagine qui accanto) sono già stati comunicati ai giornalisti accreditati, con richiesta di tenerli riservati fino al 22 febbraio alle 19 ora italiana.

Rispetterò la richiesta di embargo, citando soltanto quanto già annunciato dalla NASA, ma vorrei tranquillizzare gli scalmanati: no, non è stata scoperta la vita su un altro mondo, non stanno per arrivare gli alieni sulla Terra, non sono state scoperte le prove che gli UFO sono visitatori da un’altra dimensione, la sonda Voyager non ha inviato verso Terra messaggi in lingue sconosciute captate negli abissi interstellari ed Elvis Presley non è stato fotografato nudo su Marte.

Per ora posso solo dire che si tratta di una bella notizia astronomico/spaziale e citare la NASA, che parla già pubblicamente di “scoperta al di fuori del nostro sistema solare... riguardante pianeti che orbitano intorno a stelle diverse dal nostro Sole, noti come esopianeti.”

Quindi datevi una calmata, fufologi e complottisti, e cogliete invece l’occasione per scoprire come funziona realmente la diffusione delle notizie nella scienza e capire che tenere segreta una grande scoperta scientifica è praticamente impossibile.

Funziona così: i giornalisti che si occupano di scienza, come il sottoscritto, possono chiedere di ricevere in anteprima le notizie scientifiche. Basta inviare una richiesta apposita a servizi come EurekAlert, dimostrare di scrivere articoli scientifici (nel mio caso, quelli su Le Scienze), firmare un accordo di riservatezza, e il gioco è fatto: arrivano via mail le notizie con qualche giorno d’anticipo rispetto alla divulgazione. Il servizio è gratuito.

Perché si fa così? È una congiura del silenzio? No, è semplicemente una questione di praticità e coordinamento. Chi vuole assistere di persona alla conferenza stampa che copre la notizia deve avere il tempo di prenotare un viaggio in treno o in aereo per raggiungere il luogo della conferenza; chi deve preparare gli articoli deve avere il tempo di scriverli; chi li impagina deve avere il tempo di farlo e deve avere le immagini di accompagnamento; chi stampa e distribuisce giornali e riviste deve avere il tempo di stampare e distribuire.

Non solo: si chiede l’embargo in modo che nessun giornalista “bruci” la notizia e faccia un finto scoop anticipando a tradimento i colleghi. È una scorrettezza che spesso si paga cara: chi non la rispetta rischia di non ricevere più le anteprime e quindi di essere tagliato fuori.

Se vi iscrivete, non aspettatevi notizie sensazionali a getto continuo: quasi tutto quello che ricevo nelle anteprime di stampa è di una noia mortale. L’unica cosa divertente, a volte, è vedere come gli autori cercano di pompare i propri articoli usando titoli con giochi di parole o riferimenti al cinema al limite della disperazione.

Se volete saperne di più, potete leggere questo articolo di Cattivamaestra.it.

In sintesi: qualunque scoperta significativa deve circolare così tanto fra gli addetti ai lavori, puramente per motivi tecnici, che immaginarsi colossali bavagli collettivi di lunga durata è segno che avete visto troppi brutti film di fantascienza. Provate a guardare quelli belli (come Arrival) e a leggere qualche rivista scientifica invece di imbambolarvi davanti ai deliri di qualche Youtubero che non è mai cresciuto.


2017/02/22 21:38


L’embargo è finito e la notizia è ormai di dominio pubblico (leggete la versione dell’ESO in italiano): un gruppo internazionale di astronomi ha trovato un sistema solare, a 40 anni luce dalla Terra, che include ben sette pianeti di dimensioni simili a quelle della Terra. Tre di questi pianeti si trovano nella fascia di abitabilità della stella nana intorno alla quale orbitano, in condizioni che consentirebbero la presenza di acqua liquida e di oceani. Questo non vuol dire che siano abitabili o abitati o che abbiano un clima come quello terrestre: Venere, per esempio, è di tipo terrestre, ma è un inferno con temperature al suolo di 400°C e oltre.

La scoperta è interessante perché è la prima volta che vengono trovati sette esopianeti di tipo terrestre intorno a una medesima stella. La stella, denominata TRAPPIST-1, è molto piccola (l’8% del nostro Sole, poco più grande di Giove) e dalla Terra si vede nella costellazione dell‘Acquario. Le piccole dimensioni della stella consentono ai suoi pianeti di orbitare vicinissimi ad essa (se questi mondi orbitassero intorno al Sole, starebbero tutti ben all'interno dell’orbita di Mercurio, il pianeta più vicino al Sole).

Va chiarito che non abbiamo immagini di questi mondi: per ora sappiamo solo che esistono perché gli astronomi hanno rilevato il loro passaggio davanti alla loro stella (dal nostro punto di osservazione), che ha ridotto lievemente la luminosità della stella. Tutte le immagini che vedrete in circolazione sono illustrazioni basate su ipotesi. Per conoscere dettagli della superficie e delle atmosfere di questi mondi bisognerà attendere la prossima generazione di telescopi, già in costruzione.

Come dicevo, è una bella scoperta, ma non è nulla di sconvolgente o misterioso.
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Trump, attaccato il suo sito per ricevere donazioni, ma sembra un atto di vandalismo dilettantesco

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Poche ore fa il sito secure2.donaldjtrump.com, che raccoglie le donazioni per Donald Trump, è stato violato inserendo una pagina di rivendicazione, mostrata qui sotto. Il messaggio che contiene dice “Hacked By Pro_Mast3r ~ / Attacker Gov / Nothing Is Impossible / Peace From Iraq”.


Su Twitter, @pwnallthethings ha segnalato la violazione e ha notato che il sito è in realtà ospitato su Pantheonsite.io ed è gestito tramite WordPress:





Il codice sorgente della pagina è questo:


Non contiene codice ostile ma contiene un link a un Javascript, che però non esiste all’URL linkato. È strano che un aggressore violi un sito così in vista come quello di Trump senza controllare se il codice che sta caricando funziona o no: un comportamento molto dilettantesco. Di questo script ci sono copie in Archive.org, anche se la più recente che ho trovato risale al 31 luglio 2014:

Lo script sembra un generatore di fiocchi di neve ed è "firmato" da btinternet.com/~kurt.grigg/ (oggi inesistente). Un lettore, @AronFiechter, l’ha provato e gli risulta essere proprio un generatore di un'animazione che crea l’illusione di una nevicata sullo schermo. Inoltre un altro lettore, @simoneborgio, ha notato che il nome del file, salju, significa neve in indonesiano. Questo è il codice:


Il sito che ospita l’immagine presente nella pagina di defacement è invece ospitato su quello che @simoneborgio ritiene sia un hosting comune in lingua araba:



Il fatto che la “rivendicazione” sia generica e che il Javascript linkato non funzioni sembra indicare un attacco non mirato e non professionale; è possibile che si tratti di un attacco automatizzato a tutti i siti che usano WordPress e non hanno ancora installato le ultime correzioni di sicurezza. Ma questo fa pensare che per violare il sito di Trump basta un dilettante.


Fonti aggiuntive: Ars Technica.
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SpaceX decolla dalla storica Rampa 39A e atterra sulla terraferma: foto, video

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Credit: SpaceX.

Dopo un rinvio di 24 ore, un vettore Falcon 9 di SpaceX è partito per la prima volta dalla storica Rampa 39A del Kennedy Space Center, quella dalla quale partì la missione Apollo 11 che nel 1969 portò sulla Luna i primi esseri umani.

Nell’ambito della missione CRS-10, il vettore ha trasportato in orbita una capsula Dragon che recapiterà circa 2500 kg di rifornimenti ed esperimenti alla Stazione Spaziale Internazionale (compresi 40 topolini vivi per la ricerca medica sulla rigenerazione ossea).

Nove minuti dopo il lancio, il primo stadio del Falcon 9 è rientrato ed è atterrato verticalmente con precisione sull’apposita piazzola di atterraggio di SpaceX presso la base militare di Cape Canaveral, a pochi chilometri di distanza dal punto di decollo. Per SpaceX è il terzo atterraggio su terraferma in assoluto (dopo Orbcomm-2 il 22 dicembre 2015 e CRS-9 il 18 luglio 2016) e il primo su terraferma diurno. Spettacolare.

Altre ottime foto dell’atterraggio sono su Spaceflight101.








Fonti: Spaceflight 101; Elon Musk; SpaceX; VideoFromSpace; SpaceX.
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Nel prossimo Star Wars “Jedi” è plurale; gli effetti speciali di Rogue One

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Noticina domenicale per iniziare la giornata con qualcosa di leggero: quando è stato annunciato che il titolo del prossimo film della saga di Star Wars sarebbe stato The Last Jedi è nato subito un dubbio: singolare o plurale? In inglese, con questa costruzione della frase, non è possibile capirlo. Il vecchio Luke Skywalker era forse davvero l’ultimo Jedi?

Quest’ambiguità, sulla quale molti fan si sono sicuramente arrovellati ossessivamente, è stata risolta con l’annuncio delle traduzioni in altre lingue. In francese si intitolerà Star Wars: Les Derniers Jedi, in tedesco Star Wars: Die Letzten Jedi e in spagnolo Star Wars: Los Últimos Jedi. Questo è un tweet ufficiale:



Intanto godetevi questi spezzoni della realizzazione degli effetti speciali di Rogue One, che per me è stato uno dei più bei film della saga, al pari della trilogia originale, sia come storia, sia come impatto visivo. Questi video non rendono bene quanta fatica ci sia dietro la costruzione minuziosa dei mondi digitali, ma perlomeno chiariscono quanto siamo ormai costantemente ingannati in modo perfetto dagli effetti speciali, tanto da non accorgerci che anche gli oggetti normali (e a volte gli attori stessi, in Rogue One) sono in realtà sintetici.

I miei momenti “wow” in questi spezzoni sono il gigaschermo reale costruito intorno agli abitacoli per creare gli effetti di luce riflessa corrispondenti alla scena e la “cinepresa virtuale” in mano al regista Gareth Edwards, che gli consente di scegliere interattivamente le inquadrature in un set inesistente. Tecnologie lanciate da Gravity e Oblivion e rispettivamente da Avatar e ora maturate abbastanza da rendere la battaglia di Scarif in Rogue One una delle più credibili ed eleganti in assoluto. Buona visione.



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Oggi SpaceX tenta il decollo per la prima volta dalla storica Rampa 39A usata per la Luna

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Oggi alle 10:01 EST (16:01 CET/ora italiana, se ho fatto bene i conti) SpaceX lancerà un vettore Falcon 9 destinato a portare un veicolo cargo Dragon alla Stazione Spaziale Internazionale. Sarà la decima missione di rifornimento della Stazione effettuata da SpaceX e la prima a partire dalla storica Rampa 39A del Kennedy Space Center, in Florida, quella usata per quasi tutte le missioni Apollo che portarono i primi esseri umani sulla Luna.

Dopo aver lanciato la capsula Dragon verso la Stazione, il primo stadio del vettore Falcon 9 tenterà un rientro controllato sulla terraferma, in un’apposita zona di atterraggio nella vicina base militare di Cape Canaveral.

La finestra di lancio è istantanea: in caso di rinvio, la prossima occasione sarà l’indomani alle 9:38 EST (15:38 CET). Qui sotto trovate il video della diretta in streaming.



Aggiornamento


Il lancio è stato annullato a soli 13 secondi dal decollo a causa di un segnale di possibile malfunzionamento del secondo stadio: si ritenta domani.
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Le Scienze e il pane dall’aria

Ultimo aggiornamento: 2017/02/18 13:30.

Sul numero 582 di Le Scienze, in edicola adesso, trovate anche un mio articolo intitolato Creando pane dall’aria, dedicato a una delle rivoluzioni tecnologiche forse più dimenticate e trascurate: il processo Haber-Bosch. Il nome non vi dice nulla? Appunto. Eppure probabilmente siete vivi grazie a questo processo.

Elenco qui alcune fonti online di approfondimento, che per ragioni tipografiche non possono trovare spazio nell’edizione cartacea:

Hypoxia and Eutrophication, NOAA

What is a dead zone?, NOAA

The Agronomy Guide: Nitrogen Fertilizers, PennState

Fritz Haber: criminale o benefattore?, Oggiscienza

Fritz Haber’s Experiments in Life and Death, Smithsonian
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Podcast del Disinformatico del 2017/02/17

È disponibile per lo scaricamento il podcast della puntata di ieri del Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera. Buon ascolto!
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Google Brain “ricostruisce” le immagini mascherate con i quadrettoni

A prima vista è un risultato spettacolare: Google ha pubblicato una dimostrazione di un software in grado (almeno in apparenza) di ricostruire i dettagli di un volto mascherato usando la tecnica dei “quadrettoni”, come mostrato qui accanto. A sinistra c’è l’immagine mascherata, al centro c’è la ricostruzione e a destra c’è il volto originale.

In realtà la “ricostruzione” è un tentativo basato su un repertorio di immagini simili: non c’è nessuna garanzia che il volto ricostruito corrisponda all’originale, anche se gli somiglierà parecchio.

Il problema di questa tecnica è che crea l’illusione “alla CSI” che si possano ottenere ingrandimenti strabilianti dalle immagini più sgranate, come appunto ha fatto CSI in alcune puntate particolarmente inverosimili: questi miracoli continuano ad essere tecnicamente impossibili, ma c’è il rischio che un giudice o una giuria che fraintendono il funzionamento di questo nuovo software pensino di avere davanti agli occhi il volto reale di un sospettato. In circostanze meno drammatiche, comunque, quest’elaborazione potrebbe rendere più gradevoli le foto di famiglia sfuocate o sgranate. È proprio il caso di dire che staremo a vedere.
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PewDiePie mollato da Disney e YouTube per video “antisemiti”

Ultimo aggiornamento: 2017/02/18 7:50.

Grossi guai per PewDiePie (Felix Kjellberg), un popolarissimo Youtuber ventisettenne che vanta 53 milioni di iscritti ai suoi canali video e oltre 9 milioni di seguaci su Twitter e ha incassato (secondo Forbes) la bellezza di 15 milioni di dollari nel 2016: ha appena perso un contratto multimilionario con YouTube e Disney, che prevedeva fra l’altro una serie televisiva via Web di cui PewDiePie sarebbe stato il protagonista principale.

La ragione di questi guai è che PewDiePie ha incluso nei propri video varie immagini filonaziste e antisemite che, tolte dal loro contesto, sono state interpretate dai gruppi neonazisti come una sorta di messaggio in codice di sostegno ai loro deliri razzisti. Il Wall Street Journal le ha segnalate alla Disney, che ha definito “inadatti” i video in questione, che avevano totalizzato 13 milioni di visualizzazioni.

Uno degli spezzoni di video più contestati è quello dell’11 gennaio scorso, in cui PewDiePie mostra due persone indiane che reggono uno striscione con uno slogan violentemente antisemita e ridono (i due uomini hanno dichiarato di non sapere cosa significasse lo striscione). Lo Youtuber dice di averlo realizzato perché voleva dimostrare l’assurdità di siti come Fiverr, dove si può chiedere ad altri utenti Internet di fare qualcosa in cambio di un minimo di cinque dollari.

Ma il risultato è stato non solo la perdita del contratto con Disney e la rimozione da YouTube di due suoi video : come se non bastasse, PewDiePie ha registrato un video nel quale dice “se io facessi un video nel quale dico...” e prosegue, dopo uno stacco, dicendo frasi naziste con espressione seria, invitando gli ascoltatori a ripeterle. Tolte di nuovo dal loro contesto, queste frasi sono state celebrate ripetutamente da uno dei più seguiti siti neonazisti statunitensi (che non cito per non regalargli visibilità).

Felix Kjellberg ha scritto che non vuole in alcun modo sostenere “atteggiamenti d’odio di nessun genere”, ha pubblicato un video di scuse e ha dichiarato che “queste battute erano in ultima analisi offensive” (Capitan Ovvio finalmente è riuscito a farsi sentire), ma al tempo stesso dice di essere vittima di un “attacco personale” dei media tradizionali.

L’accusa di neonazismo o di antisemitismo è forzata (il rimontaggio fuori contesto è evidente), ma di certo PewDiePie, se non gli è passato per la mente che fare “battute” antisemite poco dopo aver ottenuto un contratto con la Disney poteva forse andare storto ha fornito una spettacolare dimostrazione della regola di Internet “Think Before You Post” (“prima di postare, pensa”).