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35 commenti

Video: come contrastare le “fake news”

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Per un convegno tenutosi a Torino il 19 maggio scorso e dedicato al problema della disinformazione in Rete ho registrato questo intervento in video, visto che non potevo essere presente in carne e ossa. Sotto il video trovate il testo dell’intervento. Buona visione.


Buongiorno a tutti. Quando ho cominciato a occuparmi di bufale su Internet, tanti anni fa, si trattava di un problema tutto sommato semplice: le bufale erano quasi sempre disseminate da persone comuni, che si trovavano improvvisamente ad avere a disposizione un nuovo potere di comunicare e non si rendevano conto della responsabilità comportata da questo potere. Diffondevano le notizie false in buona fede, credendo che fossero autentiche, senza fermarsi a fare verifiche perché si fidavano dell'amico che gliele aveva mandate e perché queste notizie confermavano i loro pregiudizi. Gli utenti agivano in modo caotico, disorganizzato, individuale. Era l'epoca dei gattini bonsai, delle donazioni di sangue da fare per un bambino malato, della tassa sul modem, della cucciolata di golden retriever da adottare per non farli sopprimere. Ogni tanto c'erano le bufale di allarme sociale, come i coloranti cancerogeni nelle merendine o i negozi degli extracomunitari che avevano botole nei camerini per rapire le ragazze più attraenti e rivenderle come schiave nei paesi arabi, e c'erano anche bufale riguardanti i politici e i governanti. Ma i disseminatori di queste false notizie erano goffi e caotici, senza un piano, un leader o una guida che li coordinasse.

Per una vasta fetta delle persone comuni, per i non addetti ai lavori, la bufala o la fake news è ancora fatta così, basata su errori ed equivoci in buona fede, propagata dilettantescamente. In altre parole, non viene vista come un problema grave. Il termine stesso, “bufala”, suona frivolo e sminuisce il tema.

E questa è, a mio avviso, la prima sfida che dobbiamo porci: come possiamo informare il pubblico che la bufala non è più soltanto una bufala, ma è diventata una disinformazione studiata, pianificata, politicizzata ma anche commercializzata, che sposta opinioni, elezioni, scelte sanitarie e produce profitti enormi? Credo che servano urgentemente strumenti e canali di comunicazione di massa che smascherino e rivelino al grande pubblico il business della falsa notizia, del clickbaiting, dell'allarme pilotato per vendere paccottiglia.

Serve un modo per mettere in chiaro a tutti che la propaganda politica è solo una parte del problema, una parte per la quale peraltro abbiamo già da tempo sviluppato un po' di anticorpi della diffidenza, e che invece siamo indifesi verso questi nuovi meccanismi delle false notizie generate per puro tornaconto economico, con cinica indifferenza per le conseguenze e senza nessun intento ideologico che possa eventualmente giustificarle in quanto opinioni.

Meccanismi difficili da immaginare per un profano di Internet, come quelli dei giovani macedoni che hanno incassato cifre notevoli in inserzioni pubblicitarie di Google e Facebook pubblicando false notizie sulle recenti elezioni americane o quelli di un imprenditore italiano, documentati dal mio collega David Puente, che usavano siti con nomi simili a quelli di testate giornalistiche (il Fatto Quotidaino, Liberogiornale, News24tg, Notizie a 5 Stelle), finendo per ingannare anche politici e giornalisti e incassando sui clic pubblicitari generati dai loro titoli-shock.

La maggior parte delle persone, secondo la mia esperienza, non ha la minima idea dell'esistenza di queste fabbriche di fandonie e di questo modello di business e non sa che ogni volta che condivide una fake news sui social network genera incassi per i bufalari.

Se avete un modo per diffondere questa consapevolezza, uno concreto, per vaccinare la collettività contro questo nuovo veleno sociale, tiratelo fuori, e fatelo in fretta, vi prego. Perché secondo me questo fenomeno non si può contrastare soltanto con algoritmi o con leggi di tutela del diritto all'informazione corretta calate dall'alto, che anche nel migliore dei casi rischiano sempre di essere scambiate per censure: serve soprattutto la prevenzione di massa, come per le malattie, e la prevenzione si fa informando.

Chi fra voi lavora nei social network ha una responsabilità enorme in questo campo. Più che responsabilità, però, dovrei parlare più schiettamente di colpa. Per tanto tempo, e fino a pochi mesi fa (novembre 2016), Mark Zuckerberg minimizzava il problema, diceva che l'idea che le fake news su Facebook avessero influenzato le elezioni statunitensi attraverso la creazione di echo chamber, di casse di risonanza che esasperavano le polarizzazioni e le scelte politiche, era un'idea "folle"; adesso invece ha lanciato il Facebook Journalism Project, ha avviato alleanze con le organizzazioni di fact-checking e di debunking per contrassegnare e segnalare le notizie false, e ha pubblicato un decalogo antibufala (un po' misero, a dire il vero). Pochi giorni fa un rapporto di Facebook intitolato Information Operations and Facebook ha ipotizzato addirittura che il social network venga silenziosamente manipolato da alcuni stati o nazioni a scopo di sovversione politica. Ma meglio tardi che mai.

Ma restano ancora delle colpe gravi, a mio avviso. Faccio solo un esempio elementare: quando Facebook incorpora una fonte esterna, ne rimuove tutti i segni grafici distintivi e la rende uniforme a tutte le altre. Questa scelta grafica toglie al lettore tutti gli indicatori visivi della provenienza e della qualità di una notizia e rende molto più facile l’equivoco. Su Facebook, la notizia del sito bufalaro e quella del Corriere della Sera vengono visualizzate nello stesso modo: tutta l’attenzione è sull’immagine, enorme, accompagnata da un titolo e da due righe di testo iniziale dell’articolo. È sparita l’impaginazione originale, non c’è più il logo del giornale in evidenza, non c’è più il font differente che caratterizza un sito rispetto a un altro: è tutto uguale, indifferenziato, annacquato, omogeneizzato. E la cosa più importante, ossia l’origine della notizia, è relegata in un angolo, in basso, in caratteri piccoli e oltretutto grigi (con grande gioia, immagino, degli ipovedenti).

Faccio quindi una proposta: che Facebook aggiunga all’immagine il logo della testata (non il nome, ma il logo, quindi in forma grafica) in modo da dare al lettore un indicatore chiaro, intuitivo e ben visibile della provenienza di una notizia. Non risolverà il problema delle false notizie, ma almeno aiuterà gli internauti a non farsi ingannare, come invece capita spesso: non per stupidità, ma per semplice distrazione.

Ma c'è anche un altro problema importante dei social network in generale e di tutti i servizi online che fanno profilazione spinta dei lettori: proprio questa profilazione consente all'inserzionista di fare pubblicità mirata e differenziata per ciascun utente. Che cosa succede se l'inserzionista è il gestore di una campagna politica e usa questo potere di personalizzazione per campagne politiche?

Secondo Will Moy, direttore dell'organizzazione britannica di fact-checking Full Fact, c'è il rischio che una campagna politica possa inviare a persone diverse messaggi talmente personalizzati e differenziati da rendere impossibile qualunque monitoraggio esterno della loro correttezza. Uno spot elettorale in TV è uguale per tutti e verificabile: un annuncio elettorale su Facebook o Google può essere diverso per ogni singolo utente e visibile (e quindi verificabile) soltanto se il fact-checker fa parte del gruppo mirato giusto. Moy li chiama "dark ads", "messaggi pubblicitari oscuri", perché sfuggono a ogni controllo esterno e alle norme sulla correttezza pubblicitaria, e nota che la campagna Vote Leave della Brexit ha investito in impression pubblicitarie un miliardo di sterline: una cifra, dice Moy, che si spende solo se si crede che abbia la capacità di influenzare.

Sempre per i rappresentanti dei social network ho un altro spunto cruciale: come affrontare meglio la gestione dei messaggi d'odio, che sono spesso associati alle fake news o ne vengono alimentati. Gli Standard della Comunità di Facebook sono molto americani e mettono il diritto all'espressione sopra ogni cosa. Il risultato è che chi su Facebook offende, diffama o addirittura istiga pubblicamente ad atti di violenza contro qualcuno può continuare a farlo impunemente, perché se la vittima segnala questi messaggi a Facebook si sente rispondere che rispettano gli Standard della Comunità e quindi non vanno rimossi. Lo so perché li ho ricevuti anch'io, come tanti, e ho ottenuto proprio questa risposta. Questo è semplicemente inaccettabile: significa offrire un terreno favorevole all'odio.

In queste mie riflessioni sulle responsabilità legate alle fake news hanno un ruolo fondamentale anche i giornalisti, perché il successo delle notizie false è dovuto in parte anche ai media tradizionali. È troppo facile dare tutta la colpa a Internet e agli internauti ingenui. In realtà tanti giornalisti – non tutti, ma tanti – pescano a piene mani dalla Rete, senza verificare le fonti, e pubblicano bufale socialmente disastrose, come nei recenti casi di Stamina o di Report sulle vaccinazioni, rendendole autorevoli.

Di recente ho avuto l'onore di moderare uno dei tavoli di lavoro organizzati a Montecitorio su iniziativa della Presidente della Camera, specificamente quello dedicato ai rappresentanti dei media: direttori e vicedirettori di testate e agenzie ed editori sono stati praticamente unanimi nell'affermare che le notizie false sono un problema grave e allo stesso tempo che il crollo del mercato pubblicitario (o meglio, il trasferimento ingentissimo di risorse economiche dai media tradizionali alle piattaforme social e ai motori di ricerca) riduce la possibilità di investire in qualità. Questo innesca un circolo vizioso che ha fatto precipitare la credibilità dei media tradizionali e quindi spinge gli utenti a chiedersi perché pagare un giornale se contiene le stesse notizie che trovano online e soprattutto non offre qualità superiore.

Non voglio fare di tutt'erba un fascio, e sottolineo che ci sono eccellenze nel giornalismo italiano che meritano di essere riconosciute, ma nel mio lavoro di "cacciatore di bufale" vedo troppo, troppo spesso colleghi giornalisti incappare in notizie false che avrebbero potuto evitare con pochi clic del mouse. Esistono metodi di verifica rapidi e per nulla costosi che permettono di risalire alla vera fonte di una notizia, di escludere i siti notoriamente inattendibili, di verificare la datazione e l'autenticità di una fotografia (come per esempio Tineye.com), ma non vengono usati a sufficienza. Pochissime redazioni hanno una procedura standard per la gestione degli errori e delle correzioni: anzi, di solito la "correzione" consiste nel rimuovere l'articolo senza una parola di spiegazione. Il public editor, come intermediario per la qualità, è una figura rarissima. E vedo che prospera la cultura del copiaincolla acritico, senza chiedersi se la notizia è plausibile, senza cercare fonti o riscontri. Certo, le verifiche richiedono tempo e il tempo comporta un costo, ma anche la perdita di credibilità e autorevolezza ha un costo a lungo termine.

Ma la critica più forte che devo fare ai media tradizionali riguarda la diffusa riluttanza, anzi il vero e proprio fastidio, nei confronti di chi, lettore, spettatore o collega, segnala una bufala o un errore oppure chiede una rettifica. Ci si fa belli dicendo di avere adottato il fact-checking, ma alla prova dei fatti restano forti le vecchie cattive abitudini. Non si corregge una notizia falsa, perché l'ha scritta un amico, o non la si rimuove online perché sta portando tanti clic. I lettori esperti in una materia, che portano prove documentali rigorose a supporto delle proprie segnalazioni d'errore, sono una risorsa gratuita e preziosa per una testata: trattarli a pesci in faccia, o semplicemente ignorarli come vedo accadere spesso, è una perdita per tutti.

Cambiare questi comportamenti e questi atteggiamenti non richiede investimenti ingenti: richiede fondamentalmente volontà. Il mondo del giornalismo si trova di fronte a dei concorrenti senza precedenti, organizzati e con un portafogli ben fornito, che rischiano di travolgerlo lasciando dietro di sé il nulla. Spero che la percezione di questo pericolo spinga a migliorarsi concretamente invece che ad abbandonarsi a proposte di assimilazione o adagiarsi in nostalgici tentativi di recuperare per legge una credibilità che invece va conquistata sul campo e mantenuta giorno dopo giorno. Grazie e buon lavoro a tutti.
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Commenti (35)
Occorre un vaccino contro le "intelli-bufale" dei siti o blog sciacalli.
Non so come implementarlo, anche perchè ho lavorato per undici ore e sono stanco.
Ma occorre.
92 minuti di applausi...
MarcoT dov'e' il pulsante "like" su blogspot? :D
Un possibili suggerimento (sempre che non sia già implementato) potrebbe essere la certificazione ISO9001 per la gestione delle non conformità. L'azienda per cui lavoravo acquistava autorevolezza sul mercato (ove non fosse già obbligatoria per partecipare alle gare). Lo stesso potrebbe essere per i siti di informazione nella la verifica delle fake news.
In realtà le parole "Influenzare le elezioni politiche" sono quantomai vaghe ed astratte.

Cioè, se Putin avesse deciso di farsi fotografare a farsi una nuotatina fra i ghiacci del polo nord, avrebbe dato una carta da giocare a quelli che: "Putin è un figo, egli è cintura nera di Judo, e questo cambia tutto."

Che poi questi siano geni o idioti è un altro discorso.

Ora, il modo in cui oggidì si diffonde l'informazione (vera o falsa che sia) cambierà le procedure dei politici.

Detto questo, difendersi dalle bufale si compone di due aspetti. Uno è quello di cui parliamo spesso, cioè il riconoscerle, non cascarci, non dare i nostri soldini a chi vuole turlupinarci.

L'altro aspetto delle bufale è... come difendersi quando siamo l'oggetto della bufala, o in questo caso si può usare la parola "calunnia"

L'unico modo che mi viene in mente per chi si trova in una situazione in cui la sua credibilità è importante è quello di comportarsi in modo tale che la bufala di turno appaia inverosimile.
Una valida alternativa è frequentare un ambiente in cui non interessi se la bufala è reale o no.

Tornando alle parole "Le bufale influenzano le elezioni", una bufala può anche essere un modo di mettere alla prova un candidato.

Cerco di costruire un esempio quanto più astratto possibile: un candidato sta spiegando il suo programma, ed alla fine chiede:
"ci sono domande?"
Un uomo (chiamiamolo Pippo, perchè poi servirà nominarlo.) in fondo alza la mano, gli viene porto il microfono e chiede: "Pocanzi ho spaccato un finestrino della sua automobile, ho aperto la sua ventiquattrore e dentro c'era un pollo di gomma con una carrucola in mezzo!"
Il candidato si infuria e tuona: "Villanzone! La mamma non ti ha detto che non si fruga nelle borse altrui, neanche quando sono affidate alla pubblica fede?"

Qualcuno (tizio) chiede: "Scusi, signor candidato, al momento ci piacerebbe sapere perché c'era un pollo di gomma con la carrucola in mezzo nella sua ventiquattrore."
Caio chiede a Tizio: "Ma la villanzoneria di Pippo non ti fa bollire il sangue? come puoi credere alle parole di un simile villanzone?"

Tizio risponde: "Certamente, ma se ha evidenziato l'esistenza del PDGCLCIM, la domanda esige una risposta, poi un copertone, due galloni di benzina ed un accendino per cremare Pippo possiamo trovarli in qualsiasi distributore di benzina, quello non è un problema."

Qualunque cosa possiamo pensare di quel villanzone di Pippo non cambia il fatto che i politicanti devono rendersi conto che le regole che son andate bene per 300'000 anni stan cambiando, e che l'idea di continuare a giocare con quelle regole potrebbe non essere realistica.
Anch'io ho pensato come Lorenzo che invece di bollare i giornali che pubblicano fake news se si premiassero quelli che invece lavorano bene, con qualche forma di riconoscimento si avrebbe probabilmente un risultato migliore, mio figlio mi ha fatto tuttavia notare che dovrebbe essere una cosa fatta seriamente, non basata per esempio da valutazioni degli utenti che potrebbero essere comprate o pilotate

Per il resto Bravissimo Paolo... sei un grande...

Se i pubblicatori di fake news, o bufale, o balle (come si chiamavano semplicemente una volta), sono dei delinquenti, allora come definire chi gli fornisce i canali per farlo? Terroristi? Kim-Yong-Al-Zarqerberg? Non dimentichiamoci che per ogni centesimo che google, facebook e chiunque altro elargiscono ad un bufalaro, loro quelle pubblicità se le sono rivendute a 50 volte tanto, come minimo.
Secondo Paolo le buone bufalette di una volta, quelle fatte così, tanto per fare, si sono trasformate in "disinformazione studiata, pianificata, politicizzata ma anche commercializzata, che sposta opinioni, elezioni, scelte sanitarie e produce profitti enormi". Ed è vero, però questa stessa definizione calza a pennello anche per il sistema mass-mediatico a cui tutti siamo stati esposti per lo meno nell' ultimo quarto di secolo, con l'unica differenza che ciò che prima era appannaggio di poche centinaia di soggetti (che a loro volta facevano e tuttora fanno riferimento a poche decine di interessi forti), ora è diventato alla portata di tutti, con il non trascurabile (ancorchè paradossale) effetto collaterale di aver diminuito l'efficacia della propaganda. Infatti, quando senti tutto e il contrario di tutto, finisce che non credi più a niente. Non è che debba essere un male per forza.
Ciao Paolo come si potrebbe vivere senza di te? ;-)

Lancio un'idea... ma siamo sicuri che finanziamenti pubblici, ben gestiti e ben controllati, alle testate o blog, che garantiscono un certo standard di fat-checking non sia una possibile via?

Altrimenti veramente contro il potere del dollaro vedo veramente poco spazio.

I volumi sono enormi e' come sedersi al tavolo da poker con 100 euro contro un mafioso russo.
Dalla tua i tuoi principi e pochi soldi, dalla sua potere economico infinito e una certa elstacita' morale diciamo...
Non ti seguo. Tranquillo non è la prima volta che capita.
@johnny dio

quando senti tutto e il contrario di tutto, finisce che non credi più a niente. Non è che debba essere un male per forza.

In realtà, quando senti tutto e il contrario di tutto, finisce che credi solo a quello in cui vuoi credere tu. Tutto quello che senti diventa rumore, e il cervello finisce per escluderlo e ignorarlo come stimolo inutile.

@unknown

Altrimenti veramente contro il potere del dollaro vedo veramente poco spazio.

E' che il potere del dollaro va limitato, quando distrugge più di quello che crea.

Ci sono realtà che fanno soldi proponendo letame mediatico senza curarsi delle conseguenze? Le conseguenze sono che tutti perdono tempo, denaro o altro perché devono avere a che fare anche con questo letame.

Neanche uno di questi centesimi ha aumentato la quantità totale di ricchezza, sono tutti soldi rubati a qualcun altro: o sotto forma di tempo, o sotto forma di opportunità perdute, o sotto forma di adesione a idee stupide, inefficienti, dannose.

Le informazioni false fanno più danni di quelli che mettono a posto; sono uno spreco. Per conseguenza, chi diventa ricco vendendole è un ladro.
Mentre apprezzo molto il contrasto verso le false notizie, non condivido assolutamente la questione dello "hate speech", un tema su cui gli Europei dovrebbero emanciparsi perché a me pare lo sottovalutino poiché la tutela della libertà di espressione deve soprattutto difendere chi esprime argomenti in contrasto con il pensiero principale dominante, incluso quelli che vengono classificati come "hate speech" (di odio). Il diritto all'odio è parte integrante della libertà di espressione, e non va confuso con la diffamazione o l'incitazione alla violenza che sono aspetti diversi che meno hanno a che fare con la libertà di espressione. La diffamazione, come l'incitamento alla violenza, non sono tutelati dal Primo Emendamento quindi non fa certo parte dei diritti Costituzionali Americani. Per esempio, la frase "gli immigrati devono essere cacciati via" che non è paragonabile a un incitamento esplicito a commettere violenza nei confronti di immigrati come potrebbe esserlo la frase "bruciamo gli immigrati". Diversamente da Italia e Svizzera in UK entrambe le frasi sarebbero bollate come "hate speech" e si prospetterebbe l'arresto per chi le ha espresse causando una contrazione della libertà di espressione che deve includere anche la possibilità di esprimere aspetti odiosi purché non arrivino all'esplicita incitazione a commettere atti violenti, e se noi deroghiamo sulla libertà di espressione apriamo la porta alla censura (come vorrebbe ora proporre la signora T. May) venendo meno al principio che la difesa della libertà di espressione deve essere a tutela di colui che esprime argomenti non graditi (e quindi facilmente bollabili come "odiosi") ricordando che tale libertà nacque proprio per difendere i pochi che avevano l'ardire di contrastare il pensiero dominante, tipicamente imposto, del governo, dello Stato o del Re.
Per via poi del giornalismo Italiano che si rifugia in scuse economiche accusando guarda caso i social network a me pare un tentativo di protezionismo che nulla ha a che vedere con la qualità. Se io da normale utente riesco a individuare una notizia fasulla (anche grazie a siti come questo) con una ricerca che prende non più di 3 minuti non si capisce perché un giornalista, pagato per fare quello che fa, che lavora per un giornale che E' SOVVENZIONATO CON SOLDI PUBBLICI non possa farlo. Perché lagnarsi della concorrenza pubblicitaria dei social network dopo che si prendono soldi dai pagatasse è davvero aggiungere beffa all'onta.
I giornalari Italiani invece si distinguono per essere dei cialtroni, forse anche a causa della mediocre qualità dell'istruzione in Italia e questo non ha nulla a che fare con la questione fake news, ma di più con l'alfabetismo disfunzionale.
@nuvoletta ed Unknow

Riguardo al riconoscimento... siamo in italia come puoi non dare tale "premio/riconoscimento" a un giornale storico come (segue lista che va da Corriere della sera a Repubblica).

Finanziamento pubblico a blog.
Governo 5***** i soldi li riceverà il blog di paolo o quello di grillo?

Una piccola vittoria di tutti voi debunker... in un gruppo che amministro ed è dedicato all'handicap spesso posta un responsabile di una pagina che è sicuramente un sito clickbait ma raccogliere informazioni sulla ricerca su problemi legati all'handicap e scoperte scientifiche avendo notato che tra le fonti aveva uno dei siti meteo che è accusato di postare bufale ho avvisato la ragazza che postava passandole la lista dei siti accusati di fare soldi attraverso bufale e notizie inventate di sana pianta... e siti poco affidabili come il vecchissimo disinformazione, mi ha spiegato che quello che intendono fare è una raccolta di informazioni valide e non erano legati in nessun modo a siti del genere, evidentemente hanno controllato e hanno escluso dalle proprie fonti i siti di bufale... https://www.facebook.com/imalatiinvisibili/?fref=nf http://www.imalatiinvisibili.altervista.org/
@claudio HG mi dici quali sono i giornali sovvenzionati con denari pubblico?
Sai non vorrei che tu credessi alla solita fake news
Comunque complimenti per il video, che ho visto solo oggi (sul lavoro posso solo leggere).
Annotazioni in immagini puntuali, in sincronìa col "parlato".
Tanti youtubers hanno da imparare.
Claudio,

la tutela della libertà di espressione deve soprattutto difendere chi esprime argomenti in contrasto con il pensiero principale dominante

No. Secondo me libertà di espressione significa esprimere civilmente le proprie opinioni e il proprio disaccordo con il "pensiero dominante" (qualunque cosa sia).

Un conto è dire "Claudio, non sono d'accordo con quello che dici, ti racconto perché". Un altro e dire "Claudio, sei un coglione che non capisce un cazzo e dovresti bruciare insieme a tutta la tua famiglia per quanto sei scemo".

@Paolo Attivissimo

In particolar modo quando si discute i reggipetti di Mai Shiranui o i peli sotto le ascelle di Wonder Woman, aggiungerei.
Paolo Attivissimo, mi pare che tu non abbia letto bene il mio commento. Tu hai usato, inserendo il mio nome, due esempi per dire che il primo sarebbe stato una forma civile di obiezione, e il secondo una "non civile". Peccato che l'esempio che io avevo dato coincideva con il tuo!
Io avevo portato due esempi simili, uno era la frase "cacciamo gli immigrati" (che equivale al tuo "Claudio, non sono d'accordo con quello che dici") e l'altro era "bruciamo gli immigrati" (che equivale al tuo "Claudio, sei un coglione ... e dovresti bruciare [...ecc.ecc.]").
La frase "cacciamo gli immigrati" è una frase politica che non contiene in sé alcun incitamento alla violenza ("cacciamo" da leggersi come espellere, mandare via), ma può essere interpretata come "hate speech".
Se noi neghiamo il diritto di espressione anche per lo "hate speech" apriamo la porta a qualsiasi possibile abuso.
Quello che tu intendi come libertà di espressione dicendo "significa esprimere civilmente le proprie opinioni" non significa nulla ai fini del ragionamento proposto. Provo a elaborare un nuovo esempio: "Dobbiamo espellere gli immigrati perché la loro cultura è in conflitto con la nostra e ciò causa tensioni sociali." (a beneficio dei lettori distratti faccio notare che questi sono esempi portati al solo scopo di esprimere il ragionamento, non c'entrano nulla con le mie idee, tanto per esser chiari).
Ebbene questo esempio potrebbe comunque essere interpretato come hate speech perché esprime un odio nei confronti degli immigrati, eppure è espresso in modo civile perché espone una opinione fornendone pure una motivazione. Ho usato come soggetto gli immigrati proprio perché è facile rendere evidente le tensioni, ma il ragionamento funziona perfettamente anche se al posto di immigrati si usasse altro, per esempio: "Dobbiamo mandare via Trump." potrebbe ugualmente essere interpretato come hate speech da una giuria zelante favorevole a Trump.
Beh, @Claudio G. H. posso QUASI permettermi (in punta di piedi) di scrivere che ho capito il suo ragionamento e quindi il suo commento... Il mio punto di vista è che sono pensieri e "discorsi" complicati, anche solo se affrontati viso-viso, figuriamoci via telematica dietro un monitor... :-)
Claudio,

ho letto bene il tuo commento, ma è perfettamente possibile che io non l'abbia capito. Confesso che frasi in stile Joyce come

Diversamente da Italia e Svizzera in UK entrambe le frasi sarebbero bollate come "hate speech" e si prospetterebbe l'arresto per chi le ha espresse causando una contrazione della libertà di espressione che deve includere anche la possibilità di esprimere aspetti odiosi purché non arrivino all'esplicita incitazione a commettere atti violenti, e se noi deroghiamo sulla libertà di espressione apriamo la porta alla censura (come vorrebbe ora proporre la signora T. May) venendo meno al principio che la difesa della libertà di espressione deve essere a tutela di colui che esprime argomenti non graditi (e quindi facilmente bollabili come "odiosi") ricordando che tale libertà nacque proprio per difendere i pochi che avevano l'ardire di contrastare il pensiero dominante, tipicamente imposto, del governo, dello Stato o del Re

mi fanno perdere il filo :-)

Comunque, se siamo d'accordo, tanto meglio!
Penso si debba meglio definire il concetto di "messaggi d'odio", così come presentato da Paolo.
Mi pare una categoria troppo ampia, che va dall'insulto personale, all'insulto a gruppi (razze, generi, fedi politiche) fino all'istigazione alla violenza. E mi pare che il concetto di "messaggi d'odio" si estenda oltre queste tre tipologie.

Ogni nazione ha norme precise nel codice penale per alcune di queste fattispecie. Ho scoperto per esempio che diversamente dall'Italia, in Svizzera perché ci sia reato di istigazione occorre anche che qualcuno, pubblicamente istigato, porti a termine il reato. Se nessuno brucia immigrati, non c'è reato di istigazione se qualcuno dice pubblicamente che bisognerebbe farlo.

Ma un sistema ampio e sovranazionale cosa potrebbe fare a fronte di un messaggio in cui si dice che Trump è un deficente?
Tra l'altro l'affermazione è stata fatta pubblicamente giorni fa a Lugano da un illustre giornalista, conduttore televisivo e scrittore statunitense ed io l'ĥo intesa come una critica un po' pesante ma nel pieno della libertà di espressione.

E se uno scrivesse su FB "quei bastardi di fascisti" volevano uccidere mio padre ..." è un messaggio d'odio?
Un insulto a persone che ancora credono in quel movimento politico? Cambierebbe molto se invece di "fascisti" ci fosse "comunisti"?
Sanzionare o lasciar dire in nome della liberà di parola?

A questo vedo comunque "Hate speach" come concetto è limitato agli attacchi riferiti a razze, gruppi etnici, orientamenti religiosi, non a insulti a singole persone. Mi pare che FB in caso di hate speah così ristretto interviene, se invece qualcuno mi dà del deficente, no.

Eventualmente: https://en.wikipedia.org/wiki/Hate_speech
Lo trascrivo da un libro che ho appena finito di leggere

da Mi sa che fuori è primavera di Concita De Gregorio

La volta che l’ho visto arrabbiato con suo figlio, veramente furioso, non gli ha detto: sei un cretino. Gli ha detto: estas muy equivocado. Ti stai sbagliando molto. Non “sei tu l’errore” ma “c’è un errore in quello che fai”. È diverso.

é concordo in pieno anche perché è l'unico modo corretto di comunicare, altrimenti si finisce a chi le spara più grosse a chi urla di più. Purtroppo abbiamo dei cattivi esempi mediatici che fanno sembrare normale un linguaggio offensivo, ma non è così... Non è neppure vero che non si possa essere incisivi senza linguaggi che etichettano le persone e non i contenuti... dire guarda che non stai capendo nulla di questo argomento, non è lo stesso che dare del cretino...

@ST

Riguardo al riconoscimento... siamo in italia come puoi non dare tale "premio/riconoscimento" a un giornale storico come (segue lista che va da Corriere della sera a Repubblica).

Che anche i riconoscimenti siano oggetto di bustarelle è plausibile, probabilmente se fosse un riconoscimento serio no... altrimenti il riconoscimento varrebbe poco nulla

Se fosse fatto seriamente giornali come repubblica forse sarebbero spinti a lavorare meglio. ma forse hai ragione tu sono solo utopie
Paolo,
come non essere daccordo quando affermi "chi su Facebook offende, diffama o addirittura istiga pubblicamente ad atti di violenza contro qualcuno può continuare a farlo impunemente. [...] Questo è semplicemente inaccettabile: significa offrire un terreno favorevole all'odio." ?
Eppure...

Eppure, tu hai citato offesa, diffamazione, istigazione a delinquere, che costituiscono reato in Italia come in molti altri paesi. L'insidia sottolineata da Claudio, e col quale concordo, risiede in una applicazione 'estesa' del concetto di 'hate speech', nel quale opinioni controverse ma espresse con civiltà potrebbero venire censurate. Considerata l'immensità di contenuti di Facebook e altri social media, in TUTTE le lingue possibili, è realmente possibile una moderazione 'umana'?

Perchè gli umani sono appunto...umani, e una 'offesa' percepita e segnalata non sempre è tale. E' facile per una persona sentirsi offesa e 'flaggare' una conversazione solo perchè si sente 'triggered' da una particolare opinione. Se accuso una persona di 'razzismo' o 'sessismo', e questo commento viene flaggato, il moderatore dovrebbe decidere, nei pochi secondi che ha a disposizione, e la censura è facilmente servita se si è troppo restrittivi.

Youtube e la demonetizzazione di certi video unicamente perchè discutono argomenti 'controversi' sostenendo civilmente una opinione non popolare mi rendono un po' freddina sull'argomento. Insomma: bene, benissimo stroncare 'fake news', specialmente quando hanno addirittura precise organizzazioni di puro clickbait alla base, ma non vedo la necessità di andare (molto) oltre.
Non abbiamo ancora finito di ridere della cretinata di Theresa May... Rimane una cretinata anche se cambiamo "terroristi" con "wifebeaters".
Io ho una non celata impressione.
Paolo accusa giustamente i media tradizionali di superficialità, ma punta il dito sopratutto (anche se non in esclusiva) su quelle notizie ai margini che generano traffico, meno sulle notizie principali, cronaca, politica, redazionali, dove comunque viene concentrata una maggiore attenzione e qualità giornalistica. E tiene sempre a precisare che nel giornalismo dei media tradizionali c'è anche tanta qualità.
Chi fa il solito discorsetto preconfezionato sui mass media invece lo fa non tanto per gli articoli bufalini in mezzo ai gattini, ma sopratutto per gli opinionisti che vanno contro le loro opinioni o quelle dei loro beniamini politici, o perché non sostengono le bufale a cui LORO credono. Cartina tornasole di questi pistolotti preconfezionati è la storia dei media pagati dello stato, cosa al 90% non più vera oramai da anni ma che continua a ritornare come le vipere paracadutate dagli elicotteri. Ma in questo caso si accusa chi esprime liberamente una opinione, una roba che nel giornalismo è sacra, non può e non deve essere toccata. Mi spiace che colpisca la parte politica che si preferisce, ma questo deve essere accettato. Io non vorrei che il discorso di Paolo, vero, venisse usato male in questo senso, ovvero per attaccare chi esprime opinioni o descrive fatti che non piacciono.
venisse usato male in questo senso, ovvero per attaccare chi esprime opinioni o descrive fatti che non piacciono.

Questo succede già da tempo.
Tutte le volte che invece di controbattere a un argomento si va a colpirne la (presunta) origine, la discussione è morta.
@Martinobri

...E ciò è cosa buona e giusta.

Se uno vestito da panterona zebrata convinto di esser stato la regina Cleopatra* in una vita precedente dice che 2+2= 4 quell'informazione è inaffidabile e discuterla da quella fonte è uno sterile passatempo.

L'origine di un'informazione ci dice più di quanto vorremmo ammettere sull'affidabilità di tale informazione.


*Il chè è impossibile perchè Cleopatra ero io, e tanto per venire incontro agli archeologi, il numero che state cercando di stabilire è 97'814. So che sembra sospetto perchè non è divisibile per 5, ma quando io avevA il raffreddore mi facevA bastare 4 schiavi.
E ciò è cosa buona e giusta.

Giusta un paio di palle.
Altrimenti avevano ragione quelli che nelle assemblee studentesche zittivano gli avversari a suon di "provocatore!".
@Martinobri

Buh, uomo avvisato mezzo salvato... O mezzo annegato.

Quando uno si da fuoco al piede, gli dici: "Amico, il piede ti sta andando a fuoco" e ti zittisce dicendoti "provocatore" ha senz'altro ragione, quando 10 anni dopo si lamenta: "Mi manca un piede, come sono sfortunato, nessuno ha cercato di avvertirmi, il contribuente deve comprarmi i cerotti!"

Lì è dove ha torto.
@puffolottiaccident


Cioè "l'Ipse dixit" per te è valido?

Uno vestito da panterona, per me, si dimostra poco affidabile nel campo della moda ma non mi dice nulla nella matematica.
@U. N. Own

Il fatto che sia vestito da panterona zebrata è del tutto secondario.

Mi pare di ricordare che qui se ne sia già parlato, comunque per rispondere alla tua domanda, quello del tizio vestito da panterona zebrata è un esempio astratto.

Ad esempio, in passato una compagnia di tabacchi possedeva una compagnia di assicurazioni, la compagnia di tabacchi diceva che fumare fa benone alla salute, qualcuno ha chiesto loro per quale motivo la loro assicurazione chiedeva più soldi di premio... per la serie... "I kill the fight"

@Paolo Attivissimo

Nel caso te la fossi persa, questa è la scena originale da cui si origina la battuta "I kill the fight"

https://www.youtube.com/watch?v=fjtx-d78Fo0

Ma forse un maestro di Hokuto che cozza il pugno nudo contro la mano guantata lo fa per far vedere che è ancora più coriaceo di Kenshiro stesso...
Soluzioni veramente risolutive ne vedo poche. Quello che cerco di fare io nel mio piccolo è fare leva sullo scettico che è in ognuno di noi. Purtroppo questo scettico viene fuori in poche occasioni, solo quando è conoscenza comune che siamo in una situazione in cui non dobbiamo fidarci; l'esempio classico, anzi proverbiale, è il venditore di auto usate. Oramai è un luogo comune, qualunque Mario Rossi sa che non si compra un'auto usata semplicemente fidandoci di quello che ci viene detto, ma ci si prepara portandosi dietro un amico che se ne intende, o comunque facciamo tutte le prove che ci vengono in mente come fare un giro di prova, guardare dentro il cofano, dare calcetti alle ruote. Ci vuole un cambiamento culturale che faccia capire alla massa che esistono tante categorie professionali che vanno trattate al pari del venditore di auto usate.