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38 commenti

Surreale: complottista ricorre al copyright per censurare le sue stesse manipolazioni

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “giuliod*” e “alfredo.alf*” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Il mio video che documenta tramite confronto i tagli pesantissimi e faziosi al dibattito con un complottista sugli attentati dell'11 settembre di qualche tempo fa risulta “bloccato a livello globale” da YouTube perché “potrebbe includere clip di proprietà di una terza parte”. Questa terza parte sarebbe, stando a Youtube, “DIVIMOVE”.

Molti lettori hanno segnalato che al posto del video vedono un'immagine come quella qui accanto, che avvisa che “Questo video include contenuti di DIVIMOVE che sono stati bloccati dallo stesso proprietario per motivi di copyright”.

Sinceramente non riesco a capire quali possano mai essere questi “contenuti di DIVIMOVE” in un video che non fa altro che mostrare me, il complottista e il “moderatore” (eufemismo) del dibattito. Fra l'altro, a differenza di un altro caso che mi ha coinvolto, qui non viene indicato il punto nel quale ci sarebbero questi “contenuti”.

Potrei lasciar perdere e ripubblicare il video altrove, su siti meno grossolani di YouTtube in materia di copyright, ma non mi piace mollare e voglio proprio sapere quali sono queste presunte violazioni che avrei commesso.

Così ho avviato la procedura di contestazione.


Ho scelto l'opzione “Il mio utilizzo dei contenuti soddisfa i requisiti legali del fair use o del fair dealing ai sensi delle leggi vigenti sul copyright” e ho precisato che “Il video mostra una _porzione_ di un dibattito _pubblico_, tenuto su Google Hangout, al quale ho partecipato _personalmente_. L'uso legittimo è dato dall'esercizio del diritto di critica ai sensi della legge sul copyright. La critica è il raffronto fra dibattito pubblicato (censurato) e dibattito integrale.”

Nel frattempo mi sono messo in contatto con Divimovie ed è emerso che il mio video di confronto è stato bloccato su richiesta dell'organizzatore/moderatore del dibattito, Tommaso Minniti. Che sorpresa.

Ma guarda un po': i sedicenti paladini della verità e della trasparenza, quelli che lottano contro il sistema, quelli che contestano le censure ufficiali usano proprio la censura quando c'è un video che mostra i loro trucchetti e le loro manipolazioni.

Complimenti: una bella figuraccia per il Minniti e la sua combriccola di rivoluzionari da tastiera. Se volete esprimergli educatamente il vostro parere, il suo indirizzo di mail è tommasominniti@hotmail.com e questo è il suo canale Youtube.


Aggiornamento (19:45): Il mio video è tornato visibile. Divimove ha pubblicato questi due tweet di chiarimento:

DivimoveIT
@disinformatico Ciao Paolo,fatta chiarezza sulla questione abbiamo sbloccato il video che era stato reclamato quale violazione di copyright
26/08/14 19:23

DivimoveIT
@disinformatico Evidentemente in maniera illecita. Buon proseguimento!
26/08/14 19:24

È interessante notare la dicitura con la quale YouTube ha posto fine alla vertenza: “Your dispute wasn’t reviewed within 30 days, so the copyright claim on your YouTube video has now been released by DIVIMOVE” (“La tua vertenza non è stata riesaminata entro 30 giorni, per cui DIVIMOVE ha sciolto la rivendicazione di copyright sul tuo video su YouTube”). Trenta giorni? Il video è stato bloccato oggi.


Ci ho speso un po' di tempo, ma ne è valsa la pena per far emergere un'ulteriore conferma dei mezzucci e delle scorrettezze usate dai complottisti. Si sciacquano la bocca con grandi ideali e sono i primi a tradirli. Se avete amici tifosi dei vari Mazzucco e compagnia bella, indicate loro questa vicenda. Anzi, chiedete loro di farsi dire da Mazzucco che ne pensa del comportamento di Minniti.
20 commenti

Red Bull ritira la contestazione: la Luna non è sua. Capitan Ovvio saluta e se ne va

Breve epilogo della vicenda dell'accusa di violazione di copyright inviatami da Red Bull per un video della Luna (raccontata qui): stamattina è arrivata via mail la notifica del ritiro della contestazione. Il video è tornato online.


Nessuna spiegazione.

Non so se ha funzionato la mia mail di contronotifica o se la controversia s'è risolta grazie al fatto che ne ho parlato pubblicamente o per merito degli interventi dietro le quinte di alcuni di voi: siete troppi per ringraziarvi singolarmente, quindi perdonatemi se offro solo un grazie collettivo.

In ogni caso, tutta la faccenda è un bel promemoria del fatto che è meglio non affidarsi troppo ai servizi commerciali gratuiti di Internet per la distribuzione dei contenuti. L'apparente libertà di comunicare che ci offrono è revocabile per semplice capriccio e senza che sia dovuta alcuna spiegazione. Conviene sempre avere un piano B.
38 commenti

Allora, Red Bull, spiegatemi perché dite che la Luna è vostro copyright e io sono un pirata

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “onorevolelu*” e “gionah”.

L'immagine pirata secondo Red Bull.
Ricordate la bizzarra contestazione di copyright che Red Bull mi aveva mandato? Quella nella quale dicevano che un'animazione digitale di un cratere della Luna era una violazione del loro diritto d'autore?

Io, ovviamente, avevo risposto opponendomi e dicendo che la contestazione mi sembrava infondata, perché non capivo come potesse Red Bull rivendicare diritti su un'animazione generata dall'Agenzia Spaziale Giapponese. Sulla Luna non ci sono tori rossi e se metti le ali non vai comunque da nessuna parte.

Stamattina mi è arrivata via mail la loro decisione: il video è stato rimosso perché “dopo aver esaminato l'opposizione, Red Bull ha deciso che la loro rivendicazione di copyright è ancora valida”.


A questo punto mi aspetto che ci sia una spiegazione di quale sia il materiale di Red Bull che sto violando, almeno per capire. Se nella fase preliminare posso capire che Youtube usi dei filtri automatici, mi viene logico pensare che in caso di contestazione ci sia almeno un rapido controllo da parte di un essere umano senziente. Vedo speranzoso il pulsante View claim details (“Vedi i dettagli della rivendicazione”) e lo clicco.

Ecco cosa trovo: zero spiegazioni, video rimosso, e un unico pulsante da scegliere: Approvo.


Un'altra mail di Youtube mi dice che posso inoltrare un'ulteriore contronotifica:


Lo so che a questo punto sto avvicinandomi pericolosamente al Regno del Gatto Sitwoy e rischio la cancellazione di tutti i video dal mio account Youtube, ma sono dannatamente curioso di sapere cosa diamine c'è, in quel cratere lunare, che fa scattare i sensori di copyright di Red Bull e vorrei far vedere a tutti quanto è ottuso e kafkiano questo sistema di gestione delle dispute sul diritto d'autore. Inoltre penso che la mia vicenda possa essere utile come riferimento per altri utenti.

Così, invece di piegarmi al supremo e miope volere di Youtube, ho inoltrato la seguente contestazione in formato aperto, mandando una mail (con allegata scansione firmata del testo) a questo indirizzo di Youtube (qui sotto ho omesso alcuni dati personali):

Sirs,

I wish to dispute the copyright infringement claim made by Red Bull against the following video, which is currently removed: www.youtube.com/watch?v=BUNmWNqcbKM


__CONTACT INFORMATION__

My full legal name is Paolo Domenico Attivissimo.
My email address is paolo.attivissimo@gmail.com.
My physical address is [...], Switzerland.
My telephone number is +41 [...].


__DISPUTED URL__

The URL of the video is www.youtube.com/watch?v=BUNmWNqcbKM. The video is currently removed due to Red Bull's copyright claim.


__OBJECTIONS TO RED BULL'S COPYRIGHT CLAIM__

The video shows solely a digital animation of a crater of the Moon generated by the Japanese Space Agency JAXA. It contains no Red Bull logos, trademarks or the like. It does not show anything that reasonably could be presumed to be under Red Bull's copyright.
Therefore, I believe I am in good faith and within the bounds of fair use in posting the video. I also believe that Red Bull's copyright claim is groundless or undocumented.

I therefore ask for the video to be reinstated. However, if Red Bull or its representatives provide me with clear evidence explaining why this animation of a lunar crater infringes on Red Bull's copyright, I will retract my request and abandon the dispute.


__STATEMENTS__

I consent to the jurisdiction of the Federal District Court for the district in which my address is located, or if my address is outside of the United States, the judicial district in which YouTube is located, and will accept service of process from the claimant.

I swear, under penalty of perjury, that I have a good faith belief that the material was removed or disabled as a result of a mistake or misidentification of the material to be removed or disabled.

Sincerely,

Paolo Domenico Attivissimo

Usatene pure il testo se vi serve. Non garantisco che funzioni.

Adesso vediamo cosa succede. Vi terrò aggiornati; intanto il video dell'animazione del cratere lunare resta desolantemente bandito.

Lo stato attuale del video. Grazie, Red Bull.


Aggiornamento (2014/06/18): la contestazione da parte di Red Bull è stata ritirata. I dettagli (pochi) sono qui.
16 commenti

Red Bull rivendica il copyright sulla Luna

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “vebernas*” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Stamattina ho ricevuto via mail una contestazione per un video che ho pubblicato anni fa (2009) su Youtube e che ora è stato “bloccato a livello globale” perché include, secondo Youtube, “contenuti visivi gestiti da Red Bull”. Specificamente, Youtube dice che i contenuti contestati sono quelli a partire da 0:37 e mostrati qui sotto: in pratica, Red Bull rivendica diritti sull'immagine di una montagna sulla Luna.


Per la precisione, il video è un'animazione tridimensionale del picco centrale del cratere Tycho, generata dall'agenzia spaziale giapponese JAXA usando i dati altimetrici della sonda Kaguya alcuni anni fa. Cosa c'entri Red Bull, e cosa spinga il sistema automatico di riconoscimento delle violazioni di copyright a rivendicare un diritto di Red Bull su un pezzo di Luna, sinceramente non lo so.

Ovviamente mi sono opposto alla contestazione, ma nelle motivazioni disponibili mancava quella corretta, ossia “manifesta stupidità della contestazione” oppure “Red Bull sta rivendicando diritti su un video che non è suo”. Così ho scelto l'opzione “Il mio utilizzo dei contenuti soddisfa i requisiti legali del fair use o del fair dealing ai sensi delle leggi vigenti sul copyright” e poi ho precisato nella casella di spiegazione che il video non è sotto copyright di Red Bull ma della JAXA e che questo fatto è debitamente indicato nel video stesso.



Stasera è arrivato un aggiornamento di stato: il video è ora “disponibile e riproducibile”, ma resto in attesa di risposta alla mia contestazione.


A questo punto sarei curioso di sapere quale contenuto di Red Bull è stato ritenuto simile a un picco lunare, ma temo di vedere un'ulteriore conferma dell'ottusità di questo sistema di gestione automatica del copyright che scarica l'onere sugli utenti e li considera colpevoli fino a prova contraria. Non per nulla oggi uso principalmente Vimeo, che è molto meno stupido nel partorire dispute di copyright inesistenti.


Aggiornamento (2014/06/17): La vicenda prosegue qui.
22 commenti

Con Popcorn Time è facile piratare senza rendersene conto

Un ascoltatore del Disinformatico, Fabio, mi ha chiesto se è legale l'uso del sito Time4popcorn.eu, che consente di guardare quasi istantaneamente film e telefilm recenti e classici su smartphone e tablet Android e su computer Windows, Mac OS X e Linux.

La risposta breve è no: qualunque sito che offra musica, film o telefilm senza il consenso esplicito dei titolari dei diritti di questi prodotti sta commettendo una violazione del diritto d'autore. Il problema di questo sito è che è realizzato in maniera estremamente professionale ed elegante, imitando la grafica di siti legali come Netflix e nascondendo tutte le complicazioni tecniche, per cui può trarre facilmente in inganno l'utente inesperto.

In realtà Time4popcorn.eu è un esemplare di una galassia di siti che si basano sul software Popcorn Time, oggi non più disponibile sul sito ufficiale ma facilmente reperibile altrove in Rete. Questo software si basa sul protocollo BitTorrent e crea un'illusione particolarmente pericolosa. L'utente ha la sensazione di ricevere il film o telefilm in streaming passivo, cosa che in alcuni stati (per esempio la Svizzera) è legale perché la legge punisce soltanto chi dissemina e condivide, ma non chi si limita a ricevere un file (anche se il file è vincolato dal diritto d'autore e non c'è il consenso del titolare dei diritti).

Ma i siti che usano Popcorn Time stanno usando, dietro le quinte, un sistema (BitTorrent) nel quale chi riceve si trova anche inconsapevolmente a ritrasmettere e condividere: in gergo tecnico, chi usa Popcorn Time sta facendo seeding. Quindi chi usa questi siti sta violando la legge anche nei paesi nei quali lo streaming puro di opere vincolate è consentito.

Districarsi fra siti legali e non legali in questo campo non è facile, e siti come Time4popcorn rendono ancora più sfumata la differenza visiva e pratica fra pirati e onesti. Nel dubbio è meglio non fidarsi di siti che non hanno una reputazione commerciale solida e rivolgersi invece a nomi conosciuti e garantiti che hanno il permesso esplicito dei titolari dei diritti su musica, film e telefilm e che chiedono un compenso o visualizzano spot pubblicitari.
18 commenti

Il senso della fanfiction, i danni del copyright eterno

Segnalo una considerazione di Henry Jenkins, direttore degli studi sui media all'MIT, che mi ha stuzzicato come appassionato della fanfiction e come persona che non sopporta le beghe idiote di copyright hollywoodiane su chi possiede cosa del costume di Superman o imbriglia le opere per 120 anni soltanto per difendere un topolino: “La fanfiction è un modo in cui la cultura ripara i danni causati in un sistema in cui i miti contemporanei appartengono ad aziende invece che alla gente” (“Fan fiction is a way of the culture repairing the damage done in a system where contemporary myths are owned by corporations instead of by the folk.”). Grazie a Cory Doctorow per la segnalazione.
7 commenti

Getty Images apre i propri archivi d'immagini all'uso gratuito non commerciale

Chi vuole aggiungere immagini al proprio sito o blog spesso ricorre a immagini prese da Internet, senza riconoscerne la paternità e violando solitamente il diritto d'autore. I più diligenti e onesti ricorrono alle immagini di Wikipedia, liberamente usabili se se ne cita la fonte. Le foto di grande impatto, quelle usate commercialmente, finora erano troppo costose per un sito amatoriale.

Pochi giorni fa le cose sono cambiate: Getty Images ha deciso di concedere l'incorporamento gratuito, senza watermark, di una buona porzione del proprio vasto catalogo. Le regole dicono che le immagini non possono essere utilizzate “per qualsiasi scopo commerciale”, per cui un sito amatoriale che non generi introiti e non contenga pubblicità sulla quale guadagna l'utente dovrebbe essere libero di usare l'offerta di Getty Images. Le immagini concesse con questa licenza sono pubblicabili anche su Twitter e Tumblr.

In concreto, per usare una foto di Getty Images si procede andando alla pagina di ricerca e immettendo i criteri di ricerca (anche in italiano). Nella pagina dei risultati si lascia un istante il mouse sull'immagine che interessa: se compare l'icona dell'HTML (simbolo di minore, trattino, simbolo di maggiore), l'immagine può essere incorporata liberamente inserendo il codice nella pagina del blog o sito.

Le dimensioni dell'immagine incorporata possono essere modificate a piacimento e il codice include automaticamente una dicitura che evidenzia l'uso di Getty Images e indica l'autore dell'immagine. Cliccando su di essa si viene portati alla sua pagina nel sito di Getty Images, dove è possibile acquistarla per altri usi oppure pubblicarla su Tumblr o Twitter cliccando sulle rispettive icone.

Sembra insomma una soluzione vincente per tutti: gli utenti possono abbellire le proprie pagine senza violare il copyright, mentre Getty Images e i suoi fotografi guadagnano visibilità (e presumibilmente attirano acquirenti). L'unico neo del servizio è che al momento non è possibile chiedere di visualizzare soltanto le immagini incorporabili.
51 commenti

Il “maxisequestro” italiano di siti per download di film si aggira in un minuto

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “norina” e “ivano.m*” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Panico fra gli internauti italiani per il “più vasto sequestro di portali informatici portali mai compiuto in Italia”, come scrive l'avvocato Fulvio Sarzana, elencando alcuni dei 46 siti che offrivano streaming e download di film e telefilm e accusati dal GIP di Roma di essere in violazione del diritto d'autore italiano.

Il termine “sequestro” fa pensare a irruzioni della Guardia di Finanza nelle sale server di questi pirati, ad arresti di massa e tranciamenti di cavi. Nulla di tutto questo: i server sono ancora tranquillamente al loro posto e connessi a Internet. Semplicemente, a quanto risulta dai miei test, è stato ordinato ai provider italiani di modificare i propri DNS in modo da restituire ai propri utenti l'illusione che i siti siano diventati inaccessibili. In realtà all'utente italiano basta di norma una banale modifica delle impostazioni del proprio DNS per eludere completamente il “sequestro”.

Mio screenshot di
Mondotorrent.eu stamattina.
A me, per esempio, siti “sequestrati” come Mondotorrent.eu, 7tv.org, Eurostreaming.org. Piratestreaming.tv, Filmxtutti.org, Dopaminatorrent.com (elenco completo disponibile qui su Censura.bofh.it, grazie a peppe per la segnalazione) rispondono perfettamente, come se nulla fosse cambiato, proprio perché in effetti non è cambiato nulla. Non li uso perché mi puzza l'idea di dover installare un codec di dubbia provenienza, come mi chiedono di fare questi siti invece di usare i codec standard di streaming, ma i siti funzionano.

Filmsenzalimiti.net mi risulta ancora attivo; non mi risponde, invece, Filmsenzalimiti.it, che mostra una schermata di sequestro (relativa a un altro provvedimento), probabilmente perché si tratta di un dominio .it sul quale le autorità italiane hanno maggiori possibilità d'intervento.

Non entro nel merito morale o etico delle norme italiane antipirateria audiovisiva: segnalo solo che in Svizzera, dove abito, il download puro di opere vincolate dal diritto d'autore non è punito dalla legge e le forze di polizia non vengono distolte dai compiti di sicurezza per andare a caccia di ragazzini che scaricano film, eppure l'industria del cinema prospera comunque, secondo l'indagine del Consiglio Federale pubblicata nel 2011.

A proposito di Svizzera, l'unico dominio .ch sottoposto a “sequestro”, ossia Watchfreemovies.ch, mi risponde perfettamente. Secondo Domaintools è intestato a Vladimir Stanislav
Kamyanogirska 16, UA-69100 Zaporozhye, Ukraine e secondo IP Location Finder il suo server è fisicamente in Romania.

Viste le modalità tecniche del “sequestro”, chi sa usare Internet continuerà a scaricare esattamente come prima, mentre chi è semplice cliccatore d'icone, trovandosi improvvisamente a bocca asciutta, imparerà a cambiare il proprio DNS. Risultato netto sulla pirateria: zero. Esattamente come tutti gli altri “sequestri” precedenti. Anzi, c'è il rischio che gli utenti inesperti imparino il trucchetto del DNS e quindi diventino immuni agli interventi fatti in questo modo. Un po' come dosi da cavallo di antibiotici alla lunga non fanno altro che rendere più resistenti i batteri. Per non parlare della pubblicità gratuita regalata a questi siti dall'annuncio del loro “sequestro”.

Sono curioso di vedere quanti altri decenni passeranno prima che il legislatore si renda conto che questo approccio goffo e maldestro è inutile e che dedicare le poche risorse delle forze dell'ordine a questo genere di intervento è al limite dell'immorale.
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Il Corriere illustra le polveri ultrasottili attuali in Pianura Padana. Con una foto del 2005, Presa da Wikipedia [UPD 2014/02/01]

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “alemarzaro” e “g.loru*” e alla segnalazione di @tyler_D1974 ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

“Le polveri ultrasottili soffocano la pianura padana”, titola il Corriere. Soffocano. Tempo presente. Ma la foto, attribuita dal Corriere genericamente alla NASA, è di nove anni fa. Risale infatti al 2005, come si può scoprire in tre minuti usando semplicemente la ricerca per immagini di Google (strumento evidentemente ignoto a buona parte delle redazioni dei giornali).

La foto originale è infatti qui su Nasa.gov, dove è datata 17 marzo 2005, e non mostra la Pianura Padana “sotto una cappa di nanoparticelle” come scrive il Corriere, ma genericamente la foschia prodotta da tutto l'inquinamento (compreso quello delle macroparticelle) quel giorno di nove anni fa.

Ma nella foto NASA manca l'ovale rosso. Da dove proviene? Ma da Wikipedia, dalla quale è stata prelevata dai redattori del Corriere senza neanche citare la fonte e con buona pace dell'obbligo di citazione. Giornalismo.

È giusto sensibilizzare ai problemi dell'inquinamento, ma bisogna usare dati reali, non fantasie. Perché altrimenti, quando salta fuori che l'immagine che dovrebbe documentare il pericolo è fasulla, viene sminuita la credibilità della causa che si vuole sostenere.


2014/02/01


Leggo.it ha pubblicato la bufala parlando di “foto della NASA” che “spaventa l'Italia”. No, cara redazione di Leggo che non controlla le fonti prima di pubblicare: quello che spaventa l'Italia non è la foto della NASA. È l'incoscienza del giornalismo che fa terrorismo psicologico partendo da qualunque cretinata. Vergogna.

Ringrazio @ItsTheMind per la segnalazione.
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Pirateria, i film più scaricati sono quelli meno disponibili legalmente

Sembra proprio che sia ora di dichiarare morto il DVD, o perlomeno di smettere di tenerlo in vita artificialmente. Attualmente, infatti, i film che hanno appena terminato i passaggi nelle sale vengono offerti esclusivamente in DVD per un certo periodo prima di essere offerti dai circuiti di download a pagamento (Netflix, iTunes, eccetera). Questo significa che ovviamente in quel periodo prosperano i download “alternativi”. L'analisi della classifica dei film più scaricati gratuitamente sembra parlare chiaro in questo senso: dateci un download a pagamento subito, invece di proporci un pezzo di plastica che forse guarderemo una sola volta, e pirateremo di meno. i dettagli sono qui.
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Disinformatico radio del 2013/03/22

La Radiotelevisione Svizzera ha caricato il podcast della puntata di ieri del Disinformatico radiofonico, nella quale ho parlato dei seguenti temi (con i rispettivi articoli di approfondimento):
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Perché Swisscom accusa Safelinking.net di phishing?

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “giacomoma*” e “mauro-lamb*”.


Anche a voi qualunque URL di Safelinking.net risulta bloccato o blacklistato?

Forse è un problema esclusivamente del mio provider (Bluewin/Swisscom), ma mi interessa sapere se anche altrove (in Svizzera con altri provider e all'estero) si verifica lo stesso problema, perché ho provato a chiedere lumi all'assistenza tecnica di Swisscom, ma dopo più di due settimane non ho ancora ottenuto una risposta che spieghi le ragioni del blocco dell'intero nome di dominio.

Mi sto anche chiedendo quanto questo tipo di blocco silenzioso sia esteso, anche perché all'inizio, quando mi sono accorto del problema (il 5 febbraio), Swisscom non visualizzava nessuna schermata di avviso (come fa ora e come vedete nello screenshot all'inizio di questo articolo) ma semplicemente il browser restava in attesa di una risposta dal sito che non giungeva mai. Dato che Safelinking.net è molto usato (anche) per linkare indirettamente copie di contenuti vincolati dal diritto d'autore, ho pensato a un blocco in stile blackhole relativo a questioni di copyright.

Poi ho fatto un traceroute (direttamente dal mio router, usando l'apposito diagnostico) e ho scoperto che il router (quello standard di Swisscom, impostato con i parametri di default del provider, in particolare con 195.186.4.162 e 195.186.1.162 come server DNS) routava Safelinking.net a blockphishing.bluewin.ch. Un nome molto eloquente, che oltretutto portava all'avviso che “Il sito che voleva guardare è chiuso per motivi di sicurezza. Dei criminali provano a ottenere delle informazioni personali come login o numero di carta di credito (phishing)”.

Phishing, dunque: strano, però, che venisse blacklistato l'intero dominio invece di uno specifico URL. Un approccio un po' drastico, come se un provider decidesse di bloccare gli URL shortener Bit.ly o T.co.

Con questi dati ho contattato il servizio clienti di Swisscom via Twitter (@Swisscom_care), che non ha fornito chiarimenti. Ho sollecitato il giorno successivo, anche perché altri utenti segnalavano la stessa anomalia: nessuna risposta significativa. Poi ho lasciato perdere, visto che ci avevo girato intorno con TunnelBear. Il 20 febbraio la rete Swisscom è andata in tilt in tutta la Svizzera (traceroute dal mio router) per un paio d'ore.

Dopo il blackout, Safelinking.net ha iniziato a risolversi sul router come mostrato nell'immagine qui accanto (acquisita oggi). L'IP di Safelinking.net viene risolto dal router a 195.186.135.200 ma sostituito dall'avviso di Swisscom.

Cambiando i server DNS nei settaggi del router, dando per esempio quelli di OpenDNS.com, non serve a nulla: occorre cambiarli anche sulle singole macchine collegate.

Sarò paranoico, ma mi è venuto spontaneo riflettere su quanto sia potente questo genere di scelta tecnica: un sito sgradito semplicemente scompare e viene reso inaccessibile all'utente medio che non sa smanettare con i DNS o le VPN. Niente di nuovo, per carità, ma provarlo sulla propria pelle (digitale) fa un certo effetto.

Quello che mi ha turbato, a parte la reticenza del servizio clienti (che ha detto che il problema era stato “risolto” e mi ha proposto di provare un altro browser (sic)), è il fatto di avere un router e un provider che mandano in blackhole un sito senza avvisare del fatto e senza dare l'opzione di disabilitare questo comportamento. Viene da chiedersi quanti altri siti sono bloccati in questo modo, silenziosamente o adducendo scuse improbabili. Dico “improbabili” perché altri provider svizzeri (Orange, per esempio) non bloccano Safelinking.net e non c'è, a quanto mi risulta, nessun phishing che stia coinvolgendo questo sito. E viene da chiedersi se un provider ha il diritto di bloccare arbitrariamente un sito e quindi intralciarne l'attività commerciale.

Se avete idee, i commenti sono a vostra disposizione.
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Podcast del Disinformatico radio di oggi

Potete scaricare da qui il podcast della puntata odierna del Disinformatico che ho condotto stamattina per la Rete Tre della RSI. Per quanto riguarda i social network, ho parlato della catena di Sant'Antonio “sono io a chiedere un favore” su Facebook, delle ricerche imbarazzanti e pericolose possibili con Facebook Graph Search e di come si può (se siete fortunati) scaricare l'archivio completo dei propri tweet

Ho anche raccontato un po' di appunti su Mega, il successore di Megaupload, e lo strano caso del signor Dobson, a casa del quale si radunerebbero, secondo i sistemi di localizzazione, tutti i cellulari smarriti o rubati a Las Vegas: un episodio di falsa precisione (che è la parola di Internet della settimana).
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Debutta Mega, successore di Megaupload

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente il [gg/mm/aaaa] sul sito della Rete Tre Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la consultazione.

Esattamente un anno dopo la chiusura del popolarissimo sito di scambio di file Megaupload a seguito dell'intervento delle autorità statunitensi, il 19 gennaio ha fatto il proprio debutto il suo successore, denominato semplicemente Mega (mega.co.nz).

Il fondatore di Mega è lo stesso di Megaupload: Kim Dotcom, alias Kim Schmitz, controverso milionario accusato di evasione fiscale e violazione del diritto d'autore, attualmente agli arresti domiciliari nella sua mega-villa in Nuova Zelanda.

Il concetto di Mega è simile a quello di Dropbox, Google Drive o Microsoft Skydrive: un deposito personale di file, accessibile via Internet e condivisibile con altri utenti. Uno strumento utilissimo per le collaborazioni online, ma anche per lo scambio spesso illegale di film, telefilm e musica vincolati dal diritto d'autore. Ma Mega è diverso dagli altri perché tutto quello che vi viene caricato è automaticamente cifrato (protetto da password) sul computer dell'utente prima di inviarlo; cosa più importante, Mega non ha le chiavi di decifrazione. Infatti Mega, a differenza degli altri servizi, non offre all'utente la possibilità di recuperare la propria password. Se l'utente la perde o se la dimentica, i suoi dati sono sostanzialmente irrecuperabili

In questo modo Mega non può conoscere il contenuto o la legalità dei file caricati dagli utenti e quindi non può essere considerato corresponsabile di eventuali violazioni delle leggi; Mega sarebbe quindi neutrale e impossibilitato per natura a sorvegliare i propri utenti. In caso di indagini da parte delle autorità, potrebbe fornire agli inquirenti soltanto copie pesantemente cifrate dei file dei propri clienti, che sarebbero praticamente inutili ai fini delle indagini (persino i nomi dei singoli file sono cifrati).

Al tempo stesso, chi vuole condividere file tramite Mega può distribuire dei link che contengono già la password di decifrazione e quindi sono apribili da chiunque oppure dei link che permettono di scaricare i dati e poi decifrarli soltanto se si ha una password specifica per ogni file, comunicata separatamente solo agli utenti fidati. Questa seconda modalità è quella particolarmente controversa, perché rende molto facile lo scambio estremamente privato di file di qualunque tipo, dai documenti dei dissidenti politici ai film commerciali alla pedopornografia, e complica enormemente il lavoro degli inquirenti e dei titolari di copyright.

Ma quanto è sicuro Mega? Ancora non si sa. Di certo se gli inquirenti riescono ad ottenere la password dell'utente possono esaminare tutto quello che ha caricato su Mega. Inoltre sembra che Mega usi una tecnica chiamata deduplicazione per risparmiare spazio sui propri server: semplificando, se due utenti caricano lo stesso file (o frammento di file), Mega ne scrive una sola copia e la rende disponibile a entrambi gli utenti. Ma questo vuol dire che se un utente viene colto a violare il copyright o a commettere altri reati tramite un file caricato su Mega, Mega sa quali altri utenti hanno lo stesso file e quindi stanno partecipando al reato e ne conosce le identità, per cui può rivelarle alle autorità.

Il giro di denaro potenziale intorno a Mega è ingente: con il predecessore Megaupload, Kim Dotcom aveva incassato oltre 110 milioni di dollari e guadagnato 42 milioni nel 2010. Qualunque cosa sia Mega, non è certo un ente di beneficenza.
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“Moon” è un plagio di un film italiano?

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “aofederico” e “attilio_criv*” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Se siete appassionati di fantascienza, forse vi sta intrigando la singolare vicenda pubblicata su Repubblica: Moon, il film di Duncan Jones del 2009 (che vi consiglio di vedere se ve lo siete perso), sarebbe una scopiazzatura di un film italiano indipendente di alcuni anni prima, Eutamnesia. L'autore di Eutamnesia, Patrick Rizzi, ha confezionato un video nel quale mette a confronto i due film e ne evidenzia le somiglianze.

L'intero film di Rizzi è visionabile qui su Youtube. È un progetto di laurea girato in estrema povertà, quindi non abbiate grandi pretese (lo so, anche Dark Star era un progetto di laurea, ma erano altri tempi e altri talenti, specialmente recitativi).

La tesi di Rizzi è che il suo film, essendo stato inviato a concorsi cinematografici e case di produzione italiane ed estere ed essendo stato distribuito in videocassetta, avrebbe permesso ad altri di conoscerlo e copiarlo, come argomenta qui su Fantascienza.com.

Il problema di questo tipo di confronto è che è abbastanza facile scegliere i punti di congruenza e ignorare quelli di differenza, facendo sembrare così che le somiglianze siano molto più forti di quanto siano in realtà.

Inoltre molte delle analogie evidenziate da Rizzi sono in realtà dei cliché della narrazione cinematografica, specialmente della narrazione fantascientifica. Per esempio, il “test di capacità cognitiva” (a 2:09 nel video di confronto) c'era anche in Blade Runner (1982). Chi ha copiato da chi?

Eutamnesia
Blade Runner

Oltretutto, sia in Blade Runner, sia in Eutamnesia, il test viene gestito da una persona, mentre in Moon lo effettua una macchina, e questa differenza ai fini della trama è molto importante (non voglio anticiparvi nulla, se non avete ancora visto Moon).

Potrei andare avanti a lungo: quante volte avete visto il protagonista di un film distruggere le proprie cose e poi sedersi sconsolato fra di esse? Oppure cercare qualcosa, non trovarla e quindi imprecare e colpire qualcosa per la rabbia? O essere aggredito e rifiutarsi di chiedere scusa? O avere delle intuizioni, cercare qualcosa, scoprire dei fatti e disperarsi (uno per tutti: Charlton Heston nel Pianeta delle Scimmie)? Appunto. Eppure per Rizzi questi (a 2:48, 3:23, 4:18 5:28) sarebbero indicatori che Moon ha copiato specificamente dal suo film.

È inoltre ingannevole, da parte di Rizzi, definire Moon un “colossal”, dato che il budget di Moon è stato estremamente basso per una produzione commerciale: circa 5 milioni di dollari, con circa 9,7 milioni di dollari d'incassi complessivi. I veri kolossal, come Avatar, Lo Hobbit o John Carter, hanno budget almeno quaranta volte maggiori.

Ci sono anche degli altri elementi, ma discuterne rivela la trama di Moon, per cui prima di proseguire devo avvisare: attenzione, qui sotto ci sono degli spoiler.


ATTENZIONE: SPOILER


Rizzi stesso, a 37 secondi dall'inizio suo video di confronto, spiega che “La sostanziale differenza tra le due storie è che: il protagonista di Moon scopre di essere un clone”. Quello di Eutamnesia no (da quel che ho capito scorrendo rapidamente; confesso che non ce l'ho fatta a guardare tutto Eutamnesia).

Scusate se è poco, visto che gran parte di Moon si basa proprio su questa scoperta e sul rapporto fra i due cloni che s'incontrano. Se fra due film c'è una sostanziale differenza di questo calibro, è veramente difficile sostenere credibilmente un'accusa di plagio.
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Amazon: i libri digitali che comprate non sono vostri. Le gioie del DRM

Ho scritto per la Radiotelevisione Svizzera una serie di articoli sulla notizia di una cliente di Amazon che si è trovata con l'e-reader azzerato e svuotato di libri. Il caso ha messo in luce un fatto troppo disinvoltamente ignorato: gli e-book non vengono venduti. Vengono dati in licenza. E la concessione d'uso può essere revocata senza preavviso, senza motivo, senza appello e senza rimborso.

Così ho fatto un test di autodifesa sul mio Kindle e ho tolto i lucchetti digitali ai libri che ho regolarmente comprato. Craccare il DRM anticopia di Amazon è facile e quindi il DRM è inutile e danneggia solo gli acquirenti onesti.

Lo hanno già capito i produttori di software e i venditori di musica. Gli editori no. Sarà meglio che si sveglino. E presto.

Se vi interessa, la storia comincia qui.

Aggiornamento (2012/10/28): è disponibile il podcast della puntata del Disinformatico radiofonico nel quale ho raccontato la vicenda.
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Disinformatico radio, podcast del 2012/10/20


È disponibile il podcast della puntata di ieri del Disinformatico che ho realizzato per la Radiotelevisione Svizzera. I temi della puntata sono questi:

  • Come si taglia il nastro inaugurale di una fabbrica di oggetti prodotti da stampanti 3D? Con un paio di forbici stampate da una stampante 3D, naturalmente. È successo a New York. 
  • Quanto vale un PC violato? Brian Krebs offre un bel grafico dei mille modi nei quali si monetizza un'intrusione, con buona pace di chi dice “Ma io non corro rischi perché non ho niente di valore nel computer”
  • Le parole di Internet: VDSL. Anch'io sono fra i tanti ai quali il provider (Swisscom, nel mio caso) ha imposto ultimamente di cambiare il router (a spese del provider, per fortuna). Vediamo perché occorre questo cambiamento e cosa comporta la differenza fra VDSL e ADSL.
  • Fotografa svizzera fa causa ad Apple: le ha rubato un occhio.
  • La (non) sicurezza informatica dei pacemaker può uccidere a distanza. Sembra un'idea da NCIS, ma è realtà: certi apparati cardiaci impiantati sono riprogrammabili a distanza da chiunque, con conseguenze letali.
I link portano agli articoli di supporto alla trasmissione.
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Il Corriere colto a violare il copyright: due pesi, due misure

L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Internet è il covo dei pirati; i giornali sono santi, puri e casti, ligi alle leggi e alle regole. Mai e poi mai i Ggiornalisti si abbasserebbero a violare il diritto d'autore, come fanno invece quei pezzenti dei blogger. Nooo. I Ggiornali ospitano strali delle varie case discografiche e cinematografiche che piangono perché Internet ha rubato loro foto, film e musica. Lo chiamano proprio così: rubare (c'è persino lo spot apposito, fatto – sublime ipocrisia – con musica di un artista olandese, usata senza il suo permesso). Internet, sei brutta e cattiva: vai dietro la lavagna.

Poi capita di aprire un quotidiano e scoprire perle come questa, a pagina 18 del Corriere di oggi (grazie a Luigi per la segnalazione e lo screenshot):


La mappa è stata “rubata” (il termine è quello che usano i discocinematografici) al suo autore, Vincenzo Cosenza, che l'ha pubblicata qui nel proprio sito:

Stessa idea, stessa scelta di colori (non sempre legata al colore del social network, come nel caso di Cloob e Qzone). Il Corriere non indica la fonte dalla quale ha prelevato i dati e non indica come li ha elaborati: Vincenzo sì, e contesta la copiatura, segnalando che non è la prima volta.

Ho chiesto a Vincenzo se per caso il Corriere aveva il suo permesso di pubblicazione. Mi ha detto di no. In altre parole, il Corriere ha violato il diritto d'autore. Forza, SIAE e altri numi tutelari, così pronti a intervenire e rovinar famiglie quando la violazione la commette un privato cittadino: fate vedere che le leggi valgono per tutti, anche per la redazione del Corriere, e fate notare che il Ggiornalismo copia e ruba. Fate risarcire Vincenzo per la violazione dei suoi diritti (il diritto d'autore è un diritto automatico), esattamente come chiedete a chi scarica o imita una canzone di risarcire il suo autore. Le regole son regole, giusto?

Altrimenti tutti i vostri discorsi sul diritto d'autore sono aria fritta; le prediche, quando vengono da un pulpito che razzola male, fanno solo scappare i fedeli. La chiesa è già quasi vuota. Vedete voi.

Aggiornamento (15:40): su Twitter sono comparse le scuse di Daniele Manca del Corriere: “@vincos @elvira_serra Ciao! Scusa per l'uso del grafico! Vorrei far mettere una precisaZione come posso scrivere come credito? scusa ancora”.
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Copyright, un piccolo test di velocità

Complottista lunare mi ruba una foto. Wordpress interviene in 57 minuti


Un sostenitore delle tesi di complotto lunare, tale Albino Galuppini, ha pensato bene di prendere una mia foto (quella di Venere di giorno) e di dire che aveva "rinvenuto accidentalmente in internet" l'immagine, senza indicarne la fonte.

"Accidentalmente" un corno, dato che mi conosce e segue questo blog (trovate i suoi sapienti commenti sotto il nick "PianetaX"). Gli ho ricordato che quella foto è mia ed è tutelata dal diritto d'autore e l'ho invitato cortesemente a indicarne la fonte.

Non volevo mica dei soldi; non me la prendevo neanche per le stupidaggini titaniche che asseriva sulla base della mia foto (è suo sacrosanto diritto atteggiarsi a imbecille, se gli va); chiedevo soltanto che mi fosse riconosciuta la paternità dell'immagine.

Macché. Il signor Galuppini non ha voluto saperne. Così ho inviato a Wordpress (che ospita il blog di Galuppini) un apposito Infringement Notice, documentando la questione. Wordpress ha rimosso l'immagine a tempo di record: neanche un'ora.

Ora, nel blog di Galuppini, al posto della mia foto c'è un bel buco. Come, del resto, nella testa di tutti i lunacomplottisti.
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FBI chiude Megaupload

Megaupload chiusa dall'FBI. Ma il file sharing c'entra poco


Ne parlerò in dettaglio nella puntata del Disinformatico di oggi (venerdì) alle 11 sulla Rete Tre della RSI, ma a costo di dire cose impopolari, mi tocca segnalare che la reazione isterica (denial of service a raffica) di Anonymous alla chiusura di Megaupload e Megavideo da parte dell'FBI fa esattamente il gioco di chi vuole difendere lo status quo del copyright e inasprirne le leggi. Proprio adesso che si stava arrivando a liquidare SOPA e forse anche PIPA, Anonymous realizza un autogol attaccando i siti di FBI, Dipartimento di Giustizia USA, Universal Music, RIAA e altri. Adesso le varie lobby potranno puntare il dito e dire “Visto? Ve l'avevamo detto che l'accusa di censura e la difesa della libertà d'espressione erano foglie di fico per poter continuare a scroccare.”

Prima di prendere le difese di Megaupload, leggete i capi d'accusa in sintesi o per intero. I suoi titolari non sono stati arrestati per semplice file sharing di materiale sotto copyright. Hanno fatto ben di peggio: riciclaggio di denaro, tanto per dirne una.

Inoltre sono diventati multimilionari scroccando le fatiche altrui (proprio come certi magnati della musica e del cinema). Non stiamo parlando di un gruppo di ragazzini che mette su un server per condividere le puntate introvabili di Magnum PI o sottotitolare in russo Doctor Who rimettendoci tempo e soldi. Stiamo parlando di gente che s'è fatta cinque Mercedes AMG e decine di milioni di profitti con Megaupload. Sicuri di volerli presentare come paladini della lotta contro la censura per la libertà di Internet? Un conto è il file sharing senza scopo di lucro; un altro è lucrare sul file sharing.

Io non ho problemi a elogiare la “pirateria” come modo per custodire la cultura e la libertà delle idee, ma qui rischiamo di trovarci dei compagni d'avventura decisamente imbarazzanti. Se fossi complottista, direi che sono stati scelti apposta perché spettacolarmente impresentabili.