skip to main | skip to sidebar
Visualizzazione post con etichetta sequestri informatici. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sequestri informatici. Mostra tutti i post

Nuovo sequestro ai danni di Indymedia in GB

Slashdot | Second Indymedia Server Seized in UK Within a Year: "For the second time within the past year, an Indymedia server has been seized in the United Kingdom. This time it is the Bristol Indymedia server (currently redirected to the United Kollectives IMC site); this follows on from the Ahimsa seizure last October. The current seizure was carried out using a search warrant by the UK police at approximately 16:30GMT on June 27th, 2005. This was despite being warned by lawyers 'that this server was considered an item of journalistic equipment and so subject to special provision under the law' (press release). Bristol Indymedia is currently being supported by the National Union of Journalists (NUJ), Liberty and Privacy International. Other media organisations have declared their support."

Altre info e dati da The Register, BBC, e ancora BBC, che si chiede se la libertà di stampa è sotto attacco.
22 commenti

[IxT] Aggiornamento su Indymedia

Punto Informatico ha appena pubblicato che la richiesta di sequestro ha origini italiane.

Indymedia dichiara che "La pm Marina Plazzi che indaga sulla FAI e sui pacchi bomba a Prodi aveva chiesto l'acquisizione di alcune informazioni su notizie passate su Indymedia" e che "questo ordine è stato interpretato in senso quantomai estensivo da parte dell'FBI che ha proceduto a un sequestro vero e proprio, un eccesso molto grave, che non è stato ovviamente convalidato".

Con buona pace di chi era saltato subito alla conclusione che i "cattivi" erano gli americani.

Nota (16/10/04): nel senso che quello che conta è il mandante, che è molto più vicino a casa; l'FBI è stato un semplice esecutore, magari troppo zelante.
7 commenti

[IxT] Indymedia dissequestrata, ma ora tocca a Pino Scaccia

Questa newsletter vi arriva grazie alle gentili donazioni di "Un anonimo", "kappateo" e "fircla".

I dischi rigidi dei server di Indymedia sequestrati il 7 ottobre scorso sono stati restituiti, apparentemente intatti, a Rackspace ieri pomeriggio (13/10), stando a un comunicato di Indymedia.

Le esatte motivazioni del sequestro restano tuttora ignote. Essendo il sequestro coperto dal segreto istruttorio, è estremamente difficile avere dati certi che chiariscano i termini della situazione, e ragionare sulle ipotesi è pericoloso. Per esempio, le foto di agenti svizzeri in borghese pubblicate da Indymedia, che molti hanno sospettato siano la causa del sequestro, sono al momento soltanto una motivazione ipotetica non confermata.

È invece abbastanza assodato che il procedimento di sequestro è scaturito da un'indagine nata al fuori degli Stati Uniti e su richiesta delle autorità svizzere e italiane.

La dichiarazione di Rackspacequi, citata da The Register:

... an investigation that did not arise in the United States.

La dichiarazione dell'FBI all'Agence France Presse:

The FBI acknowledged that a subpoena had been issued but said it was at the request of Italian and Swiss authorities. "It is not an FBI operation," FBI spokesman Joe Parris told AFP. "Through a legal assistance treaty, the subpoena was on behalf of a third country".

Essendo il sequestro avvenuto in territorio inglese, la faccenda coinvolge sicuramente l'Home Office (Ministero dell'Interno). Se il sequestro è avvenuto per acquisire prove da presentare in tribunale, gli atti dell'eventuale processo dovranno rivelare le modalità di acquisizione per confermare che siano legali e quindi ne sapremo qualcosa in più. Sono già state presentate interpellanze in proposito al Ministro dell'Interno David Blunkett. La risposta è attesa a breve, secondo The Register.

Il caso Indymedia è importante perché ha delle conseguenze per chiunque pubblichi qualcosa su Internet: dalle testate "istituzionali" fino all'ultimo dei blogger.

Infatti si possono condividere o meno le idee di Indymedia, ma resta il fatto che è stata oscurata una testata giornalistica (sì, Indymedia è una testata giornalistica, perché in moltissimi paesi fare giornalismo è un diritto automatico e non richiede una tessera dell'Ordine). Ed è stata oscurata senza che vi fossero necessità tecniche: se le autorità avessero voluto i dati dei dischi, avrebbero potuto copiarli senza rimuoverli, come da prassi giuridicamente consolidata, e senza neppure farlo sapere a Indymedia.

Inoltre l'oscuramento è avvenuto senza dare alcuna giustificazione e anzi dando ordine a Rackspace di non discuterne i dettagli con la testata stessa, secondo la prassi vigente in Inghilterra. Indymedia, quindi, non sa di cosa è accusata. Quali che siano i motivi più o meno validi dell'azione di sequestro, è una situazione più acconcia a un regime totalitario che alla teoricamente civile Europa.

Ma che c'entra Pino Scaccia, il giornalista RAI? C'entra perché c'è un parallelo interessante. Scaccia, infatti, è stato colpito proprio in questi giorni da un esposto-denuncia perché qualcuno ha pubblicato, nel blog del giornalista, un commento che ha violato la privacy di un minore.

A un giornalista RAI viene dunque contestata una violazione per molti versi analoga a quella contestata, perlomeno in via informale, a Indymedia (anche le foto degli agenti, infatti, non erano state pubblicate direttamente dai gestori di Indymedia, ma facevano parte di un commento di un partecipante a un forum).

Scaccia non rischia il sequestro degli hard disk per una settimana, ma la punizione e l'espulsione dall'Ordine dei Giornalisti. Rischia il posto di lavoro, gestito con correttezza per trent'anni, per una cosa che non ha scritto lui, ma è stata affissa da un lettore anonimo.

Anche per Pino Scaccia dovrebbero esserci sviluppi a breve: l'udienza si tiene domani (venerdì). La notizia è riportata da Punto Informatico e commentata nel blog di Scaccia.

In entrambi i casi, sembra che si stia stabilendo un principio molto pericoloso: chi gestisce un sito che ospita commenti pubblicati dai lettori risponde in prima persona per quei commenti. È come se i condomini fossero responsabili per gli insulti scarabocchiati sui muri del condominio da vandali con le bombolette.

Viene spontaneo chiedersi, a questo punto, che cosa succede se qualche malintenzionato scrive frasi ingiuriose o lesive della privacy nei commenti di siti come Punto Informatico o Zeus News, o nei forum della Rai, o in un blog. Di fronte a episodi come questi, molti responsabili di siti d'informazione e blog potrebbero sentirsi in dovere di spegnere per prudenza le aree di discussione e commento, con grave danno per la libertà di comunicazione in Rete. E così i casi di Indymedia e di Pino Scaccia, apparentemente così lontani, finirebbero per toccare ognuno di noi.
13 commenti

[IxT] Sequestro Indymedia, aggiornamento: le foto (senza nomi)

Questa newsletter vi arriva grazie alle gentili donazioni di "frugolo1", "mperri82" e "Nella".

Numerosi siti Web stanno segnalando la disponibilità di copie delle pagine di Indymedia sequestrate che ritrarrebbero due agenti in borghese. Se le copie sono autentiche, nelle pagine che Indymedia ritiene siano la causa del sequestro non ci sono i nomi degli agenti, ma soltanto alcune loro foto a distanza ravvicinata, sufficiente a identificarne i lineamenti con estrema chiarezza.

Non troverete link alle copie delle pagine in questa newsletter. È uno scrupolo di prudenza, per due ragioni: la prima è che desidero comunque tutelare la sicurezza degli agenti ritratti nelle foto (se sono agenti); la seconda è che mi trovo in territorio inglese. Avere una visita della polizia di Sua Maestà non mi va: non stasera, ho un libro da finire! Chiunque sappia usare la cache di Google o visiti alcuni dei siti più popolari della Rete troverà i link.

Le foto indicate come copie di quelle sequestrate sono scattate in una località svizzera, visto che in una si scorge chiaramente una cabina della Swisscom.

Se la loro autenticità venisse confermata, l'ipotesi di reato andrebbe ridimensionata: Indymedia non avrebbe violato la riservatezza di due agenti così gravemente come sembrava inizialmente. Le mie considerazioni si basavano su questo aspetto, che però sarebbe falso: che cosa vi devo dire, è stata proprio Indymedia a parlare di "nomi e facce" qui.

[Nota: questa newsletter è stata corretta per rimuovere un paragrafo che conteneva un errore di interpretazione dovuto a una virgola mancante in una frase di Indymedia; la frase sembrava dicesse che le foto erano ambientate a Seattle. Scusate.]

Qualcosa non quadra. Forse non è questo il motivo del sequestro, o forse le foto non sono quelle incriminate.

Comunque sia, qualora le copie fossero autentiche, parte dei miei commenti sarebbe fuori luogo. Resta da valutare se pubblicare, o consentire la pubblicazione, delle foto di due persone e dire "questi sono due agenti in borghese", sia pure senza i loro nomi, sia un comportamento saggio e corretto da parte di qualsiasi organizzazione. E se non fossero agenti?

Fra l'altro, le parole che accompagnano le foto non sono, come dire, un esempio di fair play:

Comme le dit l'un des 2 inspecteurs : « J'ai vu deux de mes collègues se faire lyncher pendant les manifs anti-OMC, en 1998, raconte un inspecteur. Je ne l'oublierai jamais. »

Peut etre qu'il y a d'autres choses que cet inspecteur n'obliera jamais ! Car il n'y a pas que le Carpacio comme plat qui se mange froid !

Il mio francese sarà arrugginito, ma credo di capire a cosa allude la frase "il carpaccio non è l'unico piatto che si serve freddo".

Vi piacerebbe essere ritratti sotto una didascalia del genere?

Concludo con un altro dettaglio: secondo una segnalazione su Cryptome.org, sito solitamente abbastanza affidabile, il coinvolgimento USA sarebbe molto indiretto. In sostanza, l'FBI avrebbe dichiarato di non aver alcuna indagine in corso sull'argomento, ma di aver semplicemente agito da tramite nel trasmettere la richiesta svizzera di assistenza pervenuta tramite le autorità italiane, come previsto dagli accordi internazionali.

L'iter sarebbe stato questo: la Svizzera avrebbe chiesto l'assistenza dell'Italia, che a sua volta l'avrebbe chiesta a USA e Regno Unito perché Rackspace è una società USA con filiale in Inghilterra.
8 commenti

[IxT] Due righe veloci sul caso Indymedia

Questa newsletter vi arriva grazie alle gentili donazioni di "silvio.bacch****", "girello" e "al.bergiu".

Come probabilmente già sapete, i server inglesi di Indymedia, l'organizzazione indipendente di raccolta di informazioni, sono stati sequestrati il 7 ottobre. I server contengono numerose edizioni internazionali di Indymedia, compresa quella italiana.

Comprensibilmente, molti hanno gridato allo scandalo e al complotto USA contro la libertà. Sarebbe molto bello se il mondo fosse davvero così in bianco e nero, ma le cose sono un po' più complicate. Vi vorrei dare qualche spunto d'informazione e di riflessione, visto che qui, al di là del caso specifico, è in gioco un equilibrio molto delicato: quello fra diritto all'informazione e diritto alla privacy.

Innanzi tutto, molti hanno avuto l'impressione che l'FBI sia piombata in Inghilterra e abbia fatto quello che le pareva. Calma un attimo: l'FBI non ha giurisdizione nel Regno Unito. Deve chiedere alle autorità di sicurezza locali, come è successo in casi analoghi per l'arresto di vandali informatici. Può assistere alle operazioni, ma non può agire autonomamente. Quindi è scorretto titolare "l'FBI sequestra i dischi di Indymedia".

Ci sono accordi internazionali fra le forze di polizia appositamente predisposti, che regolano i termini di queste collaborazioni e richiedono comunque che il reato sia considerato tale dalle autorità locali. Non basta la parola dell'FBI: ci vuole un ordine legale emesso secondo le leggi vigenti del paese. Ovviamente, essendo i due paesi legati da una lunga tradizione di collaborazione, un ordine legale di questo genere viene emesso abbastanza facilmente.

Rackspace USA afferma che l'accordo in base al quale è stato eseguito il sequestro (senza notificare Indymedia) è il Mutual Legal Assistance Treaty (MLAT). Ne parla The Register qui (in inglese).

Questo trattato, però, definisce procedure di reciproca assistenza per i casi di terrorismo internazionale, rapimento e riciclaggio di denaro. Ma Indymedia non è accusata di nessuno di questi crimini.

A dire la verità, non si sa neppure di cosa sia accusata. Tuttavia il silenzio di Rackspace UK, e la mancata notifica a Indymedia, non sono atti di prevaricazione autoritaria: sono obblighi della legge britannica, che vieta alle parti in causa di discutere un provvedimento che le colpisce, per evitare di interferire con le indagini e di coinvolgere persone che magari non c'entrano nulla. Questo è un fatto ben noto a chi si occupa d'informazione e informatica in Inghilterra.

L'idea può piacere o non piacere, ma mi sembra indubbio che i responsabili di Indymedia, consci di avere a che fare spesso con informazioni scottanti e fastidiose per i potenti di turno, avrebbero dovuto riflettere più attentamente prima di depositare i propri server in territorio inglese. Ci sono molti altri paesi che offrono garanzie superiori. Inoltre, da un punto di vista strettamente informatico, mi stupisce la mancanza apparente di un backup (Indymedia afferma di aver "perso molto del materiale presente" sui propri server).

Il muro di silenzio, comunque, non è impenetrabile. C'è infatti una teoria abbastanza solida sulle possibili ragioni del sequestro. Secondo l'articolo di The Register e il comunicato di Indymedia, disponibile qui in italiano.

La ragione più probabile sarebbe la presenza, nella sezione Indymedia Nantes dei server, di alcuni "articoli con nomi e facce di poliziotti svizzeri in borghese infiltrati durante una manifestazione di piazza", quindi in un luogo pubblico. L'FBI ne aveva richiesto la rimozione alcuni giorni fa, ma "il procedimento era ancora in fase di formalizzazione al momento della sottrazione dei computer". La richiesta sarebbe stata motivata, dice Hep Sano, rappresentante di Indymedia, dal fatto che gli articoli "rivelavano informazioni personali" sui poliziotti in borghese. Nessuna delle fonti direttamente interessate ha confermato l'ipotesi di coinvolgimento delle autorità italiane fatta da alcuni organi di stampa.

La pista elvetica sembra confermata da una dichiarazione di Rackspace a Indymedia, citata da The Register: la richiesta proverrebbe appunto dalla polizia svizzera. Indymedia ritiene che le foto fossero state rimosse dai server prima del sequestro, ma ovviamente non può verificarlo, perché i dati dei server sono inaccessibili.

Se le cose stanno così, ci sono alcuni punti da ponderare. Indubbiamente il sequestro integrale dei server è una misura esagerata, perché lede gravemente il diritto all'espressione e all'informazione. Ma va considerato anche il diritto di chi lavora nelle forze dell'ordine, e delle loro famiglie, a non essere indicato per nome e cognome e indirizzo: è lo stesso diritto che spetta a ogni cittadino, e che nel caso di chi opera in settori delicati è addirittura rafforzato per ragioni fin troppo ovvie. Quel poliziotto in borghese che oggi assiste a una manifestazione, domani potrebbe aver bisogno di tutelare il proprio anonimato (e la vita dei propri figli) durante un'indagine antimafia.

Molti si lamentano dell'invasività delle telecamere di sorveglianza e non desiderano essere ripresi, neppure nei luoghi pubblici, e lo considerano anzi un diritto assoluto. Mi sta bene. Ma è difficile conciliare questa lamentela con la pubblicazione online di foto di persone con tanto di nome, cognome e indirizzo, ritratte in un luogo pubblico. Un diritto è un diritto, e non si annulla soltanto perché la persona coinvolta non la pensa come noi o perché la parte lesa non siamo noi ma è qualcun altro.

Si fa in fretta ad accusare di prevaricazione e gridare al complotto liberticida. Indubbiamente trovarsi la polizia in ufficio con un ordine di sequestro non è piacevole. Ma se le foto e i nomi e cognomi pubblicati online fossero stati i vostri, non avreste reclamato a gran voce l'intervento di quelle stesse forze dell'ordine per toglierli dalla Rete al più presto?

Forse, ripeto forse, sequestrare i server era la procedura legale più spiccia per tutelare i diritti dei cittadini di cui era stata violata pericolosamente la riservatezza. Forse, ripeto forse, Indymedia poteva riflettere prima di commettere un atto di scorrettezza del genere.

Forse, ripeto forse, il torto sta da entrambe le parti, e dare la colpa a una sola è una scelta troppo semplice. E a molti piacciono le scelte semplici: evitano la fatica di pensare.

Ciao da Paolo.

-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-
(C) 2004 by Paolo Attivissimo (www.attivissimo.net). Questo articolo è distribuibile e ripubblicabile liberamente, purché sia inclusa la presente dicitura.