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Antibufala, le FAQ

Le domande più frequenti riguardo le bufale in generale


Se state cercando l'elenco delle mie indagini antibufala la pagina giusta è questa, mentre nelle seguenti FAQ antibufala troverete la risposta a queste domande:



Tecniche antibufala: cosa fare per controllare un appello o una notizia


Se avete ricevuto una bufala e l'avete subito mandata a tutti i vostri conoscenti, c'è poco che potete fare. Ci siete cascati: (poco) male, l'importante è non cascarci più.

Se volete rimediare al vostro errore, mandate una smentita a chi vi ha mandato l'avvertimento e avvisate tutti coloro ai quali avete mandato l'appello. Se lo ritenete opportuno, citatemi come fonte.

Soprattutto, non diffondete mai una catena di Sant'Antonio dal posto di lavoro, altrimenti date l'impressione che l'azienda o l'istituto presso il quale lavorate confermino l'autenticità della catena. Molte persone sono state danneggiate da questo loro comportamento incauto: troverete le loro storie e vicissitudini nelle varie indagini.


Come faccio a sapere se un appello è una bufala o no?


In genere basta usare gli strumenti offerti da Internet. Ecco come procedo io. Potete divertirvi anche voi a fare i Detective Antibufala:

  • Parto sempre dal presupposto che tutti gli appelli che ricevo sono bufale fino a prova contraria. Molti utenti, invece, danno per buono tutto quello che leggono sullo schermo del PC. Lo so, il mio è un atteggiamento cinico, ma deriva dall'esperienza: la maggior parte degli appelli è effettivamente falsa.
  • Do un'occhiata alla coerenza interna del messaggio. Ci sono contraddizioni evidenti? Allora è assai probabile che sia una bufala.
  • Poi guardo i dati concreti contenuti nell'appello: riferimenti a date, persone, nomi, aziende, indirizzi, leggi o documenti. Se non ci sono riferimenti precisi, anche questo mi fa propendere per la bufala.
  • Se invece i riferimenti ci sono, li indago tramite i motori di ricerca, come Google: immetto una frase tratta dal messaggio, che va scelta in modo che sia univoca, cioè costituisca una serie precisa e piuttosto insolita di parole che difficilmente compariranno in messaggi diversi da quello che sto cercando. Se non trovo niente nei siti autorevoli (riviste di settore online, CNN, BBC, Amnesty International, per esempio), è probabile che sia una bufala.
  • Sempre in Google, scelgo l'opzione Groups per cercare la stessa frase nell'archivio dei newsgroup.
  • Poi visito i siti dedicati alle bufale celebri, che sono tappe obbligate di qualsiasi indagine su catene come queste. In genere trovo che l'appello è già stato analizzato e sviscerato (autenticandolo o meno) in uno o più di questi siti.
  • Prima di raggiungere una decisione, comunque, cerco di avere più di una fonte, dato che anche le testate più blasonate ogni tanto pubblicano stupidaggini e commettono errori.
  • Come faccio a decidere se una fonte è autorevole? Seguo due criteri fondamentali: il primo è che le agenzie di stampa, CNN e BBC sono autorevoli perché fanno sì degli errori, ma in genere ci azzeccano (o perlomeno ci azzeccano molto più spesso di tante altre fonti). Il secondo è il criterio del tornaconto. Per esempio, se il Papa dice che ha le prove dell'esistenza di Belzebù, lo considero fonte di parte (ha un tornaconto nell'affermarlo). Se il Papa dice che ha le prove che Belzebù non esiste, lo considero fonte autorevole (perché manca un tornaconto, anzi, dicendolo va contro le proprie convinzioni).


Siti da consultare




Libri da leggere


Se vi interessano i processi psicologici che stanno alla base del successo delle catene di Sant'Antonio e delle leggende metropolitane, ecco una lista di alcuni dei libri che vale la pena di leggere.

  • La famosa invasione delle vipere volanti, Paolo Toselli, Sonzogno (1994), ISBN 8845406687
  • Tutte storie, Danilo Arona, Costa e Nolan (1994) ISBN 8876481710
  • Leggende metropolitane: Storie improbabili raccontate come vere, Jan Harold Brunvand, Costa e Nolan (1986)
  • Nuove leggende metropolitane Jan Harold Brunvand, Costa e Nolan (1990)
  • Le nuove leggende metropolitane - Manuale per detective antibufale" (atti del convegno Contaminazioni, Torino 2004), a cura di Paolo Toselli e Stefano Bagnasco, Avverbi, ISBN 8887328595
  • Le voci che corrono, Jean-Noel Kapferer, Longanesi (1987)
  • Il bambino è servito, Cesare Bermani, Dedalo
  • Non ci casco, Edizioni Millelire
  • Leggende tecnologiche... e il gatto bonsai mangiò la fragola pesce, Lorenzo Montali, Avverbi (2003)
  • Disinformation Technology - Sottotitolo: Dai falsi di Internet alle bufale di Bush, Stefano Porro e Walter Molino, Apogeo (2003)
  • 101 stronzate a cui abbiamo creduto tutti almeno una volta nella vita, Severino Colombo, Newton Compton Editori (2011)


L'origine dell'espressione catena di Sant'Antonio


Secondo uno dei più autorevoli siti dedicati alle leggende metropolitane, il Centro per la Raccolta delle Voci e delle Leggende Contemporanee, il termine deriva da una tradizione molto diffusa a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso (il '900): si riceveva una lettera che iniziava con "Recita tre Ave Maria a Sant'Antonio" e proseguiva descrivendo le fortune capitate a chi l'aveva ricopiata e distribuita a parenti e amici e le disgrazie che avevano colpito chi invece ne aveva interrotto la diffusione.

All'epoca la catena si diffondeva ricopiandola a mano e per posta; poi si è gradatamente tecnologizzata. Con l'avvento delle fotocopiatrici è scomparsa la ricopiatura manuale, e con l'arrivo di Internet è cessata anche la spedizione postale, soppiantata dalla più efficiente (e meno costosa) distribuzione istantanea via e-mail.


Ma che male fa diffondere una catena di Sant'Antonio?


Tanto.

  • Quelle che parlano di sostanze tossiche presenti nei prodotti più disparati danneggiano le aziende che li producono: questo significa danneggiare inevitabilmente anche i loro lavoratori.
  • Diffondere una bufala vi fa fare la figura degli ingenui che abboccano a qualsiasi storia senza prendersi la briga di verificarla e senza neppure chiedersi se sia plausibile.
  • Le catene spedite dal posto di lavoro vi possono costare il lavoro! Spesso i programmi di posta aggiungono automaticamente in coda a ogni messaggio il nome del mittente e quello dell'azienda o dell'istituto presso il quale lavora il mittente. Il risultato è che una catena spedita dal posto di lavoro sembra "autenticata" dall'azienda/istituto, che difficilmente gradisce che il proprio nome venga abusato da un dipendente e associato a una bufala.
  • La diffusione di false notizie può portarvi in tribunale. Sono a conoscenza di almeno un caso in Italia in cui l'incauta diffusione di un appello ha avuto conseguenze legali per chi l'ha fatto circolare. Non posso dare dettagli perché mi è stato chiesto di non darli proprio per evitare ulteriori danni alle società e alle persone coinvolte.
  • Quelle autentiche che contengono appelli per curare persone malate spesso proseguono per anni dopo la morte della persona citata. Di conseguenza, i familiari continuano per anni a ricevere offerte di aiuto che non solo sono assolutamente inutili, ma ricordano loro ogni giorno la scomparsa di una persona cara. Voi come vi sentireste, se ogni mattina vi chiamassero in tanti al telefono per chiedervi come sta vostra figlia morta di leucemia?
  • Grazie all'inesperienza degli utenti della Rete, le catene viaggiano con centinaia di indirizzi di e-mail al seguito. Gli spammer (i pubblicitari-spazzatura di Internet) usano queste catene per raccogliere indirizzi a cui mandare la loro assillante pubblicità più o meno pornografica, virus e compagnia bella. Se partecipate a una catena di Sant'Antonio, anche il vostro indirizzo finirà nelle liste degli spammer.
  • Questi messaggi diventano spesso enormi (150 K e passa) a furia di accumulare indirizzi in coda. Questo significa che ci vuole tempo per scaricarli, e il tempo è denaro, per chi si collega a Internet con il telefono o il cellulare. In altre parole, spedire catene di Sant'Antonio costa: costa a chi le riceve oltre che a chi le manda.


Tutti stupidi? Le vere cause del successo di una bufala


Molti degli appelli che circolano vi sembreranno probabilmente così evidentemente bufalini che vi verrà il dubbio: ma davvero la gente è così ingenua?

È facile giudicare quando si esamina un appello col senno di poi, ossia quando lo si ritrova in un elenco in cui è già classificato come bufala o meno. La cosa è ben diversa quando la stessa informazione compare su un giornale, in un telegiornale, o ci arriva nella posta di Internet mandataci da un amico. In casi come questi scatta il principio d'autorità: siccome la notizia arriva da una persona di cui ci fidiamo o da una fonte solitamente autorevole, non attiviamo il nostro spirito critico e la accettiamo automaticamente.

Inoltre molti di questi appelli fanno leva sui sentimenti o sui pregiudizi: due aspetti della psicologia umana che notoriamente annebbiano la parte razionale del nostro modo di pensare.

Di conseguenza, abboccare a una bufala non è sintomo di stupidità o di scarso intelletto: è una normale reazione umana.

Lo stimolo irrestibile a diffondere un appello ricevuto deriva anche da un altro fattore: il piacere di far sapere. La bufala si presenta in genere come un'informazione importante che pochi sanno: ricevendola e inoltrandola, crediamo di entrare a far parte di una cerchia elitaria di "coloro che sanno", e ci nasce dentro irresistibile la voglia di farci belli con amici e colleghi ostentando il nostro nuovo sapere. Non importa se il "nuovo sapere" è in realtà una bufala: l'effetto gratificante si ha lo stesso, anche perché praticamente tutti coloro che riceveranno la nostra comunicazione la riterranno autentica.

C'è anche un altro aspetto psicologico curioso: essere coinvolti in una bufala, sia come disseminatori sia come suoi "garanti" (per esempio apponendo volontariamente o involontariamente il proprio nome o indirizzo in calce a un appello), ci fa sentire importanti. Ci sono persone così sole o bisognose di protagonismo da trarre piacere dal fatto di essere tempestate di telefonate di sconosciuti che chiedono notizie sull'argomento della bufala che hanno sottoscritto.
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