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2020/10/29

Per Avvenire, “mayday” durante un soccorso indica... la data del soccorso

Angela Napoletano, su Avvenire, scrive “Avevano 6 e 9 anni i due fratellini, Armin e Anita, morti martedì nel naufragio di una piccola imbarcazione di immigrati nel Canale della Manica... Le operazioni di soccorso, scattate al “Mayday”, il primo di maggio, quando è festa nazionale...” (copia permanente su Archive.is).

Per gli increduli, le parole che cito sono nello screenshot qui accanto.

Come è possibile che una persona lavori per un giornale e scriva di cronaca senza sapere che cosa vuol dire mayday

E anche senza saperlo, bastava pensare un attimo: se sono (tragicamente) morti questo martedì, che senso ha scrivere che le operazioni di soccorso sono scattate il primo maggio?

Mi dispiace, ma non è con questo giornalismo a neuroni spenti che ci salveremo dalla disinformazione.

 

2020/10/30. L’articolo di Avvenire è stato corretto. Non una parola di rettifica, men che meno di scuse. Peccato.

 

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Traduzioni farlocche: “Grease” e il vino della Svizzera italiana

Ieri sera ho intravisto una scena dell’ennesima replica di Grease (1978) su un canale italiano e ho scoperto una chicca. A un certo punto Sandy (Olivia Newton-John) è in camera con le amiche e Rizzo (Stockard Channing) tira fuori una bottiglia di vino. Una delle amiche un po’ oche, Jan, lo descrive con ammirazione dicendo “Vino vero della Svizzera Italiana? È importato!” o qualcosa di molto simile.

La battuta mi è suonata strana, e così sono andato a cercare l'originale. Sì, noi traduttori non sappiamo resistere a una traduzione che ci suona farlocca. Grazie al potere di Internet, in pochi secondi ho trovato lo spezzone in questione e ho appurato che in originale la battuta è “Italian Swiss Colony? Wow, it's imported.” Potete sentirla in inglese qui sotto (non ho trovato per ora lo spezzone equivalente in italiano):

Ma l'Italian Swiss Colony non è un vino della Svizzera Italiana. È un vino americano, fatto in California. Questo. Fatto da una colonia di persone provenienti in buona parte dalla Svizzera italiana (donde il nome). Altre info sono qui.

In altre parole, il senso della battuta del film è che l’amica è talmente ignorante in fatto di vini (e di cultura generale) che pensa che il californianissimo Italian Swiss Colony sia un vino d'importazione. Nella versione italiana il riferimento culturale si perde completamente e la battuta cade nel nulla. A discolpa dei traduttori dell’epoca, confesso che non l’avrei colta neanche in originale.

Il doppiaggio cinematografico è da sempre strapieno di errori, alcuni perdonabili e altri meno. Il mio disastro di traduzione preferito rimane una frase in Viaggio Allucinante (1966): parlando di una parte sottilissima del corpo umano nel quale gli eroi stanno navigando dopo una fantascientifica miniaturizzazione, uno di loro (Donald Pleasence) dice, a 54:48, che “è più sottile di un decimillimetro di pollice”. E qui non ci sono scuse, è proprio ignoranza.

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La prima puntata di “Fake - La fabbrica delle notizie”

Se vi siete persi o volete rivedere la puntata di ieri sera di Fake - La fabbrica delle notizie, il programma condotto da Valentina Petrini dedicato all’analisi delle notizie che non lo erano e della disinformazione al quale collaboro insieme a David Puente e Matteo Flora, la potete vedere temporaneamente qui. Fra gli ospiti di questa puntata, Selvaggia Lucarelli, Alessandro Sallusti ed Enrico Bucci: si parte dal tema Covid-19 e le fake news dei negazionisti, poi si va a Wuhan.

2020/10/24

La Svizzera nega la rianimazione agli anziani malati di Covid? No. Per ora no, e cerca di evitarlo. Ma si prepara al peggio

Ultimo aggiornamento: 2020/10/25 14:35. 

La Stampa ha pubblicato un articolo di Fabio Poletti (copia permanente qui) che cita il protocollo di triage svizzero da adottare in caso di esaurimento delle risorse mediche. L’articolo in sé è corretto, ma il titolista lo ha massacrato con un sensazionalismo acchiappaclic che è decisamente fuori luogo, intitolandolo “La Svizzera sceglie: rianimazione negata agli anziani malati di coronavirus”. Come se già adesso i medici andassero in giro a lasciar morire gli anziani. È falso.

Repubblica, invece, ha scritto che il protocollo sarebbe stato già “attuato”, titolando Se la Svizzera non cura gli anziani (tempo presente, come se stesse già accadendo adesso) e ribadendo nel catenaccio “Attuato un protocollo per le terapie intensive che riguarda gli over 75 in caso di disponibilità limitate”. Nel testo, l’articolo senza firma dice che “anche nella civilissima Svizzera gli anziani vengono messi da parte”. Di nuovo il tempo presente.

L’articolo iniziale de La Stampa è stato ripreso da Il Fatto Quotidiano e ANSA e approfondito (con link alle fonti, come si deve) da Open. Il clamore italiano ha indotto la stampa svizzera ticinese a parlarne (per esempio Ticinonews).

Ne scrivo brevemente perché molti di voi mi hanno segnalato l’articolo sapendo che abito in Svizzera e quindi mi hanno chiesto lumi in proposito.

Il protocollo in questione è questo (a La Stampa o Repubblica non costerebbe nulla linkarlo, ma non lo fa, a differenza di Open) e non è affatto applicato in questo momento. Se Repubblica o La Stampa hanno prove del contrario, che le tirino fuori. 

Questo protocollo fa semplicemente parte di quei piani che ogni governo, ogni pubblica amministrazione, ogni Protezione Civile che abbia un minimo di buon senso prepara in anticipo per decidere come affrontare le situazioni più drammatiche qualora si presentassero.

Il documento, intitolato “Pandemia Covid-19: triage dei trattamenti di medicina intensiva in caso di scarsità di risorse” e redatto dall’Accademia Svizzera delle Scienze Mediche e dalla Società Svizzera di Medicina Intensiva, lo mette subito in chiaro: “Se le risorse a disposizione non sono sufficienti, occorre prendere decisioni di razionamento”

Per ora le risorse sono sufficienti, ma l’aggravarsi della pandemia da Covid fa prospettare il rischio che le risorse non bastino per tutti. E se si arriverà a quel punto, allora bisognerà avere pronte delle regole precise su come assegnare quelle risorse. Il protocollo definisce queste regole: pragmatiche, severe, ma necessarie. Immagino che il governo italiano abbia un documento analogo, che so, in caso di eruzione del Vesuvio (questo) o di crollo di una diga.

Per esempio, il documento svizzero dice di non voler considerare criteri tipo “l’estrazione a sorte, il principio «first come, first served», la priorità a persone con un elevato valore sociale”. E descrive i principi etici fondamentali da usare: equità, salvare il maggior numero possibile di vite, proteggere gli specialisti coinvolti, eccetera.

Il triage è un concetto assolutamente normale per chiunque lavori nella gestione delle emergenze: in medicina, per esempio nelle liste d’attesa per donazioni di organi. C’è un solo organo donato e cinque pazienti compatibili in fin di vita che ne hanno bisogno. A chi lo dai? Tiri la monetina?

Lo stesso vale in tempo di guerra, o in caso di attentato o disastro che causa tanti morti. Medici e soccorritori arrivano e per prima cosa fanno triage: se si rendono conto di non avere risorse sufficienti a salvare tutti, devono fare delle scelte terribili, come lasciar perdere o dare palliativi a quelli che sanno di non poter salvare e concentrarsi su quelli salvabili. Ed è inutile fare i buonisti in poltrona: no, spesso non è possibile salvare tutti.

Fra l’altro, il documento svizzero risale al 20 marzo scorso, non è neanche una novità: ne parlava già il Corriere del Ticino in quella data. 

Insomma, non so quale sia il senso di questi articoli. Il fatto che le autorità si preparino a gestire una situazione drammatica che comporta sacrifici e scelte durissime e non la affrontino tirando a indovinare sul momento non dovrebbe essere una novità. L’esistenza di questo documento svizzero è una non notizia. A meno che l’obiettivo di questi giornali sia far pensare ai propri lettori “oddio guarda gli svizzeri, come sono freddi ’sti gnomi di Berna che già pianificano chi lasciar morire” per acchiappare qualche clic pubblicitario in più. Come se gli ospedali italiani non fossero già popolati di primari e infermieri esausti e in lacrime che fanno queste scelte tutti i santi giorni. E come se i medici italiani non avessero già pronti protocolli analoghi. Di cui Il Fatto Quotidiano parlava già a marzo scorso.


 

 

Ringrazio @damariani1 per la segnalazione del protocollo italiano e @davidegrandi per la segnalazione del piano per il Vesuvio. Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

2020/10/23

Puntata del Disinformatico RSI del 2020/10/23

È disponibile la puntata di ieri del Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, condotta da me insieme a Tiki.

Argomenti trattati:

Podcast solo audio: link diretto alla puntata; link alternativo.

App RSI (iOS/Android): qui.

Video (con musica): è qui sotto.

Podcast audio precedenti: archivio sul sito RSI, archivio su iTunes e archivio su TuneIn, archivio su Spotify.

Archivio dei video precedenti: La radio da guardare sul sito della RSI.

Buona visione e buon ascolto!

Quanto è sicuro navigare con Tor? E la navigazione privata è davvero anonima?

È una domanda ricorrente quando faccio lezione di sicurezza e privacy nelle scuole: quanto è sicuro usare Tor per navigare in modo anonimo?

La risposta breve è “molto, se fai molta attenzione”. Il problema è proprio l’attenzione: anche se si usa Tor, basta un passo falso per non essere più anonimi. Chi sta pensando che basti installare Tor per fare tutto quello che vuole impunemente, per proteggere la propria sfera personale o eludere sorveglianze commerciali o governative, sbaglia.

Partiamo dalle basi. Tor è un browser, concepito inizialmente dalla Marina degli Stati Uniti, che ci serve per due cose fondamentali: nascondere dove ci troviamo, in modo che i siti visitati non sappiano da dove siamo collegati, e rendere difficile per qualcuno sorvegliare le nostre attività di navigazione nel corso del tempo.

Tor prende la nostra richiesta di visitare un sito, la cifra con della crittografia molto forte, e la passa a caso a un relay, ossia un computer che offre il servizio Tor. Qualunque computer può farlo. Questo relay passa la richiesta a un altro relay a caso, cifrando di nuovo i dati, e così via, fino alla destinazione, che quindi non ha modo di sapere chi siamo e da dove ci colleghiamo.

Ma attenzione: se fate acquisti online usando una carta di credito o altro strumento di pagamento che include la vostra identità, siete comunque identificabili. Se scaricate tramite Tor un file e quel file viene trovato sul vostro computer, siete comunque identificabili. Se andate su un forum usando Tor e usate lì il vostro account, che è associato alla vostra mail, siete comunque identificabili.

C’è anche un altro rischio poco conosciuto nell’uso di Tor: la rete Tor è piccola. I relay di uscita attivi, quelli che si collegano al sito che volete visitare, in qualunque dato momento sono circa un migliaio in tutto il mondo (trovate i dati presso Metrics.torproject.org). Questo vuol dire che un criminale (o un governo) che vuole sorvegliare il traffico su Tor non deve fare altro che attivare qualche centinaio di relay, sapendo oltretutto che chi usa Tor ha qualcosa da proteggere o da nascondere e quindi il traffico su Tor è particolarmente interessante. Non è teoria: è già successo, come raccontano Sophos e Intego.

Se poi usiamo Tor per visitare una pagina in http anziché in https, questi relay di uscita ostili possono non solo leggere il traffico, ma possono anche alterarlo. Questo succede soprattutto nel mondo delle criptovalute.

Morale della storia: non pensate di poter semplicemente installare Tor per poi lanciarvi a commettere vandalismi o trollaggi credendo di essere invisibili e invincibili. Se non siete esperti, lascerete delle tracce che vi incastreranno. Se ci tenete a proteggere la vostra riservatezza, studiatelo a fondo e chiedete aiuto agli esperti.

Ma le VPN?

C’è chi obietta che per navigare in anonimato basta usare una VPN, senza le complicazioni e i rallentamenti tipici di Tor. Non è così, e per una ragione molto semplice: se usate una VPN, chi gestisce la VPN vede tutto il vostro traffico. Avete semplicemente spostato il punto di (potenziale) raccolta dei dati: invece del vostro provider Internet, che forse conoscete, vi siete affidati a un gestore di VPN che sta chissà dove e si guadagna da vivere facendo chissà cosa. Scegliete bene il vostro fornitore di VPN e non affidatevi al primo che trovate in giro. Chiedetevi sempre qual è il suo tornaconto, specialmente se il servizio è offerto gratuitamente.

Non c’è nessun problema di selezione di fornitori, invece, se si usa una VPN semplicemente per eludere le restrizioni geografiche adottate da alcuni siti. Se volete vedere un trailer di un film che viene pubblicato in modo da limitarne la fruizione a uno specifico paese, potete usare una qualsiasi VPN che faccia sembrare che siete in quel paese. Molti siti di giornali statunitensi, per esempio, non sono accessibili dall’Europa perché dovrebbero implementare misure di compatibilità con il GDPR che per loro sono solo un costo ingiustificabile. Il Salt Lake Tribunal, per citarne uno, mostra agli europei questa schermata:


 

Ma la navigazione privata?

Anche questa è una domanda ricorrente: i browser hanno una funzione di navigazione in incognito o privata, e molti la usano pensando che li renda anonimi. Non è così.

La navigazione privata offerta dai browser è anonima per il dispositivo che usate, non per il resto di Internet. In altre parole, se la usate il computer o tablet o telefonino non conserva ricordo o traccia della navigazione fatta: nella cronologia di navigazione non rimane nulla. Ma i siti che visitate sanno da dove vi collegate (in particolare sanno il vostro indirizzo IP, che è tutto quello che serve per identificarvi). E se scaricate un file durante la navigazione privata, il file rimane sul dispositivo e vi può incastrare. 

Usate la navigazione privata soltanto se volete adoperare temporaneamente i vostri account sul dispositivo di qualcun altro e non volete lasciargli le vostre informazioni, se volete visitare un sito senza che si ricordi delle vostre preferenze, o se non volete lasciare traccia della navigazione sul vostro dispositivo. Ma ricordate che Internet vi vede anche se navigate “in incognito”.

Prepariamoci a dire addio ad Adobe Flash

Adobe Flash Player, uno dei più diffusi software per mostrare animazioni nei siti Web, ha cominciato a diffondere avvisi di congedo imminente, annunciando che il supporto terminerà il 31 dicembre di quest’anno e addirittura invitando gli utenti a disinstallarlo, come nella schermata qui accanto, comparsa su uno dei miei Mac durante un aggiornamento.

Non è un fulmine a ciel sereno: la pagina informativa di Adobe spiega che la decisione di fare l’EOL (end of life) di Adobe Flash Player fu annunciata a luglio 2017. Chi ha creato siti che dipendono da contenuti fatti in formato Flash (i celeberrimi skip intro che imperversavano alcuni anni fa) ha avuto tempo in abbondanza per aggiornarli a standard più recenti e universali.

Il problema principale è di tipo storico. Le versioni archiviate dei siti, custodite come memoria storica in siti come Archive.org, cesseranno di essere leggibili se il computer che le legge non ha installato Flash Player o un suo equivalente. Allo stesso tempo, tenere Flash Player installato è un rischio di sicurezza, come raccontato in tante occasioni in questo blog, e la cosa peggiorerà dopo il 31 dicembre, quando non ci saranno più aggiornamenti correttivi di eventuali nuove falle scoperte.

 

Ricercatore di sicurezza dice di aver indovinato la password di Trump su Twitter

Ultimo aggiornamento: 2020/10/23 14:35.

Victor Gevers, un ricercatore di sicurezza olandese molto noto nel settore (@0xDUDE), ha dichiarato di essere riuscito a entrare nell’account Twitter personale del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, semplicemente indovinandone la password dopo cinque tentativi.

Secondo Gevers, la password di Trump era maga2020! e l’autenticazione a due fattori era disattivata. Il ricercatore dice di aver allertato il governo statunitense del problema. Tutta la vicenda è pubblicata su de Volkskrant e su Vrij Nederland (entrambi in inglese).

La Casa Bianca smentisce, e Twitter dice di non aver visto prove a sostegno (che, sia chiaro, non è una smentita categorica). Però Gevers ha mostrato a de Volkskrant delle comunicazioni ricevute dal Secret Service statunitense sulla vicenda, e dichiara di avere messo al sicuro un file che contiene le prove della vicenda e altre informazioni importanti e di tenerlo come garanzia che non gli succeda nulla di “inatteso”. La sua cautela è tipica del settore della sicurezza informatica, ma è anche basata su un precedente: Gevers e altri erano infatti già entrati nell’account di Trump nel 2016, quando la password era yourefired.

All’epoca, dice Gevers, avevano avvisato le autorità statunitensi. Ma a quanto pare l’avviso non è servito a nulla, perché la sicurezza dell’account di Trump  era ancora un colabrodo.

Ci sono alcuni punti ancora da chiarire nella notizia: altri ricercatori stanno facendo le pulci alle dichiarazioni di Gevers e hanno notato delle apparenti incoerenze, due delle quali però sono già state risolte (conta dei caratteri anomala nello screenshot (anche qui) e lunghezza insufficiente). 

Si obietta inoltre che gli account Twitter legati alle elezioni presidenziali statunitensi hanno delle protezioni speciali, ma allo stesso tempo va notato che la presunta violazione riguarda l’account personale di Trump (@realdonaldtrump, non @POTUS) e che l’autenticazione potrebbe essere stata disattivata durante il recente ricovero in ospedale del presidente USA. E la reputazione di Gevers, che ha al suo attivo una lunga carriera di divulgazione responsabile di problemi di sicurezza, è fortissima.

In ogni caso, storie come questa ricordano l’importanza della sicurezza degli account. Anche se non siete presidenti degli Stati Uniti, se gestite un account dal quale dipende la vostra reputazione o quella dell’azienda per la quale lavorate, usate password uniche, lunghe e non ovvie, e attivate l’autenticazione a due fattori. Altrimenti ci vuole poco per rovinarvi.

2020/10/22

Tesla rilascia il nuovo software di guida autonoma a pochi utenti selezionati. Impressionante, ma occhio agli eccessi di fiducia

Ultimo aggiornamento: 2020/10/23 23:30.

Tesla ha rilasciato il suo nuovo software di guida autonoma, denominato Full Self-Driving (Beta), a un numero molto limitato di utenti statunitensi che fanno parte del suo Early Access Program, dedicato a chi vuole ricevere le versioni più recenti e sperimentali, e i social network si stanno riempiendo di video che dimostrano le sue nuove capacità di gestire anche il traffico urbano.

Va chiarito subito che questo nuovo software è disponibile soltanto negli Stati Uniti; negli altri paesi del mondo deve ancora essere approvato dalle autorità per la sicurezza stradale. Inoltre è e sarà installabile soltanto sulle Tesla dotate dell’hardware più recente e che hanno pagato un apposito supplemento di prezzo. Questo vuol dire che se incrociate una Tesla, non dovete dare per scontato che sia dotata di questo nuovo sistema di guida basato sull’intelligenza artificiale (la mia TESS, per esempio, non ce l’ha e non lo può avere).

Un’altra cosa che va messa bene in evidenza è che questa non è ancora guida pienamente autonoma, ma è fortemente assistita: la supervisione dell’utente è ancora indispensabile. Si tratta comunque ancora del livello 2 dei cinque previsti dalle linee guida del Dipartimento dei Trasporti statunitense per i veicoli a guida autonoma

I primi video che mostrano questo FSD in funzione sono notevoli: la visualizzazione di quello che l’auto “capisce” e “riconosce” è drasticamente più ricca. Ma il problema di gestire tutte le variabili di una situazione complessa come quella della guida, specialmente in ambito cittadino, è davvero difficile da risolvere. Nel guardare i video pubblicati, è importante tenere presente che gli utenti tendono a pubblicare i successi ma non gli errori.

Il FSD “effettua i cambi di corsia fuori dalle autostrade, seleziona per seguire il vostro percorso di navigazione, naviga intorno agli altri veicoli e oggetti, ed effettua svolte a destra e a sinistra”, dicono le sue istruzioni.

Non sempre le manovre vengono fatte con competenza e fluidità:

Questo tweet mostra le varie opzioni sperimentali e le diciture di avviso:

Gli entusiasmi degli appassionati sono decisamente scatenati:

Mi aspetto, purtroppo, che ci saranno eccessi di fiducia da parte dei conducenti (che restano per ora legalmente responsabili della condotta del veicolo) e che ci saranno incidenti anche gravi. È inevitabile, perché l’obiettivo realistico di qualunque sistema di guida autonoma non è eliminare completamente gli incidenti. Ci saranno sempre circostanze nelle quali non ci sarà bravura di guida che tenga e la fisica imporrà crudelmente le proprie leggi. L’obiettivo è fare meno incidenti della media dei conducenti umani. E questo, lo sappiamo tristemente dal bilancio dei morti sulle strade, non è un traguardo particolarmente ambizioso.

Prevengo la domanda: no, la mia Tesla non ha questa funzione e non la può installare. L’ho scelta appositamente così, perché non sono affatto convinto che un software che non ha conoscenza del mondo a un livello di astrazione molto elevato possa guidare abbastanza bene da affidargli la mia vita e quella dei miei cari. Per esempio, l’FSD sa distinguere fra un cartello stradale vero e uno stampato su un cartellone pubblicitario? Come gestirà un cantiere stradale? Noi lo sappiamo fare perché conosciamo il mondo e sappiamo come funziona. Quali altri errori di riconoscimento poco intuitivi commetteranno questi software?

Le istruzioni del software dicono chiaramente che va usato “con cautela aggiuntiva” e che “può fare la cosa sbagliata nel momento peggiore”. Non mi sembra una buona idea mettere sulle strade una cosa del genere. Neanche in pochi esemplari di prova.

Sono insomma molto scettico. Ma sono disposto a cambiare idea, se una volta calmati gli entusiasmi verranno presentati i dati.

James Randi, 1928-2020

“Voglio essere cremato, e voglio che le mie ceneri vengano soffiate negli occhi di Uri Geller”.

Grazie, maestro.

Credit: @r_montagnoni.