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2021/12/08

Il Sole 24 Ore e i trilioni; La Stampa fa gli articoli usando Deepl

Questo è un “articolo” de La Stampa. Uso le virgolette per via di quella frase finale, lasciata in bella mostra: “Tradotto con DeepL.com/Translator (versione gratuita)”.

Oggi il giornalismo si fa così: si piglia un articolo straniero altrui (avendone i diritti o no, non si sa), lo si ficca in un traduttore automatico, e si pubblica il risultato. Grazie a @fabiobortolotti e ai tanti che mi hanno segnalato questa perla.

Il Sole 24 Ore, intanto, scrive che “trilione” vuol dire 3000 miliardi (grazie a @MarcoBigi66 per la segnalazione), e poi attribuisce a Bloomberg la scemenza che scrive: 

Apple è un passo dal raggiungere una capitalizzazione da 3mila miliardi di dollari [...] Lo scrive l’agenzia Bloomberg [...] al colosso di Cupertino basta un rialzo del 6% del titolo, oggi a quota 174 dollari, per diventare la prima azienda al mondo a spingersi sopra alla soglia del “trilione” di dollari.


 

Mi piacerebbe sapere se i giornali fanno lavorare gli inetti perché costano poco o perché i loro capi sono inetti anche loro e non si rendono conto delle cretinate da analfabeti che pubblicano, ma ho paura della risposta in entrambi casi.

Non ho altro da aggiungere.

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2021/12/03

Podcast RSI - Allarme Emotet in Svizzera, Fortnite prova il metaverso, robot viventi, attori virtuali


È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto) e qui sotto.

I podcast del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite feed RSS, iTunes, Google Podcasts e Spotify.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo e i link alle fonti della storia di oggi, sono qui sotto.

2021/12/02

Allerta per Emotet, che usa i documenti Microsoft Office per vuotare i conti bancari

Il Centro nazionale per la cibersicurezza svizzero (NCSC) ha pubblicato pochi giorni fa un avviso che segnala il ritorno di Emotet, un malware che il Centro non esita a definire “il malware più pericoloso al mondo”.

Si parla di ritorno perché a gennaio 2021 Europol aveva annunciato un’importante operazione contro Emotet che aveva permesso di mettere offline i server di comando e controllo e di smantellare la botnet associata a questo malware.

Ma l’NCSC riferisce che “negli ultimi giorni esperti di sicurezza di tutto il mondo hanno segnalato nuovi attacchi perpetrati con questo malware. Da un paio di giorni Emotet è presente anche in Svizzera.” Gli attacchi si basano sull’invio di mail con “allegati Excel contenenti macro nocive” e i mittenti hanno indirizzi con dominio .ch. Il Centro raccomanda pertanto di “di bloccare subito i documenti di Microsoft Office sui gateway di posta elettronica (.xlsm, .docm)”.

Un elenco dei siti infettati da Emotet è disponibile qui presso Abuse.ch.

Emotet è nato come trojan dedicato alla penetrazione dei sistemi informatici delle vittime con lo scopo di ottenere le credenziali di accesso ai loro conti bancari, ma con il passare del tempo i suoi vari gestori lo hanno trasformato in un cosiddetto dropper: un malware che fa da puro agente di penetrazione e poi, una volta arrivato a destinazione, scarica il malware vero e proprio.

Ê anche nato un vero e proprio mercato di compravendita dei siti infettati: spesso un gruppo criminale usa Emotet per entrare in un sistema informatico e poi ne vende il controllo a un altro gruppo, e così via: l’ultimo della catena di acquisti lo usa poi per installare un classico ransomware che cifra i dati della vittima, alla quale viene poi chiesto un riscatto per sbloccare i dati.

Emotet viene considerato particolarmente pericoloso anche perché il suo aspetto può ingannare anche un utente piuttosto smaliziato.

L’NCSC prosegue dicendo che una volta che Emotet è entrato in un sistema informatico “è quasi impossibile liberarsene. Ha un’elevata capacità di adattamento ed è ad esempio in grado di leggere i contatti e i contenuti delle e-mail nelle caselle di posta elettronica dei sistemi infetti”. I dati raccolti con questa tecnica consentono di “lanciare altri attacchi. Le nuove vittime ricevono e-mail fasulle apparentemente inviate da collaboratori, soci d’affari o conoscenti e vengono convinte ad aprire un documento Word e ad attivare le macro Office.”

Paradossalmente, le reti informatiche che maggiormente ospitano i siti di distribuzione di malware sono proprio quelle di Microsoft, come segnala Abuse.ch:

Il Centro nazionale per la cibersicurezza propone infine dei consigli per proteggersi da Emotet:

  • Siate prudenti anche quando ricevete e-mail da mittenti apparentemente noti, in particolare se contengono allegati e link.
  • Se sospettate che l’e-mail è fasulla contattate direttamente il mittente per verificare l’attendibilità del contenuto.
  • Bloccate i documenti Office contenenti macro sui programmi di posta elettronica e proxy.
  • Installate subito tutti gli aggiornamenti di sicurezza disponibili per i sistemi operativi, i browser, client di posta elettronica e programmi di Office.
  • Proteggete gli accessi VPN tramite un’autenticazione a due fattori e installate le patch su tutti i dispositivi esposti.
  • Effettuate regolarmente un backup dei dati su un supporto di archiviazione esterno e custoditelo offline.
  • Conservate almeno due generazioni di backup.
  • Le imprese dovrebbero continuamente sorvegliare gli attacchi sulle proprie reti.
  • Inviate le e-mail nocive a reports@antiphishing.ch oppure segnalatele al servizio di contatto dell’NCSC tramite l’apposito modulo.

Fortnite fa prove tecniche di metaverso? Quasi

Oltre a Facebook/Meta, anche Epic Games, la società che ha creato Fortnite, ha ambizioni di creare un metaverso, e sta muovendo i primi passi in questo senso, aggiungendo alla normale modalità di gioco anche i Fortnite Party Worlds, o Mondi in festa in italiano: delle mappe nelle quali non si combatte ma si incontrano gli amici e si fanno mini-giochi.

Le prime due mappe sono disponibili subito: Walnut World (Noceto Faceto) creato da fivewalnut (codice 9705-9549-4193), che è una sorta di parco di divertimenti virtuale, e Late Night Lounge (Salotto Nottambulo) creato da TreyJTH (codice 8868-0043-1912). I Party World non sono collegati ad altre isole e sono una evoluzione del Party Royale, dove non ci sono armi e costruzioni ma ci sono veicoli da pilotare, trampolini, cinema olografici e altri spazi interattivi in cui divertirsi.

Chiunque può creare un Party World: basta usare il tag Party World per l’isola e inviarla a Epic Games, rispettando le linee guida molto dettagliate, che partono dal principio di “creare luoghi in cui passare del tempo e divertirsi con gli amici”. Questi Mondi in festa “non devono essere luoghi minacciosi” e “non devono essere incentrati sui danni o sul combattimento” ma “devono dare la priorità all'espressione creativa tramite emote, spray, cambio di costumi e altre meccaniche simili” per “incoraggiare l'interazione sociale, dando alle persone un modo per fare nuove amicizie o interagire in nuovi modi con i vecchi amici.”

La scelta di creare luoghi virtuali nei quali spostarsi con il proprio avatar e interagire con altri utenti attraverso i loro avatar, senza una finalità preimpostata ma semplicemente per socializzare, richiama molto alcuni dei concetti di base del Metaverso proposto di recente da Mark Zuckerberg, ma si tratta solo di una sua fase molto iniziale: manca infatti la portabilità, ossia la possibilità di usare anche altrove le risorse virtuali acquisite o acquistate. 

Intanto, però, la popolarità di questi spazi comincia a farsi notare, anche in termini economici: anche se Fortnite è nato come gioco di combattimento, il più grande evento avvenuto su questa piattaforma è stato un concerto virtuale di Travis Scott, tenutosi ad aprile 2020, che ha radunato ben 12,3 milioni di giocatori simultanei, battendo il record precedente di 10,7 milioni di partecipanti del concerto di Marshmello del 2019. Il gioco diventa insomma un enorme stadio virtuale nel quale esibirsi e, inevitabilmente, vendere canzoni e prodotti. Staremo a vedere.

Antibufala: arrivano i robot viventi, e sanno riprodursi da soli! Ma niente panico

Un gruppo di ricercatori dell’Università del Vermont, della Harvard University e della Tufts University ha pubblicato una ricerca, intitolata Kinematic self-replication in reconfigurable organisms, che è stata presentata come la creazione dei primi robot viventi capaci di riprodursi. E per di più la riproduzione avviene in una maniera che non ha precedenti.

Non si tratta di oggetti di metallo e silicio, ma di macchine biologiche: gruppi di circa 3000 cellule staminali di rana modificate e “programmabili” nel senso che i loro comportamenti elementari possono essere decisi impostando la loro forma. Niente Tre Leggi della Robotica, per ora.

La parte più interessante è la loro tecnica di riproduzione: questi xenobot raccattano le cellule staminali che trovano in giro e le radunano in ammassi. Quando questi ammassi raggiungono un numero di cellule sufficiente, diventano nuovi robot biologici.

La cosa curiosa è che la forma ideale di questi robot autoreplicanti è quella di Pac-Man, per cui i robot “genitori” raccattano nella propria “bocca” le cellule staminali, le aggregano e poi rilasciano dei “neonati” che hanno il loro stesso aspetto e si muovono nello stesso modo. E questi neonati sono capaci, a loro volta, di fare la stessa cosa.

Per ora è prestissimo per parlare di applicazioni pratiche e la notizia è stata un po’ gonfiata giornalisticamente, per cui non ci si deve aspettare la conquista del mondo da parte di orde di rane robot: l’aspetto più interessante è invece che l’osservazione concreta di questo modo ignoto di riprodursi apre nuove ipotesi sulla storia dell’evoluzione della vita sulla Terra, che potrebbe aver preso inizio usando appunto questa tecnica di aggregazione spontanea.


Fonti aggiuntive: The Register, Gizmodo.

Synthesia, video di attori sintetici dicono quello che volete grazie all’intelligenza artificiale

Ultimo aggiornamento: 2021/12/02 16.55. 

Provate a cliccare su questo link.

La voce che avete sentito non è quella di una speaker professionista: è una voce sintetica. È già un risultato notevole, ma di sistemi di sintesi vocale realistici quasi indistinguibili dalle voci umane ce ne sono tanti.

Però questo, realizzato dalla società britannica Synthesia, è un po’ speciale. Infatti oltre alla voce c’è anche un video, altrettanto sintetico, nel quale l’attrice virtuale recita le parole con movimenti labiali corrispondenti al testo.

Se non fosse per quell’intonazione decisamente robotica del finale, vi sareste accorti della finzione?

L’idea dell’azienda britannica è molto semplice e anche un po’ inquietante per chiunque faccia lo speaker professionista: offrire un modo rapido ed economico per aggiungere al proprio sito dei video professionali in cui delle persone danno istruzioni o forniscono informazioni. Non occorre incaricare un’agenzia, trovare gli attori che parlino correttamente le varie lingue, attivare uno studio e registrare gli attori, con tutti i tempi e i costi che ne derivano.

Il procedimento è estremamente semplice e flessibile, e può essere provato gratuitamente. Si va al sito, Synthesia.io, si clicca su Create a free AI video, si immette il testo (in una qualsiasi di oltre 40 lingue, riconosciute automaticamente, con un limite massimo di 200 caratteri) e poi si clicca su Continue.

Nel giro di pochi minuti, durante i quali il testo che avete immesso viene vagliato per verificare che non sia offensivo o inadatto, secondo le regole etiche del servizio, il video è pronto per l’uso.

Aggiornamento: le regole sono abbastanza elastiche, come segnala @Pagliacci8:

La versione a pagamento è molto più flessibile, con un ampio assortimento di attori virtuali maschili e femminili e molte opzioni di personalizzazione dei formati e dei contenuti, con sfondi su misura e integrazione di presentazioni PowerPoint. Si possono anche creare avatar personalizzati. Ê una sorta di deepfake commerciale, ma con alcune restrizioni: l’azienda non crea video simulati di persone senza la loro autorizzazione esplicita. Altrimenti sarebbe troppo facile prendere una celebrità o un politico e fargli dire qualunque sconcezza con un labiale molto credibile.

La rapidità di esecuzione e i prezzi (30 dollari al mese per dieci video nell’account base) sono impossibili da eguagliare con degli speaker reali.

Se non fosse per la gestualità limitata e per qualche papera occasionale nell’intonazione o nella sintesi di alcune parole, probabilmente molti attori che campano grazie ai video di comunicazione aziendale sarebbero angosciati di restare disoccupati. Probabilmente questo servizio toglierà loro una parte del lavoro, ma resterà quella più complessa e personalizzata. Nessuno di questi attori virtuali, per ora, può infatti interagire con un prodotto da promuovere o da dimostrare.

La strada per arrivare agli avatar umani indistinguibili dalla realtà è ancora lunga, ma dobbiamo cominciare a chiederci se quell’uomo o quella donna che ci stanno facendo un tutorial perfetto online sono reali o simulati, e allenarci a riconoscere gli indizi che rivelano la sintesi.

Comunicazione di servizio: persi tutti i commenti di Pgc, commentatore storico del Disinformatico

Ultimo aggiornamento: 2021/12/02 9:00.

Se avete notato che sono scomparsi tutti i commenti di Pgc, uno dei commentatori più assidui di questo blog, e che quindi molti bei thread di discussione sono diventati quasi incomprensibili, non siete i soli. 

Non sono stato io in un momento di pazzia: Pgc ha cancellato il proprio account per crearne un altro dopo che Disqus gli ha iniziato a dire erroneamente che era bloccato da me.

Il messaggio esatto di Disqus che gli arrivava era “Non è stato possibile pubblicare il tuo commento perché disinformatico ha bloccato il tuo account.”

Questo è lo screenshot che mi ha mandato. Ironicamente, Disqus gli mostrava questo messaggio di apparente blocco proprio su un commento nel quale diceva di non aver mai avuto ban o blocchi nonostante le nostre divergenze di opinioni.

Ho ricontrollato: l’account pgc era a posto, non era bloccato e anzi era classificato come “High rep(utation)”.

A tutto questo si è aggiunto il problema che la sua mail registrata sul vecchio account era irraggiungibile e quindi non c’era modo quindi di cambiare nulla nel profilo Disqus.

Purtroppo Disqus non avvisa chiaramente che l’eliminazione dell’account elimina anche tutti i messaggi pubblicati.

Secondo Disqus non c’è modo di ripristinare un account una volta che è stato eliminato. Io ricevo via mail copia di tutti i commenti, per cui ho in archivio tutti i commenti di Pgc ora scomparsi, ma reinserirli è praticamente impossibile.

Sono in contatto con Pgc, che dice che probabilmente tornerà con un nuovo account identico al precedente [aggiornamento: è tornato].

Se avete idee su cosa fare, i commenti sono a vostra disposizione. Sempre che Disqus si comporti bene.

2021/12/01

E se usassimo l’idrogeno per le auto? Parliamone

Ultimo aggiornamento: 2021/01/12 22:15.

Il video di Real Engineering che pubblico qui sotto fa il punto a proposito dell’idrogeno come alternativa alle batterie, non solo per la mobilità terrestre ma anche per l’aviazione, in termini di efficienza energetica. I dati risalgono al 2018, per cui non sono recentissimi e nel frattempo prezzi e tecnologie hanno subìto evoluzioni notevoli, però i concetti di fondo mi sembrano validi e Real Engineering di solito lavora bene.

Visto che molti mi chiedono di discutere la questione idrogeno per le auto, ho pensato di partire da questo video e pubblicarlo qui per creare un punto di discussione. Se avete idee, spunti, aggiornamenti e integrazioni o semplicemente qualche domanda, i commenti sono a vostra disposizione.

NOTA: Se commentate e ricevete un avviso che "Non è stato possibile pubblicare il tuo commento perché disinformatico ha bloccato il tuo account. Per saperne di più.", non sono stato io a bloccarvi. Scrivetemi una mail per informarmi, così posso sapere quanto è diffuso il problema.

Dopo il video trovate il mio riassunto dei suoi concetti principali.

Sia l’auto elettrica a batteria, sia l’auto a idrogeno sono in realtà auto elettriche: entrambe sono spinte da un motore elettrico. La differenza sta nel modo di trasportare a bordo l’energia che muove quel motore.

In un’auto elettrica “tradizionale”, l’energia viene immagazzinata in batterie; in un’auto a idrogeno viene tenuta in uno o più serbatoi di idrogeno, che alimentano una cella a combustibile (fuel cell) in cui, nonostante il nome, non avviene nessuna combustione termica tradizionale e quindi le emissioni nocive sono minime. Questa cella genera elettricità che alimenta un motore elettrico.

Entrambe le soluzioni eliminano l’inquinamento e le inefficienze dei motori a pistoni. Idrogeno ed elettricità per caricare le batterie possono essere entrambi prodotti con fonti a basso impatto ambientale e rinnovabili.

A prima vista l’idrogeno sembra molto più promettente. Se compresso, un chilogrammo di idrogeno contiene circa 40 kWh. Un chilo di batterie per auto contiene mediamente circa 0,167 kWh: 236 volte meno. Questo significa che è molto più facile costruire auto a idrogeno a lunga autonomia e molto leggere (e quindi più efficienti e capaci di andare più lontano con lo stesso consumo energetico). Per l’aviazione, dove il peso conta moltissimo, questa differenza di rapporto peso/energia è fondamentale.

Un’auto a idrogeno può rifornirsi in pochi minuti, mentre un’auto elettrica al momento richiede, nel migliore dei casi, almeno venti minuti per una carica che le dia autonomia significativa.

Ma l’idrogeno ha problemi notevoli se si considera l’intera filiera di produzione. Infatti attualmente costa molto più della corrente elettrica equivalente: il video, nel 2018, cita un costo di energia di 2,4 centesimi di dollaro/chilometro per un’auto elettrica (una Tesla Model 3) e un costo di 17,7 cent/km per l’idrogeno equivalente. Sette volte di più. 

Un commento su Twitter indica che in Italia l’idrogeno, disponibile in pochissime stazioni di servizio (cinque in tutto, secondo questa mappa), costa 12 euro più IVA al kg alla stazione H2 Brennero (l’IVA dovrebbe essere il 4%) e che la Hyundai Nexo a idrogeno fa ~800Km a 70Km/h con 6,3 kg di idrogeno, per cui a velocità autostradali ne fa probabilmente 600, con un costo di circa 12 eurocent / km. Anche qui siamo ben lontani dalle economie dell’auto elettrica.

Produrre idrogeno, infatti, richiede moltissima energia.

  • Negli Stati Uniti, la maggior parte della produzione avviene tramite steam reforming (reforming con vapore), un processo che combina vapore ad alta temperatura e gas naturale. Questo processo richiede molto calore ed è enormemente inefficiente, tanto che l’idrogeno prodotto in questo modo contiene meno energia del gas naturale di partenza. Inoltre questo processo è inquinante e dipende in ogni caso dal gas naturale.
  • Un altro modo di produrre idrogeno è l’elettrolisi: la scissione dell’acqua in idrogeno e ossigeno tramite applicazione di una corrente elettrica. Questa corrente elettrica potrebbe essere generata tramite fonti pulite e rinnovabili, magari usando le eccedenze di produzione delle centrali, ma il procedimento ha una perdita di circa il 30%: in altre parole, l’idrogeno prodotto contiene solo il 70% dell’energia che si consuma per generarlo.
  • Una variante dell’elettrolisi è la PEMS (polymer exchange membrane electrolysis) o elettrolisi a membrana di scambio polimerica. Raggiunge efficienze dell’80% e consente la produzione in loco.

Le batterie, invece, hanno un’efficienza di circa il 99% come rapporto fra energia elettrica immessa ed energia immagazzinata dalla batteria. In termini di rapporto fra energia consumata complessiva per chilometro, l’idrogeno perde nettamente il confronto.

L’idrogeno va poi trasportato e immagazzinato. Se si elimina il trasporto con la produzione in loco le cose migliorano, ma resta il costo di immagazzinaggio. 

Lo si può immagazzinare altamente compresso (790 atmosfere), ma la compressione richiede circa il 13% dell’energia contenuta. 

In alternativa, lo si può raffreddare e rendere liquido, e questo permette di avere serbatoi meno pesanti di quelli pressurizzati. Ma le proprietà fisiche dell’idrogeno richiedono che la liquefazione avvenga a -253°C, e questo raffreddamento ha un costo energetico complessivo di circa il 40%. Per cui la pressurizzazione è il metodo meno inefficiente.

A questo punto c’è la questione del trasporto. La produzione in loco la elimina, ma un impianto piccolo locale è meno efficiente di un grande impianto, per cui il costo finale rischia di non essere molto differente. Se il trasporto avviene via autocisterna o condotte, le perdite energetiche possono variare dal 10 al 40%.

Il trasporto dell’energia elettrica che carica le batterie delle auto elettriche, invece, ha perdite energetiche di circa il 5%.

Combinando tutte queste perdite di generazione, immagazzinaggio e trasporto, insomma, l’idrogeno risulta essere molto inefficiente.

Non è finita: una volta generato l’idrogeno e immesso nel serbatoio dell’auto, bisogna convertirlo in energia elettrica. L’efficienza di questo processo è circa il 60%: il resto se ne va in calore.

Nelle batterie, invece, l’efficienza di conversione complessiva, tenendo conto delle perdite dovute alla trasformazione da corrente alternata a corrente continua e ad altri fattori, è circa il 75%.

Qui c'è uno schema pubblicato nel 2017 da Transport and Environment:

In sintesi: al momento l’auto a idrogeno offre tempi di rifornimento rapidi e lunghe autonomie, ma a costi enormemente superiori a quelli di un’auto elettrica tradizionale.

 

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2021/11/29

Forum di hacking dice di offrire “dati alberghieri italiani” rubati in vendita: se li riconoscete, avvisate le vittime

Ultimo aggiornamento: 2021/11/29 17:30.

Un noto sito web di compravendita di dati rubati ha pubblicato poco fa un’offerta di dati alberghieri italiani sottratti, mettendoli in vendita a 250 dollari. La quantità è indicata come “155k”, ma non è chiaro se si intendano 155.000 record oppure 155 kilobyte di dati complessivi.

L’offerta (che non ho modo di verificare) include gli schemi dei database rubati e un campione di dati delle vittime. Pubblico qui solo gli schemi parziali, così se qualcuno li riconosce può agire opportunamente.

  • email, passwd, lastname, birthday, firstname, secure_key
  • city, phone, other, company, postcode, lastname, address1, address2, firstname, vat_number Notes, Name, Email, Surname, Address, Mobile phone, VAT number, Company name, Client type code, telephone_delivery, NameCartellaImages
  • piva, faxsede, capsede, codSito, nomeSito, emailsede, emailSito, comunesede, telefonoSito, responsabile, telefonosede, provinciasede, indirizzosede, welcomeMessage, ragionesociale, dominiCollegati, capresponsabile, pivaresponsabile, emailresponsabile, telefonoresponsabile 
  • email, Password, ipAddress, language, Name

 

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2021/11/28

Perché SaluteLazio ha il tracciamento di Facebook e Google nell’area privata e chiede di accettare un’informativa privacy che non esiste?

Salutelazio.it, il sito del sistema sanitario regionale della Regione Lazio, ospita tracciatori di Facebook e di Google nell’area privata. Lo segnala Eugenio Petullà, mostrando queste immagini:


Le immagini pubblicate da Petullà mostrano che nel codice HTML dell’area privata è presente il codice del Facebook Pixel, che è il sistema di tracciamento di Facebook, e c’è un link a Google Analytics. Questo sembra indicare che l’utente viene tracciato da Facebook e da Google anche nella sua sessione sanitaria privata.

Non sono utente di SaluteLazio, per cui non posso verificare questa segnalazione (di cui non ho motivo di dubitare). Se potete farlo voi, segnalatemelo nei commenti o in privato via mail (a paolo.attivissimo@gmail.com).

È assolutamente folle che un ente sanitario pubblico immetta un tracciatore commerciale nel proprio sito.

Ieri ho chiesto chiarimenti via Twitter a SaluteLazio e oggi ho scritto una PEC al DPO indicato nell’informativa sulla privacy: finora non ci sono risposte.

Intanto Petullà ha scoperto che l’informativa sui cookie di SaluteLazio porta al nulla. Se ci si collega al sito per la prima volta (o in navigazione privata), compare infatti la richiesta di accettare i cookie, accompagnata dal link Leggi l’informativa cookie completa; ma questo link porta semplicemente a salutelazio.it (l’HREF è vuoto, nota Camelia Boban; copia permanente). 

In altre parole: Salutelazio.it chiede agli utenti di accettare un’informativa che non esiste.

Ci fanno una testa così con la tutela della privacy e il GDPR, e poi fanno sconcezze ridicole come queste.

Intanto, se volete farvi un’idea di quanto sia invasivo e pervasivo il tracciamento commerciale effettuato da Facebook (con il consenso dei vari siti), provate a sfogliare la vostra Attività fuori da Facebook, che “include informazioni che aziende e organizzazioni condividono con noi sulle tue interazioni con loro, ad esempio quando visiti le loro app o i loro siti web”

Sarà interessante scoprire perché la Regione Lazio manda a Facebook informazioni sulle interazioni degli utenti con il sito e in particolare con la sezione dedicata alla salute.

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