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2021/06/21

Un “pianetino” sta per attraversare il Sistema Solare. No, Nibiru non c’entra

Un corpo celeste di almeno 100 km di diametro attraverserà il Sistema Solare nei prossimi anni, passando fra l’orbita di Saturno e quella di Urano nel suo momento di massimo avvicinamento al Sole (perielio) intorno al 28 gennaio 2031. Non c’è alcun pericolo di collisione o di altri effetti, a parte uno spiccato interesse da parte degli astronomi per un oggetto transnettuniano, ossia proveniente da ben oltre l’orbita di Nettuno e quindi prezioso testimone che conserva tracce delle condizioni primitive del Sistema Solare.

L’oggetto, denominato 2014 UN271, attraverserà il piano dell’eclittica grosso modo l’8 agosto 2033, con un’inclinazione di 95,5°. Ha un periodo orbitale di 398.692 anni. Al perielio starà viaggiando a 12,7 km/s: troppo veloce per qualunque sonda spaziale che vi possa atterrare, ma forse un passaggio ravvicinato (fly-by) sarebbe possibile. 

La scoperta, effettuata usando i dati raccolti dall’osservatorio di Cerro Tololo, nelle Ande, con lo strumento DECam accoppiato al telescopio Blanco da 4 metri, è stata annunciata dall’astrofisico Pedro Bernardinelli, che lavora al progetto Dark Energy Survey, e da G. Bernstein.

La natura di questo corpo celeste è ancora da chiarire, da quel che ho capito: potrebbe trattarsi di una cometa molto grande o di un pianeta molto piccolo. C’è ancora parecchia incertezza sulle sue dimensioni, che potrebbero essere fra 130 e 370 km.

I dati del JPL Small-Body Database riguardanti 2014 UN271 sono qui (basta immettere il nome nella casella di ricerca) insieme a un grafico interattivo tridimensionale della traiettoria. I dati del Minor Planet Center della NASA sono invece qui

Come si nota dal nome, l’oggetto è stato annunciato solo ora ma è presente in osservazioni risalenti agli anni scorsi, analizzate impiegando oltre 15 milioni di ore-CPU. Questa analisi ha rilevato oltre 800 oggetti transnettuniani.

Ma se, solo per ipotesi, fosse in rotta di collisione?

Visto che i calcoli escludono con grandissimo margine qualunque possibilità di collisione con la Terra o con altri pianeti, possiamo esplorare, per pura curiosità, che cosa succederebbe se un oggetto di 100 km di diametro colpisse la Terra a 12,7 km/s. Visto che cominciamo a scoprire che gli oggetti di questo genere sono numerosi e arrivano con poco preavviso (una decina d’anni, in questo caso, insufficienti per qualunque tentativo di deviazione con gli attuali mezzi spaziali), forse vale la pena di ragionarci su anche abbastanza seriamente.

Possiamo ipotizzare gli effetti dell’impatto usando il sito di simulazione dell’Imperial College di Londra: se cadesse sulla terraferma a 90°, produrrebbe un cratere transitorio di 263 km di diametro, profondo 93 km, che poi si assesterebbe a un diametro di 546 km e una profondità di 2 km. Ci sarebbe un sisma di magnitudo 11,3 della scala Richter (più forte di qualunque terremoto mai registrato). Verrebbero fusi o vaporizzati 376.000 chilometri cubi di roccia, producendo un “inverno nucleare” per oscuramento del Sole, che bloccherebbe la crescita di tutte le piante e causerebbe un crollo delle temperature planetarie.

Anche stando a 5000 km di distanza dal punto d’impatto, quattro ore e spiccioli dopo l’impatto si verrebbe investiti da un’onda d’urto atmosferica a 700 km/h, con un’intensità sonora di 101 decibel. Persino a quella distanza, crollerebbero gli edifici e si sfonderebbero i vetri, generando una nuvola di proiettili taglienti. Fino al 90% degli alberi verrebbe abbattuto. Ci sarebbe giusto il tempo di assistere all’impatto in TV e dire per bene addio ai propri cari.

In sintesi: sarebbe un evento difficilmente sopravvivibile, e i sopravvissuti probabilmente non sarebbero entusiasti del mondo nel quale si ritroverebbero. Forse è il caso di pensare alla prevenzione. Ma questa è un’altra storia.

Fonti aggiuntive: Emily Lakdawalla.

 

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2021/06/20

Tesi: gli “avvistamenti UFO” militari recenti sono una foglia di fico per coprire un’umiliazione molto terrestre

Ultimo aggiornamento: 2021/06/21 9:20.

La recente serie di video di provenienza militare che mostrano avvistamenti di oggetti volanti non identificati in prossimità di navi da guerra ha scatenato le fantasie di molti, che si aspettano straordinari annunci imminenti di contatti con civiltà extraterrestri o un salto di qualità nelle informazioni sul fenomeno UFO.

È un copione già visto in tante occasioni: chi segue la storia dell’ufologia sa che queste presunte grandi rivelazioni vengono sempre descritte dagli entusiasti come se fossero dietro l’angolo, ma non arrivano mai.

In questa foga ufologica gioca un ruolo molto importante il cherry-picking: la selezione volontaria o involontaria degli elementi che favoriscono la propria tesi, tralasciando tutti quelli che la smentiscono. 

Per esempio, si parla tanto delle dichiarazioni fatte da piloti militari a proposito di questi avvistamenti misteriosi, ma quanti di voi sanno che fra queste dichiarazioni ce n’è anche una che parla esplicitamente di un UFO “grande circa quanto una valigetta”? E un’altra in cui il pilota dice di aver intercettato “un piccolo velivolo con un’apertura alare di circa 1,5 metri”? E un’altra ancora in cui si parla di un incontro con un velivolo “avente all’incirca le dimensioni e la forma di un drone o di un missile”? Trovate i dettagli in questo mio articolo.

Quante volte avete sentito citare questo dettaglio delle dimensioni dai vari resoconti giornalistici di questi avvistamenti?

Non solo: quante volte avete sentito precisare che gli avvistamenti in questione sono avvenuti all’interno di spazi militari di addestramento navale o al volo e che la Marina degli Stati Uniti se ne preoccupa perché vuole semplicemente evitare che i suoi piloti abbiano incidenti

Appunto. Eppure l’ho segnalato quasi due anni fa. Questi dettagli sono stati disinvoltamente “dimenticati”.

In questa situazione di fatto, ben diversa da quella fantasiosamente dipinta da tanti giornalisti, c’è anche un altro elemento molto importante da considerare: la disinformazione militare intenzionale.

Chi segue da tempo l‘ufologia sa anche che i militari hanno spesso approfittato del clamore dei presunti avvistamenti alieni per distrarre l’opinione pubblica dalle loro attività clandestine. Faccio qualche esempio.

  • Nel 1947, a Roswell, nel New Mexico, si diffuse la notizia di un disco volante precipitato: i militari lasciarono che la notizia galoppasse (con grande successo, visto che circola ancora) per coprire il fatto che era caduto in realtà un aerostato militare che portava un apparato di monitoraggio delle esplosioni nucleari sovietiche che all’epoca era top secret.
  • L’anno successivo, il celebre incidente aereo nel quale perse la vita il pilota USAF Thomas Mantell, mentre inseguiva quello che descrisse come “un oggetto metallico enorme”, fu raccontato (e tuttora viene raccontato da molti ufologi) come un’interazione con un veicolo extraterrestre, ma in realtà si trattò di una collisione con un aerostato militare della serie Skyhook, la cui esistenza non poteva essere resa nota in quel periodo.
  • In tempi leggermente più vicini a noi, negli anni Cinquanta e Sessanta, molte segnalazioni di avvistamenti di UFO da parte di piloti di linea erano in realtà avvistamenti di velivoli militari segreti, come gli U-2 e gli A-12 (The CIA and the U-2 Program, 1954-1974, di Pedlow e Welzenbach, 1998). Il libro Area 51 Black Jets di Bill Yenne, pubblicato nel 2014, ne parla estesamente; ho riassunto qui la vicenda. Dato che si trattava di velivoli che ufficialmente non esistevano, ai piloti non poteva essere spiegato che cosa avevano visto realmente e ai militari faceva comodo che si diffondesse la teoria che si trattasse di veicoli alieni.

Si chiama MILDEC (military deception): depistare, depistare, depistare per distogliere l’attenzione dalle vere attività. Se volete un ripasso di quanto sia storicamente diffusa, consolidata ed efficace questa tecnica, potete partire da questa voce di Wikipedia.

Mettetevi comodi, perché questo è un articolo lungo.

 

Gli UFO “militari” come depistaggio

Il sito specialistico statunitense The War Zone ha pubblicato un dettagliatissimo articolo di analisi che propone la tesi del depistaggio anche per questi avvistamenti recenti: lasciare che l’opinione pubblica (e anche quella politica) si scateni sulle fantasie ufologiche, in modo da distrarre dal concetto imbarazzantissimo che

“un avversario molto terrestre sta giocando con noi, nel nostro giardino di casa, usando tecnologie relativamente semplici -- droni e palloni -- e portandosi a casa quello che potrebbe essere il più grande bottino di intelligence di una generazione.”

L’articolo, firmato da Tyler Rogoway ma frutto di una ricerca di gruppo, premette innanzi tutto un concetto fondamentale: i vari video di avvistamenti “autenticati” da fonti militari di cui si parla in questi mesi presumibilmente non hanno una spiegazione unica ma sono dovuti a fenomeni differenti. Cercare di giustificarli con una spiegazione unica, ufologica o meno, è un errore di metodo fondamentale. Inoltre non c’è nessuna pretesa di spiegarli tutti. In originale:

...people expect one blanket and grand explanation for the entire UFO mystery to one day emerge. This is flawed thinking at its core. This issue is clearly one with multiple explanations due to the wide range of events that have occurred under a huge number of circumstances.

Poi precisa che il depistaggio sarebbe favorevole sia agli avversari, sia (a breve termine) ai militari statunitensi:

“Credo inoltre che i problemi culturali prevalenti dell’America e lo stigma generale che circonda gli UFO sia stato preso di mira e sfruttato con successo dai nostri avversari, consentendo di proseguire queste attività molto più a lungo del dovuto. In effetti ritengo che le persone al potere che ridacchiano a proposito di resoconti credibili di strani oggetti in cielo e ostacolano la ricerca su di essi, compreso l’accesso ai dati riservati, siano diventate esse stesse una minaccia alla sicurezza nazionale. La loro carenza di fantasia, curiosità e creatività sembra aver creato un vuoto quasi perfetto che i nostri nemici possono sfruttare e probabilmente hanno sfruttato in misura sconcertante.”

Rogoway prosegue notando che un paio d’anni fa c’è stata una “improvvisa disponibilità del Pentagono a parlare di UFO e delle loro potenziali implicazioni”, sono aumentati gli avvistamenti in particolare fra i piloti di caccia della Marina e c’è una forte correlazione fra questi avvistamenti e le grandi esercitazioni navali nelle quali si sviluppano e si integrano i nuovi sistemi d’arma, di comando e di acquisizione di informazioni. “In altre parole, sembrava che questi velivoli misteriosi avessero un interesse molto spiccato per le capacità operative contraeree più grandi e recenti degli Stati Uniti”.

Un interesse piuttosto strano se si ipotizzano visitatori extraterrestri, che per il semplice fatto di essere capaci di attraversare lo spazio interplanetario o interstellare dovrebbero possedere tecnologie in confronto alle quali i sistemi d’arma di una Marina militare sarebbero interessanti quanto delle tavolette di cera per chi usa un laptop. Ma questo interesse diventa invece molto ragionevole se si ipotizza un altro scenario:

“Abbiamo poi ottenuto chiarimenti dai piloti testimoni a proposito delle asserzioni principali riguardanti quello che loro e i loro compagni di squadriglia avevano vissuto, prima di esplorare quella che per molti era un’ipotesi scomoda: quella che almeno alcuni degli oggetti che questi equipaggi e queste navi incontravano non fossero affatto un fenomeno esotico inspiegato, ma fossero droni e piattaforme più leggere dell’aria (palloni) avversari concepiti per stimolare [nel senso di far reagire -- Paolo] i sistemi di difesa aerea più avanzati degli Stati Uniti e raccogliere dati di intelligence elettronica di qualità estremamente alta su di essi. Dati critici che, fra l’altro, sono difficilissimi da ottenere affidabilmente in altro modo.”

Tramite questa raccolta di dati diventa possibile

“sviluppare contromisure e tattiche di guerra elettronica per interferire con questi sistemi o batterli. È inoltre possibile stimare e persino clonare accuratamente le capacità e si possono registrare e sfruttare le tattiche. Già da sole, le ‘firme’ di queste forme d’onda possono essere usate per identificare, classificare e geolocalizzarle [...] Diventare a tutti gli effetti il bersaglio [di questi sistemi] porta la qualità dell’intelligence raccolta a un livello completamente differente.”

Non è pura teoria: l’articolo di The War Zone cita un caso in cui furono proprio gli Stati Uniti a usare questa tecnica per acquisire informazioni sulle capacità nemiche.

“...abbiamo pubblicato un intero precedente storico per operazioni molto simili, che risale allo sviluppo dell’aereo-spia A12 Oxcart e all‘avvento della guerra elettronica moderna. In sintesi, durante i primi anni Sessanta, la CIA lanciò dei riflettori radar montati su palloni al largo della costa di Cuba tramite un sommergibile della Marina USA e usò un sistema di guerra elettronica denominato PALLADIUM che avrebbe ingannato i più recenti sistemi radar sovietici, facendo loro mostrare agli operatori che degli aerei nemici stavano dirigendosi rapidamente verso le coste cubane o stavano facendo ogni sorta di manovre pazzesche [evidenziazione mia -- Paolo]. Questo indusse la difesa aerea cubana e i suoi radar ad attivarsi e provocò comunicazioni rapide fra gli elementi della difesa aerea sull’isola.

I riflettori radar portati da palloni di dimensioni differenti apparvero anche sui radar sovietici, e monitorando i bersagli sui quali gli operatori di questi radar si concentravano e che quindi erano in grado di rilevare fu possibile determinare quanto fossero realmente sensibili i sistemi radar sovietici. Questo fornì informazioni critiche sulla capacità di sopravvivenza dell’A-12, che volava a oltre Mach 3 ed era leggermente stealth, ma soprattutto stabilì un precedente di come la guerra elettronica e i bersagli aerei potessero essere usati per sondare le difese aeree nemiche in modo da poter ottenere intelligence critica sulle loro capacità -- tutto senza mettere a rischio un pilota in volo.”

Fra l’altro, questo test produsse un altro effetto tipicamente ufologico, raccontato qui:

Gli intercettori cubani furono lanciati per andare a caccia dell’“intruso”, e quando uno dei loro piloti disse al suo controllore di intercettazione comandata da terra (GCI) che aveva acquisito sul proprio radar il “bersaglio”, il tecnico sul cacciatorpediniere [che gestiva i riflettori radar] commutò un interruttore e il “caccia americano” scomparve [evidenziazione mia -- Paolo]”.

Un pallone, spiega l’articolo, può sembrare un mezzo primitivo, ma funziona, costa poco, non comporta rischi di vite umane e permette periodi di sorvolo o di loitering (permanenza in zona) elevatissimi, tanto che l’uso statunitense dei questi palloni proseguì per decenni, anche dopo l’avvento dei satelliti spia, tanto che i sovietici svilupparono un aereo apposito (l’M-17) per tentare di intercettarli.

È quindi ragionevole pensare che le altre potenze militari del mondo abbiano preso nota delle tecniche usate dagli Stati Uniti e le abbiano adottate; la miniaturizzazione dell’elettronica consentirebbe oggi di montare sistemi di acquisizione di segnali o di guerra elettronica in un drone o un pallone. È sicuramente un’ipotesi più concreta e plausibile di uno stuolo di visitatori extraterrestri, ma giornalisticamente è assai meno seducente.

 

L’UFO cubico-sferico, i radar e i droni

A ulteriore sostegno di questa tesi, Rogoway presenta un esempio molto preciso: la descrizione dell’UFO fornita dal pilota della Marina USA Ryan Graves (video), che dice di aver incontrato più volte nell’Oceano Atlantico un oggetto che sembrava stazionario, fluttuante nell’aria, capace di rimanere in volo per ore. Altri resoconti di oggetti di questo tipo, rilevati sui radar e anche a vista da piloti di varie squadriglie, parlano sistematicamente di un cubo all’interno di una sfera.

Misterioso e inquietante, vero? Ma fluttuare stazionario per ore è esattamente quello che fa un pallone. E c’è un brevetto, lo US2463517, intitolato Airborne Corner Reflector e datato 1949, che mostra un riflettore radar cubico (una forma classica per questi dispositivi) installato all’interno di un pallone, come nella figura qui sotto, tratta appunto da questo brevetto.

È possibile che questi avvistamenti siano dovuti a dispositivi analoghi usati da potenze militari rivali degli Stati Uniti. È solo un’ipotesi, ma la coincidenza è notevole.

Non ci sono solo i palloni radar-riflettenti: anche i droni hanno delle applicazioni nella sorveglianza e ricognizione militare, e quelli realizzati appositamente per questi compiti hanno autonomie e durate di volo notevolissime (ben superiori a quelle dei giocattolini commerciali, grazie a motori alimentati a carburante al posto delle batterie), e “le loro configurazioni uniche e le loro caratteristiche prestazionali possono sembrare strane anche a piloti di caccia esperti o a osservatori a terra che non sono mai stati realmente addestrati a queste minacce,” nota Rogoway, mostrando alcuni esempi di droni dalle forme davvero bislacche.

Ci sono già oggi tecnologie, come il programma statunitense NEMESIS, che usano sciami di droni relativamente semplici ed economici, collegati in rete tra loro insieme a navi, sommergibili e veicoli subacquei senza equipaggio, che permettono di convincere il nemico che ha davanti flotte fantasma e squadriglie di aerei che in realtà non esistono. L’illusione è tale che “sensori multipli nemici in luoghi differenti vedono la stessa cosa.”

Non c’è motivo di pensare che altre potenze militari, oltre agli Stati Uniti, non abbiano sviluppato tecnologie del genere.

Questo scenario spiegherebbe anche le tracce radar misteriose descritte in vari incidenti ufologici:

“...molte delle strane caratteristiche di alte prestazioni rilevate talvolta da navi e aerei oltre la portata visiva durante questi incidenti possono essere, e probabilmente sono, il risultato di attività di guerra elettronica. Infatti cose come le accelerazioni rapide e gli improvvisi cali di quota sul radar rappresentano dogmi basilari delle tattiche di guerra elettronica. Nel caso degli eventi sulla costa orientale [degli USA], per esempio, stando a quanto ci è stato detto le caratteristiche di alte prestazioni di questi oggetti non sono mai state osservate visivamente ma sono state viste sui radar. Gli incontri a vista descrivono oggetti simili a palloni che fanno cose da palloni, senza muoversi rapidamente, mentre altri oggetti hanno prestazioni più simili a droni che ad altro.”

E c’è di più: a proposito degli oggetti anomali segnalati da piloti di caccia al largo della costa orientale degli Stati Uniti, proprio nelle aree in cui si esercitano con i sistemi più sofisticati, i rapporti pubblicamente disponibili

“...non descrivono affatto veicoli alieni [evidenziazione mia -- Paolo]. Invece descrivono droni propulsi da motori a getto, simili a missili, e altri aeromobili ad ala fissa senza pilota che si arrampicano fino alle quote di volo, nonché droni multirotore che volano a punto fisso a quote molto elevate molto al largo.”

E nell’estate del 2019, al largo della costa californiana

“[s]ciami di droni perseguitarono vari cacciatorpediniere statunitensi che svolgevano esercitazioni di combattimento a meno di 100 miglia da Los Angeles. Questo avvenne per più notti [...] potete immaginare quanto sarebbe stata buona la intelligence con i sensori e sistemi di comunicazione delle navi stimolati [] dallo sciame di origine sconosciuta, apparentemente al sicuro in acque territoriali americane.”

Veicoli volanti quindi molto, molto terrestri. Come mai di questo dettaglio cruciale non si parla al di fuori delle pubblicazioni specialistiche e invece si predilige la narrazione ufologica?

Ci sarebbe da chiedersi anche come mai questi video provengono dalla Marina USA, quando il compito di proteggere i cieli americani spetta all’USAF, che evita accuratamente di rilasciare dichiarazioni. Non sarà, banalmente, perché l’aeronautica militare “non è capace di fornire una difesa contro [la minaccia dei droni] e ha chiaramente fallito nel farlo fin qui”?

L’articolo di The War Zone prosegue con moltissime altre considerazioni tecniche e strategiche ben documentate, con un inquietante parallelo con le vistose vulnerabilità della difesa aerea statunitense sfruttate per gli attentati dell’11 settembre 2001 e con dei dettagliati debunking dei principali video ufologici recentemente rilasciati. Vi invito a leggerlo tutto, se potete, ma il suo senso è chiaro:

“Sembra che stiamo assistendo alla storia che si ripete, ma stavolta sono gli altri a creare lo spettacolo magico. Vale anche la pena di notare che una campagna del genere ha anche enormi aspetti di guerra informativa e psicologica. In ultima analisi, se viene rivelata ufficialmente o resa pubblica in altro modo, fa sembrare terribilmente impotente la nazione presa di mira, che risulta incapace persino di difendere il proprio spazio aereo o anche solo di definire una minaccia che la riguarda.”

Di conseguenza, c’è il rischio molto credibile che i militari statunitensi sappiano benissimo di cosa si tratta e che il can-can ufologico sia per loro un’ottima cortina fumogena per evitare di doverlo ammettere e quindi dover riconoscere pubblicamente la propria impotenza. La più potente, sofisticata e costosa flotta militare del pianeta, umiliata da semplici droni e palloni.

Ma se volete continuare a fantasticare di visitatori alieni che giocano a nascondino, fate pure.

 

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2021/06/18

Podcast del Disinformatico RSI di oggi (2021/06/18) pronto da scaricare: furto di dati sanitari, certificati Covid, scrivere con il pensiero, restart spaziale


È disponibile il podcast di oggi de Il Disinformatico della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, condotto da me insieme a Tiki. Questi sono gli argomenti trattati, con i link ai rispettivi articoli di approfondimento:

Il podcast di oggi, insieme a quelli delle puntate precedenti, è a vostra disposizione presso www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto) ed è ascoltabile anche tramite feed RSS, iTunes, Google Podcasts e Spotify.

Buon ascolto!

Scrivere con il pensiero, letteralmente

Credit: F. Willett et al./Nature 2021. Versione animata disponibile qui.

Gli scarabocchi che vedete qui sopra sono lettere pensate: sono linee tracciate da un algoritmo che interpreta gli schemi dei segnali elettrici del cervello di una persona che immagina di scrivere delle lettere. Lo immagina soltanto, perché è paralizzata.

È il risultato notevole di un’interfaccia computer-cervello (brain-computer interface o BCI) presentata su Nature a metà maggio scorso, che è in grado di decodificare 90 caratteri al minuto con il 94% di accuratezza: molto più veloce di qualunque interfaccia precedente e paragonabile alla velocità di scrittura di un messaggio su smartphone (circa 115 caratteri al minuto).

L’interfaccia è il frutto del lavoro di un gruppo coordinato da Frank Willett del Neural Prosthetics Translational Laboratory (NPTL) presso la Stanford University, e l’articolo che la descrive è intitolato “High-performance brain-to-text communication via handwriting” (Nature, 593:249–54, 2021).

L’approccio di questi ricercatori è consistito nell’abbandonare il modello classico “punta e clicca” (usato da loro in passato, ottenendo circa 40 caratteri al minuto). In questo modello, una persona deve usare il pensiero per muovere un cursore su uno schermo fino a posizionarlo sulla lettera desiderata oppure deve pensare in un modo apposito quando il cursore perennemente in movimento passa sopra la lettera in questione, in modo da selezionarla. Stavolta, invece, i ricercatori hanno chiesto alle persone di pensare ai movimenti che avrebbero fatto se avessero potuto scrivere una data lettera dell’alfabeto.

L’interfaccia fa parte di un test clinico a lungo termine denominato BrainGate2, in cui vengono impiantati dei sensori nella corteccia motoria dei cervelli di persone paralizzate. Uno dei partecipanti, identificato solo come T5, ha una lesione spinale che gli rende impossibile usare le mani (ma è in grado di parlare): nel corso di numerose sessioni di sperimentazione gli è stato chiesto di immaginare di tenere in mano una biro e di scrivere alcune centinaia di frasi che gli venivano mostrate su uno schermo.

L’attività neuronale captata durante queste sessioni dal sensore impiantato in T5 è stata usata per addestrare una rete neurale a identificare le lettere scritte dalla persona e a generare testo in tempo reale partendo dagli impulsi cerebrali prodotti dal volontario quando immaginava di scrivere frasi nuove.

Il sensore impiantato ha ancora alcune limitazioni: è ingombrante e cablato, e ha problemi di instabilità posizionale che alterano i segnali che riceve. Ma i ricercatori stanno già valutando versioni compatte, stabili e wireless, e pensano già di captare i segnali neuronali del parlato e convertirli in testo e voce, ridando la facoltà di parlare a chi l’ha persa.

Questo è quello che i ricercatori sono riusciti a fare per T5. Speriamo che scelgano bene il software per il T1000.

“Prova a spegnere e riaccendere” funziona anche nello spazio

Quante volte vi è capitato di riavviare un computer senza pensarci su due volte, semplicemente perché era lento o faceva un po’ le bizze? Ci pensereste due volte se da quel riavvio dipendesse la vostra vita.

Ieri (17/6) due astronauti, lo statunitense Shane Kimbrough e l‘europeo Tomas Pesquet, stavano installando dei nuovi pannelli solari all’esterno della Stazione Spaziale Internazionale, durante un’attività extraveicolare o EVA, nella quale gli astronauti sono nel vuoto, protetti esclusivamente dalla propria tuta spaziale, che fornisce ossigeno, pressione e controllo della temperatura. Dopo circa tre ore di lavoro, Kimbrough ha dovuto interrompere la propria attività per fare un reboot della tuta. Mentre lui era dentro la tuta stessa.

La vicenda è stata segnalata dalla NASA in questo suo blog in termini come al solito molto tranquillizzanti: Kimbrough ha fermato il proprio lavoro, è tornato all‘airlock (la camera di equilibrio che consente di entrare e uscire dalla Stazione) denominato Quest, ha collegato la propria tuta a un connettore ausiliario e poi ha riavviato la tuta. 

Il reset, dice la NASA, “ha corretto le irregolarità del display della sua tuta e del modulo di comando che gli fornisce informazioni sullo stato della sua tuta.” E già che c’era, Kimbrough ha anche spento e riacceso il sublimatore che raffredda la tuta, visto che era stato rilevato un picco di pressione.

Potete seguire lo svolgimento dei fatti nel video qui sotto, a circa tre ore dall’inizio.


Dopo il reboot, Shane Kimbrough è tornato a lavorare all’installazione dei nuovi pannelli fotovoltaici. 

È facile dimenticarsi o non accorgersi di quanto è complicata e difficile una EVA: tecnici e astronauti sono addestrati a gestire tutte queste situazioni e le fanno sembrare normali, ma dietro le quinte c’è tantissimo lavoro abbinato a una preparazione straordinaria.

Questo lavoro, fra l’altro, deve far funzionare tute spaziali che risalgono all’era Shuttle: hanno circa 40 anni e sono state costruite per avere una vita operativa di circa 15 anni, ormai ampiamente superata grazie a ricambi e manutenzione. Ne sono rimaste soltanto quattro.

2021/06/17

Mi è arrivato il certificato Covid digitale, ossia il “green pass” svizzero: come funziona

Ultimo aggiornamento: 2021/06/17 15:50.

La fissa dei giornalisti per i termini inglesi ha creato l’errore del “green pass”, che è il nome sbagliato di quello che in realtà si chiama certificato Covid digitale europeo, il documento concepito per consentire di varcare le frontiere interne europee in modo agevolato. Il green pass, invece, è il permesso israeliano di accesso ad attività commerciali e uffici per i vaccinati; la possibilità di attraversare frontiere nazionali non c’entra nulla.

Questo certificato europeo consentirà di attestare l’avvenuta vaccinazione, la guarigione o il risultato negativo di un test a partire dall’1 luglio a livello europeo. Il certificato equivalente svizzero, compatibile con quello europeo, è già pronto e in Canton Ticino è stato distribuito in forma elettronica a tutti i vaccinati con un SMS ieri (circa un migliaio di persone hanno ricevuto l’SMS il giorno precedente come prova generale). Stamattina circa la metà dei certificati era già stata scaricata, secondo il sito ufficiale del Canton Ticino.

Chi volesse richiedere questo certificato trova tutte le informazioni del caso presso www.ti.ch/certificato.

A me l’SMS è arrivato alle 19.29. Il messaggio conteneva un link personalizzato: l’ho seguito e sono arrivato a questa pagina di registrazione.

Qui ho immesso il mio indirizzo di mail, ho spuntato la casella Desidero ottenere un certificato COVID e letto l’informativa sulla privacy linkata nella pagina.

Pochi secondi dopo ho ricevuto questa risposta, che è una pagina standard pubblica:

Qualche altro secondo più tardi mi è arrivata una mail contenente un link personalizzato per scaricare il certificato:

Cliccando sul link mi è stato chiesto di immettere il mio numero di cellulare e poi di immettere il codice a sei cifre che ho ricevuto via SMS sul telefonino. A quel punto è comparso un pulsante Scarica.

Il certificato è arrivato sotto forma di PDF in formato A4 con questo aspetto:

Contiene i dati essenziali in italiano e in inglese: la malattia per la quale sono stato vaccinato; il numero di dosi; il tipo, prodotto e fabbricante del vaccino (Comirnaty è il marchio registrato del vaccino Pfizer/BioNTech); la data e il paese di vaccinazione; il mio nome, cognome e data di nascita; e un URN (Uniform Resource Name) abbinato a un codice QR. Le specifiche tecniche dell’URN sono pubblicate qui.

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Questo certificato, autenticato dall’Ufficio federale della sanità pubblica (grazie alla firma digitale generata usando i miei dati) mi darà accesso a grandi eventi e manifestazioni in Svizzera (nei casi previsti) e dovrebbe facilitare l’attraversamento delle frontiere, perché basterà una scansione del codice QR e un controllo di un documento d’identità per documentare che sono vaccinato.

Il foglio A4 non è molto pratico da portare in giro, per cui ho provato subito l’app apposita che fa da “portadocumenti”, ossia Covid Certificate (Android; iOS). Ne avevo parlato in anteprima qualche giorno fa

Ho lanciato l’app, ho letto le brevi informazioni di presentazione e poi ho cliccato su Aggiungere. L’app mi ha chiesto (ovviamente) il permesso di accedere alla fotocamera, che ho accettato solo per questa volta, e ho fatto la scansione del codice QR dal PDF stampato (si può fare anche partendo dal PDF visualizzato su uno schermo).

Qualche foto (l’app saggiamente non consente screenshot, per cui accontentatevi di queste immagini fatte di corsa):

L’app Covid Certificate all’avvio, dopo le schermate di introduzione.
Scansione in corso (ho sfuocato io il codice QR).
Scansione acquisita.
La versione digitale pronta per essere esibita ai controlli (ho sfuocato io il codice QR). Notate che espone solo nome, cognome e data di nascita: non indica se sono vaccinato o guarito o negativo a un test e non dice il nome del vaccino o le date di vaccinazione, per cui queste informazioni non sono disponibili ai verificatori.

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Sono insomma a posto: ho il certificato su PDF, su carta e nell’app (che, fra l’altro, consente di archiviare più di un certificato, come ho verificato con quello della Dama del Maniero). Mi resta solo da levarmi una curiosità: come funziona la verifica?

La verifica usa l’apposita app Covid Check (Android; iOS), che è liberamente installabile da chiunque. Ho provato a scansionare il mio certificato Covid stampato, e l’app mi ha mostrato soltanto queste informazioni: validità, nome, cognome e data di nascita. Idem quello della Dama. Questo vuol dire che i verificatori non sanno se la persona che verificano è vaccinata o ha fatto il Covid o ha fatto un tampone negativo.

Dai commenti qui sotto risulta che l’app verifica soltanto i codici QR rilasciati dall’autorità sanitaria svizzera: quelli di altri paesi vengono letti ma non verificati.

Un dettaglio interessante: l’app di verifica funziona anche senza connessione a Internet. Sembra quindi che il controllo avvenga completamente in locale, senza mandare dati ad alcun server centrale, tutelando quindi fortemente la riservatezza (l’informativa sulla privacy dell’app di verifica è qui). 

Mi restano solo due dubbi:

  • Il primo è che non ho capito come funziona la revocabilità: visto che per poter sapere se un certificato è stato revocato presumo che debba scaricare periodicamente (da dove? Quando?) dei dati per sapere quali certificati sono stati revocati. Secondo l’informativa di privacy di Covid Check, “Le applicazioni per la conservazione dei certificati COVID-19 necessitano dell’elenco dei certificati di firma per verificare la validità dei certificati memorizzati nell’app. Le applicazioni per la verifica dei certificati COVID-19 necessitano dell’elenco dei certificati di firma per verificare la validità dei certificati scansionati. Il sistema d’informazione elabora solo i certificati di firma, quindi non tratta dati personali... L’UFIT gestisce un sistema d’informazione che permette di comparare i certificati con quelli revocati e che a tal fine contiene l’identificativo univoco dei certificati revocati. L’elenco degli identificativi dei certificati revocati è messo a disposizione delle applicazioni per la verifica e la conservazione dei certificati COVID-19. Questo elenco consente alle applicazioni per la conservazione dei certificati COVID-19 di verificare la validità e lo stato di revoca dei certificati COVID-19 archiviati nell’app. L’elenco consente alle applicazioni per la verifica dei certificati COVID-19 di verificare la validità e lo stato di revoca dei certificati scansionati con l’app. Dall’identificativo del certificato non è possibile risalire alle persone, quindi nessun dato personale è trattato in questo sistema.”
  • Il secondo è questa segnalazione di Tio.ch secondo la quale l’“applicazione di verifica utilizzata da terzi può in teoria essere programmata non solo per controllare la validità o meno di un certificato, ma anche per leggere i dati relativi alla salute dell'utente”, tanto che l’Incaricato federale della protezione dei dati e della trasparenza (IFPDT) ha proposto una versione “light”del certificato che non conterrebbe dati sanitari ma sarebbe validata comunque dalla firma digitale.

In attesa di risolvere quest’ultimo dubbio, ora non mi resta che trovare un grande evento al quale partecipare (ma pare che non ci saranno restrizioni ridotte per chi ha il certificato Covid) oppure tentare l’attraversamento della frontiera (possibilmente dopo il primo luglio, quando in teoria le app di verifica dei certificati Covid saranno interoperabili).

2021/06/16

Stasera alle 19 parliamo di ritorno alla Luna grazie a Telespazio

Sono stato invitato da Telespazio a parlare stasera alle 19 di ritorno umano alla Luna insieme ad Amedeo Balbi (astrofisico e professore universitario), Emilio Cozzi (giornalista e autore, nonché conduttore della serata), Koen Geurtz (Moonlight LCNS Program Manager di Telespazio) e Valentina Sumini (ingegnere e architetto).

L’annuncio di Telespazio è qui; qui sotto potete seguire la serata in video su YouTube. Gli altri canali digitali di Telespazio sono su Twitter e Linkedin.

Catastrofisti, a cuccia: Betelgeuse non cambia luminosità perché sta per esplodere. C’è un altro motivo

Qualche giorno fa vi avevo preannunciato la risoluzione di un mistero astronomico che avrebbe smontato i catastrofisti: ora l’embargo alla notizia (adottato come consueto per coordinare l’uscita mediatica) è terminato e posso quindi spiegare di cosa si tratta (avevo lasciato indizi enigmistici già nel preannuncio, ma non sembra averli colti nessuno).

Ricordate il panico periodico per la stella Betelgeuse, che secondo i giornali generalisti (tipo il Corriere della sera) minaccia di esplodere tanto violentemente che la Terra potrebbe essere “illuminata e riscaldata” da “due soli nel cielo”? Sì, questa stupidaggine la scriveva davvero il Corriere nel 2011. 

Ne avevo scritto anch’io nel 2010, quando era emerso lo stesso allarme. Ogni tanto questa storiella riaffiora e va, come al solito, smentita e spiegata per l’ennesima volta.

Betelgeuse è una stella gigante che dalla Terra è visibile a occhio nudo nella costellazione di Orione: è indicata dalla freccia nell’immagine qui sopra, tratta da Wikipedia. Ha una massa venti volte maggiore del nostro Sole e un diametro circa mille volte più grande: se si trovasse al posto del Sole, la Terra e Marte sarebbero al suo interno. È una delle pochissime stelle di cui i nostri attuali telescopi riescono a scorgere qualche dettaglio della superficie. Oltre a essere immensa, è anche molto luminosa: circa centomila volte più del Sole, tanto che è fra le dieci stelle più brillanti nel nostro cielo nonostante si trovi a circa 640 anni luce di distanza (circa 6 x 1015 chilometri) da noi.

Questa stella ha una particolarità: ogni tanto cambia luminosità abbastanza di colpo. La variazione è talmente marcata che è rilevabile a occhio. A fine 2019 e all’inizio del 2020 Betelgeuse ha avuto uno di questi repentini, inspiegati cali di luminosità, per poi tornare alla brillantezza consueta ad aprile 2020. Ma stavolta gli astronomi hanno usato il telescopio VLT dell’ESO (European Southern Observatory), in Cile, per esaminare in dettaglio la situazione.

La superficie di Betelgeuse prima e durante il grande affievolimento del 2019-2020: da sinistra, gennaio 2019, dicembre 2019, gennaio 2020, marzo 2020. Immagine ottenuta dal telescopio VLT. Credit: ESO/M. Montargès et al.

L’astronomo Miguel Montargès (Observatoire de Paris e KU Leuven) e i suoi colleghi hanno cominciato ad acquisire immagini e hanno visto che la superficie di Betelgeuse era significativamente più scura, specialmente nella sua regione meridionale. Le immagini hanno mostrato un cambiamento rapidissimo, nel giro di qualche settimana, assolutamente straordinario per un oggetto celeste di dimensioni così colossali.

Le immagini pubblicate oggi sono le uniche che documentano questa variazione di luminosità in così grande dettaglio. Qui sotto potete vedere un video che mostra la variazione di Betelgeuse.


I ricercatori coordinati da Montargès hanno pubblicato su Nature i risultati delle loro indagini: l’offuscamento misterioso è causato da un velo di polvere causato da un calo della temperatura superficiale della stella.

La superficie di Betelgeuse, spiegano i ricercatori, cambia quando delle enormi bolle di gas si spostano o cambiano dimensioni al suo interno, e la stella ha espulso una di queste bolle giganti poco prima dell’affievolimento del 2019-2020. La superficie si è poi raffreddata (relativamente parlando) e questo calo ha consentito al gas espulso di condensarsi e formare polvere solida, come si vede nell’animazione seguente.

 

Questo evento ha consentito di osservare la nascita della polvere stellare e ha dimostrato che avviene molto rapidamente e nelle immediate vicinanze delle stelle stesse (“vicinanze” su scala cosmica: un paio di miliardi di chilometri). Questa polvere contiene gli elementi dai quali si formano i pianeti e, in ultima analisi, la vita.

La spiegazione degli astronomi mette a tacere le teorie secondo le quali il calo di luminosità era un’avvisaglia della morte imminente di Betelgeuse in una spettacolare esplosione (supernova).

Le future osservazioni della stella, in particolare con l’Extremely Large Telescope (ELT) dell’ESO, permetteranno di vedere direttamente Betelgeuse in notevole dettaglio e di approfondire la nostra conoscenza del fenomeno. Ma già adesso abbiamo avuto, a occhio nudo, la dimostrazione che il firmamento non è così fisso come molti pensano.

La vicenda di Betelgeuse, il catastrofismo mediatico e la sua risoluzione scientifica sono un ottimo esempio della differenza fondamentale fra inspiegabile e inspiegato. Moltissimi fenomeni vengono definiti troppo disinvoltamente “inspiegabili”, quando in realtà sono spiegabilissimi se si riescono a ottenere informazioni sufficienti. Restano inspiegati, ma non inspiegabili, se queste informazioni non emergono. Tutto qui. Qualunque riferimento alla recente mania per gli avvistamenti militari di UFO “inspiegabili” è assolutamente intenzionale.

La ricerca di Montargès e colleghi è pubblicata su Nature con il titolo A dusty veil shading Betelgeuse during its Great Dimming (https://doi.org/10.1038/s41586-021-03546-8).

Questo articolo fa parte delle Storie di Scienza: una serie libera e gratuita, resa possibile dalle donazioni dei lettori. Se volete saperne di più, leggete qui. Se volete fare una donazione, potete cliccare sul pulsante qui sotto. Grazie!

2021/06/15

I semiconduttori “spiegati” dal Corriere della sera

Ultimo aggiornamento: 2021/06/16 1:10.

“I semiconduttori sono materiali posti tra un conduttore e un isolante su cui si installano circuiti integrati, composti da transistor, che permettono il funzionamento di un dispositivo elettronico e la sua capacità di memoria. Sono al centro di una miriade di prodotti tecnologici.”

Questa imbecillaggine carpiata multipla con avvitamento e supercazzola prematurata è stata pubblicata oggi dal Corriere della sera, secondo la segnalazione fatta su Twitter da @Teleblin

Per quelli che dicono “eh, ma la redazione online non è quella vera, che è quella che fa il giornale cartaceo”: la perla è apparsa sul Corriere cartaceo, non su quello online, in questa pagina:


 

Secondo @1carloalberto, il testo del Corriere potrebbe essere una copiatura cinofallica di questa pagina di Ispionline.it, che dice guarda caso Un semiconduttore è un materiale posto tra un conduttore e un isolante su cui si installano circuiti integrati, composti da transistor, che permettono il funzionamento di un dispositivo elettronico e la sua capacità di memoria”. Mi sfugge la logica di copiare una descrizione di semiconduttori da un sito di un istituto per gli studi di politica internazionale invece che da un testo di elettronica, ma il Corriere per ora tace sull’origine della cretinata che ha pubblicato e quindi non si sa se questa sia la fonte effettiva o chi abbia scritto il pezzo per il giornale.

Questo ciarpame è il modo in cui i giornali, quelli che si atteggiano a baluardo contro le fake news, pretendono di insegnare i fatti scientifici ai lettori. Poi non stupiamoci se siamo circondati da idioti anti-5G, terrapiattisti e antivaccinisti.

2021/06/14

Stasera alle 21.30 parlo online di allunaggi veri e mancati

Il canale Youtube Nuovi Mondi, dedicato ad aggiornamenti e curiosità del mondo della scienza e dell'esplorazione spaziale e gestito dal ricercatore INAF Giacomo Carrozzo insieme ad altri ricercatori INAF e ASI, mi ha invitato a parlare di allunaggi in diretta stasera dalle 21.30. Potrete seguire la chiacchierata qui sotto oppure su Facebook.

Sicuramente non ci sarà tempo di analizzare tutte le teorie bizzarre sugli allunaggi; ma per questo c’è il mio libro digitale gratuito Luna? Sì, ci siamo andati!.

 

2021/06/15: Abbiamo parlato un po’ di tutto, dalla Fecal Containment Bag (la “toilette” dei primi astronauti) agli effetti speciali sbagliati di 2001 Odissea nello spazio, ed è arrivato anche il commento di un complottista, al quale ho risposto con le parole che riservo per tutti quelli che chiedono un “confronto” con i sostenitori delle tesi alternative: invitereste a un convegno di ginecologia una persona che sostiene che i bambini li porta la cicogna? No. E quindi non ha senso chiedere confronti fra chi porta fatti tecnici assodati, basati sulla scienza elementare, e chi porta solo le proprie fantasie.

Antibufala preventiva: mistero astronomico risolto, niente catastrofe

Dopodomani 16/6 alle 17.00 ora italiana uscirà una notizia di astronomia che non piacerà ai fufologi e ai catastrofisti acchiappaclic. Un mistero menagramo eliminato grazie alla scienza.

Per ora la notizia è sotto embargo: mi limito a preannunciarla qui in modo che rimanga traccia del fatto che io e tanti altri colleghi ne eravamo già al corrente. Ho già pronto l’articolo che racconta tutti i dettagli.

Abbattere definitivamente stupide teorie allarmiste agisce bene sull’essere sereni. 

2021/06/16 17:10. Embargo finito, il mio articolo è online qui.

2021/06/13

Recensione mini senza spoiler: il film "Infinite" e l’italiano farlocco

Per staccare un attimo oggi la Dama del Maniero e io abbiamo visto il film Infinite, con Mark Wahlberg, Chiwetel Ejiofor e Sophie Cookson. Beh, il film è potabile, ma a una condizione: abbandonate ogni pretesa di razionalità e godetevi gli effetti speciali, gli inseguimenti e qualche battutina. Però vedetelo doppiato, perché la gasolina citata in una battuta che è detta in italiano nell’originale proprio se la potevano risparmiare e ci ha fatto fare un salto sul divano.

Spiego senza spoiler: nell'audio originale un personaggio fa una sorta di waterboarding a un altro usando benzina. Nell'originale parla in italiano (a circa 32 minuti dall’inizio).


"Perché dimenticare la sofferenza" dice "e te ne ricorderai come se fosse acqua passata. Adesso arriva la GASOLINA."

Quando l’abbiamo sentita è partito un gastrospasmo doppio: totale interruzione dell’immersione nell’azione e risata di coppia. La frase in italiano non ha alcun senso e in realtà non ha senso neppure la scena stessa, nell’ambito della trama, ma è un film fracassone da popcorn dove le violazioni della fisica sono più numerose dei proiettili sparati e delle auto distrutte, per cui non è il caso di farsi troppe domande.

L'attrice che pronuncia lo strafalcione, stando ai credits, è Giorgia Seminara, che non ho capito se è italiana e quindi consapevole della perla che le hanno fatto dire oppure è ignara della questione. Ma chi gliel’ha scritta poteva almeno usare Google Translate invece di prendere gasolina dallo spagnolo (vuol dire benzina).

Lo so, è la mia condanna: non riesco a non notare errori di questo genere.

 

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2021/06/12

Sottratti e messi in vendita i dati di vaccinazione Covid di 7,4 milioni di italiani? Il punto della situazione

Pubblicazione iniziale: 2021/06/12 16:59. Ultimo aggiornamento: 2021/06/14 10:00.

Stamattina (12/6) è comparso su Twitter un avviso che dice che qualcuno ha postato su un forum sul deep Web un annuncio che offre (a suo dire) i dati di vaccinazione Covid di 7,4 milioni di italiani.

So di che forum si tratta, ma non credo che sia opportuno divulgare qui questo dato. Mi limito a precisare che deep Web non è il dark Web che piace tanto ai giornalisti sensazionalisti: è semplicemente la parte di Internet che i motori di ricerca non indicizzano, ed è liberamente consultabile con un comune browser (non occorre Tor, insomma).

La persona che afferma di avere questi dati ha pubblicato sul forum in questione un campione dei dati a riprova di quello che dice, precisando che la versione completa include delle password (circa cinque milioni e mezzo) e che il dataset è in vendita a un prezzo imprecisato. 

I campi pubblicati finora nel campione sono i seguenti:

  • mail
  • nome
  • ruolo (sempre blank)
  • cognome
  • data_nascita
  • gia_positivo (sempre blank)
  • verificato_2 (yes/no)
  • codice_fiscale
  • tel cellulare

In un altro campione i campi sono invece:

  • anno (quasi sempre 2021)
  • mese (sempre 2)
  • nome
  • email
  • giorno (valore numerico a una o due cifre)
  • status (valori Iscritto o Trasferimento in ingresso)
  • cognome
  • altre_asl
  • privacy_1
  • privacy_2
  • verificato
  • data_nascita
  • verificato_2
  • cap_domicilio
  • cap_residenza
  • codice_fiscale

David Puente su Open fornisce ulteriori dettagli e sospetta che si tratti di una truffa, nel senso che i dati non sarebbero privati ma sarebbero in realtà pubblici e di una categoria ben specifica (i record esaminati da Puente riguardano “medici, psicologi e psicoterapeuti del Sud Italia”). Anche ItalianTech ha pubblicato una prima analisi del campione reso pubblico, che conferma l’appartenenza dei dati a operatori sanitari, e ha successivamente contattato l’autore dell’annuncio, che dice di aver messo in vendita i dati a 5000 dollari e non ha parole gentili per la competenza tecnica dei gestori dei siti dai quali ha estratto i dati.

Secondo una fonte riservata che conosce direttamente i dati, almeno parte del campione proverrebbe dal database della web app di vaccinazione della Regione Campania. Alcune delle persone sarebbero operatori sanitari perché i primi ad essere vaccinati sono stati appunto questi operatori. Un primo riscontro sembra confermare che almeno una parte dei dati messi in vendita corrisponde esattamente al contenuto del database campano.

Sono in contatto con l’autore dell’annuncio, che dichiara che si tratta di un’aggregazione di vari database provenienti da fonti differenti (circa 150, secondo le informazioni raccolte da Matteo Flora). A suo dire le password sono in parte in chiaro e per la maggior parte hashed.

Insomma, ci sono dubbi sull’autenticità dell’offerta. Non va dimenticato che si tratta di un’offerta fatta da una persona che si presenta come criminale informatico e che quindi ha ogni incentivo per mentire o confondere la situazione in modo da ottenere la massima monetizzazione delle proprie attività. 

Questo è quello che so e che posso pubblicare al momento.


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2021/06/11

Podcast del Disinformatico RSI di oggi (2021/06/11) pronto da scaricare


È disponibile il podcast di oggi de Il Disinformatico della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, condotto da me insieme a Tiki. Questi sono gli argomenti trattati, con i link ai rispettivi articoli di approfondimento:

Il podcast di oggi, insieme a quelli delle puntate precedenti, è a vostra disposizione presso www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto) ed è ascoltabile anche tramite feed RSS, iTunes, Google Podcasts e Spotify.

Buon ascolto!

Usate Microsoft Office? Aggiornatelo: ci sono vecchie falle da turare

Cybersecurity360.it segnala che ci sono quattro vulnerabilità di sicurezza in Microsoft Office che “se sfruttate con successo, potrebbero consentire a un attaccante di creare documenti Word ed Excel contenenti codici malevoli con cui attaccare i sistemi non aggiornati.“

Le falle (CVE-2021-31174, CVE-2021-31178, CVE-2021-31179 e CVE-2021-31939)  sono state scoperte a febbraio e rese note ora, in occasione del rilascio dei rispettivi aggiornamenti correttivi. Le prime tre sono state corrette con gli aggiornamenti di maggio 2021, mentre l’ultima è stata corretta con il Patch Tuesday di giugno.

Si sospetta che queste falle siano presenti da anni in Office, perché sono state trovate nel codice legacy per Excel 95, per cui chi usa versioni vecchie di questa suite può essere a rischio. Installate quindi subito gli aggiornamenti di sicurezza di MS Office e installate la versione più recente della suite.

2021/06/10

Internet in tilt per un’oretta, tutta colpa di una singola azienda. Come è possibile?

Ultimo aggiornamento: 2021/06/11 1:50.

Martedì scorso (8 giugno) moltissimi siti Internet sono diventati inaccessibili per circa un’ora: siti governativi, Amazon, Reddit, Twitch, Hulu, PayPal, Vimeo e molte testate giornalistiche.

Alcuni giornali hanno parlato frettolosamente di attacco hacker, senza alcuna prova a sostegno, per poi correggere il tiro. La ragione reale, infatti, è stata molto, molto più banale.



 

Incredibilmente banale: il collasso è stato causato da una singola azienda, Fastly, che è andata a gambe all’aria. Già questo è imbarazzante, ma non è finita: Fastly è crollata per colpa di un singolo utente.

Sul serio: un utente di Fastly ha cambiato le proprie impostazioni, ed è venuta giù buona parte di Internet. Come è possibile?

Fastly è un fornitore statunitense di edge cloud o cloud perimetrale: un servizio che rende più veloce il caricamento dei siti, li protegge contro gli attacchi informatici e li aiuta quando ci sono picchi di traffico da parte di visitatori. È uno di una rosa piuttosto ristretta, che include nomi come Amazon Web Services e Cloudflare. Praticamente tutti i siti Internet si appoggiano a questi fornitori, per cui l’idea che Internet sia in grado di sopportare un attacco nucleare, come si diceva al suo debutto, è ormai un mito da seppellire.

Incidenti come questo, dovuti alla dipendenza da questi fornitori, sono piuttosto frequenti anche se relativamente brevi. Nel 2017 capitò ad Amazon Web Services, che per quattro ore mise fuori uso siti come Netflix e Spotify. Nel 2019 toccò a Cloudflare, che mandò in tilt Dropbox, Discord, Medium, Soundcloud e molti altri siti frequentatissimi. E proprio stasera (10 giugno) un “aumento della temperatura ambiente” di un datacenter Amazon a Francoforte ha causato grossi problemi di connettività, nei quali sono probabilmente incappato anch’io: il webinar su Zoom che stavo coordinando è andato a gambe all’aria in diretta, lasciando scollegate alcune centinaia di partecipanti senza alcuna possibilità di riconnettersi (Zoom usa AWS).


Dalla pagina di stato di Amazon

The root cause of this issue was a failure of a control system which disabled multiple air handlers in the affected Availability Zone. These air handlers move cool air to the servers and equipment, and when they were disabled, ambient temperatures began to rise. Servers and networking equipment in the affected Availability Zone began to power-off when unsafe temperatures were reached. Unfortunately, because this issue impacted several redundant network switches, a larger number of EC2 instances in this single Availability Zone lost network connectivity. While our operators would normally had been able to restore cooling before impact, a fire suppression system activated inside a section of the affected Availability Zone. When this system activates, the data center is evacuated and sealed, and a chemical is dispersed to remove oxygen from the air to extinguish any fire. In order to recover the impacted instances and network equipment, we needed to wait until the fire department was able to inspect the facility. After the fire department determined that there was no fire in the data center and it was safe to return, the building needed to be re-oxygenated before it was safe for engineers to enter the facility and restore the affected networking gear and servers. The fire suppression system that activated remains disabled. This system is designed to require smoke to activate and should not have discharged. This system will remain inactive until we are able to determine what triggered it improperly. In the meantime, alternate fire suppression measures are being used to protect the data center. Once cooling was restored and the servers and network equipment was re-powered, affected instances recovered quickly. A very small number of remaining instances and volumes that were adversely affected by the increased ambient temperatures and loss of power remain unresolved.

Il collasso di martedì scorso è stato causato involontariamente da uno dei clienti di Fastly, che ha appunto cambiato le proprie impostazioni, in maniera assolutamente legittima, e così facendo ha attivato un bug che era presente in un aggiornamento software che Fastly aveva diffuso ai propri clienti a metà maggio. Il bug ha fatto sì che l’85% della rete di Fastly desse errore.

Per fortuna i tecnici di Fastly hanno capito rapidamente la causa del problema e nel giro di una cinquantina di minuti scarsi sono riusciti a rimettere in funzione il 95% della propria rete. L’azienda si è scusata e ha spiegato in parte cosa è successo in questa cronologia degli eventi e in questo rapporto.

L’unica cosa rimasta inspiegata è l’identità del cliente di Fastly che ha fatto crollare mezza Internet. Non so voi, ma se l’avessi fatto io lo metterei nel curriculum.

2021/06/09

SwissCovid avrà nuove funzioni: altro test pubblico di sicurezza

Stamattina l’Ufficio federale della sanità pubblica svizzero ha annunciato l‘avvio di un test pubblico di sicurezza per SwissCovid, l’app di tracciamento di prossimità finora usata per consentire di allertare anonimamente chi è stato vicino a una persona risultata poi positiva.

Il tweet è piuttosto ermetico: che cos’è la “funzione check-in”? E perché viene aggiunta a SwissCovid? Sono sempre un po’ sospettoso quando vedo aggiunte di questo genere, perché temo il classico feature creep che ha spesso conseguenze impreviste.

Questo è quello che ho trovato finora: l’annuncio del Centro Nazionale di Cibersicurezza dice che

Tra breve l'app SwissCovid sarà completata con l'applicazione «NotifyMe», che potrà essere impiegata nel quadro di eventi e riunioni. Il codice sorgente di SwissCovid verrà pertanto ampliato. 

e linka delle FAQ che citano CrowdNotifier (altre info qui), che parlano di un tracciamento di presenza (non più di prossimità) sicuro, decentrato e protettivo della privacy, allo scopo di  (traduco) “semplificare e accelerare il processo di notifica delle persone che hanno condiviso un luogo semipubblico con una persona positiva alla SARS-CoV-2 per un tempo prolungato, senza introdurre nuovi rischi per gli utenti e i luoghi.”

La documentazione di Crowd Notifier prosegue dicendo che (traduco) “i sistemi esistenti di tracciamento di prossimità (app di tracciamento dei contatti come SwissCovid, Corona Warn App e Immuni) notificano soltanto un sottoinsieme di queste persone: quelle che sono state abbastanza vicine per abbastanza tempo. Gli eventi attuali hanno reso evidente la necessità di notificare tutte le persone che hanno condiviso uno spazio con una persona positiva alla SARS-CoV-2.”

Sembra insomma che si voglia introdurre in SwissCovid una nuova funzione che generi una notifica semplicemente quando si va in un luogo affollato nel quale risulta poi che c’era qualche persona positiva al Covid, anche se non si è stati vicini alla persona per periodi prolungati.

A giudicare dagli schemi pubblicati, che vedete in testa a questo articolo, ci sono dei codici QR che vengono generati dal proprietario del luogo (o locale) e vengono scansionati dai visitatori.

Si tratta di una proposta, per ora, e il suo scopo è (traduco) “fornire un’alternativa al crescente uso di app con intenzioni analoghe che sono basate su una raccolta invasiva o che si prestano ad abusi da parte delle autorità.”

La questione è aperta e delicata: le app di questo genere consentono, se realizzate male, tracciamenti di massa decisamente inaccettabili. Se ci saranno novità, le segnalerò qui. Se scoprite qualcosa, i commenti sono come sempre a vostra disposizione.

2021/06/08

Le app per il certificato COVID svizzero: ecco dove scaricarle, diffidate delle imitazioni

I certificati COVID svizzeri, che facilitano gli spostamenti da un paese all’altro e la partecipazione ai grandi eventi, sono ancora in fase sperimentale (arriveranno entro fine mese, sia in forma digitale sia in forma cartacea). Sono però già disponibili per lo scaricamento le due app per la gestione di questi certificati.

La prima è l’app per gli utenti, quella che custodisce il certificato (anche per più persone) e si usa per esibirlo, si chiama Covid Certificate ed è qui per iOS (installabile anche su iPad, dalla versione 12.0 e successive) e qui per dispositivi Android (compatibile con Android 7.0 e successivi).

La seconda app è quella che serve per verificare i certificati; è usabile da chiunque per scansionare e verificare la validità dei certificati esibiti e si chiama Covid Certificate Check. La trovate qui per Android (7.0 e successivi) e qui per iOS (12.0 e successivi).

In attesa di poter usare queste app, diffidate delle imitazioni e delle app quasi omonime presenti negli Store: installate soltanto le versioni originali, che si possono riconoscere dal nome dello sviluppatore, che è l’Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP/BAG).

Per tutti i dettagli sul funzionamento dei certificati COVID potete leggere questo mio articolo.

2021/06/06

Perché la guida autonoma è così difficile: la bufala del riconoscimento di schemi spacciato per “intelligenza”

Ultimo aggiornamento: 2021/06/14 11:40.

Vado subito al sodo per chi ha fretta. Faccio tre asserzioni-scommessa:

  • Il machine learning è semplicemente un riconoscimento di schemi (pattern recognition) e non costituisce “intelligenza” in alcun senso significativo della parola.
  • Il riconoscimento di schemi fallisce in maniera profondamente non umana e in situazioni che un umano invece sa riconoscere in maniera assolutamente banale. Questo rende difficilissimo prevedere e gestire i fallimenti del machine learning e quindi rende pericolosa la collaborazione umano-macchina.
  • Qualunque sistema di guida autonoma o assistita basato esclusivamente sul riconoscimento degli schemi è destinato a fallire in maniera imbarazzante e potenzialmente catastrofica.

Sono asserzioni molto forti, e le faccio sapendo di non essere un esperto di questi settori ma semplicemente un loro osservatore con un pizzico di esperienza personale: se vi fidate di me, lo fate a vostro rischio e pericolo, e sono disposto a cambiare idea di fronte a smentite documentate (e francamente sarei contento di perdere questa scommessa). Però temo che ignorare queste riflessioni possa essere un grosso pericolo per molti. 

Premetto inoltre che non sto dicendo che l’intelligenza artificiale è una bufala, ma che il machine learning viene spesso spacciato per “intelligenza”. E prima di criticare, vi chiedo di leggere attentamente le parole che ho scelto con cura nel formulare le mie asserzioni-scommessa.

Provo a spiegare cosa mi ha portato a queste conclusioni provvisorie.

Prima di tutto riassumo cosa si intende per machine learning: in estrema sintesi, si dà in pasto a un software tantissimi esempi di una cosa, tantissimi esempi di cose differenti (ossia che non sono quella cosa) e lo si “premia” quando riconosce correttamente la cosa in questione. Questo apprendimento automatico può raggiungere livelli di affidabilità altissimi e in molti casi funziona egregiamente. Il riconoscimento ottico dei caratteri (OCR) e il riconoscimento vocale sono esempi di grande successo del machine learning.

Ma si può dire che un sistema di OCR sia intelligente? Capisce che sta leggendo un sonetto di Shakespeare o una mail di spam, e può quindi adeguarsi di conseguenza? È in grado di considerare il contesto e capire che magnifica e magni fica sono due letture molto differenti e potenzialmente imbarazzanti, ma che la seconda potrebbe essere valida se lo scrivente si esprime in romanesco? Un lettore realmente intelligente lo capirebbe dal contesto (e dalla sua conoscenza delle attività sessuali umane). Un OCR no. Non è intelligente, perché non ha conoscenza del mondo reale, ma conosce soltanto delle forme (le lettere) e assegna loro una probabilità di corrispondere a uno dei modelli che conosce. Non sa nulla del loro significato e quindi non può correggersi di conseguenza. E non importa quanti miliardi di campioni di lettere o di parole gli dai: non acquisirà mai la comprensione del testo.

Ogni tanto questi sistemi di riconoscimento sbagliano, ma non è un problema. Se un sistema di OCR “legge” una parola al posto di un’altra non muore nessuno. Se Alexa crede che l’abbiate chiamata, quando invece stavate pronunciando il nome della vostra spasimata Alessia durante un momento di passione, il peggio che può succedere è che la registrazione del vostro amplesso finisca nel cloud di Amazon e venga scambiata fra i dipendenti dell’azienda che fanno il monitoraggio dei campioni audio. Imbarazzante, ma probabilmente non letale.

La ragazza che si chiama Alessia è un cosiddetto edge case: un caso limite, una situazione rara che però fa sbagliare il sistema di riconoscimento.

Questi sbagli avvengono in modi strani perché l’addestratore umano, quello che insegna al software a riconoscere una forma, non riesce a calarsi nella “visione del mondo” che ha quel software e non riesce ad anticipare tutti i modi possibili nei quali potrebbe prendere un granchio e a insegnargli a riconoscere tutti questi casi limite. 

Lo spiega benissimo uno che di queste cose ne capisce a pacchi, Andrej Karpathy, direttore del reparto di intelligenza artificiale di Tesla, in questa lezione magistrale del 2018. Due esempi fra tanti: un’auto caricata a coda in avanti su una bisarca è un’auto in contromano? Una bici montata sul retro di un’auto è una bici che mi sta tagliando la strada e devo quindi frenare?

Di recente su Reddit è stato pubblicato un bell’esempio di questi edge case: un camion ha dei cartelli di stop dipinti sul portellone posteriore, e il sistema di riconoscimento ottico dei cartelli di una Tesla li etichetta e li mostra come se fossero cartelli reali.

Cosa succede se il sistema di decisione dell’auto ritiene che quei cartelli siano reali e quindi inchioda in mezzo alla strada, creando la situazione perfetta per un tamponamento a catena? Ìl sistema è sufficientemente sofisticato da tenere conto del contesto e quindi “sa” che i cartelli stradali normalmente non si muovono lungo le strade, per cui rigetta il riconoscimento e lo ignora nelle sue decisioni di guida?

Un conducente umano, avendo conoscenza del mondo, non avrebbe la minima esitazione: sono cartelli dipinti sul retro di un camion, li posso tranquillamente ignorare. Un sistema di guida autonoma o assistita sarà altrettanto consapevole? E il conducente saprà anticipare questi possibili errori che lui non farebbe mai?

Beh, direte voi, dai, una cosa del genere sarà un caso raro. Poi succede questo:

Una Tesla Model 3 viaggia a 130 km/h e mostra un flusso costante di semafori che appaiono dal nulla sulla corsia del conducente. 

Un essere umano sa in un millisecondo che questo è impossibile; il sistema di guida assistita di Tesla no, perché non “sa” realmente che cosa sono i semafori nel mondo reale e quindi non “sa” che non possono apparire dal nulla a 130 km/h.

Che cosa ha causato questo clamoroso errore di riconoscimento? Un camion che trasportava semafori.

Eh dai, ma i semafori erano spenti, obietterete voi. Poi succede questo:

Questo è esattamente il tipo di errore che un conducente umano non farebbe mai e che invece un sistema di guida basato esclusivamente sul riconoscimento delle immagini farà, e farà in circostanze imprevedibili. Con conseguenze potenzialmente mortali. Se state valutando un’auto dotata di questi sistemi, pensateci bene. Se ne avete una, pensateci ancora di più.

Certo, gli umani commettono altri tipi di errori, per cui alla fine l’obiettivo non è creare un sistema di guida assolutamente infallibile, ma semplicemente uno che fallisca mediamente meno (ossia causi meno incidenti) della media dei conducenti umani.

Tutto questo vuol dire che la guida autonoma basata sul riconoscimento puro degli schemi è impossibile? No. Una soluzione potrebbe essere semplificare l’ambiente operativo (strade su misura, rigidamente normate, accessibili solo a veicoli autonomi/assistiti). Per esempio, un ascensore (che in sostanza è un treno verticale in una galleria verticale chiusa) è un sistema di “guida autonoma” affidabilissimo, che richiede pochissima “intelligenza” grazie a un ambiente operativo ipersemplificato.

Allo stesso tempo, va notato che ci sono esempi di sistemi che interagiscono egregiamente con un ambiente operativo complesso pur avendo una “intelligenza” molto limitata: le api. Con un solo milione di neuroni riescono a navigare, interagire con i fiori, comunicare con le altre api, gestire gli aggressori e avere una società complessa e organizzata (hanno persino delle “votazioni”). Noi abbiamo cento miliardi di neuroni (centomila cervelli d’ape) a testa e non riusciamo a capire come indossare una mascherina o perché. Chiaramente c’è un margine di ottimizzazione che le api sfruttano e noi no, ma è anche vero che un’ape va in crisi quando incontra l’edge case di una cosa che non esiste in natura, tipo una barriera trasparente (il vetro di una finestra).

È anche possibile che estendendo il concetto di riconoscimento degli schemi all’asse del tempo (ossia imparando a riconoscere come cambia un oggetto nel corso del tempo) ed estendendo il concetto di schema a oggetti complessi (incroci, rotatorie, attraversamenti pedonali) si riesca a ottenere risultati accettabili. Ma questo richiede un database di esempi colossale, una classificazione vastissima e una potenza di calcolo ancora più colossale. Nessuno dei sistemi attualmente in commercio ci si avvicina, come spiega bene Filip Piekniewski. Siate prudenti.

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