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Podcast del Disinformatico del 2016/07/29

È disponibile per lo scaricamento il podcast della puntata di ieri del Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera. Buon ascolto!
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Star Trek Beyond, podcast per la Radiotelevisione Svizzera

Qualche giorno fa (il 25 luglio) sono stato ospite di Strahollywood, programma radiofonico della Radiotelevisione Svizzera dedicato al cinema, per parlare di Star Trek Beyond: potete riascoltare la puntata qui insieme alle puntate più recenti del programma, disponibili anche su iTunes.
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Andate in vacanza? Usare una VPN per proteggervi può portarvi in carcere

È tempo di vacanze e molti desiderano restare connessi a Internet anche all’estero, per esempio usando il Wi-Fi dell’albergo. Purtroppo, però, alcuni servizi (per esempio film e telefilm in streaming in abbonamento) non sono disponibili quando si è all’estero perché hanno restrizioni geografiche, e così si ricorre a una VPN: in pratica si simula di essere nel proprio paese d’origine.

Il problema è che in alcuni paesi le VPN sono illegali: è il caso, per esempio, degli Emirati Arabi Uniti, che da poco minacciano pene detentive e sanzioni da 130.000 a 544.000 dollari. È vero che le nuove norme parlano di uso illegale delle VPN e non di uso di VPN in generale, ma non è facile o intuitivo sapere cosa è illegale in un certo paese? Per esempio, sapevate che dagli Emirati è illegale visitare un sito israeliano? O che Skype è vietato? Appunto.

Come se non bastasse, il problema dell’uso di una VPN cifrata è che i sorveglianti ne rilevano il traffico ma non hanno modo di distinguere gli utenti che usano una VPN per atti illegali da quelli che la adoperano soltanto per guardare un video su Youtube o mandare una mail alla nonna, per cui si rischia di finire nei guai per nulla. Meglio lasciare a casa tutto e godersi la vacanza.

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Come nasce una leggenda metropolitana: i “segni degli zingari”

Avete presente la diceria secondo la quale i ladri (spesso indicati specificamente come zingari) lascerebbero segni in codice sulle case da svaligiare? Tempo fa ho pubblicato un’indagine antibufala che riassume le ricerche degli esperti, che ne hanno ricostruito l’origine concludendo che si tratta di una leggenda metropolitana basata sui segni dei vagabondi e dei viandanti degli anni Trenta del secolo scorso, anche se persino molte forze di polizia la considerano reale senza avere prove effettive. Se avete mai sentito di un caso nel quale un ladro ha confessato di aver segnato una casa o di aver usato segni preesistenti per scegliere la casa da svaligiare, ditemelo (ovviamente non valgono casi di furto dopo i quali sono stati trovati dei segni da interpretare a posteriori).

Sembra incredibile che una storia del genere possa propagarsi senza un fondamento concreto, ma dal Regno Unito arriva un caso che dimostra quanto è facile generare una leggenda metropolitana come questa.

La BBC e The Telegraph segnalano infatti che a Kidlington, nel sud dell’Inghilterra, è scoppiata una paura diffusa quando sono comparsi dei segni bianchi davanti alle case. I residenti hanno chiamato la polizia temendo che si trattasse di segni lasciati da ladri, senza pensare che sarebbe particolarmente stupido lasciare segni così vistosi e senza chiedersi se questi ladri siano ancora rimasti all’età della pietra e siano incapaci di prendere nota di un indirizzo.

La paura è risultata infondata, perché la polizia ha spiegato che si tratta invece di segni fatti con la farina da un gruppo sportivo, gli Hash House Harriers, per guidare i propri corridori, che hanno il compito di inseguire una persona che fa da “preda”.

Non si tratta di un equivoco occasionale: la BBC nota che questo finto mistero esplode periodicamente sui social network e subito parte la frenesia della paura, perché nessuno si prende la briga di verificare prima di pubblicare. Se poi nella zona interessata dai segni sono avvenuti dei furti, per molti questa coincidenza diventa prova provata, rinforzando la diceria. La stessa isteria collettiva, nota la BBC, decolla quando gli addetti ai lavori stradali lasciano dei segni nei punti nei quali devono intervenire.
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Ultimo giorno per aggiornarsi a Windows 10 gratis: che fare?

Oggi, 29 luglio, è ufficialmente l’ultimo giorno disponibile per passare gratuitamente a Windows 10 per chi ha un computer dotato di una versione di Windows precedente. Da domani, salvo novità dell’ultim’ora o acrobazie discutibili, aggiornarsi a Windows 10 costerà circa 100 euro (o franchi svizzeri) per la versione Home e qualcosa in più per la versione Pro. La versione Enterprise, quella che le aziende dovrebbero in teoria usare, non ha nessun aggiornamento gratuito temporaneo, ma i contratti Microsoft aziendali di norma includono sempre il passaggio alla versione successiva dei prodotti Microsoft.

Conviene passare a Windows 10? Di solito sì: chi lo fa beneficia degli aggiornamenti di sicurezza, che le versioni precedenti non hanno più o non avranno per molto, e ci sono molte funzioni nuove e pratiche (per esempio i desktop multipli, la riga di comando e migliori prestazioni nei giochi; per non parlare dell’imminente arrivo di bash).

Aggiornarsi in teoria è semplice: si fa un backup dei propri dati, si accetta l’insistentissimo invito a passare a Windows 10 che compare periodicamente sullo schermo, e poi si lascia che il computer lavori per un po’. Il programma d’installazione verifica la compatibilità del computer prima di procedere, per cui in teoria non c’è da temere che l’aggiornamento vada storto.

In effetti moltissimi utenti mi hanno segnalato installazioni effettuate senza alcun problema, per cui ho provato anch’io ad aggiornare un laptop (Acer Aspire E1-510) sul quale avevo Windows 7 per fare informatica forense. Ho accettato l’invito e Windows mi ha detto “Sfortunatamente questo PC non consente l’esecuzione di Windows 10”, nonostante Acer lo dichiari compatibile.



Ho provato a cliccare su “Visualizza report” per avere informazioni sul motivo del rifiuto a installarsi, e ho ottenuto questa risposta classicamente contraddittoria: “Sei pronto! Il tuo PC potrà eseguire Windows 10”.



Gli anni passano, ma certe cose in informatica non cambiano mai.

Vista la schizofrenia di Windows, ho deciso di risolvere a modo mio: ho scaricato Linux (Ubuntu) e l’ho installato su una chiavetta USB, dalla quale ho avviato il laptop. Linux è partito al primo colpo, senza alterare il Windows preesistente, e ha riconosciuto tutti i componenti. Così ho accettato il suo invito a installarsi sul disco rigido in dual-boot. Problema risolto.



Fonte aggiuntiva: The Register.
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