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Come nascono le teorie di falsi attentati e messinscene? Così: per superficialità dei giornalisti

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ultimo aggiornamento: 2016/06/28 23:55.

L’attentato all’aeroporto Ataturk di Istanbul di poco fa ha scatenato la frenesia dei giornalisti di pubblicare immagini scioccanti. Come al solito, in questi casi, quando bisognerebbe aumentare i controlli per evitare disinformazione, invece il giornalismo dilettantesco abbassa la già scarsa guardia e pubblica qualunque cosa, comprese foto false o che non c’entrano nulla, e non si degna nemmeno di rettificare.

Ecco come nascono le tesi di messinscena, come quelle che circolarono dopo l’attentato di Bruxelles: grazie a chi non fa bene il proprio lavoro e alimenta la paranoia dei complottisti.

Guardate cos’è successo stasera: Reported.ly (gestito da giornalisti seri) pubblica prontamente un avviso che la foto qui sotto, spacciata per immagine dell’attentato a Istanbul, proviene in realtà dall’attentato di Bruxelles.

La foto:


L’avviso:

 


La conferma che si tratta di un’immagine risalente all’attentato di Bruxelles:



Nel mio piccolo cerco anch’io di avvisare che si tratta di una foto che non si riferisce a Istanbul, e lo faccio rivolgendomi proprio ai giornalisti:

disinformatico
Attentato Istanbul: questa foto NON mostra Istanbul ma Bruxelles. Giornalisti, occhio alla fretta. https://t.co/vq4gPGlOPD
28/06/16 22:41


Come da copione, SkyTg24 invece pubblica la foto di Bruxelles, presentandola come immagine di Istanbul, tre quarti d’ora dopo che è stato pubblicato l’avviso. Come se non bastasse, dopo averla pubblicata la redazione riceve ripetuti avvisi che è sbagliata, ma non la rimuove (è ancora online mentre scrivo queste righe, alle 23:20). Grazie a @ruggio per la segnalazione.



Anche Rainews pubblica la foto (segnalata da @Mantzarlis):



Altri lettori mi dicono che anche altre testate hanno pubblicato la stessa foto. La Stampa l’ha pubblicata ma poi rimossa chiedendo scusa.

Ora posso capire che nella concitazione possa sfuggire un’immagine. Ma che la si lasci pubblicata, senza un briciolo di rettifica, mentre i lettori stessi denunciano l’errore, è davvero pessimo giornalismo, oltre che una presa in giro dei lettori di buon senso. Che cominceranno a pensare: se pubblicano foto senza controllarle in casi seri come questi, quando sono attendibili le altre notizie che danno?

Mentre i complottisti, da bravi ottusangoli, invece di pensare alla spiegazione più semplice (un errore dettato dalla fretta), si lanciano in fantasie complicatissime di cospirazione mondiale, di false flag, di regie occulte, nelle quali il dramma dell’attentato diventa oscenamente irrilevante ed emerge invece la loro vanità di dire “solo io ho capito la Verità”. Il complottismo, in ultima analisi, è megalomania.


Aggiornamenti


2016/06/28 23:55. Un altro fenomeno al quale i giornalisti devono imparare a fare attenzione è lo sciacallaggio per attirare clic, Like, retweet e follower. Il già citato Reported.ly ha dovuto rettificare la pubblicazione di quella che sembrava una disperata richiesta di ritrovare un padre forse coinvolto nell’attentato ma era solo un trucco per ottenere visibilità. Unico indizio sospetto: il nome dell’account, decisamente improbabile (@ElDxnielit0).

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Antibufala: le zone che hanno votato per Brexit sono le stesse della mucca pazza!

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Sta circolando (per esempio su Tumblr) una mappa che mostrerebbe una straordinaria correlazione fra le zone del Regno Unito che hanno votato per uscire dall’Unione Europea e quelle colpite dalla morbo della “mucca pazza” (più propriamente encefalite spongiforme bovina, o bovine spongiform encephalopathyBSE, in inglese) nel 1992.

L’intento, non si sa se serio o faceto, è insinuare che chi ha votato per il Brexit è malato di mente.

Ma la mappa della “mucca pazza” è un falso: è semplicemente una mappa del referendum (questa) con i colori alterati e una data modificata. Come segnala Snopes, le epidemie di BSE colpirono l’intero territorio britannico, e lo fecero dal 1986 (anno della prima diagnosi) in poi per decenni, devastando l’industria della carne nel Regno Unito e anche in altri paesi.


Fonti: EFSA; OIE.
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Antibufala: inglese escluso dalle lingue dell’UE dopo il Brexit!

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Sull’onda dello shock per il risultato del referendum britannico per uscire dall’Unione Europea stanno circolando notizie (Rsi.ch e Politico.eu, per esempio) che sembrano annunciare con certezza che presto l’inglese non sarà più una delle lingue ufficiali dell’UE e che questo cambiamento sarà automatico. La fonte di questa notizia è spesso una dichiarazione di Danuta Hübner, capo del Comitato Affari Costituzionali dell’UE.

Ma le parole di Hübner configurano un’ipotesi, mentre una dichiarazione della Rappresentanza della Commissione Europea in Irlanda (scritta in inglese e gaelico) ha chiarito come stanno realmente le cose: “Notiamo le segnalazioni nei media che affermano che in caso di ritiro del Regno Unito dall’UE l’inglese cesserebbe di essere una lingua ufficiale dell’UE. Questo è errato. Il Consiglio dei Ministri, agendo all’unanimità, decide le regole che governano l’uso delle lingue da parte delle istituzioni europee. In altre parole, qualunque cambiamento al regime delle lingue delle Istituzioni dell’UE è soggetto a un voto unanime del Consiglio, Irlanda compresa.”

La fonte indicata dalla Rappresentanza è l’Articolo 342 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea.

Per chi si stesse chiedendo come mai l’inglese non dovrebbe restare, visto che anche Malta e Irlanda lo usano come lingua nazionale ufficiale, la spiegazione è che questi due paesi, quando aderirono all’UE, scelsero come lingua ufficiale per le traduzioni UE rispettivamente il maltese e l’irlandese, visto che l’inglese c’era già. L’elenco delle 24 lingue ufficiali dell’UE è qui.
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Tesla, l’interfaccia e le app spiegate in dettaglio

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Al convegno Tesla Revolution 2016, tenutosi a marzo scorso, Tiziano Di Valerio, utente Tesla e membro di Teslaforum.it, ha presentato una panoramica della sua esperienza come utente di una Model S, descrivendone l’interfaccia utente, basata su Linux, e la sua vasta integrazione con servizi esterni e presentando alcune delle principali app per la gestione dell’auto.

Il video del suo intervento è disponibile su Youtube (l’ho incluso qui sotto): ve lo consiglio perché è divertente e illuminante e contiene moltissime informazioni preziose. Qui sotto ho aggiunto i link alle app citate.


App ufficiale di Tesla per Model S (iOS e Android)

Visible Tesla (non ufficiale, per Mac, Windows, Linux)

Remote S for Tesla (non ufficiale, iOS e Apple Watch; recensione)

EVmote (webapp)

Teslalog (webapp)

EVE for Tesla (webapp)
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Petizione su Brexit batte record ma finisce nel ridicolo

Situazione intorno alle 17 del 2016/06/26.
Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ultimo aggiornamento: 2016/06/27 11:45.

Si sta facendo tanto clamore intorno al risultato del referendum consultivo del Regno Unito sul cosidetto Brexit, l’uscita dall’Unione Europea (51,9% a favore, 48,1% contro) e in particolare su una petizione che, secondo molti, invocherebbe un secondo referendum, nella speranza di ribaltare il risultato del primo.

Nella concitazione si sono persi di vista alcuni dati di fatto che è meglio ricordare, perché si rischia di dare a questa petizione un’importanza politica che non ha e non può avere, sia per ragioni tecniche, sia per ragioni legali e formali.


1. È una petizione governativa, non commerciale, e standard. Questa non è la solita raccolta di firme (o più propriamente adesioni) proposta da Change.org o dai vari siti analoghi, più o meno commerciali, specializzati nel settore: è una delle tante petizioni ospitate dal sito del Parlamento britannico (come indicato dal suo indirizzo, petition.parliament.uk/petitions/131215) e ne segue gli standard. Le adesioni vengono prese concretamente in considerazione dal governo britannico.


2. È una petizione per discutere una nuova regola, non per rivotare. Il testo è molto chiaro, ma sembra che in molti non l’abbiano letto o capito: chiede soltanto di discutere in parlamento se implementare una regola che stabilisca una sorta di quorum sui referendum per l’uscita dall’UE. Non chiede di votare di nuovo sul Brexit, ma semplicemente di parlare in parlamento di questa possibile regola.


3. La verifica delle adesioni è scarsissima, ma è sempre così. Ieri (25/6), quando le adesioni erano arrivate oltre il milione, iniziando il clamore mediatico, ho provato ad aderire anch’io, visto che sono cittadino (anche) britannico, e ho constatato che i controlli sull’autenticità delle adesioni sono quasi inesistenti (cosa che ha spinto alcuni teorici del complotto a ipotizzare una truffa mediatica messa in atto da chi vuole opporsi al risultato del referendum): ma è normale che sia così, anche se per i non britannici questo potrà sembrare assurdo. Mi spiego meglio tra un attimo: prima vi mostro cosa è successo quando ho aderito alla petizione.




Come vedete nello screenshot qui sopra, il sito ha accettato sulla fiducia la mia dichiarazione che sono cittadino britannico o residente nel Regno Unito e mi ha chiesto soltanto nome, cognome, indirizzo di mail, nazione e codice di avviamento postale. Nessun numero di documento identificativo o altra prova di identità o nazionalità.

Dopo aver cliccato su Continue mi è comparsa una schermata che mi avvisava che avrei ricevuto una mail contenente un link e che la mia adesione sarebbe stata valida soltanto se avessi cliccato sul link. Ho ricevuto la mail e ho cliccato sul suo link, che era del formato seguente:

https://petition.parliament.uk/signatures/[numero di 8 cifre]/verify/[serie di caratteri]

Sono stato portato a una schermata di ringraziamento e la cosa è finita lì.

Il sistema è insomma perfettamente sfruttabile per sfornare adesioni fasulle, e infatti sono arrivate migliaia di adesioni sospette, per esempio da paesi improbabili come la Corea del Nord o il Vaticano, come risulta dai dati aggregati della petizione (che sono pubblicamente scaricabili).

La vulnerabilità della petizione, arrivata ora (26/6) a oltre 3,2 milioni di adesioni, ha suscitato nei dietrologi il sospetto di una manovra di propaganda per far credere che i pentiti del Brexit siano tanti (ma allora perché non falsificare i dati in modo più credibile?) e ilarità negli informatici, ma va considerato che tutte le petizioni ospitate da Parliament.uk hanno lo stesso livello di verifica. La cosa non dovrebbe stupire: nel Regno Unito, ancor più che in altri paesi europei, vale il principio che sei chi dici di essere, fino a prova contraria, tanto che non esiste l’obbligo di un documento ufficiale d’identità all’interno del paese. E del resto, voi come avreste fatto? Avreste chiesto una scansione di un documento d’identità (che non è obbligatorio avere)?


4. Le adesioni fraudolente sono state confermate. Vari giornalisti hanno provato a immettere dati falsi e ci sono riusciti. Il 26/6, intorno alle 13, il Petitions Committee britannico ha annunciato il problema e poi ha detto che erano già state rimosse circa 77.000 adesioni fraudolente. Sempre nel pomeriggio dello stesso giorno la BBC ha pubblicato la notizia della frode. Una fonte, Heatstreet, ha affermato che la petizione è stata presa di mira dai troll di 4chan.


5. È dunque un fallimento? Non è detto. Non si sa quante siano le adesioni fasulle, ma per far fallire la petizione quelle autentiche dovrebbero essere meno di 100.000 (limite sotto il quale le regole di Parliament.uk respingono una petizione) e sembra improbabile che oltre il 97% delle adesioni sia falso.


6. Non farà rivotare comunque. La cosa più importante, però, è altrove: la BBC segnala infatti che la petizione “ha zero probabilità di essere applicata, perché chiede leggi retroattive”. Vale, insomma, zero se si pensa di applicarla per invalidare il referendum già svolto. Certo, prima della frode poteva essere forse un indicatore dei sentimenti degli elettori, ma ora non è più attendibile.


7. Era pensata PRO-Brexit. Ciliegina sulla torta, sempre la BBC nota che la persona che ha avviato la petizione, Oliver Healy, degli English Democrats, lo aveva fatto per dare una nuova possibilità di votare per uscire dall’UE e aveva attivato l’iniziativa prima del referendum, precisamente il 24 maggio, “quando sembrava improbabile che il ‘Leave’ avrebbe vinto, con l’intento di rendere più difficile a quelli del ‘Remain’ di incatenarci maggiormente all’UE. A causa del risultato, la petizione è stata usurpata dalla campagna per il ‘Remain’”.


8. Erano i PRO-Brexit a ritenere giusto rivotare in caso di risultato sfavorevole. Da molti democratici a senso unico è partito il coro dei “non vale, il voto è definitivo, non si può rivotare solo perché la volontà popolare è contraria ai desideri dei Poteri Forti”, ma va notato che era stato Nigel Farage, dell’UKIP (partito indipendentista, quindi radicalmente pro-Brexit), a parlare di “richiesta inarrestabile di nuovo referendum” (“unstoppable demand for a re-run of the EU referendum”) quando temeva che vincessero i contrari all’uscita dall’UE, e che il primo a ventilare l’ipotesi di un secondo referendum fu Boris Johnson, anche lui pro-Brexit.


9. È un referendum consultivo. Il governo del Regno Unito non è formalmente obbligato a fare nulla come conseguenza del referendum e nessuna legge è stata abrogata dal referendum, che in sostanza ha valore soltanto come sondaggio. Il parlamento è sovrano e i referendum britannici di norma non sono vincolanti, come spiega bene The Guardian.


Fonti aggiuntive: Bufale un tanto al chilo, L’Express
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