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2020/02/17

ANSA ci informa che in Cina c’è l’imperatore

“#Coronavirus Per paura del contagio annullate in #Cina le celebrazioni per i 60 anni dell' #Imperatore . Evacuati dalla nave #DiamondPrincess 14 cittadini #Usa #ANSA ow.ly/BasN30qifJb.”

L’imperatore. In Cina. A scrivere questa monumentale scemenza non è un blogger o qualche altro svitato su Internet. È l’ANSA, la più importante agenzia d’informazione in Italia, come si autodefinisce. Un’agenzia d’informazione che evidentemente ormai assume, o perlomeno fa lavorare, gente che non sa la differenza fra Cina e Giappone. Proprio adesso che sapere la differenza è, come dire, un tantinello importante.

Questi sono quelli che dovrebbero informarci. Quelli che quando si parla di fake news e disinformazione si atteggiano a ultimi difensori della qualità e danno la colpa della disinformazione a Internet.

Il tweet è ancora lì adesso, mentre scrivo; non è stato rimosso. Non una parola di scuse, nessuna rettifica.



E c’è anche lo screenshot della stessa notizia sul sito (grazie a GnNAr):


Dai, ANSA, adesso non ci state più nemmeno provando. Andate a casa, che fate meno danni.


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2020/02/15

5G, stop ufficiale in Svizzera? No

Il Financial Times ha pubblicato un articolo secondo il cui titolo la Svizzera avrebbe sospeso l’attivazione della rete cellulare 5G a causa di preoccupazioni per la salute (Switzerland halts rollout of 5G over health concerns). Si tratterebbe, dice il testo, di una “moratoria a tempo indeterminato”.

L’articolo cita una lettera inviata dall’Ufficio Federale per l’Ambiente svizzero (BAFU) ai governi cantonali a fine gennaio, che avrebbe causato la sospensione. La lettera non è linkata nell’articolo, ma dovrebbe essere questa (ringrazio @samirguidi per averla trovata).

In realtà la lettera non parla di una sospensione totale dell’attivazione del 5G, ma riguarda soltanto un aspetto specifico del 5G, ossia la tecnica del beamforming.

Il beamforming è un metodo per ridurre l’energia emessa dalle antenne della rete, concentrandola nella direzione in cui si trova in quel momento l’utente. In altre parole, invece di disseminare onde radio in tutte le direzioni, comprese quelle in cui non c’è nessuno che ha bisogno del segnale, come si fa adesso, il beamforming permette di fornire segnale solo dove serve realmente, adattandosi in tempo reale alla situazione e quindi riducendo l’esposizione per chi non usa il telefonino.

La lettera spiega che non c’è sufficiente chiarezza tecnica sul metodo di calcolo dell’esposizione alle onde radio che verrebbe prodotta dal beamforming e che serve più tempo per ottenerla e quindi sapere se anche in modalità beamforming il 5G rimane, anche nel caso peggiore, sotto i severi limiti imposti dalla normativa (ORNI). In attesa di questi chiarimenti, l’uso del beamforming non viene autorizzato, ma la rete 5G può continuare a funzionare in maniera tradizionale.

Questo è chiarito sia da questo articolo di Ictjournal.ch, sia dal testo dell’articolo del Financial Times, che non menziona il beamforming ma lo descrive indirettamente (“New 5G communications technology means individuals are exposed to more concentrated beams of non-ionising radiation, but for shorter periods. Bafu must determine which legal standards to apply to this.”). È solo il titolo che è ingannevole.


Ringrazio @MrcLucien per aver reperito l’articolo di Ictjournal. Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

2020/02/14

Puntata del Disinformatico RSI del 2020/02/14

È disponibile la puntata di oggi del Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, condotta da me insieme a Francesca Margiotta.

Podcast solo audio: link diretto alla puntata.

Argomenti trattati: link diretto.

Podcast audio precedenti: archivio sul sito RSI, archivio su iTunes e archivio su TuneIn, archivio su Spotify.

App RSI (iOS/Android): qui.

Video: lo trovate qui sotto.

Archivio dei video precedenti: La radio da guardare sul sito della RSI.

Buona visione e buon ascolto!


Antibufala: gli alligatori nelle fogne di New York

Croc’, 1976
(Paperback Warrior).
La diceria che le fogne di New York sarebbero infestate da alligatori giganti perché i proprietari di questi rettili, raccolti quando erano piccoli in Florida durante una vacanza, se ne sbarazzavano buttandoli nel water quando crescevano troppo è una delle leggende metropolitane più famose e longeve: divenne molto popolare una cinquantina d’anni fa, negli anni Settanta, ma in realtà ha origini molto, molto più antiche.

L’idea di creature feroci che popolano le fogne circolava infatti già in epoca vittoriana a Londra: al posto degli alligatori, troppo americani, c’erano più britannicamente dei maiali inselvatichiti.

Gli studiosi di leggende metropolitane (o di folclore moderno, come lo chiamano loro) hanno scoperto numerose varianti di questo mito, alcune risalenti addirittura a duemila anni fa. Nell’articolo The Octopus in the Sewers: An Ancient Legend Analogue di Camilla Asplund Ingemark, pubblicato nel 2008 sul Journal of Folklore Research, emerge che l’autore classico Claudio Eliano (165/170 circa – 235 d.C.) raccontò nel suo De Natura Animalium che a Puteoli (l’odierna Pozzuoli, in Campania) sbucava dalle fogne ogni tanto una piovra gigante, che rubava cibo dalle cantine. Anche Plinio il Vecchio (23/24-79 d.C.) scrisse, nella sua opera Naturalis Historia, che nella città spagnola di Carteia c’era una piovra gigante che emergeva per saccheggiare le vasche dove si teneva il pesce sotto sale.

Gli stessi studiosi fanno risalire la versione moderna, quella con gli alligatori, al 1959, quando un libro dedicato alla storia delle infrastrutture sotterranee di Manhattan, The World Beneath the City di Robert Daley, le dedicò un intero capitolo per raccontare che nel 1935 c’erano stati avvistamenti di alligatori ed erano state addirittura fatte delle battute di caccia. Ma Daley era, a quanto pare, dotato di molta immaginazione.

Fra l’altro, gli esperti spiegano che l’ambiente freddo delle fogne di una città come New York non permetterebbe a nessun rettile di prosperare e nemmeno di vivere: al freddo, infatti, non sono in grado di digerire il cibo (o i malcapitati esploratori delle fogne). Tuttavia ogni tanto qualche alligatore finisce temporaneamente nella rete fognaria delle città del sud degli Stati Uniti, che è collegata alle paludi. Ma si tratta di soggiorni brevi, causati dagli allagamenti prodotti dai temporali, e i rettili non diventano giganti.

La ragione della straordinaria persistenza di questo mito sarebbe, secondo Camilla Asplund Ingemark, legata alla paura atavica di un mondo sconosciuto che starebbe a stretto contatto e contrasto con la città, vista come simbolo dell’apice della civiltà. È un mito che funziona benissimo ancora oggi, come sanno bene i fan delle Tartarughe Ninja o di Stranger Things e del suo Sottosopra. 


Fonti aggiuntive: Leggende-metropolitane.it; Wikipedia; Liveabout.com.

Microsoft tura 99 falle con un aggiornamento massiccio

Se usate Windows, fate appena possibile gli aggiornamenti di sicurezza rilasciati pochi giorni fa da Microsoft: risolvono ben 99 falle, alcune delle quali vengono già sfruttate dai criminali informatici.

Una, in particolare (CVE-2020-0674), consente di attaccare e prendere il controllo completo del computer semplicemente convincendo l’utente a visitare una pagina infettante di un sito.

Un’altra (CVE-2020-0729) consente di prendere il controllo di un computer semplicemente infilandovi una chiavetta USB contenente un file .LNK appositamente confezionato.

La procedura di aggiornamento è quella solita: in Windows 10, scegliete Start - Impostazioni - Aggiornamento e sicurezza - Windows Update - Controlla aggiornamenti. Eseguitela dopo aver fatto un backup o un punto di ripristino, in modo da poter tornare indietro se scoprite che l’aggiornamento causa problemi.

Il rischio di problemi non è una buona scusa per rinviare gli aggiornamenti. Ora che sono stati resi noti i dettagli di queste falle e le loro correzioni, è solo questione di tempo (qualche giorno) prima che i criminali informatici creino degli attacchi su misura per prendere di mira chi non si aggiorna.


Fonti aggiuntive: Cybersecurity360.it, Graham Cluley.

2020/02/13

Facebook traccia le nostre attività fuori da Facebook: ora si può vedere quali

Facebook traccia le nostre attività anche quando visitiamo altri siti. Lo fa persino se non abbiamo un account Facebook: lo fa a tutti, spiega Intego, per poter piazzare nei siti che visitiamo delle pubblicità pertinenti ai nostri interessi, e guadagna fornendo questo piazzamento.

Questo tracciamento di massa, anche dei non utenti, non è una novità ma è sicuramente poco noto.

La novità vera, invece, è che ora possiamo sapere in dettaglio quali attività vengono tracciate e quali dati vengono raccolti e possiamo anche modificare queste funzioni.

L’azienda ha infatti annunciato che è disponibile la funzione La tua attività fuori da Facebook ed è anche possibile azzerare i dati raccolti.

Se volete scoprire cosa sa Facebook di voi e avete un account Facebook, accedete a questo account da un computer, cliccate sul triangolino in alto a destra, cliccate su Impostazioni e poi su Le tue informazioni su Facebook e su Attività fuori da Facebook. In alternativa usate questo link diretto.

Otterrete un elenco delle aziende di cui avete visitato i siti e che hanno dato a Facebook delle informazioni che vi riguardano: cose come “questo utente ha visitato questo sito” e “questo utente ha comprato qualcosa su questo sito”.

Se volete azzerare questo tracciamento, potete scegliere Scollega le attività; se volete evitare che continui, cliccate su Altre opzioni e Gestisci l’attività futura. Arriverete a una schermata con un selettore Attività fuori da Facebook futura: disattivatelo.

Attenzione, però: se usate la vostra login di Facebook per accedere ad altri account, disattivando questo selettore non potrete più farlo. Sarebbe comunque meglio non usare la login di Facebook per accedere altrove.

Io uso da tempo un add-on per Firefox, chiamato Facebook Container, e le mie attività risultano nulle.


Le vostre come sono? Quali aziende vi trovate?

Per sapere che Crypto AG faceva spionaggio per CIA e BND bastava cercare in Google

Un’inchiesta del Washington Post, della TV tedesca ZDF e dell’emittente svizzera SRF (anche qui) ha rivelato che l’azienda svizzera di crittografia Crypto AG è stata usata dalla CIA e dalla tedesca BND per decenni per spiare governi e forze armate di tutto il mondo, compresi i paesi loro alleati, come Spagna, Grecia, Turchia e Italia.

Crypto AG, infatti, vendeva apparati di crittografia che a seconda del paese di destinazione venivano alterati segretamente in modo da consentire ai servizi segreti statunitensi e tedeschi di decrittare facilmente le comunicazioni cifrate diplomatiche, governative e militari di quei paesi, comprese quelle del Vaticano.

In Svizzera lo scandalo è forte e verrà istituita una commissione parlamentare d’inchiesta per capire quali autorità specifiche fossero al corrente di questa vicenda. Ma c’è un dato che forse andrebbe considerato: la natura delle attività di Crypto AG non era affatto un segreto.

Infatti con una ricerca mirata in Google e con l’aiuto di alcune segnalazioni dei lettori emergono numerose indagini giornalistiche, anche svizzere, che mettono a nudo Crypto AG sin dal 1994:

Fonte: Swissinfo.ch.

Tutte queste inchieste documentano che i rapporti con Crypto AG dei servizi segreti statunitensi e tedeschi erano già stati resi noti con grande dettaglio. La novità di oggi è semplicemente che sono stati resi pubblici documenti sulla vicenda che prima erano segreti. Fingere di non averne saputo nulla sembra quindi piuttosto implausibile.


2020/02/15. Cominciano a essere pubblicate le prime ammissioni ufficiali.


Fonti aggiuntive: Tvsvizzera.it, Swissinfo.ch, The Register.

Il mio corso online di giornalismo digitale a prezzo ribassato fino al 23 febbraio

Per San Valentino, Suisse Vague/Lezionidalfuturo.com, l’editore del mio corso online di giornalismo digitale, offre una riduzione di costo: da oggi e fino al 23 febbraio il corso costa 149 franchi svizzeri (circa 133 euro).

Nel corso, che dura in tutto 85 minuti ed è composto da sei lezioni, spiego tutte le tecniche che uso quotidianamente come giornalista e come debunker.

Il video qui sotto è l’introduzione: il link al corso vero e proprio è questo.


Parte del costo arriva a me, per cui partecipare è anche un modo per contribuire al mio sostentamento e consentirmi di continuare a offrire informazioni gratuite e senza pubblicità come quelle di questo blog. Visto che questo corso sta andando bene e l’editore è soddisfatto, ne sto preparando uno sulle cosiddette fake news. Buona visione!

2020/02/10

“Luna? Sì, ci siamo andati!” edizione 2020: il PDF stampabile è pronto per i donatori

Come avevo preannunciato a Natale scorso, l’edizione 2020 del mio libro di debunking spaziale “Luna? Sì, ci siamo andati!” è stata impaginata ed è ora disponibile per lo scaricamento in formato PDF per tutti i donatori. Sarà disponibile anche per i non donatori dal 10 marzo prossimo.

Se siete donatori, dovreste aver già ricevuto una mia mail con le istruzioni di scaricamento. Se non l’avete ricevuta, scrivetemi e avvisatemi.

Se avete già acquistato una precedente versione cartacea o digitale, siete già donatori: mandatemi via mail una foto della vostra copia del libro (o del vostro e-reader che mostra una pagina del libro) e vi manderò subito il link per lo scaricamento.

Se non siete donatori e proprio non riuscite ad aspettare un altro mese, potete diventare donatori seguendo questo link (importante: non usate altri link, altrimenti non saprò che la donazione è per il libro!).

Questa versione PDF rispecchia il contenuto sfogliabile online nell’apposito sito ed è impaginata in formato A4 per valorizzare al massimo le grandi immagini e consentirvi di stamparlo agevolmente.

Il libro è cresciuto parecchio rispetto alle edizioni precedenti e ora è composto da 605 pagine. Include anche codici QR che consentono di vedere facilmente i video citati nel testo se si usa un telefonino o un tablet in grado di leggere i codici QR.

Come sempre, il PDF non è protetto da sistemi anticopia (DRM) ed è fruibile su qualunque dispositivo e copiabile liberamente secondo la licenza Creative Commons inclusa nel testo.

Se trovate nel libro refusi, errori, passaggi non chiari o se avete suggerimenti, segnalatemeli: ne terrò conto per la prossima edizione.

A tutti i donatori, grazie!




2020/02/09

Per Dagospia e Libero Quotidiano, le Tesla sono fabbricate da Jeff Bezos. Parola di Attilio Barbieri

Il gatto ha solo funzioni compensatorie
della bruttezza della vicenda trattata.
In Italia si parla molto di istituire bollini di certificazione della qualità delle notizie. La teoria, secondo l’Ordine dei Giornalisti, è che un giornalista faccia informazione attendibile e quindi dargli un bollino che lo distingue permetterebbe al lettore di riconoscere la qualità del Vero Giornalista ed evitare le fake news della Marmaglia dei Blogger.

Questa teoria si scontra con alcuni fatti. Tipo questo: Attilio Barbieri, che scrive per Libero Quotidiano e mi risulta essere un giornalista dell’Ordine, quindi uno di quelli “bollinabili”, scrive questa perla, ripubblicata anche da Dagospia (l'evidenziazione è mia):

Così, ad esempio, un «rifornimento» sulla Hyundai Kona - sempre alle colonnine - costa da 32 a 50,56 euro, sulla Mercedes Eqc da 40 a 63,20 euro e sulla Tesla Model S da 50 a 79 euro. Ma per le vetture che escono dalle fabbriche di Jeff Bezos possono appoggiarsi su una rete di rifornimento dedicata, la Supercharger, accessibile solo ai clienti

Avete capito bene. Attilio Barbieri, che vorrebbe spiegare ai lettori il complesso mondo dell’auto elettrica, non sa neanche distinguere fra Jeff Bezos (boss di Amazon) e Elon Musk (boss di Tesla).

Ho salvato una copia permanente su Archive.org dell’articolo. Questo è uno screenshot:



Il resto dell’articolo è una collezione di fandonie, errori e luoghi comuni beceri e stantii che dimostrano una spettacolare incompetenza nel settore oltre che un pregiudizio di fondo verso la materia (“oggetto di culto del Green new deal in salsa euro-italiana”), scegliendo sistematicamente i casi più estremi e irrealistici per far sembrare che “un viaggio con l’auto elettrica costa quattro volte tanto”.

Qualcuno mi spieghi, allora, come mai io in due anni di uso della mia piccola auto elettrica per tutti gli spostamenti locali ho risparmiato circa milletrecento euro, invece di spendere “quattro volte tanto”. E se avessi usato l’auto elettrica anche per i viaggi che per ora faccio ancora con la mia auto a benzina avrei risparmiato 4800 euro. Posso presentare i conti, se qualcuno ha dubbi.

Avrei anch’io da proporre un bollino per questo genere di giornalismo, ma non è del genere immaginato dall’Ordine. E nemmeno dello stesso colore.


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2020/02/08

Per il Corriere, il 5% equivale a uno su cinque

Corriere della Sera. Articolo a firma di Nando Pagnoncelli. Titolo: “Il sondaggio | La riforma della prescrizione piace al 59%. Ma solo un italiano su 5 la conosce nei dettagli”. Testo: “solo il 5% dichiara di conoscerlo nel dettaglio”.

La gente mi chiede spesso perché svergogno pubblicamente le testate che scrivono bestialità come questa invece di contattarle in privato e segnalare educatamente l’errore. Semplice: perché se glielo dici in privato, se ne strafregano.

Luca Chiodini, un utente come tanti, ha segnalato questa castroneria al Corriere oggi nel primo pomeriggio:



Niente da fare. La scempiaggine segnalata è ancora lì adesso, alle 21. Ho rimosso le pubblicità dallo screenshot per non regalare favori agli inserzionisti.


Trovate una copia permanente qui su Archive.org.

Vediamo che succede ora che l’ho mostrata pubblicamente:




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Salvare foto da Instagram alla massima risoluzione

Instagram non ha, per ora, un’app per computer, ma si può usare Chrome con l’apposita estensione per Instagram per interagire con Instagram usando un vero computer dotato di mouse e tastiera, che rende tutto infinitamente più veloce e flessibile rispetto allo smartphone (ho provato a lavorare per quattro giorni solo con telefonino e tablet durante una mia breve visita a Londra, pochi giorni fa, in modo da non dovermi portare la zavorra del laptop, ed è stata una sofferenza unica).

Con un computer (Linux, Mac, Windows) diventa facile anche salvare le foto Instagram che vogliamo tenere, e farlo ottenendo la versione a massima risoluzione, che Instagram spesso non mostra.

Supponiamo per esempio che vogliate salvare questa foto dell’astronauta Christina Kock durante una sua attività extraveicolare, all’esterno della Stazione Spaziale Internazionale.


Se fate un normale clic destro per salvare l’immagine, ottenete questo link, il cui URL (https://scontent-frt3-2.cdninstagram.com[...]/s1080x1080[...]) indica che si tratta già della versione a massima risoluzione, ossia 1080 pixel.

Ma non sempre è così. Quest’altra foto postata su Instagram, se salvata con un clic destro, è a 640 pixel.



Però con Chrome su computer potete fare clic destro sull’immagine e scegliere Inspect dal menu pop-up di Chrome che compare. Otterrete una schermata come questa:



Cercate il link che contiene s1080 e fatevi sopra un clic destro per aprirlo in un’altra scheda: otterrete l’immagine ad alta risoluzione.


Se il post contiene più di una foto, visualizzate la specifica foto che volete scaricare prima di attivare Inspect.

Ci sono anche servizi online che consentono di fare la stessa cosa, come Dinsta o Downloadgram, ma non ne ho trovati che consentano di acquisire immagini da post Instagram contenenti più di una foto.


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A Olivone parleremo di 5G il 2 marzo

Il 2 marzo alle 20:30 sarò a Olivone (Canton Ticino) per moderare un incontro pubblico, organizzato dal Municipo di Blenio, sul tema controverso del nuovo sistema cellulare 5G.

Pubblicherò qui maggiori dettagli non appena saranno stati definiti.

Ci vediamo a Bologna il 7 marzo per parlare di gabinetti spaziali?


Sabato 7 marzo alle 10:45 sarò ospite dell’Aula Magna del Dipartimento di Fisica e Astronomia dell’Università di Bologna, nell’ambito della premiazione per le Olimpiadi Italiane di Fisica, per una conferenza pubblica su un tema piuttosto curioso: la tecnologia e la fisica della toilette nello spazio.

Come si fa quando la gravità non c’è e quindi fluidi e solidi non si allontanano dal corpo come avviene normalmente? Se vogliamo andare su Marte, questo sarà uno dei tanti problemi tecnici che dovremo assolutamente risolvere. Se la cosa vi incuriosisce, vi aspetto. Garantisco che la prossima volta che andrete in bagno nulla sarà più come prima. L’ingresso è libero.

2020/02/04

Artista crea “ingorgo virtuale” su Google Maps con un carrellino pieno di smartphone. Qualche dubbio

Ultimo aggiornamento: 2020/02/16 14:10.

Un artista, Simon Weckert, ha pubblicato un video in cui, a suo dire, ha creato un “ingorgo virtuale” su Google Maps usando 99 smartphone, trasformando una strada verde (traffico scorrevole) in una strada rossa (ingorgo o coda). Il concetto è tecnicamente molto interessante, perché se è reale consente di sabotare le informazioni di Google Maps e creare dei percorsi senza traffico che diventano sfruttabili da chi è complice del sabotaggio. Posso già immaginare un imprenditore che affitta i propri servizi ai ricchi che vogliono andare in giro senza la marmaglia tra i piedi, o azioni di protesta di un quartiere eccessivamente intasato dal traffico.


Ma bisogna vedere se è davvero reale. Una foto, sul sito di Weckert, fa sollevare due dubbi: ci stanno 99 telefonini in un carrellino così piccolo? E davvero gli schermi sono così luminosi da mostrare in pieno sole quello che hanno sullo schermo? È possibile che degli schermi retroilluminati abbiano ombre sulla propria superficie, come si vede qui sotto?






Ed è plausibile che nel dettaglio qui sotto, tratto da una foto presente sul sito di Weckert, gli schermi di questi smartphone siano così luminosi da essere bianchissimi mentre sono in piena luce diurna?



Ci sono anche altre contraddizioni nel racconto di Weckert: qui sul suo sito dice che sono “99 second hand smartphones”, ossia di seconda mano, ma altrove (Motherboard) risulta che siano stati noleggiati.

Il mio sospetto è che si tratti di una messinscena a scopo di provocazione artistica, fatta con dei simulacri di telefonini sui quali è stata stampata una schermata di Google Maps, ma comunque è interessante ragionare sulle sue implicazioni: sarebbe davvero possibile creare un ingorgo inesistente usando questa tecnica?


2020/02/04 18:40. Se siete curiosi di sapere quando sarebbe stato creato l’ingorgo virtuale, i dati EXIF di questa foto indicano 2019:10:06 alle 12:23:19; quelli di questa foto 2019:10:06 12:14:32 (e l’immagine include un cartello che dice “ab 07.16.19”; e quelli di questa foto 2019:10:06 alle 11:42:11.


2020/02/05 10:00. La Frankfurter Allgemeine ha intervistato Weckert, che ha detto che ciascuno dei 99 smartphone aveva una propria carta SIM connessa e ciascuno stava usando attivamente Maps per la navigazione. Weckert aggiunge di aver scoperto che se il carrellino si fermava, Maps non indicava un ingorgo e che lo stesso accadeva se un veicolo passava in fianco al carrellino a velocità normale. L’ingorgo risultava soltanto quando il carrellino era in movimento e la strada era deserta. Maggiori info sono su Android Authority.

Nel frattempo, un commentatore mi ha fatto notare in privato che è strano che l’ingorgo venga indicato in entrambe le direzioni di marcia, dato che Maps rileva la direzione di movimento degli smartphone. Lo stesso commentatore indica che i telefonini sembrano degli Huawei Mate 20, costosi e poco disponibili, ma di cui sono facilmente reperibili simulacri.


2020/02/16 14:10. Digitec.ch ha tentato di replicare a Zurigo l’esperimento di Weckert: i risultati sono molto interessanti. Prima di tutto, viene fatto notare che Weckert ha scelto due strade (il ponte Schilling e il ponte Ebert, entrambi a Berlino) lungo le quali non passano trasporti pubblici: cosa importante, perché un autobus contiene ben più di 99 persone con telefonini e Google rileva la localizzazione anche quando un telefonino non è in modalità navigatore e quindi un autobus potrebbe creare l’apparenza di un ingorgo. Digitec concorda nell’identificare i telefonini come Huawei Mate 20 Pro.

La replica dell’esperimento fatta da Digitec ha usato 47 telefonini, tutti dotati di SIM, più altri sette senza SIM, tutti in modalità navigatore e con una destinazione immessa.

La prima strada scelta per la replica (Giessereistrasse) non è percorsa da trasporti pubblici, ha poco traffico ed è stretta. L’esperimento fallisce: anche camminando avanti e indietro, in mezzo alla strada, con il carrellino di telefonini non si forma alcun ingorgo in Google Maps. Ma quando gli sperimentatori si fermano sull’angolo di una strada, si forma un finto ingorgo all’incrocio, che è anche possibile controllare e spostare.

La seconda strada (Förrlibuckstrasse) rivela che Google ha limiti di congestione differenti per ogni singola strada: quelle grandi richiedono tanti telefoni, quelle piccole pochi, e anche a parità di grandezza ci sono altri fattori di variabilità, come la presenza di un parcheggio multipiano (che rallenta il traffico e di cui Google tiene conto).

La terza strada (Pfingstweidstrasse) è una delle arterie principali di Zurigo, percorsa da trasporti pubblici, numerose auto e molti pedoni. Qui il carrellino pieno di telefonini è del tutto inefficace.

Le conclusioni della prova di Digitec.ch sono che è possibile creare un ingorgo virtuale con una sessantina di cellulari se la strada è piccola; altrimenti no. Google non si fa fregare così facilmente.


Fonti aggiuntive: Ars Technica, The Register.

2020/02/03

Addio a Johannes Geiss, l’uomo della “bandiera svizzera” sulla Luna

È morto giovedì scorso, a 93 anni, il professor Johannes Geiss, principale artefice dell’esperimento che nel 1969 dimostrò la presenza, all’epoca solo ipotizzata, del cosiddetto “vento solare”: un flusso costante di particelle emesse dal Sole in ogni direzione. Geiss propose di collocare sulla Luna un telo metallico per raccogliere queste eventuali particelle nel corso della prima missione umana lunare, Apollo 11. La NASA accolse la proposta: vedete quel telo nella foto qui sotto accanto all’astronauta Buzz Aldrin.


Geiss fu Principal Investigator dell’esperimento, denominato Solar Wind Collector, nell’ambito della collaborazione della NASA con i centri di ricerca scientifica di gran parte del mondo. Il professore era all’epoca presso l’Università di Berna. L’esperimento fu ripetuto in tutte le missioni lunari successive e fu l’unico non americano portato sulla Luna, secondo questo articolo dell’ESA. La notizia della sua morte è stata diffusa solo stamattina.

Johannes Geiss (a sinistra) con l’astronauta svizzero Claude Nicollier (a destra) a Losanna (2015). Credit: Rodri Van Click.

Fonti: Rsi.ch, Cdt.ch, Max Planck Institute for Solar System Research.


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Ci vediamo a Mendrisio il 7 febbraio per parlare di uso sicuro delle tecnologie digitali?

Venerdì 7 febbraio alle 20 sarò a Mendrisio, all’aula magna delle Scuole Elementari, per una conferenza pubblica sull’uso sicuro dei dispositivi e dei media digitali, con particolare attenzione al mondo dei videogiochi.

L’ingresso è libero. La conferenza è indirizzata esclusivamente a un pubblico adulto in modo da poter trattare liberamente anche temi molto delicati.

L’incontro è organizzato dal Comitato dell’Assemblea dei Genitori dell’Istituto Scolastico di Mendrisio con la collaborazione del Gruppo Genitori di Ligornetto, dal Gruppo Genitori di Rancate e dall’Assemblea dei Genitori della Montagna - Arzo.

2020/01/29

La Stampa, Mario Baudino e “Dark Vader”

Niente, proprio non ce la fanno. Per l’ennesima volta un giornalista non riesce a scrivere correttamente il nome di uno dei più celebri personaggi della storia del cinema. E Mario Baudino lo sbaglia due volte nello stesso articolo in due modi differenti (copia permanente su Archive.is), riuscendo nella difficile impresa di essere in disaccordo persino con se stesso o con il suo titolista.

Il cattivo di Star Wars si chiama Darth Vader o, al massimo, Dart Fener se siete affezionati al doppiaggio italiano dei primi tre film della saga di Guerre Stellari.

Non si chiama né Dark VaderDark Fener. A parte la lacuna culturale, a quanto pare nelle redazioni dei giornali non si usa più verificare nulla, nemmeno le cose più elementari. Chissà come siamo messi sul resto. Forse non hanno Wikipedia.

E questa è La Stampa online a pagamento, non la versione gratuita. Qualcuno mi sa spiegare perché dovrei pagare per avere informazioni sbagliate?


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Ci vediamo a Cinisello (MI) il 6 marzo per imparare i trucchi del mestiere di debunker?

Il 6 marzo alle 19 sarò ospite del CICAP Lombardia a Cinisello Balsamo (MI), al Cofò Cafè (via Martinelli 23), per parlare di come si fanno oggi le indagini antibufala: tecniche e regole pratiche per districarsi fra fake news, clickbait e altre magagne dell’informazione online e offline.

Se vi interessa, trovate tutti i dettagli presso bit.ly/DetectiveAntibufala o sul sito www.cicap.org/lombardia.

L’incontro è stato organizzato per raccogliere fondi per sostenere l’attività del CICAP e per questo l‘accesso è libero ma con consumazione obbligatoria, come indicato nella locandina qui accanto.

2020/01/27

Alberto Bagnai, Ionity, La Stampa e le domande sulle auto elettriche

Ultimo aggiornamento: 2020/01/29 21.00.

Da qualche giorno mi state segnalando un articolo de La Stampa che parla dei nuovi prezzi della rete di ricarica per auto elettriche Ionity e annuncia che usarle per fare 100 chilometri costa 20 euro. Non è vero: o meglio, è vero solo in condizioni molto, molto particolari. Però se non si scelgono quelle condizioni, addio titolo sensazionale.

Mi avete anche segnalato le domande fatte in questo senso da Alberto Bagnai, e così ho provato a rispondere a tutt’e due in un thread su Twitter, che riporto qui con qualche rifinitura per chiarezza.

Scrive Bagnai: “Quando si parla di auto elettriche mi faccio due domande: (1) quanto costerà il pieno? (2) come saranno i camion elettrici? La risposta alla prima domanda è qui. Qualcuno ha quella alla seconda? Quanto litio va in un TIR elettrico?”

Da utente di auto elettrica, provo a rispondere.


"(1) quanto costerà il pieno?"


Quanto costa un bicchiere di vino? Dipende dove lo compri. Se vai al supermercato e ti va bene un Tavernello, spendi poco. Se vuoi un bicchiere di Brunello nella sala esclusiva di un castello, spendi di più.

I prezzi citati da La Stampa si riferiscono all'offerta di un solo gestore (Ionity), solo per le cariche rapide, e valgono solo per i non abbonati o convenzionati, come indicato sul sito di Ionity“Customers without contracts pay kWh-based ad-hoc price of 0.79 EUR”.

Sei abbonato a Ionity? Hai un'auto elettrica di una marca convenzionata con Ionity? Paghi molto, molto meno di quanto indicato nel titolo dell’articolo, che solo nell’ultimo paragrafo spiega che “L'unico modo per spendere meno è quello di usare Ionity all'interno di in uno dei pacchetti che ogni singolo brand offre ai propri clienti”. Magari dirlo prima avrebbe evitato la disinformazione causata dal titolo.


Non hai bisogno della carica rapida? Ancora una volta, paghi molto, molto meno di quanto indicato nell'articolo. Le colonnine di ricarica lenta sono spesso gratuite o hanno tariffe molto basse.

Vuoi la ricarica rapida, ma senza pagare così tanto? Puoi sempre andare da un altro fornitore (Enel X, A2A, Duferco, eccetera). Ce ne sono molti altri che offrono cariche rapide a prezzi molto, molto inferiori.

In altre parole, chiedersi quanto costerà una carica come ha fatto Bagnai, evocando lo spettro di costi altissimi, è come gridare che moriremo tutti di fame perché il Danieli è un ristorante troppo caro per la maggior parte della gente. Senza pensare che magari puoi anche farti da mangiare a casa e spendi poco e niente.

Infatti moltissimi utenti di auto elettrica la caricano collegandola alla propria normale presa domestica e quindi hanno la normale tariffa elettrica del proprio contatore. Partono sempre col “pieno” e usano le colonnine solo durante le tappe di viaggi molto lunghi. E quindi fanno allegramente marameo alle tariffe di Ionity.

Io, per esempio, per fare 100 km con la mia auto elettrica spendo 2,19 euro. Non 20 come dice La Stampa e come paventa Bagnai.


"(2) come saranno i camion elettrici?"


Non "saranno": sono. Esistono già, quindi basta guardarli per sapere come sono fatti. Volvo, per esempio, oppure MAN.


“Quanto litio va in un TIR elettrico?"


Dipende da quanto sono capienti le batterie del TIR e dalla loro composizione. Facciamo due conti. Una batteria moderna di una Tesla Model S (70 kWh) contiene circa 63 kg di litio. Diciamo un chilo per kWh, grosso modo.

Un camion elettrico, per esempio questo E-Force One, ha batterie da 120 kWh. Quindi, in proporzione, contiene circa 110 kg di litio. Costa più di un camion normale, ma costa cinque volte meno al km. E non fa baccano e puzze.


Non è un TIR in senso stretto, e dai commenti mi segnalano che esiste in varie versioni con batterie e autonomie differenti (da 105 a 630 kWh, fino a 500 km di autonomia).

Morale della storia: invece di farsi le domande e lanciarle al pubblico, si possono cercare le risposte. Abbiamo inventato questa cosa chiamata Internet, pare che si possa usare per trovare informazioni.

Per tutte le domande che vi verranno in mente dopo aver letto questo articoletto, ho scritto le risposte documentate su Fuoriditesla.ch.

E per chi non mi conosce e pensa che io sia un riccone che si può permettere un'auto elettrica... beh, questa è la mia.


È una Peugeot iOn, di seconda mano. Batteria che va da 9 anni. Silenziosa, economicissima, pulita, ma soprattutto dannatamente divertente da guidare.


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2020/01/25

Italia Oggi: un giornale di economia ha problemi a sommare cinque numeri

Molti colleghi mi rimproverano di trattarli male e di generalizzare eccessivamente quando dico che con pochissime eccezioni, il metodo redazionale del giornalismo italiano è uno schifo diffuso. Controlli inesistenti, titolisti inetti, articolisti incompetenti. Dai, mi dicono, non può essere così grave.

Il 21 gennaio scorso Italia Oggi, un giornale specializzato in notizie di economia, ha pubblicato un articolo intitolato Le tasse etiche valgono 13 mld, a firma di Giuliano Mandolesi.

Peccato che la cifra di 13 miliardi sia stata ottenuta includendo nel calcolo il valore numerico dell‘anno. Su un giornale di economia.


Si potrebbe pensare a una tabellina confezionata in fretta dallo stagista sottopagato che non s’è accorto di aver incluso l’anno nella somma di Excel, e a un titolista che non ha controllato e ha sommato i totali per arrivare a 13 miliardi e alla media di 3,4 miliardi l’anno, e già questo sarebbe sintomo di una redazione popolata da persone che lavorano a cervello spento, senza chiedersi come possano mai quei cinque piccoli numeri fare oltre 3000 di somma.

Ma Mandolesi ha citato il totale nell’articolo (“oltre 13 miliardi di euro nel prossimo quadriennio con una media di circa 3,4 miliardi all’anno”, scrive) e ha ribadito e citato in un suo tweet una delle somme clamorosamente sbagliate:



Cito:

“@marattin mi sento tirato in ballo visto che si tratta di un mio articolo su @ItaliaOggi

I dati sono della relazione tecnica (cialtronate????)

3,154 mld il 2020 pic.twitter.com/3HkL7HIVZJ”

Lo stesso totale completamente sbagliato, senza la tabella, viene riportato ancora adesso, a distanza di giorni, nella versione online dell’articolo, intitolata “In manovra oltre 13 miliardi di tasse etiche” (copia su Archive.is). L’articolo originale, invece,è facilmente reperibile in Google come PDF cercandone il titolo fra virgolette.

Sarà interessante vedere quale sarà la reazione del giornale e del giornalista. Perché l’errore può capitare a tutti: la differenza fra il cialtrone arrogante e l’onesto pasticcione si vede nella gestione di quell’errore. Nel frattempo ringrazio Valerio Minnella per avermi segnalato questa perla.


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2020/01/26. Il tweet di Mandolesi è stato rimosso. Naturalmente ne ho conservato uno screenshot.


Successivamente Mandolesi ha pubblicato questo tweet di scuse: “Non posso che scusarmi per l'errore, il gettito delle tasse "etiche" non è 13mld ma 5,5 miliardi. Non si è trattato però di manipolazione ma di un evidente errore di calcolo:



E poi un altro: “Per un errore di selezione su excel ho calcolato non correttamente il totale delle tasse etiche nell'articolo citato - Il dato corretto non è 13mld nel quadriennio ma 5,5 - Mi scuso nuovamente con @marattin con i lettori e soprattutto con @ItaliaOggi che è priva di responsabilità https://twitter.com/marattin/status/1221343010648133632 …”.





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2020/01/24

Puntata del Disinformatico RSI del 2020/01/24

È disponibile la puntata di oggi del Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, condotta da me insieme a Tiki.

Podcast solo audio: link diretto alla puntata.

Argomenti trattati: link diretto.

Podcast audio precedenti: archivio sul sito RSI, archivio su iTunes e archivio su TuneIn, archivio su Spotify.

App RSI (iOS/Android): qui.

Video: lo trovate qui sotto.

Archivio dei video precedenti: La radio da guardare sul sito della RSI.

Buona visione e buon ascolto! La prossima puntata andrà in onda il 14 febbraio.


Torna l’hacker di buon cuore che ti pulisce il computer infetto. Forse

phorpiex-malware-uninstall.jpgDi solito si parla di intrusi informatici in senso negativo: malfattori che entrano nei computer altrui per fare danno. E poi ci sono quelli che fanno comparire sullo schermo falsi avvisi di infezione, per scherzo o per estorcere denaro. Ma stavolta non è così.

Numerosi utenti, segnala ZDnet, stanno ricevendo sui propri schermi un allarme sullo schermo che chiede educatamente, con tanto di “Please”, di installare un antivirus e aggiornare il computer.

Gli artefici di questo avviso, secondo le prime analisi, sono degli hacker buoni, che stanno rilevando via Internet la presenza del malware Phorpiex sui computer altrui e stanno quindi mettendo in guardia gli utenti di questi computer. Probabilmente questi hacker samaritani hanno preso possesso della rete di controllo di questo malware e la stanno usando per allertare le sue vittime.

Phorpiex è un malware usato per disseminare spam: infetta i computer Windows e li usa come punti di distribuzione di enormi campagne di mail pubblicitarie indesiderate, pagate da altri gruppi criminali. Secondo Check Point, questo genere di attività ha fruttato in passato 115.000 dollari in cinque mesi. La posta in gioco è insomma piuttosto alta.

Cartelloni pubblicitari digitali vulnerabili anche a Lugano

I cartelloni pubblicitari digitali sono molto pratici: niente carta da stampare e incollare, colori sempre nitidi, possibilità di animazioni e soprattutto aggiornamenti facilissimi senza dover scollare il poster precedente e attaccare quello nuovo.

Ma questa praticità richiede anche alcune attenzioni alla sicurezza che non tutti stanno applicando: sono arrivate segnalazioni, anche da Lugano, di cartelloni pubblicitari sui quali è comparsa la schermata di TeamViewer, un programma per la manutenzione remota, con tanto di nome utente e password in vista.

Come è possibile? Questi cartelloni sono in sostanza dei monitor collegati a normali computer Windows e comandati da remoto via Internet usando applicazioni come appunto TeamViewer. Se l’operatore addetto agli aggiornamenti non sta attento, la finestra di gestione di TeamViewer viene visualizzata sul cartellone e quindi diventa visibile a qualunque passante, potenzialmente con tutti i dati necessari per prenderne il controllo e proiettarvi qualunque cosa.

La soluzione più semplice e affidabile sarebbe avere un comando remoto di spegnimento del monitor/cartellone, in modo da spegnerlo durante le attività di manutenzione, e magari una webcam che permette all’operatore remoto di vedere cosa viene mostrato al pubblico. Ma queste cose costano, e quindi spesso la sicurezza viene tralasciata in cambio di un risparmio che potrebbe costare caro qualora qualcuno decidesse di approfittare della situazione.