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2022/12/06

L’ultima spedizione umana sulla Luna ricordata attraverso i giornali italiani e le foto di 50 anni fa: Apollo 17 Timeline

Il 7 dicembre 1972 partiva per la Luna Apollo 17, l’ultima missione con equipaggio ad atterrare sulla Luna. Da cinquant’anni nessun essere umano cammina sul suolo lunare.

Per commemorare e riscoprire i dettagli di quell’avventura, l’amico e collezionista Gianluca Atti ha pubblicato la propria raccolta di articoli d’epoca tratti dai giornali italiani e dedicati alla missione, insieme alle scansioni più recenti delle fotografie di Apollo 17, e io ho dato una mano a impaginare questa pubblicazione. Trovate tutto il materiale presso Apollo 17 Timeline (sito tutto in italiano nonostante il nome).

Oggi, alla vigilia del cinquantenario della partenza, segnalo gli articoli preliminari che presentano la missione, i suoi protagonisti e le sue tecnologie.

1972/08/28: L’ultimo rollout verso la rampa di lancio di un Saturn V per la Luna

1972/11/30: I tre uomini scelti dalla NASA per l'ultima spedizione lunare

1972/12/01: La zona prescelta per l'ultimo sbarco lunare umano e il "logo" della missione

1972/12/03: Il quotidiano "La Stampa" a pochi giorni dal lancio presenta l'ultima missione lunare del "Programma Apollo"

1972/12/03: Ultimo ripasso al piano di volo a pochi giorni dall'inizio della grande avventura

1972/12/05: "La Stampa" presenta il programma della missione dell'ultimo Apollo lunare

1972/12/06: Il giorno del lancio sui quotidiani italiani: "La Stampa"

1972/12/06: Il giorno del lancio sulla stampa italiana: "L'Unità"

2022/12/04

Chi c’è nello spazio? Aggiornamento 2022/12/04

Poco fa sono rientrati sulla Terra, a bordo del veicolo Shenzhou 14, tre astronauti cinesi (Chen Dong, Liu Yan e Cai Xuzhe), di ritorno dalla Stazione Spaziale Cinese dopo sei mesi di permanenza (erano arrivati il 5 giugno scorso), per cui è ora di aggiornare questa rubrica.

Al momento nello spazio ci sono 10 persone: sette a bordo della Stazione Spaziale Internazionale e tre a bordo della Stazione Spaziale Cinese.

Stazione Spaziale Internazionale (7)

Francisco Rubio (NASA) (dal 2022/09/21)

Sergei Prokopyev (Roscosmos) (dal 2022/09/21)

Dmitri Petelin (Roscosmos) (dal 2022/09/21)

Nicole Mann (NASA) (dal 2022/10/07)

Josh Cassada (NASA) (dal 2022/10/07)

Koichi Wakata (JAXA) (dal 2022/10/07)

Anna Kikina (Roscosmos) (dal 2022/10/07)

Stazione Nazionale Cinese (3)

Fei Junlong (dal 2022/11/29)

Deng Qingming (dal 2022/11/29)

Zhang Lu (dal 2022/11/29)

Altri voli spaziali umani in corso

Nessuno.

Missione Artemis I

La missione è partita regolarmente il 16 novembre e la capsula Orion, insieme al Modulo di Servizio Europeo, è in orbita intorno alla Luna e si sta apprestando a uscirne per il rientro sulla Terra, previsto per l’11 dicembre.

Fonte: SpaceflightNow.

2022/12/02

Stasera alle 21 parliamo degli ultimi uomini sulla Luna: 50 anni di Apollo 17

Il geologo Harrison Schmitt esplora la Luna durante la missione Apollo 17. Elaborazione di Andy Saunders.

Questa sera alle 21 ci sarà una diretta online sui canali Facebook e YouTube dell'Osservatorio Astronomico della Regione Autonoma Valle d'Aosta, alla quale parteciperò insieme a Dario Kubler e Alberto Villa con la moderazione di Katia Berlingeri.

L'evento speciale è proposto con la collaborazione per la comunicazione di AstroTeam Le Pleiadi, sodalizio di associazioni di appassionati di cielo e di spazio nato con il fine di organizzare, condividere e promuovere appuntamenti di qualità dedicati alla divulgazione dell’astronomia e dell’astronautica.

Per informazioni: https://www.oavda.it/eventi/gli-ultimi-uomini-sulla-luna.

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23:45. La registrazione della serata è disponibile su YouTube:

Indiana Jones and the Dial of Destiny: il primo trailer

Era meglio intitolarlo “Indiana Jones and the Digital Deaging” :-). Uscirà il 30 giugno 2023.

Nell’attesa, guardate come le reti neurali automatizzano il procedimento di alterazione dell‘età di un attore in modo impressionante e senza richiedere protesi, motion capture e un esercito di animatori digitali. Non sto dicendo che sia questa la tecnica usata per ringiovanire Harrison Ford; è solo un esempio del progresso straordinario di queste tecnologie.

I dettagli sono su Ars Technica.

Carlo Calenda, politico italiano, propone account “solo con identità verificata“ sui social. Gli esperti spiegano ancora una volta perché è una pessima idea

“A tutti i social servirebbe maggiore regolamentazione. Account solo con identità verificata, cancellazione conseguente di bot e anonimi, responsabilità su ciò che si scrive, divieto di accesso ai minori di 14 anni. La mancanza di limiti è solo illusione di libertà.” Lo ha scritto il politico italiano Carlo Calenda su Twitter il 30 novembre scorso, aggiungendosi agli altri fantasisti dell’informatica (associazione Consumerismo No Profit, 2021; Luigi Marattin, 2019; Nazario Pagano, 2018) che periodicamente tirano fuori questa proposta senza rendersi conto minimamente di cosa stiano dicendo e del contesto nel quale vorrebbero intervenire.

La faccio breve: obbligare tutti a identificarsi sui social network è una cretinata. Non risolve nulla e causa solo danni ai più vulnerabili. È sempre stato così, sarà sempre così e non importa quanti politici si metteranno in fila uno dopo l’altro a ripetere questa cretinata: resterà sempre una cretinata. Sarà sempre un caso esemplare di checcevoismo compulsivo.

Non ripeto i motivi per i quali è una cretinata: li ho già scritti tempo addietro con l’aiuto degli esperti quindi mi limito a linkarli.

2022/12/01

Podcast RSI - Story: La perenne insicurezza delle auto connesse

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto) e qui sotto.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite feed RSS, iTunes, Google Podcasts e Spotify.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo integrale e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

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[CLIP: audio dell’abitacolo di un’auto nel quale la radio è ad altissimo volume, seguito dalle imprecazioni censurate del conducente e dal rumore di un impatto. Immagine tratta da Wired.]

I rumori che avete sentito sono le reazioni leggermente scomposte di un conducente di un’auto presa di mira da un attacco informatico. Siamo nel 2015, e due hacker, Charlie Miller e Chris Valasek, via Internet alzano al massimo il volume dell’autoradio, spaventando il conducente e disabilitando la manopola del volume, e quasi lo accecano attivandogli il lavavetri. Poi gli tolgono potenza al motore e infine disattivano i freni, facendo finire l’auto, lentamente ma inesorabilmente, fuori strada in un fossato.

Il conducente se la cava con un grosso spavento, ma Charlie e Chris non finiscono in carcere, perché l’attacco è stato autorizzato a scopo dimostrativo dalla vittima, che è un giornalista della rivista Wired.

Se qualcuno vi parla di hackeraggi a distanza di automobili, quasi sicuramente la prima marca che vi viene in mente è quella che per molti è la più informatizzata in assoluto: Tesla. Con i suoi aggiornamenti software ricevuti via Internet, i suoi computer di assistenza alla guida, la sua app che permette di comandarla a distanza e quel tablet che troneggia sul suo cruscotto, sembra il bersaglio perfetto per un attacco informatico. E in effetti qualche falla memorabile in passato l’ha dimostrata.

Ma sarebbe un errore crogiolarsi nell’idea che le altre marche di auto meno computerizzate siano immuni ad attacchi. Infatti l’attacco che ho appena descritto ha riguardato una marca estremamente convenzionale: le Jeep delle annate 2013-2014 di FCA o Fiat Chrysler, che confluirà poi in Stellantis. Tranquilli: la falla informatica è stata poi risolta.

Ma questa è la storia di come tutto il settore automobilistico ha sottovalutato, e continua a sottovalutare, il problema della sicurezza informatica dei suoi prodotti, e di cosa possiamo fare per ridurre concretamente questo problema.

Benvenuti alla puntata del 2 dicembre 2022 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Gli attacchi informatici, o perlomeno elettronici, alle automobili risalgono a ben prima dell’avvento di Internet. Quando arrivarono i primi telecomandi a infrarossi per sbloccare e bloccare le portiere, nessuno pensò alla sicurezza, e così mi capitò di essere amichevolmente beffato da un amico [ciao Andrea :-)] che mi aprì da remoto la mia Renault Supercinque usando semplicemente il telecomando del suo televisore, che era dotato di quella che all’epoca, alla fine degli anni Ottanta, era una funzione d’avanguardia: l’apprendimento dei codici.

Il telecomando a infrarossi dell’auto infatti trasmetteva sempre la stessa sequenza di impulsi, e quindi il telecomando del televisore registrò quella sequenza mentre aprivo l’auto e la ripeté dopo che l’avevo richiusa. Ogni auto aveva una sequenza differente, ma bastava appostarsi e captare il segnale di quell’auto per poterla poi aprire con tutta calma e per esempio rubare qualunque oggetto lasciato a bordo. All’epoca risolsi il problema in maniera brutale, coprendo il ricevitore dentro l’auto in modo che non potesse più ricevere segnali e usando la chiave meccanica.

Negli anni successivi la sicurezza di questi primi sistemi elettronici migliorò parecchio, introducendo per esempio i cosiddetti rolling code, ossia delle sequenze di impulsi radio (non più infrarossi) differenti ogni volta ma calcolate secondo un algoritmo segreto oppure usando chiavi crittografiche altrettanto segrete.

Il crollo dei costi dei componenti elettronici e lo sviluppo dell’informatica, però, portarono poi a superare in molti casi anche questi rolling code in maniera anche piuttosto ingegnosa. Nei cosiddetti relay attack, i ladri usano due ripetitori portatili di segnali radio: ne piazzano uno appena fuori dalla porta d’ingresso dell’abitazione della vittima, ossia vicino al punto in cui molte persone lasciano in casa le chiavi, le smart card o i telecomandi dell’auto. I ladri fanno in modo che il ripetitore riceva il debole segnale radio emesso dalle chiavi e lo ritrasmetta a un secondo ripetitore, tenuto da un complice e piazzato vicino all’auto da rubare. In questo modo, l’automobile crede che la sua chiave sia vicina e quindi si apre e in alcuni casi può anche essere avviata. Attacchi di questo genere avvengono ancora oggi e hanno colpito molte marche, in particolare Mercedes e Tesla, come ho raccontato in una puntata del Disinformatico che risale a ormai cinque anni fa.

La soluzione per Tesla è stata un aggiornamento software, diffuso via Internet, che consentiva di disabilitare la funzione che sbloccava le portiere semplicemente avvicinando la chiave; per le altre marche, invece, il rimedio è stato applicato con un intervento in officina oppure, più banalmente, insegnando ai conducenti l’abitudine di custodire le chiavi dell’auto lontano dalla porta d’ingresso e in un contenitore metallico per bloccare la ricezione dei loro segnali radio.

Ma i progressi dell’elettronica di bordo delle auto non si sono fermati, e si è continuato a pensare troppo poco alla sicurezza, e così nel 2010 un gruppo di ricercatori del dipartimento d'informatica della University of Washington e della University of California San Diego ha lanciato un allarme, pubblicando una ricerca ("Experimental Security Analysis of a Modern Automobile") nella quale ha spiegato che si poteva prendere il controllo di qualunque automobile moderna dotata di sistemi elettronici per la gestione del veicolo usando la cosiddetta porta diagnostica OBD-II, un connettore presente per legge in tutte le auto.

Una porta OBD-II.

Applicando a questa porta un piccolo dispositivo elettronico, comandabile anche a distanza, era possibile (spiegano i ricercatori) "ignorare completamente i comandi del conducente" e "disabilitare i freni, far frenare selettivamente a comando le singole ruote, fermare il motore, e così via". I ricercatori hanno dimostrato questa vulnerabilità prendendo il controllo di un’auto fino a spegnerne il motore con il loro software, chiamato CarShark. L’unico rimedio era assicurarsi che nessuno potesse accedere all’abitacolo dell’auto, dove si trova questa porta diagnostica, e questo ha reso abbastanza impraticabile questo tipo di attacco. Ma la scarsa attenzione alla sicurezza da parte delle case automobilistiche è stata messa bene in luce.

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Per arrivare alla spettacolare dimostrazione fatta nel 2015 da Miller e Valasek bisogna attendere l’avvento delle auto connesse e informatizzate, che sono una gran comodità. Ma la loro connessione a Internet significa che non è più necessario agire in prossimità dell’auto: basta poterla raggiungere appunto attraverso Internet, da qualunque punto del mondo.

L’errore tecnico commesso da Fiat Chrysler e sfruttato dai due informatici consiste nell’aver collegato al sistema di guida del veicolo il ricco sistema di intrattenimento di bordo, denominato Uconnect, che a sua volta si collega a Internet. Non c’è nessun firewall, nessuna crittografia o altra sicurezza: se qualcuno conosce l’indirizzo IP dell’auto, ne può prendere il pieno controllo. L’azienda, avvisata responsabilmente dai due informatici, è costretta a introdurre un costoso programma di aggiornamento di sicurezza di ogni singola vettura [circa 1,4 milioni di esemplari].

Ma il problema della progettazione imprudente non tocca solo Fiat Chrysler: nel 2016 il ricercatore di sicurezza Troy Hunt scopre una falla nel servizio di gestione via Internet delle auto elettriche Nissan Leaf, che si possono comandare tramite app. Monitorando il traffico di dati dell’app sulla propria rete Wi-Fi, Troy Hunt si accorge che la comunicazione fra l’app e l’auto non è protetta: non ha alcuna password o autenticazione. Per prendere il controllo dell’auto è sufficiente conoscerne il numero di serie, il cosiddetto VIN, che è stampigliato in bella vista nell’angolo inferiore del parabrezza. Nissan reagisce semplicemente rimuovendo l’app da Internet. Per fortuna quest’app ha funzioni abbastanza limitate, ma può essere usata per esempio per scaricare completamente la batteria dell’auto accendendo al massimo il riscaldamento dell’abitacolo, che è elettrico.

Nello stesso 2016 tocca a Mitsubishi, le cui Outlander ibride hanno un telecomando che usa una connessione diretta Wi-Fi invece di Internet. Gli esperti della società di sicurezza PenTestPartners scoprono che la password di protezione di questa connessione è troppo corta e quindi la decifrano, riuscendo anche a disabilitare l’antifurto del veicolo. Cosa anche peggiore, i nomi delle mini-reti Wi-Fi di tutte queste auto seguono uno schema standard, per cui è possibile usare i servizi di scansione di Internet per localizzare tutti i veicoli. Gli esperti avvisano l’azienda, che però non risolve il problema finché non viene reso pubblico dai media.

[CLIP: Spot Onstar con Batman]

Il 2016 è un annus horribilis per la sicurezza informatica su quattro ruote. Il ricercatore di sicurezza Samy Kamkar presenta OwnStar, un apparecchietto da meno di 100 dollari che gli consente di tracciare, aprire e spegnere da remoto qualunque automobile della General Motors dotata del sistema di gestione OnStar. L’azienda è costretta a correggere di corsa il proprio software.

Negli anni successivi vengono scoperte delle falle informatiche anche nelle Tesla, grazie a gare di hacking come Pwn2Own, dove l’azienda mette in palio un esemplare della propria auto elettrica per chi riesce a prenderne il controllo da remoto, ossia via Wi-Fi o Bluetooth, e poi comunica la tecnica privatamente a Tesla, che così può correggere la vulnerabilità con un aggiornamento software trasmesso a tutta la flotta via Internet.

Arriviamo così al presente. Anni di dimostrazioni, ricerche e imbarazzi mediatici molto forti rendono chiaro che gli errori di sicurezza informatica che vengono commessi da moltissime case automobilistiche sono straordinariamente banali, ovvi per qualunque informatico competente e dettati dalla foga di dotare le auto di nuovi gadget risparmiando però sui costi. Non sono casi in cui qualcuno ha usato una versione difettosa di crittografia ellittica o un generatore di numeri casuali inadeguato: alla crittografia proprio non ci hanno pensato.

Dopo tutte queste figuracce, potreste pensare che la lezione sia stata imparata, ma come avete già intuito dal tono della mia voce pensereste male. Siamo nel 2022, e ancora oggi ci sono case automobilistiche che affidano la sicurezza dei propri veicoli a un codice che tutti possono leggere semplicemente avvicinandosi all’auto.

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L’informatico Sam Curry, insieme ad alcuni colleghi, ha infatti annunciato pochi giorni fa di aver scoperto un modo per sbloccare da remoto, avviare e localizzare qualunque Honda, Nissan, Infiniti e Acura statunitense dotata di sistemi di gestione via Internet. Per compiere l’attacco è sufficiente conoscere, ancora una volta, il numero di serie dell’auto o VIN che si legge attraverso il parabrezza.

La falla, spiega Curry, sta nei servizi telematici usati da queste case automobilistiche per la gestione remota dei veicoli. Tutte, infatti, si appoggiano a SiriusXM, che molti conoscono come una popolare emittente radio satellitare ma è in realtà anche fornitrice di servizi di connettività per Acura, BMW, Honda, Hyundai, Infiniti, Jaguar, Land Rover, Lexus, Nissan, Subaru e Toyota (fonte: PR NewsWire).

Screenshot dal comunicato stampa di Sirius XM Holdings del 17/9/2015.

Curry e colleghi hanno scoperto il sito che gestisce l’attivazione dei servizi remoti per le singole auto: è Telematics.net. Non hanno avuto bisogno di arcani saperi digitali: hanno semplicemente usato una ricerca mirata in Google. Con quest’informazione hanno fatto un semplice monitoraggio passivo del traffico di dati fra l’app della Nissan, che si chiama NissanConnect, e l’auto, e si sono accorti ben presto che era sufficiente passare all’app il VIN di un’automobile per ottenere in risposta il nome del suo proprietario, il suo numero di telefono, il suo indirizzo di casa e i dettagli della vettura. Non c’era crittografia o altra protezione.

Proseguendo nella ricerca, Curry e colleghi hanno appurato inoltre che con lo stesso sistema potevano anche eseguire comandi sulle auto di cui conoscevano il numero di serie. Per fortuna hanno agito responsabilmente e invece di compiere sabotaggi in massa hanno avvisato SiriusXM, che ha corretto prontamente la falla.

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Prima che a questo punto vi venga l’impulso irrefrenabile di buttar via la vostra auto piena di elettronica e cercarne una puramente meccanica che non abbia tutte queste falle, è importante ricordare tre cose. La prima è che ormai non esistono automobili recenti che non dipendano dall’elettronica, per cui rassegnatevi. La seconda è che ognuna di queste vulnerabilità, alla fine, è stata corretta. La terza è che ci sono tanti bravi informatici che si impegnano a snidare questi difetti per proteggerci.

Certo, sarebbe meglio se le case automobilistiche evitassero in partenza questi scivoloni, applicando i princìpi di base della sicurezza informatica. Ma finché la sicurezza verrà vista come un costo, invece che come un investimento, queste storie di ordinaria trascuratezza continueranno a ripetersi. Per cui preparatevi ad aggiornare il software non solo del computer, dello smartphone e del tablet, ma anche del computer su quattro ruote che vi porta in giro. E non lasciate le chiavi vicino alla porta di casa.

2022/11/30

Chi c’è nello spazio? Aggiornamento 2022/11/30. Immagini spettacolari del decollo di Artemis 1

Con l‘arrivo della navicella Shenzhou 15, l’Agenzia Spaziale Cinese ha effettuato il primo scambio di equipaggio a bordo della Stazione Spaziale Cinese, a bordo della quale ci sono ora sei persone. È la prima volta che la Cina ha sei persone contemporaneamente in orbita ed è l’inizio di una presenza umana permanente a bordo di questa stazione, che con la recente aggiunta del terzo modulo abitativo e con l’attracco della Shenzhou 15 e della Shenzhou 14 e di una navicella cargo Thianzhou ha una massa di quasi 100 tonnellate, superiore a quella della storica stazione sovietica Mir, e una cubatura interna superiore a quella del segmento russo della Stazione Spaziale Internazionale.

Al momento nello spazio ci sono 13 persone: sette a bordo della Stazione Spaziale Internazionale e sei a bordo della Stazione Spaziale Cinese. 

Illustrazione della configurazione attuale della Stazione Spaziale Cinese (credit: CNSpaceflight).

Stazione Spaziale Internazionale (7)

Francisco Rubio (NASA) (dal 2022/09/21)

Sergei Prokopyev (Roscosmos) (dal 2022/09/21)

Dmitri Petelin (Roscosmos) (dal 2022/09/21)

Nicole Mann (NASA) (dal 2022/10/07)

Josh Cassada (NASA) (dal 2022/10/07)

Koichi Wakata (JAXA) (dal 2022/10/07)

Anna Kikina (Roscosmos) (dal 2022/10/07)

Stazione Nazionale Cinese (6)

Chen Dong (dal 2022/06/05)

Liu Yang (dal 2022/06/05)

Cai Xuzhe (dal 2022/06/05)

Fei Junlong (dal 2022/11/29)

Deng Qingming (dal 2022/11/29)

Zhang Lu (dal 2022/11/29)

Altri voli spaziali umani in corso

Nessuno.

Missione Artemis I

La missione è partita regolarmente il 16 novembre e la capsula Orion, insieme al Modulo di Servizio Europeo, è ora in orbita intorno alla Luna. È disponibile uno streaming video quasi ininterrotto delle immagini provenienti dalle telecamere all’interno della cabina e sulle estremità dei pannelli solari del MSE. La Nasa ha rilasciato oggi questo magnifico montaggio delle fasi salienti della partenza, riprese anche dalle telecamere di bordo.

Prossimi rientri di equipaggi

Nessuno imminente.

Fonti aggiuntive: ShuttleAlmanac, Andrew Jones.

2022/11/29

Antibufala: La Provincia di Como, HWupgrade e lo “stop ai veicoli elettrici” in Svizzera (spoiler: non c’è nessuno stop)

Ultimo aggiornamento: 2022/11/30 14:25.

La Provincia di Como ha pubblicato un articolo (copia permanente) a firma di Marco Palumbo che titola “Svizzera, stop ai veicoli elettrici e in autostrada si va a 100 all’ora”. Il titolo fa sembrare che sia una descrizione della situazione attuale o prossima ventura (il sottotitolo parla di “misure in vigore dal 12 dicembre”), e ovviamente gli ottusangoli che odiano le auto elettriche ne gongolano pateticamente (sulla scia per esempio di Francesca Totolo).

Un articolo su HWupgrade (copia permanente) segue la stessa falsariga, usando il titolo “Clamoroso dietrofront della Svizzera: auto elettriche vietate, limite a 100 km/h e riscaldamento a 18 gradi” per un articolo a firma di Massimiliano Zocchi.

Ma entrambi i titoli sono falsi e ingannevoli. Abito in Svizzera (vicino a Lugano) e ho un’auto elettrica. Posso dire, con la certezza dell’esperienza diretta sul posto, che non c’è nessuna restrizione alla circolazione delle automobili elettriche.

L’articolo de La Provincia spiega che l’idea di limitare l’uso dei veicoli elettrici per gestire la penuria energetica è solamente un’ipotesi. Cito infatti dall’articolo in questione:

[...] l’esecutivo federale ha persino paventato l’ipotesi di introdurre «il divieto di circolazione delle auto elettriche, in caso di penuria energetica»

Il presunto “divieto” non è in vigore oggi e non è previsto che entri automaticamente in vigore dal 12 dicembre. 

La frase virgolettata da Marco Palumbo sembra essere tratta da questo documento PDF del Consiglio Federale, che è un documento consultivo, non dispositivo: è una sorta di FAQ sulle misure per contrastare la penuria di energia elettrica.

Fra le tante misure in consultazione, si propone di limitare a 100 km/h la velocità sulle strade nazionali (attualmente il limite autostradale è 120 km/h) perché “chi viaggia sotto i 100 km/h dovrà ricaricare di meno le batterie, riducendo così il consumo di elettricità.” Quindi nessuno “stop”, ma semmai una eventuale limitazione dei consumi.

Il documento propone anche un divieto di uso delle auto elettriche, ma solamente “[i]n caso di penuria persistente (fase 3)”. In tal caso “si può limitare l'uso privato delle auto elettriche al minimo indispensabile. Rimarrà lecito l'uso per spostamenti assolutamente necessari come la spesa, le visite mediche e l'esercizio della propria professione.” Quindi anche nel caso peggiore, non si tratterebbe di uno stop assoluto. 

Inoltre la condizione di “penuria persistente” citata dal documento è una situazione assolutamente eccezionale. Chi volesse approfondire la questione invece di fermarsi a un titolo sensazionalistico può leggere queste fonti: Energia - situazione attuale (Ufficio federale per l’approvvigionamento economico del Paese); Provvedimenti in caso di penuria di elettricità (Dipartimento federale dell’economia, della formazione e della ricerca); Energia: in consultazione le misure per far fronte a un’eventuale penuria di elettricità (Consiglio Federale); Ticinonews; La Regione; TVsvizzera.it.

Le foto incredibili di Artemis, Terra e Luna in alta risoluzione

Immaginate che foto arriveranno da queste fotocamere digitali, montate alle estremità dei pannelli solari del Modulo di Servizio europeo (che fanno da super selfie stick, quando a bordo ci saranno persone che si affacceranno ai finestrini. La serie completa è qui su Flickr.

Dettaglio della foto qui sopra:

2022/11/28

Elon Musk posta uno screenshot falso della CNN e viola le regole di Twitter. Pensa che sia divertente disseminare fake news

Il neo-boss di Twitter scherza col fuoco in una nuova dimostrazione di irresponsabilità. Ha pubblicato ai suoi 119 milioni di follower un tweet che mostra una falsa schermata della CNN, nella quale sembra che Don Lemon, uno dei conduttori del canale televisivo, stia dando la notizia che “Musk potrebbe mettere a repentaglio la libertà di espressione su Twitter dando alla gente la possibilità di esprimersi liberamente”.

L’intento è presumibilmente umoristico, ma l’uso del vero logo della CNN e dell’immagine di un vero conduttore della rete televisiva rischia di fare disinformazione, tant’è vero che il servizio di fact-checking di Twitter ha segnalato che il tweet del CEO di Twitter viola le regole di Twitter, notando che il falso screenshot ha iniziato a circolare ad aprile 2022 ed ha tratto in inganno molte persone che hanno creduto che fosse reale, come nota Associated Press. CNN ha smentito di aver mai trasmesso una notizia del genere, allegando uno screenshot che include l’avviso di Twitter che segnala la violazione delle sue regole.

Di fatto Musk sta simulando una schermata di un’emittente reale senza dichiarare che è una parodia. Ricordate quando Musk impose a tutti di dichiarare esplicitamente gli account parodia, quando era lui il parodiato? Si ritiene al di sopra delle sue stesse regole, a quanto pare. E chiaramente non ha comprensione del proprio peso mediatico.

Per tutta risposta, Musk ha tweetato “Lmaoooo”.

Come nota David Puente, sarebbe altrettanto divertito se qualcuno con cento milioni di follower diffondesse uno screenshot nel quale si dice che Musk è un pedofilo?

Non è la prima volta che Elon Musk pubblica notizie false su Twitter da quando ne è CEO. Il 30 ottobre scorso aveva diffuso in un tweet la notizia totalmente inventata secondo la quale Paul Pelosi, marito della Speaker della Camera dei Rappresentanti statunitense Nancy Pelosi, aggredito e percosso violentemente in casa pochi giorni prima da un uomo che voleva aggredire la moglie per motivi politici, sarebbe stato in realtà ubriaco e avrebbe avuto una colluttazione con l’uomo per motivi legati a prestazioni sessuali a pagamento. La “notizia” era stata inventata da un sito noto per le sue fantasie complottiste. Musk ha poi rimosso il tweet, ma il danno era ormai fatto.

Con un CEO del genere, non stupisce che gli inserzionisti si stiano ritirando da Twitter in massa. Secondo NPR, che cita un rapporto di Media Matters, metà dei 100 inserzionisti pubblicitari più importanti di Twitter non stanno più facendo pubblicità sul sito. Si tratta di organizzazioni che hanno speso su Twitter oltre 750 milioni di dollari soltanto nel 2022. Altri sette inserzionisti, che ammontano a oltre 225 milioni di dollari dal 2020, hanno ridotto la propria presenza pubblicitaria quasi a zero. Musk ha ammesso che Twitter ha visto un “massiccio” calo nei ricavi e ha incolpato imprecisati “attivisti” che avrebbero fatto pressioni sugli inserzionisti pubblicitari.

Chevrolet, Chipotle Mexican Grill, Inc., Ford, Jeep, Kyndryl, Merck & Co. e Novartis AG hanno tutte pubblicato dichiarazioni di interruzione delle proprie pubblicità su Twitter oppure sono state segnalate e confermate in tal senso, dice NPR, aggiungendo che 12 grandi case farmaceutiche hanno smesso di fare pubblicità, probabilmente in seguito al disastro del falso account “verificato” di Eli Lilly, che aveva annunciato insulina gratis per tutti, facendo precipitare le azioni della vera casa farmaceutica.

Nel frattempo, SpaceX ha comprato spazi pubblicitari su Twitter per reclamizzare le parabole satellitari per trasmissione dati Starlink, secondo CNBC e Reuters, ma l’importo sarebbe piccolo (intorno ai 160.000 dollari). Musk ha dichiarato che SpaceX ha fatto lo stesso tipo di spesa anche su Facebook, Instagram e Google.

Lascio Twitter, ma senza sbattere la porta. Motivi e strategie di uscita

Pubblicazione iniziale: 2022/11/28 9:25. Ultimo aggiornamento: 2022/12/02 00:05.

Lo so che Twitter non è una stazione e non c’è bisogno di annunciare arrivi e partenze, ma faccio un’eccezione per rispetto verso chi mi segue. 

La situazione su Twitter è diventata sempre più assurda e insostenibile, con Musk che usa la sua piattaforma per fare bislacche raccomandazioni di voto e con il ritorno (deciso esplicitamente da Musk) di troppe figure della disinformazione e dell’odio per far finta di nulla o sperare in errori momentanei di valutazione o crisi di assestamento. 

Restare su Twitter significa alimentare questa situazione tossica e, come dice bene Jelani Cobb sul New Yorker, significa sostenere “l’illusorio senso di comunità che ancora permane sulla piattaforma”. Lo spirito di Twitter se n’è andato; al suo posto rimane solo una facciata spaccata e imbrattata, gestita capricciosamente da un bambino viziato con troppi soldi in tasca.

Andarsene da Twitter non è una decisione facile, specialmente per chi ha un numero piuttosto consistente di follower e lo usa molto per informare e informarsi sugli eventi in tempo reale (da sempre il suo massimo pregio) invece che per battibeccare con altri utenti. 

Mi rendo conto di avere un account Twitter con una visibilità per la quale molti farebbero carte false. Ma ci ho ragionato su per molto tempo, e temo di non avere scelta. Mi dispiace parecchio per i circa 420.000 follower, ma in coscienza non mi sento più di avallare la follia di Elon Musk dando loro un piccolo motivo in più per restare su Twitter.

Da oggi, quindi, inizio a ridurre la mia presenza su Twitter. Manterrò l’account, ma salvo casi speciali posterò sempre meno e non risponderò alle menzioni. Ho messo un avviso in tal senso nella mia bio di Twitter, con le mie coordinate sugli altri social network. Ho già chiuso i messaggi diretti (anche se Tweetdeck misteriosamente ne fa passare lo stesso alcuni) e ho attivato il silenziamento delle notifiche

Mi limiterò a seguire su Twitter i circa 800 account d’informazione che seguo attualmente (almeno finché esistono e non migrano altrove), senza postare assiduamente come ho fatto in questi ultimi 15 anni. 

Una protesta non vale nulla se non si mette in gioco nulla.

Resto comunque reperibile via mail; invece che su Twitter, posterò su Mastodon (sono sull’istanza italofona Mastodon.uno; se vi va, ho scritto una miniguida di migrazione), su Instagram, sul mio canale Telegram, su Signal (solo messaggi strettamente riservati) e in questo blog (che potete anche seguire con qualsiasi reader RSS, come per esempio Feedly).

Non sospenderò il mio account e non lo eliminerò per tre ragioni:

  • Se le cose vanno avanti come stanno andando (fuga di inserzionisti e dipendenti, decisioni caotiche), tra qualche mese Twitter potrebbe fallire ed essere rilevato e risistemato da mani meno dissennate di quelle di Musk, nel qual caso potrei tornare a usarlo.
  • Sono su Twitter dal 2007 e ho scritto oltre 135.000 tweet che fanno, nel loro piccolo parte della cronologia di Internet. Sospendere o eliminare l’account li farebbe sparire.
  • Eliminarlo significherebbe che qualcun altro potrebbe usare lo stesso nome account in futuro, magari spacciandosi per me (Twitter Help; Chron; PCWorld).

Non lo rendo privato (protetto) perché questo renderebbe illeggibili anche i miei tweet passati.

Quindi se vi interessa quello che scrivo, cominciate a fare un mini-piano per continuare a seguirmi altrove quando non sarò più attivo su Twitter. E se avete suggerimenti per migliorare questo mio piano di migrazione, scrivetemi qui sotto nei commenti o via mail.

2022/11/26

Storie di Scienza 18: Lo strano, cavilloso record di distanza di Orion/Artemis 1

Poco fa l’ESA ha tweetato che la capsula Orion della missione Artemis 1 ha stabilito un record di distanza molto specifico. L’ESA ci tiene molto a questo primato perché partecipa in maniera importante alla missione Artemis fornendo il modulo di servizio che alimenta la capsula Orion e le fornisce propulsione. Trovandosi a 401.798 km dalla Terra, dice l’ESA, Orion ha battuto il primato di massima distanza dalla Terra di un veicolo spaziale progettato per trasportare esseri umani e fare ritorno. 

La NASA e l’agenzia spaziale canadese sono meno cavillose e parlano genericamente di “record di massima distanza di un veicolo adatto a esseri umani”. Ma sbagliano, e ha ragione l’ESA a pignoleggiare.

Perché sono necessarie tutte queste precisazioni? E chi deteneva il record precedente?

“Progettato per trasportare esseri umani”

La prima precisazione è abbastanza facile da capire. Molte sonde spaziali senza equipaggio sono andate ben più lontano, anche fuori dal Sistema Solare, a quasi venti miliardi di chilometri (Pioneer e Voyager). Quindi quello di Orion può essere un record di distanza soltanto nella categoria ben più ristretta dei veicoli human-rated, ossia in grado di trasportare un equipaggio con tutto il necessario per garantirgli la sopravvivenza nello spazio: questo requisito esclude la Tesla Roadster lanciata nello spazio verso Marte da SpaceX nel 2018, che trasporta soltanto un manichino (almeno si spera) racchiuso in una tuta spaziale ma non sarebbe in grado di ospitare un equipaggio vivente.

Notate, inoltre, che nel caso di Orion si parla di veicolo in grado di ospitare un equipaggio, non di veicolo con equipaggio, perché in questa missione la capsula Orion non trasporta nessuno: è un volo di collaudo senza persone a bordo. Quindi non si parla di record di distanza di un equipaggio, ma solo di record di un veicolo che potrebbe trasportarne uno sano e salvo.

Infatti il record di distanza dalla Terra di un veicolo con equipaggio è ancora saldamente in mano a Jim Lovell, Fred Haise e Jack Swigert, i membri dell’equipaggio della missione Apollo 13. Il 15 aprile 1970 alle 0.21 UTC, dopo lo scoppio di un serbatoio nel modulo di servizio che li costrinse a un drammatico rientro d’emergenza sulla Terra, si spinsero fino a 400.171 chilometri dal nostro pianeta e girarono intorno alla Luna a una quota di 250 chilometri dalla sua faccia nascosta prima di tornare sulla Terra, seguendo l’unica traiettoria che avrebbe consentito loro il ritorno prima di esaurire le risorse di bordo.

Nessun equipaggio delle altre missioni lunari raggiunse una distanza così elevata dalla Terra, e da allora nessun astronauta si è mai spinto così lontano.

Ma l’ESA fa un’altra precisazione.

“...e fare ritorno”

Questa seconda precisazione è necessaria per un’ottima ragione, che però richiede una conoscenza piuttosto approfondita delle missioni spaziali lunari con equipaggio per essere compresa.

I veicoli spaziali delle missioni Apollo che portarono vari equipaggi verso la Luna (1968, Apollo 8; 1969, Apollo 10; 1970, Apollo 13) e sulla Luna (dal 1969 al 1972, Apollo 11, 12, 14, 15, 16 e 17) erano composti da due moduli abitabili: il Modulo di Comando, che era la capsula conica principale nella quale gli astronauti trascorrevano gran parte della missione, e il Modulo Lunare o LM (Lunar Module), che era la “scialuppa” usata per scendere sulla Luna e ripartirne. Un terzo modulo, il Modulo di Servizio, non era abitabile ed era dotato di un grande motore di propulsione e di tutto il necessario per la sussistenza dei tre astronauti dell’equipaggio per tutto il corso della missione.

Al centro, la capsula conica del Modulo di Comando; a sinistra, la forma cilindrica del Modulo di Servizio con il suo motore primario e i motori di manovra; a destra, il Modulo Lunare (LM). Illustrazione NASA S-66-11008.

Il Modulo Lunare si divideva a sua volta in due parti: uno stadio di discesa, che come dice il suo nome serviva per scendere sulla Luna portando due membri dell‘equipaggio, e uno stadio di risalita, che riportava i due astronauti al Modulo di Comando.

Una volta esaurito il suo compito, il Modulo Lunare veniva sganciato e i suoi motori venivano accesi un’ultima volta per allontanarlo dal veicolo principale. Ma non tutte le missioni Apollo diedero a questi moduli la stessa destinazione finale.

Alcune (Apollo 4, 5 e 6) furono voli di collaudo senza equipaggio, i cui LM si disintegrarono al rientro nell’atmosfera terrestre e comunque erano solo dei simulacri (test article). Alcune (Apollo 7 e 8) furono missioni prive di LM, in orbita terrestre o lunare. Una (Apollo 9) trasportò un equipaggio e un LM rimanendo in orbita terrestre, senza andare verso la Luna, e il suo LM si disintegrò rientrando nell’atmosfera. Le missioni con equipaggio Apollo 11, 12, 14, 15, 16 e 17 scesero sulla Luna, e gli stadi di risalita dei loro LM furono lasciati in orbita lunare (Apollo 11) oppure furono schiantati intenzionalmente sulla Luna (Apollo 12 e 14-17). Il LM di Apollo 13 fu usato come veicolo di supporto d’emergenza per il viaggio di ritorno e si disintegrò nell’atmosfera terrestre.

Se avete fatto bene i conti, manca all’appello una missione: Apollo 10.

Il LM di Apollo 10, infatti, non scese sulla Luna, ma si limitò ad avvicinarsi (con a bordo Tom Stafford e Gene Cernan) fino a circa 14 chilometri dalla sua superficie e poi si riagganciò al veicolo principale, dopo aver separato lo stadio di discesa da quello di risalita (il terzo membro dell’equipaggio, John Young, rimase nel Modulo di Comando). 

Una volta compiuta la sua missione, il 23 maggio 1969 lo stadio di risalita di questo Modulo Lunare fu inserito in un’orbita attorno al Sole, dove si trova tuttora. Questo è il veicolo adatto a trasportare equipaggi che si è allontanato dalla Terra più di ogni altro (e oltretutto, a differenza di Orion, ha effettivamente trasportato un equipaggio, almeno per un breve periodo).

Lo stadio di risalita del Modulo Lunare di Apollo 10, fotografato da un finestrino del Modulo di Comando, poco prima del suo riaggancio. A bordo ci sono Tom Stafford e Gene Cernan. Dettaglio della foto NASA AS10-34-5112. La banda diagonale in alto a sinistra è il bordo del finestrino.

Ma i Moduli Lunari non erano dotati di uno scudo termico, per cui non erano in grado di rientrare sulla Terra. E così l’ESA salva il primato aggiungendo la cavillosa precisazione della capacità di fare ritorno. 

Dove sia esattamente oggi il Modulo Lunare di Apollo 10 non lo sa nessuno con assoluta certezza. Sono passati cinque decenni, e all’epoca i parametri esatti della sua orbita non furono calcolati con precisione e non fu effettuato alcun tracciamento della sua traiettoria, per cui si sono perse le sue tracce.

Tuttavia nel 2018 è stato scoperto un asteroide, denominato 2018 AV2, che orbita intorno al Sole ogni 382 giorni, con due anomalie: un’inclinazione orbitale molto bassa rispetto all’eclittica (meno di un grado) e una velocità relativa molto bassa (meno di un chilometro al secondo rispetto al moto della Terra). Secondo le osservazioni e gli studi effettuati dall’astrofilo Nick Howes, che ha iniziato la caccia al Modulo Lunare di Apollo 10 nel 2011, e da altri astrofili e astronomi, è probabile che questo asteroide sia in realtà il veicolo spaziale disperso.

L’orbita di 2012 AV2.

Se così fosse, il Modulo Lunare di Apollo 10 si troverebbe ora a circa 56 milioni di chilometri dalla Terra e dovrebbe avvicinarsi fino a 6,5 milioni di chilometri intorno al 10 luglio 2037.

Ma se si estende il criterio ai veicoli spaziali che hanno trasportato esseri umani viventi o meno, il primato si sposta ancora.

Presenza umana nel cosmo profondo

Nel 2006, infatti, la sonda interplanetaria New Horizons partì dalla Terra, diretta verso Plutone, di cui ci regalò nel 2015 le prime, spettacolari immagini dettagliate, provenienti da cinque miliardi di chilometri di distanza dal nostro mondo. La sonda proseguì il proprio viaggio incontrando nel 2019 l’asteroide Arrokoth (2014 MU69) a 6,6 miliardi di chilometri dalla Terra e oggi si trova a circa 8,3 miliardi di chilometri da noi.

A bordo di questa sonda ci sono circa 30 grammi delle ceneri dello scopritore di Plutone, Clyde Tombaugh. Questi sono i resti umani più lontani dalla Terra in assoluto. E con tutta probabilità resteranno tali per molti, molti decenni.

 

Questo articolo fa parte delle Storie di Scienza: una serie libera e gratuita, resa possibile dalle donazioni dei lettori. Se volete saperne di più, leggete qui. Se volete fare una donazione, potete cliccare sul pulsante qui sotto. Grazie!

2022/11/24

Podcast RSI - Mastodon e fediverso: microguida di base

logo del Disinformatico

Pubblicazione iniziale: 2022/11/24 17:58. Ultimo aggiornamento: 2022/11/25 13:40.

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto) e qui sotto.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite feed RSS, iTunes, Google Podcasts e Spotify.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo integrale e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto. Le frasi fra parentesi quadre sono annotazioni o aggiunte.

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[CLIP: Carlo Gubitosa: “Il mediattivismo ha ceduto il posto al clictivismo, all’attivismo fatto a colpi di clic e inquadrato all’interno di recinti aziendali di cui conosciamo i loghi, i nomi: Facebook, Twitter, Instagram. Ma c’è un’alternativa sia tecnologica che politica a questo sistema di comunicazione sociale inquadrata in recinti aziendali, ed è il fediverso...“ (fonte)]

È la voce di Carlo Gubitosa, scrittore e giornalista, autore di molti libri fondamentali sull’uso sociale dell’informatica e profondo conoscitore dei meccanismi di Internet. Anche se avete seguito soltanto di striscio le notizie sul subbuglio di Twitter dopo l’acquisto da parte di Elon Musk e magari cominciate anche a esserne un po’ stufi, sicuramente avrete notato che quando si parla di questa vicenda spuntano sempre fuori un nome e un concetto: Mastodon e fediverso.

Se volete sapere cosa sono, perché ne parlano tutti, se vi possono servire o ne potete fare tranquillamente a meno, come funzionano in pratica e cosa rispondere agli amici che vi chiedono insistentemente “Sei su Mastodon?”, siete nel posto giusto, ossia all’ascolto della puntata del 25 novembre 2022 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie dal mondo dell’informatica, che oggi cercherà di rispondere a queste domande. Io sono Paolo Attivissimo.

Cos’è Mastodon e perché se ne parla tanto

Cominciamo dalle basi: Mastodon è un social network superficialmente simile a Twitter, nel senso che permette di pubblicare brevi testi, leggermente più lunghi di quelli di Twitter, accompagnati da immagini e spezzoni di video.

Questi testi, chiamati post o toot, possono essere letti, condivisi e commentati da tutti gli iscritti a Mastodon e possono essere letti, ma non commentati, da chiunque abbia un accesso a Internet e un normale browser. Ogni utente iscritto a Mastodon sceglie degli altri utenti da seguire e ne riceve automaticamente i post. Gli utenti si possono scambiare anche messaggi non pubblici, che però non sono segreti in senso stretto, perché possono essere letti dagli amministratori, e non sono protetti tramite crittografia, esattamente come succede su Twitter.

Ho precisato “superficialmente” perché dietro le quinte Mastodon in realtà ha delle differenze molto importanti: non ha un singolo proprietario, ma è gestito da un arcipelago di gestori indipendenti ma federati, ossia che comunicano tra loro usando lo stesso standard; è open source, e questo significa che tutto il suo software è liberamente ispezionabile per controllare che non contenga trappole, inganni o difetti; e i post compaiono in ordine cronologico, senza filtri artificiali di importanza e senza essere inframmezzati di pubblicità.

Questa struttura federata o decentrata significa che non può arrivare nessun Elon Musk o simile a cambiare le regole e dettare legge dall’oggi al domani. Vuol dire anche che non ci sono pressioni commerciali per compiacere gli inserzionisti e che non esistono account privilegiati con bollini a pagamento come ci sono ora su Twitter; non ci sono nobili e plebei. Iscriversi è gratis. Mastodon è una rete sociale scritta dagli utenti per gli utenti, senza condizionamenti, e quest’idea piace molto, specialmente se contrapposta alla nuova gestione autoritaria di Twitter e alla sorveglianza commerciale ossessiva di Facebook e Instagram.

Questa situazione, però, ha anche degli svantaggi. Siccome non ci sono grandi investitori per farlo funzionare, a volte Mastodon è lento. E siccome è un social network emergente, nato nel 2016 su iniziativa dello sviluppatore tedesco Eugen Rochko [25 anni, unico stipendiato della non-profit Mastodon] ma diventato improvvisamente popolare solo negli ultimi mesi, soprattutto grazie al controverso acquisto di Twitter da parte di Elon Musk, per ora ci trovate poca gente. Sono infatti circa due milioni gli account attivi mensili di Mastodon, contro i quasi 490 milioni mensili di Twitter. Però quella gente è di buon livello: gli spammer, i provocatori e i fabbricanti di fake news non sono ancora arrivati in massa su Mastodon, anche se probabilmente non tarderanno ad arrivarci.

Siete intrigati? Volete correre a iscrivervi e respirare questa nuova aria di libertà digitale? Volete scoprire il brivido anarchico di far parte del fediverso, per usare il termine cool che indica tutti questi servizi digitali decentrati e coordinati in modo federato, di cui Mastodon è un esempio molto vistoso?

Non partite in quarta, perché è qui che cominciano le complicazioni. Niente di drammatico, però credo che sia prudente che vi prepariate spiritualmente.

Come entrare in Mastodon (se vi serve)

A proposito di preparativi: prima che corriate a installare Mastodon, chiedetevi se vi serve davvero un altro social network oltre a quelli che già usate. Se vi trovate bene a usare Instagram, Facebook, Whatsapp, Telegram eccetera ma non avete mai sentito il bisogno di usare Twitter, allora probabilmente potete fare a meno di Mastodon. E tenete presente che iniziare a usare Mastodon non vuol dire che potrete rinunciare a Twitter, almeno per ora, perché molti utenti non si sono ancora trasferiti da Twitter a Mastodon. Insomma, non installate Mastodon soltanto perché è di moda e ne parlano tutti. Anche perché ci sono, come dicevo, alcune complicazioni in più rispetto ai social network tradizionali.

La prima complicazione è l’app. Normalmente per iscriversi a un social network si scarica l’app ufficiale e si parte. Su Mastodon, invece, bisogna chiedersi quale app scaricare e installare. Proprio perché Mastodon è decentrata, ci sono infatti varie app disponibili, che offrono livelli di facilità e flessibilità molto differenti.

Probabilmente vi conviene cominciare usando l’app di base, quella che trovate linkata su Joinmastodon.org; se vi trovate bene, potrete passare in seguito alle app più evolute e potenti. Per l’app di base c’è una versione per iOS e una per Android, ma ci sono anche altre app per PC e Mac, sia gratuite sia a pagamento, e c’è anche una versione puramente Web multipiattaforma [che volendo si può anche usare in un browser su smartphone].

Una volta installata l’app, bisogna crearsi un account, ma anche qui c’è qualche passo in più da fare rispetto ai social network tradizionali.

Infatti non basta scegliersi un nome utente e una password: bisogna anche rispondere alla domanda criptica Cerca servers o inserisci URL. Per capire come rispondere, bisogna tornare alla natura federata di Mastodon: mentre i social network tradizionali hanno un unico gestore, Mastodon ne ha tanti, e quindi bisogna sceglierne uno presso il quale farsi ospitare. Questi gestori si chiamano in gergo tecnico istanze e ciascuno ha regole di moderazione e di comportamento differenti.

La scelta dell’istanza non è permanente; potete sempre traslocare in un momento successivo. Inoltre normalmente potete seguire qualunque utente di Mastodon, indipendentemente dall’istanza che avete scelto voi o che ha scelto lui, a patto che nessuno dei due usi istanze che sono state bloccate per problemi di contenuti inaccettabili. Vi conviene quindi scegliere un’istanza di buona reputazione, stabile e soprattutto gestita da persone che parlino la vostra stessa lingua, così sarà più facile per loro moderare i vostri post e per voi chiedere assistenza a loro in caso di controversie di moderazione.

Per sapere quali sono queste istanze, provate a guardare quali sono state scelte dalle persone che vorreste seguire su Mastodon: il nome dell’istanza è l’ultimo pezzo del nome dell’utente. Per esempio, io su Mastodon sono @ildisinformatico@mastodon.uno; mastodon.uno è il nome dell’istanza che ho scelto.

[Dai commenti segnalo un altro metodo: consultare Instances.social, che (in inglese) permette di selezionare le istanze in base a vari criteri, compresa la lingua]

Una volta che avete fatto questa scelta, vi vengono proposte le sue regole di comportamento: leggetele, mi raccomando, per capire se ci sono cose da fare o contenuti da evitare [leggete bene anche le regole sulla privacy].

Finalmente a questo punto potete scegliere il vostro nome utente e il nome che verrà visualizzato, dare il vostro indirizzo di mail e scegliere la vostra password. Se tutto è a posto, riceverete una mail contenente un link sul quale cliccare per verificare il vostro nuovo, sfavillante account Mastodon.

È altamente consigliabile impostare prima di tutto la sicurezza rafforzata dell’autenticazione a due fattori [nel giro di poche ore ho avuto cinque tentativi di furto, ovviamente sventati], e anche qui c’è una differenza rispetto ai social network tradizionali. Mentre Twitter, Instagram, WhatsApp e tanti altri offrono questa autenticazione anche tramite SMS, Mastodon normalmente la offre soltanto tramite app di autenticazione. Se non ne avete già installata una, vi tocca farlo.

Fatto anche questo, la configurazione di base è terminata e potete cominciare a postare messaggi e a scegliere utenti da seguire, a commentare i post degli altri utenti o dare loro una stellina di apprezzamento, che è l’equivalente del like o cuoricino in Mastodon, e potete cominciare a condividere e ridiffondere (boost) i post che vi piacciono. Potete poi personalizzare il vostro profilo Mastodon con le solite cose: una breve biografia, una foto e un’immagine di intestazione.

La prima cosa di cui vi accorgerete subito è una miglioria molto utile rispetto a Twitter: su Mastodon i messaggi sono modificabili. Quegli errori di battitura di cui ci si accorge solo dopo aver premuto Invia e che sono l’angoscia costante di ogni utente Twitter, perché lì i tweet non sono modificabili se non si ha un account a pagamento e si risiede in uno dei cinque paesi attualmente abilitati a questi account, su Mastodon non sono un problema. I post sono modificabili per tutti e gratuitamente.

Se siete arrivati fino a questo punto, il grosso della fatica è ormai fatto e potete divertirvi a sfogliare Mastodon e chiacchierare con i suoi utenti. Per trovare su Mastodon le persone che seguite già su Twitter, guardate nei loro profili Twitter: di solito indicano lì il loro indirizzo Mastodon. Ci sono anche dei servizi per Twitter, come Fedifinder e Debirdify, che vi permettono di trovare automaticamente le coordinate Mastodon di tutti gli utenti che seguite su Twitter, a patto che quegli utenti abbiano incluso nella propria bio su Twitter le proprie coordinate su Mastodon.

Ci sono però alcune raccomandazioni di prudenza che è opportuno conoscere prima di addentrarsi in questo nuovo ambiente.

Nuovo social, nuove cautele

La prima regola di prudenza di Mastodon è che gli amministratori dell’istanza nella quale risiede il vostro account vedono tutto quello fate su Mastodon. Vedono anche il vostro indirizzo di mail, il vostro indirizzo IP, che potrebbe rivelare dove abitate o lavorate, e vedono anche i vostri messaggi diretti, che (ripeto) non sono cifrati. Sono diretti, ma non privati [a differenza di Twitter, si viene avvisati di questo fatto ogni volta che si scrive un messaggio diretto]

Gli amministratori possono anche cancellare il vostro account in qualunque momento senza preavviso e arbitrariamente. In altre parole, non affidatevi a Mastodon per qualunque attività essenziale, dai contatti con gli amici all’offerta di servizi commerciali.

Inoltre gli amministratori delle istanze di Mastodon sono quasi sempre volontari, che non hanno tempo per approfondire controversie fra utenti e a differenza dei social network commerciali non hanno le risorse legali ed economiche per opporsi a eventuali richieste di informazioni da parte di avvocati o governi, magari stranieri [e anzi spesso devono chiedere donazioni per coprire i propri costi].

Se queste condizioni possono crearvi problemi, è consigliabile iscriversi a Mastodon usando un indirizzo di mail separato e collegarsi a Mastodon usando una VPN.

La seconda regola è che menzionare un utente, ossia citare il suo nome account, in un messaggio diretto lo include automaticamente nella conversazione. Questo non succede su Twitter, e può essere particolarmente imbarazzante se per esempio state segnalando un utente molesto a un moderatore, tramite messaggi diretti, e menzionate il nome account di quell’utente. Il molesto verrà informato di chi lo sta segnalando.

La terza regola è che non esistono account verificati su Mastodon. Se vedete una spunta blu accanto al nome di qualcuno su Mastodon, non vuol dire che quell’utente sia stato verificato: vuol dire solo che l’utente ha aggiunto al proprio nome l’emoji della spunta blu. Però esiste una sorta di autocertificazione: un utente che possiede un sito può inserire in quel sito non solo il nome del proprio account, ma anche un link speciale che fa comparire una spunta verde nel profilo Mastodon dell’utente. Non è una soluzione perfetta [un truffatore potrebbe per esempio creare un sito con un nome di dominio simile a quello di un’azienda e poi inserirvi il link, dando l’impressione di essere autenticato], ma è sicuramente meglio di niente.

L’improvvisa popolarità di Mastodon sta causando parecchi grattacapi alla sua costellazione di amministratori grandi e piccoli, per cui tutto può succedere nei prossimi mesi: mettete in preventivo rallentamenti e disfunzioni, cose che del resto capitano anche sui social network commerciali. Buon divertimento, e se vi va, ci vediamo anche nel fediverso.

 

Fonti aggiuntive: Pathofex, Techcrunch, Informapirata, Made in Blue, BBC, Quintarelli.it.

2022/11/23

Oggi sarò su Videolina e TeleTicino per parlare di complottismi

Ultimo aggiornamento: 2022/11/25 17:10.

Oggi pomeriggio alle 15:15 andrà in onda una mia intervista sul tema “Siamo stati sulla Luna” su Videolina (canale Sky-Tivusat 819). L’intervista (13 minuti), condotta da Manuel Floris, sarà disponibile anche in streaming su www.videolina.it in questa pagina della rubrica Una finestra sull’universo

 

Stasera alle 21, invece, andrà in onda su Teleticino un dibattito sulle teorie di complotto, condotto da Romano Bianchi, di cui sarò ospite insieme a Claudio Michelizza (Bufale.net), Maurizio Baiata (giornalista e ufologo) e Alessandro Miani (psicologo dell’Università di Neuchâtel). Verranno presentati dei dati sorprendenti sul pensiero cospirazionista in Svizzera, un terrapiattista italofono e altri casi interessanti. La registrazione (58 minuti) è disponibile qui.



Che fine ha fatto il film russo girato nello spazio? Dovrebbe uscire il 12 aprile 2023

Il 5 ottobre 2021, l’attrice russa Yulia Peresild e il regista russo Klim Shipenko sono stati portati a bordo della Stazione Spaziale Internazionale dal cosmonauta Anton Shkaplerov con una navicella russa Soyuz (missione MS-19), e sono rimasti in orbita per dodici giorni, tornando il 17 ottobre con la missione Soyuz MS-18, per effettuare le riprese di quello che è stato spesso e impropriamente definito il primo film girato nello spazio. Da allora non si è saputo più nulla.

In realtà si tratterebbe del primo film realizzato nello spazio da attori e tecnici professionisti: prima di queste riprese, infatti, astronauti e cosmonauti hanno girato in orbita numerosi documentari (Space Station 3D, A Beautiful Planet, For All Mankind (1989) e anche alcuni brevi film amatoriali (come Apogee of Fear, 2012). 

La missione di Peresild e Shipenko era stata annunciata con parecchio rilievo mediatico, anche perché ha battuto sul tempo il progetto analogo di Tom Cruise con il regista Doug Liman, ma poi è calato il silenzio, anche a causa dell’invasione russa dell’Ucraina.

Quello che si sa è che il film è stato intitolato provvisoriamente Vyzov (Вызов), ossia Sfida, e che sono state fatte oltre 30 ore di riprese; la storia dovrebbe incentrarsi sul personaggio interpretato da Peresild, che è un chirurgo inviato sulla Stazione per salvare un cosmonauta con un intervento cardiaco. 

Il film è un progetto congiunto dell’ente spaziale russo Roscosmos, di Channel One Russia e del Yellow, Black and White Film Studio (uso i nomi inglesi per chiarezza).

Le riprese sono state effettuate in gran parte nella sezione russa della Stazione, ma circa un terzo è stato acquisito negli altri ambienti del complesso orbitale. I voli di Shipenko e Peresild sono stati pagati da Channel One Russia. I due sono stati addestrati per alcuni mesi prima di poter affrontare la missione.

Stando ad alcune fonti (Wikipedia; Kinopoisk.ru, protetta da captcha in cirillico), l’uscita del film è prevista per il 12 aprile 2023 in Russia.


Fonti aggiuntive: 1tv.ru; Russian Space Web; Deadline.