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2019/11/01

Perché identificare tutti sui social network è una pessima idea?

Ultimo aggiornamento: 2019/11/05.

La recente proposta di un deputato e responsabile economico di un movimento politico italiano, Luigi Marattin (@marattin), di obbligare “chiunque apra un profilo social a farlo con un valido documento d’identità”, usando poi eventualmente un nickname, allo scopo di contrastare la violenza verbale, il razzismo e l’odio online, a prima vista sembra sensata e ragionevole, ma non lo è.

Ci siamo già passati un annetto fa, ma evidentemente serve un ripasso.

Ecco, in sintesi, perché la proposta non funziona ed esperti come Stefano Zanero (anche qui) e Massimo Mantellini la criticano duramente e la definiscono schiettamente “una cretinata” e il Garante per la Privacy italiano ha usato aggettivi come “velleitario” e “pericoloso” per descriverla.

  1. Gli hater esteri non sarebbero toccati. La legge avrebbe efficacia soltanto in Italia, per cui qualunque utente di qualunque altro paese sarebbe libero di continuare come prima le proprie campagne d’odio. E se anche la si estendesse all’Europa, tutti coloro che non vivono in Europa non ne sarebbero toccati.
  2. Gli hater non si nascondono dietro l’anonimato: ci mettono nome e cognome già adesso. Lo ha fatto lo stesso Marattin. Spessissimo chi fa bullismo online è ben conosciuto dalla vittima. 
  3. Gli unici penalizzati sarebbero coloro che hanno bisogno dell’anonimato per proteggersi, come le donne maltrattate che vogliono sfuggire ai loro torturatori online e lo possono fare solo se restano anonime o usano pseudonimi fortemente protetti.
  4. L’anonimato online è un diritto sancito dalla Dichiarazione dei diritti in Internet, approvata all’unanimità a Montecitorio nel 2015, come ci ricorda Anna Masera.
  5. Gestire i documenti d’identità di milioni di persone costa ed è complicato. Gli utenti italiani di Facebook, per esempio, sono circa 29 milioni. Ciascuno di loro dovrebbe depositare un documento. Chi paga? Chi organizza? Chi verifica che i dati siano validi? Chi custodisce questi dati, vista la facilità con la quale vengono spesso rubati?
  6. Cosa si fa per gli account esistenti? Li sospendiamo in massa? E se il social network si rifiuta, che si fa? E se un utente esistente si rifiuta di dare un documento, che si fa?
  7. Che si fa con i turisti? Cosa succede a un turista che arriva in Italia e vuole usare il suo account social? Deve prima depositare un documento? Chi controlla se lo fa o no? E come fa a controllare? Se non lo fa, quali sarebbero le conseguenze? Lo si deporta?
  8. La procedura andrebbe ripetuta per ogni singolo social network e per ogni spazio digitale pubblico. Facebook, Twitter, Instagram, Tinder, Disqus, Ask, Vkontakte, WhatsApp, Telegram... più tutti gli spazi di commento delle testate giornalistiche e dei blog. A quante aziende dovremmo dare i nostri documenti? E a quale titolo un blogger dovrebbe gestire i dati personali dei propri commentatori? Forse si potrebbe attenuare il problema dando il documento solo a un ente che rilascia un codice di autenticazione da dare ai vari social, ma resterebbe una trafila con tutti i problemi già citati.
  9. Se il documento va dato ai social network, significherebbe dare una copia di un documento d’identità ad aziende il cui mestiere è vendere i nostri dati. Non è come dare la carta d’identità a un operatore telefonico per aprire un’utenza cellulare: l’operatore è soggetto alle leggi europee sulla privacy e non ha come scopo commerciale la vendita dei fatti nostri. Non è come lasciare un documento alla reception dell’albergo: in realtà non lo si lascia, ma si viene identificati dal portiere tramite il documento, e i dati vengono raccolti dalla polizia quotidianamente, non finiscono in un gigantesco database gestito da privati, come spiega Stefano Zanero. Anche qui, come al punto precedente, questo problema potrebbe essere attenuabile mettendo in mezzo un ente di autenticazione nazionale, ma la trafila resterebbe.
  10. Significherebbe delegare ad aziende estere la certificazione della nostra identità. Siamo sicuri che per esempio Facebook, quella di Cambridge Analytica, sia un’azienda alla quale affidare la garanzia di chi siamo? Quali sanzioni ci sarebbero se Facebook si facesse scappare i dati? E una volta scappati, che si fa? Mica possiamo cambiare tutti faccia e nome.
  11. Equivale a una schedatura di massa. Creerebbe insomma un immenso database centralizzato di dati personali di decine di milioni di italiani, messo in mano non a un’autorità governativa ma una società commerciale o, peggio ancora, a regimi non tolleranti delle opinioni altrui.
  12. Equivale a introdurre l’obbligo di presentare un documento d’identità per spedire una lettera in posta. Sì, perché le minacce e l’odio si possono mandare anche tramite le lettere anonime, ma nessuno si sogna di imporre l’obbligo di identificarsi per spedire una cartolina o di mettere uno scanner d’identità accanto a ogni cassetta postale. Sarebbe roba da stato di polizia. Perché per Internet dovrebbe essere diverso?
  13. È dannatamente facile procurarsi una scansione di una carta d'identità altrui. Esistono software appositi anche per creare queste scansioni, ma esistono anche i furti in massa di scansioni di documenti reali. Questo permetterebbe agli hater di dare a qualcun altro la colpa delle proprie azioni, con tanto di certificazione apparente.
  14. È dannatamente facile usare una VPN o Tor per creare account apparentemente esteri. Gli hater imparerebbero in fretta come fare. Molti lo sanno già fare.
  15. Sarebbe facilissimo, per un hater, farsi aprire da terzi un account all’estero, dove non vige l’obbligo, e poi usarlo. Come farebbero le autorità ad accorgersene? Sorvegliando tutte le attività online di tutti?
  16. È inutile introdurre questo obbligo se le forze di polizia sono insufficienti già adesso per perseguire i casi di bullismo o molestia nei quali nomi e cognomi sono già perfettamente noti. Avere in archivio la carta d’identità non ridurrà la coda di pratiche inevase: per questo serve più personale, non una legge in più.
  17. Esistono già adesso procedure tecniche e giuridiche che consentono di identificare gli hater. Ma gli hater non vengono quasi mai perseguiti perché non c’è personale inquirente o giudiziario sufficiente per applicare le procedure, o perché i costi sono altissimi, non perché non si sa chi sia il colpevole.

Per i tanti che hanno criticato gli esperti, lamentando che sanno solo criticare ma non fanno proposte concrete: a volte capita di non avere una soluzione a un problema, ma di essere in grado di dire quali azioni non lo risolvono. Se un malato di cancro pensa di guarire prendendo un unguento magico da diecimila euro a dose, un medico magari non sa come guarirlo, ma sa che quell’unguento non farà nulla.

In ogni caso, le proposte concrete ci sono: sono quelle negli ultimi due punti.

Per chi invece argomenta “Ma se non dici niente di male e sei una brava persona, non hai niente da temere da un’identificazione obbligatoria”: se sono una brava persona, perché mi si vuole schedare?

Per tutti quelli che dicono “Ma qualcosa bisogna pur fare!”: certo, ma fare qualcosa non significa agire di pancia seguendo la prima idea che viene lanciata. Significa ragionare, sentire gli esperti, e poi procedere seguendo i loro suggerimenti.

Siamo tutti d’accordo nel voler rendere Internet più pulita. Ma questa proposta è come cercare di spurgare una fogna con un colapasta.

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