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2019/09/12

1973, missione impossibile: un equipaggio Apollo intorno a Venere

Credit: Mark Grant.
31 ottobre 1973: un enorme vettore Saturn V decolla dal Kennedy Space Center trasportando tre uomini verso una destinazione straordinaria, che viene raggiunta dopo quattro mesi di viaggio, il 3 marzo 1974.

La destinazione è il pianeta Venere, per il primo volo spaziale interplanetario con equipaggio: una missione estrema, che consente solo poche ore frenetiche di passaggio radente per poi sfrecciare di nuovo verso casa, ma che è un trionfo politico d’immagine e un’altra dimostrazione della capacità di coordinamento della NASA, reduce dal successo storico degli sbarchi sulla Luna fra il 1969 e il 1972.

La ricognizione ravvicinata di Venere effettuata dagli astronauti statunitensi rivela una messe di dati sconosciuti su un mondo rovente e inospitale e riporta sulla Terra fotografie indimenticabili quando si conclude, un anno dopo la partenza, con un ammaraggio nell’Oceano Pacifico.

Se state pensando che non vi ricordate di questa missione e di quelle foto indimenticabili, non vi preoccupate: non è mai avvenuta. Ma era stata studiata e pianificata molto dettagliatamente dalla NASA, come descritto per esempio nelle quasi duecento pagine del rapporto Manned Venus Flyby del 1967 e in molti altri documenti tecnici dell’ente spaziale statunitense.

Può sembrare incredibile, ma quando gli astronauti non erano neanche andati intorno alla Luna, men che meno atterrati (Apollo 8, il primo volo circumlunare, sarebbe avvenuto a dicembre del 1968), la NASA pensava già al futuro post-lunare. Nelle sue intenzioni, le infrastrutture, i vettori Saturn V e i veicoli spaziali Apollo progettati per la Luna sarebbero stati riutilizzati in forma leggermente modificata, a costi relativamente modesti, per aprire le porte all’esplorazione interplanetaria con equipaggi.

Oggi quel progetto di volo umano verso Venere è solo un sogno risalente a un’epoca coraggiosa e ambiziosa, ma vale la pena riscoprirne tecniche, segreti e criteri ora che si riparla concretamente di grandi vettori per il trasporto di equipaggi, come il Falcon Heavy di SpaceX e lo Space Launch System della NASA.


Perché Venere?


Può sembrare strano che la NASA avesse scelto Venere e non Marte come destinazione per questo primo viaggio interplanetario umano. Dopotutto, grazie alle sonde Mariner e Venera, si sapeva già dall’inizio degli anni Sessanta che le condizioni al suolo di Venere (pressione atmosferica decine di volte superiore a quella terrestre, temperature oltre i 400°C e venti da 360 km/h) rendevano assolutamente impensabile uno sbarco con equipaggio sul pianeta. Ma c’è una ragione molto concreta: in termini di propulsione, Venere è più facile da raggiungere rispetto a Marte.

La NASA aveva infatti calcolato una traiettoria ottimale che avrebbe consentito di usare un singolo vettore Saturn V, identico a quelli utilizzati per la Luna, non solo per effettuare questo volo inaugurale di passaggio ravvicinato, senza inserimento in orbita (flyby) e con ritorno spontaneo verso la Terra (free return), ma anche per compiere una successiva missione con inserimento in orbita di parcheggio intorno a Venere. Una missione orbitale intorno a Marte, invece, avrebbe richiesto un veicolo ancora più grande del già gigantesco Saturn V (circa il 60% in più) o l’uso di motori nucleari ancora da collaudare e politicamente controversi.

In sostanza, un volo umano verso Venere era fattibile negli anni Sessanta e Settanta semplicemente tenendo aperta la linea di produzione dei vettori esistenti, senza i costi, i problemi e i rischi di un nuovo lanciatore o di un lancio doppio coordinato con assemblaggio in orbita.

Ma la Storia decise altrimenti: l’assassinio del presidente Kennedy, l’uomo che aveva lanciato la sfida spaziale contro la nemica Unione Sovietica come piano per dimostrare pacificamente al mondo la superiorità del modello sociale americano, l’elezione dei suoi successori assai meno innamorati della grandiosa visione kennedyana della Nuova Frontiera dello spazio, il pantano politico ed economico della guerra in Vietnam e la crisi petrolifera degli anni Settanta cospirarono per causare tagli drastici ai budget della NASA e alla disponibilità a correre rischi del Congresso statunitense.


La missione in dettaglio


In concreto, la missione verso Venere si sarebbe svolta in questo modo: il Saturn V avrebbe portato in orbita intorno alla Terra un modulo di comando e servizio (CSM) Apollo, sostanzialmente identico a quelli usati per raggiungere la Luna, che sarebbe stato il veicolo principale, con le funzioni di navigazione e propulsione. Al posto del modulo lunare (LM) usato per scendere sulla Luna e ripartirne, vi sarebbe stato un Environmental Service Module (ESM), un modulo abitabile al quale il CSM si sarebbe agganciato mediante una manovra effettuata durante il volo spaziale, esattamente come faceva con il modulo lunare.

Il terzo stadio del Saturn V avrebbe fornito la spinta iniziale per uscire dall’orbita terrestre e dirigersi verso Venere e poi sarebbe stato trasformato dagli astronauti in un ulteriore spazio abitabile usando i componenti e le attrezzature trasportate nell’ESM: un concetto ripreso in parte con la stazione spaziale Skylab, che fu effettivamente costruita convertendo un terzo stadio di un Saturn V, ma facendo la conversione prima del lancio anziché nello spazio. L’energia di bordo sarebbe stata fornita da alcuni pannelli solari invece di dipendere dalle celle a combustibile usate per le missioni lunari: anche quest’idea verrà ripresa per lo Skylab.

Sezione del veicolo interplanetario Apollo. Credit: NASA.


Durante i 123 giorni di volo verso Venere, i tre uomini dell’equipaggio (le donne non facevano ancora parte dei programmi spaziali della NASA) avrebbero dedicato dieci ore di ogni giorno alle osservazioni scientifiche usando gli strumenti installati nell’ESM. Per la prima volta nella storia dell’astronautica statunitense, avrebbero avuto due ore di tempo libero ogni giorno.

Tanti mesi da trascorrere confinati negli spazi angusti di un’astronave lunga in tutto una trentina di metri, senza neanche una “passeggiata spaziale” salvo emergenze, sarebbero stati infatti una sfida anche psicologica che avrebbe reso impraticabili i ritmi serrati e le pianificazioni meticolose di ogni minuto della giornata degli astronauti che avevano caratterizzato le brevi missioni lunari, e quindi occorreva prevedere delle pause. All’equipaggio sarebbero stati concessi un piccolo proiettore cinematografico, 2 kg di film su pellicola, 1,5 kg di musica, 1 kg di giochi e 9 kg di libri o riviste: un po' poco per trascorrere oltre un anno nello spazio.

Il passaggio ravvicinato intorno a Venere, invece, sarebbe stato frenetico: circa 45 minuti per le osservazioni a breve distanza (6200 km nel momento di massima vicinanza, correndo a 16.500 km/h), per una mappatura radar delle altimetrie della zona sorvolata e per il lancio di sonde che avrebbero trasmesso dati sulle condizioni atmosferiche del pianeta.

A parte la scienza, però, ci sarebbe stata l’emozione: per la prima volta, sia pure fugacemente, degli esseri umani avrebbero visto da vicino, con i propri occhi, un altro pianeta, riportando fotografie e filmati a colori sicuramente straordinari ma soprattutto offrendoci il racconto del fascino di avventurarsi nello spazio profondo, a milioni di chilometri dalla Terra.

Il viaggio di ritorno avrebbe richiesto molto più tempo dell’andata, ossia 273 giorni, con una traiettoria che avrebbe portato i tre astronauti più lontano dal Sole rispetto alla Terra (a 1,24 unità astronomiche) e poi si sarebbe conclusa, come consueto, con l’eliminazione di tutto il veicolo tranne la capsula conica Apollo (il modulo di comando) e con un rientro nell’atmosfera terrestre a velocità ancora più elevata rispetto ai 40.000 km/h del ritorno dalla Luna.

Gli astronauti avrebbero vissuto in assenza di peso per oltre un anno, avendo a disposizione solo una sorta di cyclette per mantenere il tono muscolare, e sarebbero stati esposti alle radiazioni dello spazio profondo per un periodo ben più lungo rispetto agli astronauti delle missioni lunari: per questo era prevista a bordo una zona particolarmente schermata ed era stata scelta una data di partenza che coincideva con un periodo di attività solare minima che avrebbe ridotto l’esposizione dell’equipaggio.


Perché un equipaggio?


Oggi pensare di rischiare la vita di astronauti mandandoli verso Venere per compiere rilevamenti scientifici sembra assolutamente insensato, ma occorre considerare lo stato dei sistemi automatici dell’epoca, molto meno affidabile e flessibile rispetto a quello delle sonde spaziali di oggi, aggiornabili via software. Con la tecnologia di allora c’era il rischio concreto che una sonda senza equipaggio si guastasse o subisse un imprevisto banale, che una persona sul posto avrebbe potuto compensare ma che una sonda avrebbe trovato insormontabile. Molte missioni senza equipaggio erano già fallite per motivi ignoti o banali.

La NASA, oltretutto, avrebbe dimostrato la superiorità delle missioni con equipaggio proprio con gli sbarchi lunari fra il 1969 e il 1972: gli astronauti sul posto si sarebbero spostati agevolmente, scegliendo i campioni di roccia più adatti, avrebbero ricevuto istruzioni estemporanee sul posto, avrebbero deciso di cambiare il punto di allunaggio per evitare una distesa irta di massi non vista dal computer (Apollo 11) e addirittura riparato i sistemi di bordo (durante Apollo 14, l’astronauta Ed Mitchell avrebbe corretto un malfunzionamento del computer di guida del veicolo spaziale che avrebbe compromesso la missione).

Una dimostrazione analoga sarebbe avvenuta con le missioni Skylab (1973-1974), quando gli astronauti a bordo avrebbero manovrato il telescopio e gli strumenti di bordo per inquadrare precisamente le aree del Sole maggiormente interessanti per le osservazioni scientifiche, con un tempismo e una precisione impensabili con un sistema automatico.

Il progetto Manned Venus Flyby era anche figlio di un’epoca nella quale le vite degli astronauti erano considerate politicamente e socialmente più sacrificabili di quanto lo sono oggi e quindi si accettavano consapevolmente rischi elevati in nome del prestigio nazionale.


Fine di un sogno


Alla fine, però, il volo umano interplanetario verso Venere rimase sulla carta, non solo per i motivi storici e politici già citati ma anche per via del grande progresso avvenuto negli anni successivi nella progettazione di sonde automatiche potenti, versatili e flessibili, i cui costi furono enormemente inferiori a quelli di una missione con equipaggio. La NASA esplorò Venere con la sonda orbitale Pioneer 12 nel 1978 e l’Unione Sovietica riuscì a scattare foto sulla superficie del pianeta, raccogliere dati scientifici e trasmettere il tutto a Terra con le sonde della serie Venera fra il 1961 e il 1983.

E per quanto sia affascinante l’idea di dove saremmo arrivati con un po' di coraggio e di ingegno, è un bene che il Manned Venus Flyby non sia avvenuto: il 5 e 6 luglio 1974 la Terra fu investita da una grande tempesta di elettroni e protoni emessi dal Sole (una Coronal Mass Ejection), che non ebbe effetti sulla popolazione grazie alla protezione offerta dal campo magnetico terrestre ma avrebbe investito gli astronauti di ritorno da Venere, esponendoli a una dose di radiazioni elevatissima e potenzialmente fatale nonostante la schermatura rinforzata prevista a bordo del veicolo interplanetario Apollo.

La natura, insomma, ha modi assai convincenti di ricordarci che lo spazio è immenso e ricco di pericoli e che l’unica oasi relativamente sicura in tutto l’Universo che conosciamo è la nostra piccola, fragile astronave Terra. Meglio averne cura.


Fonti: False Steps, Wired.com, NasaSpaceflight.com, Spaceflight History, Universe Today, Astronautix; Manned Venus Orbiting Mission, Nasa Technical Memorandum, 1967.

Questo mio articolo è stato pubblicato per la prima volta su carta nel numero 1/2018 della rivista Spazio Magazine dell'Associazione ADAA e vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori di questo blog. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

2019/09/11

Il Delirio del Giorno: essere cechi e non saperlo

Commento ricevuto poco fa su questo blog per questo articolo del 2011:

Attivissimo,come fai a negare che 6 un ignorante a priori!!!!Non parlo di questa fesseria della terra cava!!!!ma tu ignori a priori tuuuuuutte le tesi che promuove mazzucco e cio indica malafedecome fai a negare le esplosioni avvenute prima della caduta delle torri!!a gia le torri erano vuote al centro...sei un GRAN BUGIARDO E DI QUELLI PIU INFIMI PERCHE FATE DISINFORMAZIONE TU E QUEI PEZZENTI COME TE!!Dovreste essere voi a chiarire le cose ma invece siete cosi cechi o volutamente cechi o pagati per esserlo che siete davvero miserabili su come mentite sapendo di farlo!!!i cerchi nel grano li fanno i ricci in calore??!!!e la cosa assurda e che la gente ignorante non va ad informarsi si fida di una faccia come la tua!!!!spero e mi auguro che prima o poi verrete trattati per cio che siete!!!!!!divulgatori si menzogne ladri di sapere e ladri di conoscenza!!!!!.


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2019/09/10

Antibufala: il video del conducente addormentato in Tesla

Sta spopolando un video, ripreso negli Stati Uniti, nel quale si vedono il conducente e un’altra persona, a bordo di una Tesla Model X, che sembrano addormentate o incoscienti mentre la loro auto procede autonomamente in autostrada grazie al suo sistema di guida assistita.




Prima di tutto, questo comportamento è totalmente irresponsabile. Le Tesla, come molte altre auto di fascia alta, hanno un sistema di guida assistita, che non sostituisce il conducente, che rimane responsabile della condotta del veicolo e deve restare vigile e pronto a prendere il controllo.

Si tratta appunto di un assistente di guida, non di guida autonoma, nella quale l’auto non avrebbe bisogno di un conducente. Questo viene messo in chiaro continuamente, nel manuale e sullo schermo dell’auto ogni volta che si attiva il sistema (che nelle Tesla è infelicemente e ingannevolmente denominato Autopilot).

Che questo video sia una messinscena, uno svenimento o un colpo di sonno, poco importa per ora: il concetto importante è che le Tesla non funzionano come si vede nel video se non vengono manipolate. Se il conducente non fa sentire la propria presenza periodicamente agendo almeno leggermente sul volante, una Tesla non continua ad andare come si vede nel video, ma attiva una serie di allarmi sempre più intensi, poi accosta e si ferma.

Lo si vede molto bene in questo video dimostrativo, da non imitare:



Nel video dimostrativo, il conducente attiva la guida assistita e simula uno svenimento togliendo lo sguardo dalla strada e chiudendo gli occhi (assolutamente irresponsabile). 40 secondi dopo, la guida assistita inizia a far lampeggiare lo schermo. A 50 secondi dallo svenimento simulato arriva il primo allarme acustico. A 70 secondi l’allarme acustico diventa continuo; poi l’auto rallenta, accosta e si ferma, mettendo la freccia.

È comunque una situazione di pericolo, perché l’auto è ferma sulla corsia di destra e non sulla corsia d’emergenza. Ma va anche detto che in un’auto priva di guida assistita, un colpo di sonno o un malore del conducente avrebbe fatto andare l’auto chissà dove, con conseguenze gravissime.

Esistono modi per ingannare questo sistema di rilevamento dell’attenzione del guidatore, ma sono intenzionali: richiedono che il conducente li usi apposta e non possono verificarsi per caso. I sensori dell’auto richiedono infatti che sul volante ci sia un minimo di resistenza, prodotta per esempio dal peso del braccio del guidatore, e se si sviene o ci si addormenta è altamente improbabile che il braccio rimanga sul volante. Ho provato personalmente questo sensore su una Model 3, e confermo che bastano pochi secondi senza la mano ben ferma sul volante per far attivare il primo avviso visivo.



Detto questo, a mio parere Tesla potrebbe fare di più per impedire questo genere di situazione, per esempio usando la telecamera interna (presente sulla Model 3) per rilevare la direzione dello sguardo del conducente o almeno verificare che il conducente non abbia gli occhi chiusi. La questione è esaminata in dettaglio in questo articolo di Ars Technica.

La BBC ha pubblicato un test effettuato in condizioni sicure, ossia su una pista, con un’auto dotata di guida assistita. I risultati di una disubbidienza ai richiami dell’auto sono eloquentissimi e gli esperti chiedono che un’auto di questo genere non si fermi in corsia ma accosti, per evitare incidenti catastrofici.



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Ci vediamo a Padova al Cicap Fest?

Dal 13 al 15 settembre sarò a Padova, al Cicap Fest 2019, il festival della scienza e della curiosità. Gli ospiti sono troppi da citare tutti qui (faccio solo due nomi: Piero Angela e Paolo Nespoli), ma li trovate elencati al completo nel programma della manifestazione, che include anche tutte le informazioni su come partecipare: gli incontri sono quasi tutti a ingresso libero con preregistrazione.

Sì, il Cicap Fest comincia di venerdì 13, perché non siamo superstiziosi.

La mia partecipazione sarà una piccola maratona, con ben cinque appuntamenti come relatore o moderatore: quasi quasi faccio una tessera fedeltà per i più assidui.

  • Venerdì 13 alle 17:20 modererò l’incontro con Stefano Bigliardi, autore di La Luna dimezzata: Islam e cospirazionismo, al portico di Palazzo Moroni.
  • Sempre venerdi, ma alle 18:30, terrò la conferenza Gabinetti nello spazio: le risposte alla domanda che voremmo tutti fare alla Sala Paladin di Palazzo Moroni.
  • Sabato 14 alle 12:20 modererò Luca Boschini, autore di Il mistero dei cosmonauti perduti, al portico di Palazzo Moroni.
  • Sempre sabato, ma alle 17:10, terrò la conferenza Luna? Sì, ci siamo andati!, con la moderazione di Paolo Cagnan presso l’Aula Magna di Palazzo Bo.
  • Domenica 15 alle 13:50, infine, modererò l’incontro Dalla Luna all’Italia con Luigi Pizzimenti per raccontare con lui i retroscena della nostra pazza idea di portare in giro per l’Italia un pezzo di Luna delle missioni Apollo. L’appuntamento è alla Sala Anziani di Palazzo Moroni, contrariamente a quanto indicato nel programma, a causa di un cambio tecnico all’ultimo momento.
Vi aspetto!

2019/09/08

Localizzato il veicolo spaziale indiano Vikram disperso sulla Luna

Ultimo aggiornamento: 2019/09/09 13:25.

In tutti questi decenni di voli spaziali, solo Russia, Cina e Stati Uniti sono riuscite a far atterrare un veicolo sulla Luna. Ci hanno provato di recente gli israeliani di SpaceIL con il lander Beresheet, ad aprile, e ci ha provato pochi giorni fa l’agenzia spaziale indiana ISRO con il veicolo di allunaggio Vikram. In entrambi i casi è andata male. La Luna è una severa maestra, e i viaggi spaziali sono molto più difficili di quanto pensano molti di fronte ai successi apparentemente facili di NASA, ESA, Roscosmos, SpaceX e della Cina.

Nel caso della missione indiana, raccontata bene in dettaglio su Astronautinews, va considerato che comunque la sonda Chandrayaan-2, che trasportava il lander Vikram concepito per atterrare presso il polo sud lunare, è entrata correttamente in orbita intorno alla Luna e quindi non si può certo parlare di fallimento completo della missione. L’India ha comunque dimostrato di nuovo (dopo il successo di Chandrayaan-1) di avere le competenze e la tecnologia sufficienti per portare un veicolo spaziale fino alla Luna, cosa di cui pochi paesi al mondo possono vantarsi.

Secondo il Times of India e TimesNowNews, il lander indiano, dal quale non era più stato ricevuto alcun segnale quando era arrivato a 2100 metri dalla superficie lunare, sarebbe stato localizzato e il modulo orbitale della sonda sarebbe riuscito a fotografarlo o a ottenerne un’immagine termica, stando alle dichiarazioni attribuite al presidente dell’ISRO, Kailasavadivoo Sivan. Non si sa se il lander sia stato in grado di effettuare un allunaggio morbido.

Nelle ore successive a queste dichiarazioni sono comparsi numerosi account Twitter che si sono spacciati per quello di Sivan, con tanto di presunte “foto termiche”, ma si tratta di impostori. Ne avevo pubblicato uno qui con riserva, ma l’ho poi cancellato quando è emerso che si trattava indubbiamente di un falso, come segnalato anche da Ufoofinterest e successivamente smentito dall’ISRO.






Il modulo orbitale ha strumenti, come la Orbiter High Resolution Camera, in grado di rilevare dettagli di 30 centimetri sulla superficie della Luna, per cui potrebbe fornire nuove immagini dei siti degli allunaggi umani del programma Apollo.


Fonte aggiuntiva: Space.com. Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

Un altro giorno, un altro database esposto a Internet. Facciamo due

Due dump di database di una nota università italiana sono pubblicamente trovabili tramite una semplice ricerca in Google. Contengono dati potenzialmente riservati, come esiti di esami e soluzioni di prove. Così poco fa ho scritto alla Nota Università per avvisarla:

Buongiorno,

sono un giornalista informatico, collaboratore della Radiotelevisione Svizzera. Da fonte giornalisticamente confidenziale mi è arrivata la segnalazione che avete dei database esposti a Internet, con esiti di esami e altri documenti forse da tenere riservati. I database sono trovabili con una semplice ricerca in Google.

Li trova qui: [link omessi]

Presumo che non sia intenzionale e che vogliate rimediare.

La prego di trasmettere queste informazioni al vostro responsabile informatico. Resto a vostra disposizione per qualunque chiarimento.


Cordiali saluti
Paolo Attivissimo
Lugano, Svizzera


Vediamo cosa succede. Nel frattempo, se siete responsabili informatici di qualunque facoltà o azienda o ente, fatevi una cortesia: controllate che i vostri database Mysql non siano visibili ai motori di ricerca. Eviterete imbarazzi.


2019/09/09: I database non sono più accessibili.


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Amazon.it e la “puttana da golf”

Le traduzioni automatiche a volte hanno qualche leggero problema. Questi sono tutti link e screenshot verificati personalmente poco fa.

Shuzhen,Puttana da Golf per Esterno da Golf con Testa in Acciaio Inossidabile (link)

Borsa da viaggio unisex non essere una borsa da viaggio multifunzionale salata di puttana con sacchetti cosmetici con cerniera (link)

Cazzo di fagioli mung, verde, lucido, confezione da 5 (confezione da 5 x 400 g) (link)
KHE &apos BMX vorde Rad sunrims 4PLAY cerchione praezisionsgelagerte mozzo Die Puttana direttamente E3 (link)
Puttana da Gamba Aperta Petite Open da Donna ComfortSoft_Violet Splendor Htr_M (link)


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2019/09/07

Alla Franklin University di Lugano parleremo di cybersecurity e diritti umani l’11 settembre

Mercoledì 11 settembre si terrà alla Franklin University (via Ponte Tresa 29,  Sorengo) il simposio Cybersecurity and Human Rights, al quale parteciperò sia come pubblico, sia come panelist.

Se vi interessa partecipare al simposio, che è interamente in inglese, trovate il programma, l’elenco dei relatori e tutti i dettagli su Cmcsymposium.org. La preregistrazione è obbligatoria.

Puntata del Disinformatico RSI del 2019/09/06

È disponibile la puntata di ieri del Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, condotta da me insieme a DJ Sterky.

Podcast solo audio: link diretto alla puntata.

Podcast audio precedenti: archivio sul sito RSI, archivio su iTunes e archivio su TuneIn, archivio su Spotify.

App RSI (iOS/Android): qui.

Video: lo trovate qui sotto.

Archivio dei video precedenti: La radio da guardare sul sito della RSI.

Buona visione e buon ascolto!


2019/09/06

Antibufala: le foto di raggi spaziali che causano incendi nei boschi

Ultimo aggiornamento: 2019/09/07 20:55.

Circola nei social network un post che mostra immagini a prima vista inquietanti di quelli che sembrano essere raggi luminosi che provengono dal cielo e provocano incendi nei boschi. Il testo parla di “armi a energia diretta satellitare”, di “tecnologia usurpata a Tesla per i soliti scopi di potere”, e se la prende con Piero Angela. La didascalia delle immagini dice “Ecco come provocano i grandi incendi nel pianeta, altro che la favoletta del caldo torrido”.

Non si sa bene se chi ha scritto questo post l’abbia fatto per satira o perché crede veramente ai raggi incendiari spaziali, ma in ogni caso il sito di debunking Bufale un tanto al chilo ha pubblicato il testo integrale del post e ha indagato sull’origine delle immagini.

Non vi sorprenderà sapere che nessuna delle foto mostrate rappresenta armi spaziali incendiarie. Però è interessante capire quale sia la vera natura di quello che si vede nelle immagini.

BUTAC ha scoperto che la prima delle tre foto, quella a sinistra, mostra il decollo di un razzo Falcon 9 dalla base militare di Vandenberg, in California, a maggio del 2018. La foto originale è la seconda di questo articolo di Ars Technica, scattata con un tempo di posa lungo che trasforma il bagliore dei motori in una scia (come si nota dall’aspetto sfumato delle onde dell’oceano).

Credit: SpaceX.


Una foto scattata con un tempo di posa normale dallo stesso punto di vista durante lo stesso lancio conferma che si tratta del decollo di un razzo:

Credit: SpaceX.


La foto in alto a destra nostra un cosiddetto light pillar, o colonna di luce: un fenomeno atmosferico che si produce quando l’aria contiene cristalli di ghiaccio in sospensione, che agiscono da minuscoli specchi: quelli situati otticamente sopra l’asse che unisce l’osservatore a un oggetto luminoso riflettono la sua luce. In questo caso, si tratta di una foto scattata in Ohio durante una fiammata controllata di una raffineria a gennaio del 2018, secondo The Black Vault.

Per la foto in basso a destra, invece, né io né BUTAC siamo riusciti a trovare con certezza la fonte esatta, ma a mio parere potrebbe essere questo tweet, che parla di un incendio boschivo in California, a maggio del 2018.




Come si può notare osservando la foto originale, mostrata qui sotto, il “raggio” si affievolisce proprio nella parte più vicina all’incendio, cosa piuttosto bizzarra se si trattasse di un raggio incendiario, ma perfettamente plausibile se si tratta invece semplicemente di un riflesso del sole nell’obiettivo (un fenomeno frequente, come descritto in questo video). Per coincidenza, l’obiettivo è orientato in modo da incrociare il fumo. Infatti la direzione delle ombre nella foto indica che il sole si trova, fuori dall’inquadratura, in alto a destra, ossia nella stessa zona verso la quale è direzionato il raggio:

Viviamo nel futuro: scuola chiusa per ransomware

Nuove scuse per non andare a scuola in stile ventunesimo secolo: ieri gli istituti dello Unified School District di Flagstaff, in Arizona, hanno annullato tutte le lezioni a causa di un attacco di ransomware a carico dei server del sistema scolastico, che ora è stato isolato completamente da Internet per consentire il lavoro degli esperti allo scopo di contenere e mitigare il problema, secondo il portavoce del distretto.

Ma non è il caso di pensare al gesto di qualche studente svogliato: gli attacchi informatici alle scuole e alle istituzioni amministrative e governative a scopo di estorsione sono in aumento: dall’inizio dell’anno, negli Stati Uniti ce ne sono stati più di settanta. La ragione è molto semplice: il crimine informatico organizzato non è stupido e prende di mira i bersagli meno protetti e con minori risorse disponibili per la prevenzione. Inoltre spesso costa meno pagare un riscatto ogni tanto, se e quando succede un attacco, che investire continuamente in aggiornamenti, formazione del personale e sistemi di backup e prevenzione, anche perché gli incidenti informatici sono coperti dalle assicurazioni ma la prevenzione no.

Un esempio concreto: a giugno scorso l’amministrazione pubblica della cittadina di Riviera Beach, in Florida, è stata colpita da un attacco informatico che chiedeva un riscatto di 600.000 dollari per riavere accesso ai dati dell’amministrazione stessa, e il riscatto è stato pagato per decisione del consiglio municipale nonostante il parere contrario dell’FBI; metà dell’importo è stato pagato dall’assicurazione. Non c’è quindi da meravigliarsi che il ransomware prosperi in questi ambienti.


Fonte: Ars Technica.

Se non scrivi, ti cancello

Siete il tipo di persona che lavora bene soltanto quando incombe una scadenza? Lo stress stimola la vostra creatività? Dovete scrivere un testo e non avete idee? Allora ho l’app perfetta per voi.

È Themostdangerouswritingapp.com: è una pagina web nella quale potete scrivere un testo, ma attenzione: se smettete di scrivere per pochi secondi, il testo comincia a svanire e se non scrivete subito qualcosa sparisce per sempre. Non si può barare incollando del testo scritto altrove, però si può selezionare il testo scritto in quest’app e copiarlo per salvarlo altrove. Ciliegina sulla torta, se si perde il testo e si clicca su Help, non succede nulla. Non c’è nessun help.

Siamo abituati ad essere ansiosi perché temiamo che l’app di scrittura si pianti o che ci dimentichiamo di salvare, e oggi le applicazioni hanno mille funzioni di salvataggio automatico, undo, e simili: questa, invece, è una creazione leggermente sadica di Manuel Ebert, che in realtà serve a promuovere il suo software di scrittura facilitata, Squibler. Ma a volte la pubblicità, quando va controcorrente, diventa una forma involontaria d’arte.

Lampadine così “smart” che le comandi anche dopo che le hai restituite

Se avete comperato o state pensando di comperare delle lampadine smart Philips Hue, fate molta attenzione: se sono state usate da qualcuno prima di voi, quella persona potrebbe averne ancora il controllo.

Lo ha scoperto John Aravosis, di Americablog, quando ne ha comprate alcune e le ha restituite ad Amazon. Si è accorto che le stesse lampadine sono state consegnate a un nuovo cliente, ma il comando delle lampadine è rimasto in parte a lui e gli arrivano aggiornamenti costanti sullo stato di questi dispositivi e sul Bridge che le collega. Aravosis vede anche il nome e cognome del nuovo acquirente e il suo indirizzo di e-mail.

La storia è raccontata qui, e si conclude con una decisione discutibile: dopo aver eliminato dal proprio account Philips le vecchie lampadine, Aravosis ha cancellato l’intero account, sperando che in questo modo non si sia cancellato anche quello della nuova acquirente.

Avete mai comprato lampadine smart? Le comprereste, considerando queste vulnerabilità?

Tracciatori GPS troppo pettegoli e promiscui. 600.000 hanno password "123456"

 Ars Technica riferisce che circa seicentomila dispositivi di tracciamento GPS, utilizzati per il monitoraggio della localizzazione di bambini, anziani e animali domestici sono su Internet con una password assolutamente banale: 123456. Che è quella predefinita in fabbrica.

Si tratta di dispositivi a basso costo (da 2 a 50 dollari), molto compatti, in vendita nei grandi negozi online sotto vari nomi, come T8 Mini GPS Tracker Locator, e tutti fabbricati dalla Shenzhen i365 Tech.

I dispositivi trasmettono tutti i dati senza alcuna cifratura, e così i ricercatori di Avast Threat Labs hanno scoperto che chiunque si trovi sulla stessa rete usata dallo smartphone e dall’app Web utilizzati per gestire questi tracciatori può intercettarne il traffico di informazioni e anche modificarlo, per esempio mandando un messaggio ingannevole allo smartphone oppure cambiando le coordinate geografiche segnalate dal dispositivo.

I ricercatori hanno scoperto che grazie alla progettazione poco attenta è anche possibile fare in modo che il tracciatore chiami un numero di telefono scelto dall’aggressore e gli trasmetta qualunque audio sia a portata del microfono incorporato nel dispositivo. Ed è solo l’inizio, perché poi si possono effettuare attacchi man in the middle e altre cose simpatiche di questo genere.

In altre parole, un dispositivo che si compra per proteggere qualcuno in realtà lo rende più vulnerabile.

L’azienda è stata allertata, ma finora non ha risposto, per cui i ricercatori hanno deciso di pubblicare la scoperta facendo il nome del prodotto in modo da dare a chi lo usa la possibilità di informarsi. L’unico rimedio, purtroppo, è smettere di usarlo.

2019/09/05

Restaurare pellicole con SilverFast 8 e scanner Plustek 8200 SE

Questo è uno screenshot a bassa risoluzione.
La scansione effettiva è molto più nitida.
Ultimo aggiornamento: 2019/09/07 18:10.

Mi sono finalmente deciso a digitalizzare per bene tutto l’archivio fotografico di famiglia prima che il naturale deterioramento delle pellicole (negativi e diapositive) sbiadisca per sempre i ricordi, e così ho comprato uno scanner Plustek 8200 SE (320 CHF qui in Svizzera), dotato di sensore a infrarossi per il rilevamento della polvere e dello sporco e fornito con SilverFast 8.8 (MacOS/Windows), software in grado di usare questo sensore per riconoscere questi difetti e correggerli insieme ai graffi e incluso nel prezzo dello scanner.

L’ho collegato a un Mac che lavora intanto che io faccio altro: ci mette una decina di minuti a foto (sto facendo passate multiple alla massima risoluzione, più post-elaborazione in automatico), ma il risultato è notevole: non va sempre così bene automaticamente come vedete qui sotto e a volte serve una correzione manuale, ma quando va bene al primo colpo è una gioia.

Questa, per esempio, è una ripulitura della polvere ormai incrostata e non rimovibile senza un lavoro paziente che è impossibile fare per migliaia di diapositive come queste.



Ripesco questa che testimonia, per gli increduli, che una volta ero bello e biondo:




Lo scanner invece fa fatica con le diapositive sottoesposte o scure: non è possibile regolare l’esposizione per schiarirle. In questi casi serve una soluzione alternativa: per esempio una fotocamera digitale macro che fotografi la pellicola.

Se non avete ancora pensato di digitalizzare i ricordi, fatelo. Il tempo passa inesorabile per tutti i supporti analogici.


2019/09/06


Per chi mi ha chiesto le impostazioni che uso per la scansione delle diapositive (l'unica che ho fatto finora con questo scanner), eccole:

  1. Non uso Workflow Pilot (l’automatismo totale).
  2. Mi assicuro che tutti i tool siano disabilitati, così abilito solo quelli che mi servono.
  3. Scelgo Transparency, Positive, 48--24 bit.
  4. Faccio la pre-scansione con Prescan.
  5. Scelgo le dimensioni e il formato: TIFF, A5, Typesetter 600 ppi. Questo porta la risoluzione a 7200 ppi e produce immagini da circa 5000x3400 pixel a 600x600 di risoluzione). Sono file da circa 100 megabyte; per me non è un problema, ho dischi rigidi in abbondanza.
  6. Clicco su Frame - Find frames - Slide 35 mm, per fargli identificare automaticamente i bordi della diapositiva.
  7. Stringo leggermente il frame per non includere gli angoli stondati, che falsano la riparazione dei graffi e produrrebbero artefatti (vengono “corretti” mettendoci dei pixel, come dire, ispirati da quelli adiacenti, ma il risultato è pessimo).
  8. Attivo AutoCCR (correzione automatica delle dominanti cromatiche; di solito funziona bene e non serve farla a mano).
  9. Provo Picture settings - Midtone per vedere se cambiando il valore ottengo qualche miglioramento.
  10. Se le dominanti cromatiche non sono sparite del tutto, attivo Global CC e provo a cambiarne il valore.
  11. Per le dia a colori non Kodachrome, attivo iSRD (la rimozione di graffi, polvere e peluzzi tramite scansione a infrarossi; non funziona sulle Kodachrome e sulle pellicole in bianco e nero a causa del supporto non permeabile agli infrarossi), impostandolo su Correct con Detection medio-alta (10 di solito è sufficiente, ma salgo a 17-20 nei casi gravi, facendo attenzione agli artefatti). In alternativa, uso SRD (rimozione senza scansione a infrarossi), con Detection a 20 e Tile Size 4.
  12. Non uso AACO (correzione contrasto): mi dà risultati scadenti.
  13. Attivo GANE (riduzione grana e rumore) in modalità Light.
  14. Attivo Multiple Exposure (passate multiple con “diaframma” differente per scansionare bene sia le zone più chiare, sia quelle più scure).
  15. Pulisco bene la pellicola con un soffietto. Solo nei casi disperati uso un pennellino o, in quelli ancora più disperati, un panno da occhiali leggermente inumidito.
  16. Faccio la scansione e controllo il risultato; se accettabile, passo alla scansione successiva tornando al punto 6.


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5G, ne parliamo stasera a Carabbia (Lugano)

Questa sera alle 20 sarò a Carabbia, alla ex Casa Comunale in Piazza Balmelli, per parlare delle reti cellulari 5G e delle preoccupazioni che le riguardano. Con me ci sarà Andrea Galeazzi, rappresentante dell’operatore telefonico Swisscom.

L’incontro è organizzato dalla Commissione di quartiere di Carabbia in collaborazione con l’Ufficio quartieri della Città di Lugano.

L’ingresso è libero.

2019/09/02

Privacy digitale, pratiche visibili a tutti sul sito dell’ENEA (aggiornamento: risolto)

Ultimo aggiornamento: 2019/09/03 18:00.

Il sito delle detrazioni fiscali ecobonus dell'ENEA permette a chiunque di vedere le pratiche altrui, come si può notare nello screenshot qui accanto, nel quale ho mascherato i nomi degli utenti.

Non è necessario conoscere alcuna login o password: è sufficiente un URL pubblico. Risultano inoltre esaminabili i dettagli delle singole pratiche e i rispettivi allegati, che ho scelto di non pubblicare qui nemmeno in versione mascherata.

Grazie a @i_am_sverx, che mi ha trovato le coordinate del responsabile della protezione dei dati (un po’ nascoste su ecobonus2019.enea.it/privacy.asp), l’ho potuto avvisare via mail. Ho messo in copia cnaipic@interno.it e comunicazioneweb@enea.it, fornendo loro l’URL pubblico in questione.

Il mio tweet sulla questione ha attirato l’interesse degli addetti del team digitale di Governo.it, che stanno esaminando la situazione. Su loro suggerimento, ho messo in copia anche il CERT della pubblica amministrazione italiana. Vediamo che succede.


2019/09/03 18:00


Ho ricevuto mail dalla responsabile relazioni esterne e comunicazione e dal responsabile della divisione ICT di Enea, che mi dicono che il problema è stato risolto. I primi controlli confermano. Ora restano solo le eventuali questioni legate al GDPR.


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2019/09/01

Antibufala: l’ex direttore di “Quattroruote” e l’auto elettrica caricata dal “gruppo elettrogeno a benzina”

Ultimo aggiornamento: 2019/09/02 10:30.

Oggi (1/9) Carlo Cavicchi, ex direttore di Quattroruote, ha postato su Twitter questa foto, descrivendola con le parole “Il futuro che avanza: un'automobile diesel con al traino un gruppo elettrogeno a benzina per ricaricare una vettura elettrica ferma...” (copia permanente su Archive.org).

Ma lo sfottò è decisamente mal giocato, perché in realtà quello che Cavicchi ha definito “gruppo elettrogeno a benzina” è una batteria. Specificamente, una batteria del tipo che viene usato sia per soccorrere un’auto elettrica rimasta inaspettatamente a corto di carica, sia per fornire un punto di ricarica mobile su prenotazione in posti dove manca una colonnina, come fa per esempio E-Gap a Milano e a Roma.

Sappiamo che si tratta di una batteria da un indizio che forse a Cavicchi è sfuggito: quella scritta “EV” che si nota sul presunto “gruppo elettrogeno a benzina”. Infatti cercando in Rete, come ha fatto egregiamente Lorenzo Marfisi, salta fuori che si tratta di questo “powerbank per auto” presentato in Austria e concepito per dare in 15 minuti una carica sufficiente ad arrivare alla colonnina più vicina.




Più specificamente, AFP segnala che la foto originale proviene dall’account Facebook dell’ÖAMTC, il touring club austriaco, dove è descritta come la prima prova di questo “powerbank mobile”, che in 20 minuti ha caricato una Mercedes elettrica abbastanza da permetterle di raggiungere la stazione di ricarica più vicina. È insomma l’equivalente elettrico della tanichetta di benzina.


È davvero desolante che un ex direttore di una testata specialistica come Quattroruote, che ha ancora il nick @Cavicchi4R che richiama la testata, si faccia guidare dalle bufale trovate in Rete (e già sbufalate da tempo) invece di informarsi e informare i suoi lettori.

Ho chiesto pubblicamente a Cavicchi se intende rettificare il suo tweet. Finora nessuna risposta.


2019/09/02 10:30


Il tweet di Cavicchi è stato eliminato. La copia su Archive.org rimane.


Questo articolo è stato aggiornato per rettificare che Cavicchi è oggi ex direttore di Quattroruote, non direttore attuale come avevo scritto inizialmente, e vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

Tra pochi giorni “Apollo 11” nelle sale italiane (e anche in Svizzera)



Dal 9 all’11 settembre sarà nelle sale cinematografiche italiane il magnifico documentario Apollo 11, realizzato usando esclusivamente immagini originali restaurate delle missioni Apollo. Se siete appassionati, è assolutamente imperdibile. Alcune sequenze, come il decollo del Saturn V, lasciano chiunque a bocca aperta per la loro potenza maestosa e per la qualità straordinaria delle immagini. Ê facile esaurire i superlativi nel parlare di quest’opera, ma non esagero: non ho mai visto nulla del genere. Ne ho già parlato qui e qui.

Aggiornamento: il documentario sarà proiettato anche al cinema Lux di Massagno (Lugano) dal 4 all’8 settembre, in inglese con sottotitoli italiani.

Va detto, per rigore storico e senza nulla togliere al lavoro magnifico di ricerca e restauro degli autori, che alcune immagini sono state ottenute “barando” leggermente.

Alcune immagini della vestizione degli astronauti, per esempio, non sono tratte dal giorno della partenza ma dalla prova generale fatta alcuni giorni prima, il rumore del gigantesco trasportatore è quello di un carro armato anziché quello originale, e alcune riprese della separazione degli stadi provengono da voli precedenti: il senso non cambia, anche se filologicamente si tratta di un leggero calo di purismo, ampiamente compensato dalla bellezza delle immagini.

C’è in particolare una scena che mi ha fatto fare un salto sulla poltrona quando ho visto Apollo 11 per la prima volta: una ripresa cinematografica della riaccensione del terzo stadio del vettore Saturn V che non avevo mai visto in tutti questi anni di ricerca e studio delle missioni Apollo.

Sapevo che a bordo del Saturn V di Apollo 11 non c’erano cineprese in grado di riprendere quella scena, per cui mi sono chiesto da dove diavolo l’avessero tirata fuori: dallo stesso archivio dal quale proviene la fotografia qui sotto: uno stadio S-IV che riaccende il motore per accelerare verso una destinazione molto speciale.


Se vi interessa la risposta, la trovate qui. E poi prenotate un biglietto al cinema, oppure procuratevi il Blu-Ray di Apollo 11 (già uscito in USA e in uscita a novembre in Europa).


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2019/08/31

Dopo il furto dell’account Twitter a Jack Dorsey, una precauzione extra

Il CEO e fondatore di Twitter, Jack Dorsey, si è fatto fregare temporaneamente e parzialmente il controllo del proprio account. Twitter Comms dice che “il numero di telefono associato all’account è stato compromesso a causa di una svista di sicurezza del fornitore cellulare. Questo ha permesso a una persona non autorizzata di comporre e inviare tweet tramite SMS da quel numero di telefono. Il problema è ora risolto”.

Sia come sia, è una buona occasione per ripassare le impostazioni di sicurezza di Twitter.

Per esempio, è assolutamente consigliabile attivare l’autenticazione a due fattori (two-factor authentication o 2FA), altrimenti chiunque scopra o indovini la vostra password potrà prendere il controllo del vostro account.

Io ho la 2FA, basata su Google Authenticator, per cui l’opzione di ricevere un codice di autenticazione tramite SMS non mi serve ed è anzi una possibile vulnerabilità.

L’opzione è accessibile presso questo link diretto di Twitter, ma se ci provate da un browser scoprirete, come è capitato a me, che se cercate di disattivarla verrà disabilitata anche la 2FA. Pessima idea.



Paradossalmente, se faccio la stessa cosa dalla app, funziona senza disabilitare la 2FA.

Basta andare nell’app, toccare l’icona del profilo, scegliere Impostazioni e privacy, Account, Sicurezza, Verifica dell'accesso, e disabilitare la voce SMS.




A questo punto, se vado nell’interfaccia di gestione del mio account tramite browser, mi mostra la voce SMS correttamente disabilitata. Quello che prima mi vietava di fare ora è fatto. Va be’.



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Cari ufologi del CUN, se taccio non vuol dire che confermo. È che sto cercando di non ridere

Comunicazione di servizio: tramite i miei potenti impianti telepatico-bioplasmatici sono venuto a sapere che alcuni ufologi del CUN hanno interpretato il mio silenzio a proposito di un recente caso ufologico come una conferma della credibilità del caso stesso.

Non chiedetemi quale: non voglio regalargli visibilità. Quelli del CUN lo sanno, ed è questo che conta.

Insomma, siamo arrivati al punto che questi ufologi, gli stessi che mi vedono come un babau, mi considerano però un arbitro attendibile della serietà delle loro scoperte. Se il babau non ne parla, ragionano, vuol dire che non sa come smentirlo, quindi il caso è a prova di bomba.

Vorrei calmare subito gli entusiasmi prima che parta un nuovo delirio: non parlo del caso semplicemente perché sto cercando di non riderne. Aspetto che questi autoproclamati scopritori di verità nascoste annuncino trionfalmente di aver trovato, per l’ennesima volta, la prova definitiva delle visite extraterrestri, quella che secondo loro mette a tacere i debunker. Aspetto che ci mettano la faccia.

Poi farò a fettine le loro “prove definitive”. Sarà divertente.

Nextcharge spedisce all’estero senza problemi tessere di ricarica per auto elettriche

Ultimo aggiornamento: 2019/09/02 10:20

Ieri è arrivata al Maniero Digitale una normale busta postale, col timbro postale di Bologna contenente la tessera prepagata di Nextcharge per la mia auto elettrica, che ho ordinato e pagato seguendo la normale procedura seguita da ogni altro cliente.



A quanto pare, la ditta bolognese riesce a fare quello che l’“azienda globale” Enel X trova impossibile, come ho raccontato qui.


2019/09/02 10:20


Mi è arrivata poco fa una mail di Enel X che dice che l’azienda ha attivato la spedizione all’estero e che mi manderà la tessera, oltretutto in omaggio. Interessante.


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Puntata del Disinformatico RSI del 2019/08/30

È disponibile la puntata di ieri del Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, condotta da me insieme a Tiki.

Podcast solo audio: link diretto alla puntata.

Podcast audio precedenti: archivio sul sito RSI, archivio su iTunes e archivio su TuneIn, archivio su Spotify.

App RSI (iOS/Android): qui.

Video: lo trovate qui sotto.

Archivio dei video precedenti: La radio da guardare sul sito della RSI.

Buona visione e buon ascolto!


2019/08/30

Arrestata banda di truffatori che si spacciavano per innamorati

Ogni tanto dal fronte delle truffe su Internet arriva una buona notizia: il Dipartimento di Giustizia statunitense ha reso pubblico l’atto di accusa depositato nei confronti di ben 80 persone, operanti negli Stati Uniti e in Nigeria, che truffavano le proprie vittime con la tecnica del romance scam, ossia spacciandosi online per innamorati, conquistando la fiducia dei propri bersagli e poi chiedendo loro denaro con vari pretesti.

Quattordici degli accusati sono stati arrestati e gli altri sono ricercati. Il gruppo era ben strutturato: due membri fornivano agli altri dei conti correnti sui quali far arrivare i soldi ottenuti dalle vittime. Gli stessi due gestivano anche un giro di correntisti bancari che trasferivano i soldi dagli Stati Uniti alla Nigeria. Le frodi messe a segno dal gruppo ammontano a circa 6 milioni di dollari.

La tecnica del romance scam include casi come quello di una donna che credeva di comunicare via Internet con un capitano dell’esercito americano in Siria, un certo Terry Garcia. Il corteggiamento di Garcia è durato dieci mesi, durante i quali la donna ha inviato al presunto capitano innamorato e bisognoso di aiuto parecchi soldi, che aveva chiesto in prestito alla sorella, all’ex marito e agli amici. Quanti? In tutto 200.000 dollari.

La banda gestiva anche un altro tipo di truffa, il business email compromise, nella quale i capibanda creavano conti correnti intestati a società fittizie i cui nomi somigliavano molto a quelli di fornitori di aziende reali e poi contattavano via mail queste aziende reali chiedendo di pagare tramite bonifico una fornitura. Le aziende inviavano soldi agli impostori credendo di pagare il fornitore legittimo.

Questi criminali sono stati sgominati, ma altre bande continuano ad operare, per cui è importante tenere alta la guardia, diffidando di qualunque richiesta di denaro ricevuta via Internet da presunti corteggiatori o fornitori, ed è importante parlarne soprattutto alle persone più vulnerabili a questi tipi di truffa. Una pulce nell’orecchio preventiva può evitare un buco enorme nel portafogli.

Azienda di pornografia compra sito che rivelava i dati personali dei creatori di contenuti per adulti e gli dà fuoco

Dal mondo della pornografia online arriva una storia di privacy piuttosto insolita, segnalata da Vice.com.

Il sito PornWikileaks.com conteneva un forum dedicato al doxing, ossia alla rivelazione di dati personali (nomi, cognomi, indirizzi di casa e simili) di persone che operano nel settore e dei loro famigliari. Le persone venivano poi molestate e perseguitate dai partecipanti al forum, che conteneva circa 300.000 post.

A quanto pare molte persone che frequentano siti pornografici hanno problemi a capire che anche e soprattutto chi opera in settori sensibili come quello dei contenuti per adulti ha diritto alla propria privacy e a vivere in pace.

L’aspetto insolito della vicenda è che per proteggere queste persone è stata trovata una soluzione decisamente poco ortodossa: un noto sito pornografico ha acquistato il sito PornWikileaks.com e il nome di dominio, ne ha rimosso i contenuti e ha pubblicato un avviso nel quale spiega che ha chiuso il sito, strapieno di messaggi “negativi e pieni di odio”, e ha dato fuoco ai dischi rigidi che ospitavano i dati, mostrando in video il gesto. Dice l’avviso: “Anche se chiudere questo sito non elimina da Internet tutti i possibili collegamenti a nomi reali e altro, perlomeno ora c’è un posto in meno che ospita e permette di trovare facilmente questi dati”.



Un gesto simbolico e inevitabilmente efficace anche come richiamo pubblicitario, che ha dei limiti ma che comunque manda un messaggio importante: tutti, ma proprio tutti, hanno il diritto di non essere perseguitati, e perseguitare non è accettabile, neanche su Internet.

Promemoria antibufala periodico: no, l’avviso salvaprivacy di Facebook non è reale

Certe bufale non muoiono mai. Ha ripreso a circolare questa, che parla di una scadenza (un generico “domani” che vale sempre) dopo la quale Facebook potrà usare le foto degli utenti e avvisa che tutte le cose che avete mai postato diventano pubbliche a partire da oggi, compresi i messaggi che avete cancellato o le foto non permesse, a meno che pubblichiate una dicitura legale che cita la legge “UCC 1-308-1 1 308-103” e lo “Statuto di Roma”.

Questo è un esempio recente, in inglese, segnalato da Sophos:


Don’t forget tomorrow starts the new Facebook rule where they can use your photos. Don’t forget Deadline today!!! It can be used in court cases in litigation against you. Everything you’ve ever posted becomes public from today Even messages that have been deleted or the photos not allowed. It costs nothing for a simple copy and paste, better safe than sorry. Channel 13 News talked about the change in Facebook’s privacy policy. I do not give Facebook or any entities associated with Facebook permission to use my pictures, information, messages or posts, both past and future. With this statement, I give notice to Facebook it is strictly forbidden to disclose, copy, distribute, or take any other action against me based on this profile and/or its contents. The content of this profile is private and confidential information. The violation of privacy can be punished by law (UCC 1-308- 1 1 308-103 and the Rome Statute. NOTE: Facebook is now a public entity. All members must post a note like this. If you prefer, you can copy and paste this version. If you do not publish a statement at least once it will be tacitly allowing the use of your photos, as well as the information contained in the profile status updates. FACEBOOK NOR ANYONE ELSE DOES NOT HAVE MY PERMISSION TO SHARE PHOTOS OR MESSAGES
Copy, Paste and Breathe

E questa è una versione in italiano:

Non dimenticare che domani inizia la nuova regola di Facebook in cui potrai usare le tue foto. Scadenza oggi, non dimenticare! Può essere usato in cause legali contro di te. Tutto quello che hai pubblicato da oggi sarà pubblico. Non sono ammessi messaggi o foto cancellati. Non costa nulla per una semplice copia e incolla, meglio della tolleranza. Channel 13 news ha parlato della modifica delle norme sulla protezione dei dati di Facebook.
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Non do il permesso a Facebook o alle aziende associate a Facebook di utilizzare le mie immagini, informazioni, messaggi o post sia in passato che in futuro. Con questa dichiarazione, faccio notare a Facebook che è rigorosamente proibito pubblicare, copiare, diffondere o prendere qualsiasi altra azione contro di me in base a questo profilo e / o al suo contenuto. Il contenuto di questo profilo è un'informazione privata e riservata. La violazione della privacy può essere punito per legge (UCC 1-308-1 1 308-103 e lo status di Roma). Nota: Facebook è ora una struttura pubblica. Tutti i membri devono postare un indizio come questo. Se preferite, è possibile copiare e incollare questa versione. Se non pubblica una dichiarazione almeno una volta, l'uso delle tue foto e le informazioni incluse nel profilo status sono ammessi.
Non condividere. Copia e incolla.
Il tuo nuovo algoritmo sceglie le stesse poche persone - circa il 25 % che leggono i tuoi post. Quindi,
Tieni premuto il dito in qualsiasi punto del post e verrà mostrato " Copia Fai clic su "Copia". poi accedi alla tua pagina, inizia un nuovo post e metti il dito nel campo vuoto da qualche parte. "inserisci" appare e clicca su inserisci
In questo modo si eluse il sistema.
L’avevo già segnalata nel 2012: era falsa e continua a esserlo anche oggi, sette anni più tardi: chi si iscrive a Facebook sottoscrive infatti un contratto vincolante, che non può essere alterato unilateralmente, né da Facebook, né dall'utente iscritto, senza il consenso di entrambi.

Quindi cestinate pure questa comunicazione e avvisate chi la diffonde che ha preso un granchio.