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2024/04/15

Stasera alle 19 su Youtube: paradosso di Fermi e le dichiarazioni di Elon Musk

Stasera alle 19 sarò ospite del canale YouTube di Tesla Owners Italia per parlare delle ultime dichiarazioni di Elon Musk, tra alieni, missioni su Marte e SpaceX: chi lo osanna e chi lo prende per pazzo. Una parte della puntata sarà dedicata alle tariffe delle ricariche impazzite in Italia. Cosa c’è dietro? Con me ci saranno Fabrizio Colista, ingegnere e divulgatore tecnico scientifico, Daniele Invernizzi e Pierpaolo Zampini. Coordina Luca Del Bo.

https://www.youtube.com/watch?v=PhKLDlQZwAA

RSI - Niente Panico 2024/04/15

La seconda puntata di Niente Panico, il nuovo programma radiofonico che conduco insieme a Rosy Nervi in diretta alla RSI in aggiunta al consueto podcast del Disinformatico, è disponibile qui in streaming (si apre in una finestra separata) e come download qui. Qui sotto trovate l’embed.

Questi sono gli argomenti di questa puntata, che include anche la musica:

  • La traduzione italiana dell’autobiografia dell’astronauta lunare Michael Collins (Carrying the Fire)
  • Il film Fly Me to the Moon che prende in giro i complottisti
  • La lettura della poesia di Collins e di quella di sua moglie
  • Perché il delfino ha le branchie ne Il vecchio e il mare
  • Rose Villain aggredita con i deepfake; tatuaggi come tecnica di difesa
  • La crisi d’immagine di Fedez e Ferragni
  • Influencer virtuali
  • Non usare il termine revenge porn
  • Deepfake per truffe
  • Interviste improbabili con Character.ai: Dante Alighieri
  • Donne dimenticate dalla scienza: Eunice Newton Foote

2024/04/14

È morto Giovanni Battista Judica Cordiglia. No, non aveva intercettato le voci di cosmonauti morti nello spazio prima di Gagarin

Andrea Ferrero su Mastodon segnala la scomparsa di uno dei protagonisti italiani del cospirazionismo spaziale: “È morto il tecnico elettronico Giovanni Battista Judica Cordiglia. Oggi molti giornali diranno che insieme al fratello Achille aveva intercettato le voci di cosmonauti morti nello spazio prima di Gagarin. Non è vero”.

https://mastodon.uno/@andrea_ferrero@sociale.network/112268577678233664

Per saperne di più, consiglio questo articolo del Cicap sulle false credenze spaziali:

https://www.cicap.org/n/articolo.php?id=1801027

e il libro Cosmonauti perduti di Luca Boschini:

https://www.cicap.org/new/prodotto.php?id=3859

2024/04/12

Biografie astronautiche oggi col 20% di sconto

Per festeggiare la Giornata internazionale del volo umano nello spazio, l’editore Cartabianca.com offre solo per oggi il 20% di sconto sulle autobiografie degli astronauti lunari Cernan, Young e Collins dando il codice spaceman.

Podcast RSI - Story: Deepfake fra plagio, abuso e autodifesa

logo del Disinformatico

Ultimo aggiornamento: 2024/04/18 8:30.

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, Google Podcasts, Spotify e feed RSS.

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Deepfake. È la parola usata per indicare la tecnica informatica che permette di sostituire il volto di una persona con un altro, in foto e in video, usando l’intelligenza artificiale, in maniera molto realistica. Così realistica che, se il deepfake è fatto bene, la maggior parte delle persone non si accorge affatto che si tratta di un volto sostituito.

Per molti utenti, deepfake è sinonimo di molestia, di truffa, ma per altri invece è un’occasione di lavoro, di scoperta della propria personalità, e addirittura di protezione personale.

Benvenuti alla puntata del 12 aprile 2024 del Disinformatico, che stavolta racconta due casi molto differenti di applicazione di deepfake che spaziano dal plagio alla molestia fino all’autodifesa, e presenta le nuove regole di Meta per la pubblicazione di deepfake e immagini sintetiche in generale. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Influencer virtuali in crescita ma sotto attacco deepfake

Pochi mesi fa, a dicembre 2023, vi ho raccontato la mia esplorazione del fenomeno delle cosiddette influencer virtuali: persone che non esistono, le cui immagini e i cui video sono generati dall’intelligenza artificiale. Identità che sono pilotate da persone reali che scelgono le loro pose, il loro vestiario e le loro apparizioni sui social network.

Una delle più celebri influencer virtuali è la spagnola Aitana Lopez, gestita da un’agenzia di moda di Barcellona: oggi ha oltre 300.000 follower su Instagram (@fit_aitana) e fa guadagnare i suoi creatori tramite i contratti pubblicitari e la vendita di foto piccanti su piattaforme per adulti come Fanvue.

L’idea dell’influencer virtuale, quasi sempre al femminile (anche se c’è qualche raro, timido tentativo al maschile), piace molto al mercato: costa molto meno di una modella o di una influencer in carne e ossa, non si lamenta delle ore di lavoro o dei vestiti scomodi, non si stanca, non invecchia, non ingrassa e non ha spese di trasferta. Se una campagna pubblicitaria ha bisogno di un volto o di un corpo che attirino l’attenzione o semplicemente indossino un certo prodotto, può rivolgersi a questi personaggi sintetici a basso costo e alta efficienza. Nessuno del pubblico si accorgerà che si tratta di immagini generate dall’intelligenza artificiale.

Creare questi personaggi virtuali è abbastanza semplice: ero riuscito anch’io a creare un clone molto realistico di Aitana Lopez, con l’aiuto di una coppia di persone esperte di grafica digitale. La parte difficile è guadagnarci qualcosa, cercando sponsor o contratti pubblicitari e scansando le offerte truffaldine di una selva di sedicenti promotori che si fanno pagare promettendo di farti avere tanti follower (tutti falsi). Ho chiuso il mio esperimento senza rimetterci soldi, ma ho continuato a seguire gli sforzi di chi mi aveva aiutato e che ora comincia a vedere i primi guadagni. Qualche foto per la copertina di un CD o di una playlist di una band emergente, qualche illustrazione per piccoli eventi, qualche fotografia sexy venduta online, tanti contenuti pubblicati diligentemente tutti i giorni, e i follower, soprattutto su Instagram, alla fine arrivano, anche nel mercato di lingua italiana, al di qua e al di là della frontiera.

Profili sintetici come Francesca Giubelli (11.000 follower), Rebecca Galani (15.000 follower) o Ambrissima (37.000 follower) vengono intervistati virtualmente dai media generalisti come se fossero persone reali, e spostano opinioni e creano discussioni, anche su temi impegnativi come il clima o i diritti umani, proprio come se fossero persone reali. Non hanno i numeri dei grandi influencer reali, certo, ma in compenso costano molto meno e soprattutto non fanno gaffe e non causano imbarazzi ai loro sponsor con le loro vicende sentimentali. Aspettatevi, insomma, che nei prossimi mesi siano sempre più presenti e numerosi gli influencer virtuali le cui immagini sono generate con l’intelligenza artificiale.

Stanno nascendo anche le prime community di influencer virtuali in lingua italiana, come Aitalia.community, i cui membri si scambiano trucchi e consigli tecnici e di marketing e si sono dati un “manifesto etico” di trasparenza, che esige per esempio che i contenuti sintetici siano sempre dichiarati come tali, a differenza di alcuni settimanali blasonati che spacciano per autentiche delle foto talmente ritoccate da dare due piedi sinistri alle persone ritratte.

[Nota: Aitalia mi ha precisato di definirsi “la prima community di AI models, influencers e talents etici a livello globale” e “la prima a redarre il manifesto etico condiviso con l’internazionale” (nel senso delle “community nate fuori dai confini italiani, come AVA Models e Virtual factors”)]

Al primo punto di questo manifesto c’è il divieto dei deepfake non consensuali. Moltissimi artisti digitali che creano e curano belle immagini di modelle e modelli virtuali si vedono infatti plagiare il lavoro da operatori senza scrupoli, che scaricano in massa le immagini prodotte da questi artisti, sostituiscono i volti dei loro personaggi usando la tecnica del deepfake, senza permesso e senza compenso, e così riusano a scrocco la fatica altrui ripubblicandola sui propri profili social, che spesso hanno un seguito maggiore di quello degli artisti originali.

È un nuovo tipo di pirateria dei contenuti, ed è un problema che tocca anche le modelle e i modelli in carne e ossa. Nelle varie piattaforme social, infatti, abbondano i profili che hanno centinaia di migliaia di follower, con i relativi guadagni, ottenuti pubblicando le foto o i reel, ossia i video, di persone reali, quasi sempre donne, e sostituendone i volti per spacciarli per immagini create da loro. Lo segnala per esempio un articolo su 404media, facendo nomi e cognomi di questi sfruttatori della fatica altrui.

Molti creatori di contenuti si stanno difendendo usando il watermarking, ossia la sovrimpressione di scritte semitrasparenti per identificare l’autore originale dell’immagine sintetica o reale, ma i software di intelligenza artificiale riescono spesso a cancellare queste sovrimpressioni.

Se state pensando di fare l’influencer virtuale o reale perché vi sembra un lavoro facile, o di promuovere la vostra arte online, mettete in conto anche il rischio della pirateria. E se pensavate che fare la modella o il modello fosse uno dei pochi lavori non influenzati dall’intelligenza artificiale, devo darvi una delusione: a parte forse marmisti e pizzaioli, non si salva nessuno.

Salva dallo stalking grazie al deepfake: Sika Moon

Dalla Germania arriva un caso molto particolare di uso positivo della tecnica del deepfake, segnalato in un’intervista pubblicata da Die Tageszeitung e dedicata a una giovane donna che si fa chiamare Sika Moon e pubblica e vende online le proprie foto e i propri video per adulti. Questo è il suo lavoro a tempo pieno, e le sue attività sulle varie piattaforme social sono seguite in media da circa 4 milioni di persone al mese, dandole guadagni mensili che lei definisce “stabilmente a cinque cifre”.

Anche il suo lavoro è stato toccato dall’intelligenza artificiale. Per cinque anni ha lavorato pubblicando sulla piattaforma Onlyfans, mostrando il suo vero volto, ma delle esperienze di stalking che definisce “terribili” l’hanno costretta a proteggersi ricorrendo all’anonimato, ottenuto in questo caso facendo un deepfake a se stessa. Il viso della donna in questione, infatti, nelle foto e nei video è generato con l’intelligenza artificiale, ed è differente dal suo, ma è talmente realistico che pochi si accorgono della manipolazione. Ora ha cambiato piattaforma, perché Onlyfans rifiuta i contenuti generati sinteticamente.

Questo deepfake, insomma, le ha permesso di evitare che il suo lavoro fosse sabotato dagli stalker e le consente di proseguire la propria attività in sicurezza. È un tipo di uso positivo di questa tecnologia che non riguarda solo chi vuole proteggersi da persone pericolosamente invadenti ma vale anche, per esempio, per chi vive in un ambiente in cui è considerato reato, tipicamente solo per le donne, mostrare il proprio volto oppure è comunque necessario coprirlo o mascherarlo per non farsi identificare, per provare in sicurezza esperienze altrimenti impossibili. Un deepfake, insomma, è una maschera che però lascia passare tutta l’espressività di un viso.

Inoltre, sempre grazie all’intelligenza artificiale, Sika Moon può comunicare con i propri fan direttamente nella loro lingua. Ha infatti fatto clonare la propria voce e quindi può ora inviare messaggi vocali ai suoi follower parlando ogni volta nella loro rispettiva lingua.

Nell’intervista, Sika Moon segnala inoltre un altro fenomeno interessante che riguarda le immagini generate dall’intelligenza artificiale: in molte culture l’idea stessa che una fotografia di una persona possa essere creata sinteticamente è inconcepibile o fa molta fatica a essere accettata. In fin dei conti, una foto è una foto, un disegno è un disegno. Solo il computer permette di creare in grandi quantità disegni che sembrano fotografie. “La gente in India, nei paesi africani e in quelli arabi di solito non lo capisce affatto”, spiega Sika Moon, nonostante il suo profilo dichiari chiaramente che molte sue immagini sono completamente generate dall’intelligenza artificiale. E quello che dice corrisponde anche alla mia esperienza nel seguire le attività di altre persone che fanno lo stesso lavoro di Sika Moon appoggiandosi all’informatica per le proprie immagini.

Tutto questo sembra indicare che l’impatto culturale dell'IA sarà differente nei vari paesi del mondo. In quelli tecnologizzati verrà probabilmente attutito dalla familiarità con la tecnologia, ma in altri sarà molto più destabilizzante. Forse sarebbe opportuno tenerne conto, per non creare una nuova forma di inquinamento digitale da esportare.

Nuove regole di Meta per i contenuti sintetici

La stragrande maggioranza delle foto, dei video e degli audio generati dall’intelligenza artificiale circola sui social network ed è lì che ha il maggiore impatto. Ma allora perché i social network non fanno qualcosa per impedire la diffusione di fake news, inganni e manipolazioni che usano l’intelligenza artificiale?

La risposta a questa domanda è che in realtà i social fanno qualcosa, ma quello che fanno è inadeguato, perché la tecnologia si evolve talmente in fretta che le regole scritte per esempio dal gruppo Meta per uniformare la gestione dei contenuti sintetici da parte di Facebook, Instagram e Threads risalgono a soli quattro anni fa ma sono completamente obsolete. Nel 2020 i contenuti realistici generati dall’intelligenza artificiale erano rarissimi e si temeva soprattutto la manipolazione dei video. Da allora, invece, sono emerse le immagini sintetiche realistiche producibili in massa e anche i contenuti audio falsi e creati artificialmente.

E così Meta ha presentato le sue nuove regole con un comunicato stampa il 5 aprile scorso: prossimamente smetterà di censurare direttamente i contenuti “innocui” generati dall’intelligenza artificiale e a partire da maggio applicherà un’etichetta di avviso a una gamma più vasta di contenuti video, audio e di immagini se rileverà che sono stati creati o manipolati adoperando l’intelligenza artificiale o se chi li pubblica li indicherà spontaneamente come generati usando questa soluzione.

Mentre finora le regole bandivano soltanto i video realizzati o alterati con l’intelligenza artificiale che facevano sembrare che una persona avesse detto qualcosa che non aveva detto, ora verranno etichettati anche i video modificati per attribuire a una persona un comportamento o un gesto che non ha commesso. Da luglio, inoltre, Meta smetterà di censurare i contenuti generati che non violano le regole su argomenti come le interferenze elettorali, il bullismo, le molestie, la violenza e l’istigazione. In sostanza, ci saranno meno rimozioni e più etichettature di avvertimento.

Tuttavia c’è il problema che al momento attuale Meta si affida agli indicatori standard per riconoscere le immagini sintetiche. Molti software per la generazione di immagini, come quelli di Google, OpenAI, Microsoft, Adobe, Midjourney e Shutterstock, includono nelle proprie immagini un indicatore visibile o rilevabile digitalmente, una sorta di bollino che le marca come sintetiche, e Meta usa solo questo indicatore per sapere se un’immagine è alterata oppure no; non fa nessun altro controllo. Di conseguenza, un creatore ostile può quindi generare immagini o video senza indicatori, o togliere questi indicatori da contenuti esistenti, che non verranno riconosciuti ed etichettati da Meta come sintetici.

Per colmare almeno in parte questa lacuna, Meta offrirà agli utenti la possibilità di etichettare volontariamente i contenuti generati con l’intelligenza artificiale e applicherà penalità a chi non usa questa etichettatura. Ma è chiaro che chi vuole ingannare o disseminare disinformazione non aderirà certo a questo volontariato e potrà farla franca anche con le nuove regole. Come al solito, insomma, i social network fanno troppo poco, troppo tardi.

Fonte aggiuntiva: Ars Technica.

2024/04/10

Complotti lunari: il film “Fly Me to the Moon”

Scarlett Johansson e Channing Tatum sono i protagonisti di “Fly Me to the Moon”, un film in uscita a luglio che racconta gli allunaggi umani degli anni Sessanta ipotizzando che venga commissionata una messinscena da usare qualora il programma spaziale reale si rivelasse un fiasco e non riuscisse a compiere l’impresa.

Sicuramente gli ottusangoli diranno che è il modo che usa Hollywood per comunicare le verità impresentabili e forse qualcuno temerà che un film del genere possa risvegliare i lunacomplottisti, ma in realtà il trailer sembra suggerire quanto sarebbe stato difficile, se non impossibile, realizzare una finzione del genere.

Video: l’intelligenza artificiale è una minaccia per i media e per il servizio pubblico radiotelevisivo?

Il 26 marzo scorso ho partecipato al dibattito pubblico organizzato da gioventudibatte.ch all’auditorium di BancaStato a Bellinzona sul tema dell’intelligenza artificiale e in particolare della sua eventuale pericolosità per i media e per il servizio pubblico radiotelevisivo. Ho argomentato che l’IA è soprattutto una minaccia per questo settore, insieme a Pierfranco Longo, presidente della Conferenza cantonale dei genitori e membro del Consiglio regionale Ssr.Corsi. Il punto di vista contrario è stato sostenuto da Reto Ceschi (responsabile del Dipartimento informazione alla Rsi) e da Alessandro Trivilini (docente e ricercatore in ingegneria e sicurezza informatica alla Supsi).

Ecco il video (40 minuti in tutto):

2024/04/08

RSI - Niente Panico 2024/04/08

Ho ripreso a fare un programma radiofonico in diretta alla RSI, in aggiunta al consueto podcast del Disinformatico: si intitola Niente Panico e lo conduciamo io e Rosy Nervi. La prima puntata è disponibile qui in streaming (si apre in una finestra separata) e come download qui. Qui sotto trovate l’embed.

Questi sono gli argomenti di questa puntata leggermente fetish, che include anche la musica:

  • Gli strani piedi di Roger Federer e compagna su Instagram: mistero risolto con Wikifeet
  • La copertina con due piedi sinistri di Sofia Goggia su Sette, il settimanale del Corriere della Sera: come riconoscere le foto sintetiche
  • Tinder Swindler e le truffe sui siti di incontri
  • Uno strano caso di truffa ai danni dei feticisti dei piedi
  • Deepfake come difesa personale antistalker: la vicenda di Sika Moon
  • Programmi e app per sostituire, ringiovanire o ritoccare il volto
  • Donne dimenticate della scienza: Hedy Lamarr, l’attrice inventrice
  • La lingua più corta del mondo (col minor numero di parole): Toki Pona (sito ufficiale; Wikipedia; Traduttore; Robwords)

2024/04/05

Podcast RSI - WhatsApp abbassa l’età limite, navigazione anonima che non lo è, Playmate come standard tecnico

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È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, Google Podcasts, Spotify e feed RSS.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

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Quattro anni di azione legale negli Stati Uniti hanno documentato quello che per molti sarà un tradimento informatico: la navigazione in incognito di Google Chrome è in realtà tutt'altro che in incognito, e Google ha tracciato per anni le visite particolarmente sensibili che si fanno quando si usa questo modo di navigare nel Web. Intanto WhatsApp si prepara a cambiare di nuovo il limite minimo di età per usarlo, facendolo scendere da 16 a 13 anni anche in Europa. Se volete sapere perché WhatsApp finora ha avuto un limite di età così alto nel nostro continente e perché ora di colpo lo abbassa, siete nel posto giusto.

Benvenuti alla puntata del 5 aprile 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo, e oltre a queste notizie vi porto la strana storia di una foto di Playboy che è diventata uno standard tecnico per gli informatici. No, non sto scherzando. Cominciamo!

[SIGLA di apertura]

La navigazione in incognito non è in incognito

Uno dei miti più tenaci e durevoli fra gli utenti di Internet è l’idea che la navigazione in incognito sia, appunto, in incognito. Il nome di questa modalità di navigazione nel Web è infatti molto ingannevole e viene spesso frainteso.

La navigazione in incognito o anonima o privata, come la chiamano i vari browser, è in realtà semplicemente un modo per visitare siti senza lasciare tracce sul dispositivo che state usando. Non rimane memoria nella cronologia di navigazione, non vengono salvati cookie o file temporanei su quel dispositivo, tablet, computer o telefonino che sia. Ma i siti che visitate si ricordano eccome della vostra visita e sono perfettamente in grado di identificarvi. In particolare, è in grado di identificarvi Google, se navigate usando il suo browser Chrome.

È quello che emerge da una class action avviata nel 2020 negli Stati Uniti contro Google, i cui atti sono stati ora pubblicati: l’azienda ha concordato, non senza opporre grandissima resistenza per quattro anni, appunto, che cancellerà miliardi di dati raccolti mentre gli utenti di Chrome usavano la navigazione in incognito e probabilmente pensavano di navigare in modo anonimo, cullati da un falso senso di sicurezza.

L’azione legale prevede anche che Google aggiorni gli avvisi informativi che compaiono quando si attiva la navigazione in incognito. Questi avvisi dovranno dire molto chiaramente che Google raccoglie dati dai siti visitati, a prescindere dalla modalità di navigazione, in incognito o meno, e che i siti e le app che includono i servizi di Google scambiano in ogni caso informazioni con Google.

Sul versante tecnico, Chrome dovrà bloccare i cookie di terzi nella navigazione in incognito, visto che li usava per tracciare gli utenti durante questo tipo di navigazione su siti non appartenenti a Google, e dovrà anche oscurare parzialmente gli indirizzi IP per impedire la cosiddetta reidentificazione: quella che permette di riassociare dati di navigazione apparentemente anonimi agli utenti che li hanno generati.

Gli effetti di questa azione legale si faranno sentire in tutto il mondo con i prossimi aggiornamenti di Chrome. Noi utenti non dobbiamo fare altro che aspettare questi aggiornamenti e installarli.

Ma nel frattempo resterà a molti l’amaro in bocca, perché solitamente la navigazione in incognito si usa proprio per visitare i siti di cui non si vuole lasciare traccia.

In realtà la navigazione in incognito serve per una sola cosa: per usare il dispositivo di qualcun altro senza lasciarvi tracce, per esempio per consultare la propria mail usando il computer di qualcun altro. A parte questo, la navigazione in incognito è sostanzialmente inutile per difendere la propria privacy.

Per navigare veramente in incognito servono ben altre soluzioni: applicazioni come il browser Tor, per esempio. Ma questa è un’altra storia.


WhatsApp, il limite di età scenderà a 13 anni

Dall’11 aprile prossimo l’età minima consentita per l’uso di WhatsApp scenderà da 16 a 13 anni anche in tutta Europa, allineandola al resto del mondo. Il cambiamento era stato annunciato a febbraio scorso e serve, secondo WhatsApp, a “garantire un requisito di età minima coerente a livello globale.” Dicono così. Il cambiamento si applica a tutta la “Regione europea”, come la chiama WhatsApp, e questa regione include i paesi dell’Unione Europea e anche la Svizzera.

Il limite di età di 16 anni era stato introdotto per l’Europa nel 2018, innalzandolo da 13, per rispettare le normative dell’Unione Europea, in particolare il regolamento generale sulla protezione dei dati o GDPR, che obbliga le aziende a fare “sforzi ragionevoli” (dicono così) per verificare l’età e ottenere il consenso dei genitori per gli utenti sotto i 16 anni. In pratica, WhatsApp ha preferito alzare il limite formale di età piuttosto che mettere in funzione un complesso sistema di verifica (BBC). Ma adesso le nuove garanzie sulla protezione dei dati dei minori legate all’introduzione di un’altra norma, il Digital Services Act, permettono di tornare al limite precedente.

In ogni caso, il limite formale era ed è tuttora ampiamente ignorato, come nota Pro Juventute, segnalando che del resto non ci sono conseguenze legali per i minori di 16 anni che utilizzano WhatsApp” perché “secondo il diritto svizzero, mentire sull’età non è un reato punibile.”

Tuttavia dichiarare un’età non corretta viola i termini di servizio di WhatsApp, e quindi l’azienda potrebbe limitare o bloccare l’uso dell’app qualora si accorgesse che l’utente ha mentito. Cosa che succede spesso, quando l’utente che si era iscritto anni fa a WhatsApp mentendo sull’età cerca in seguito di cambiare il proprio anno di nascita indicato nell’app, per allinearlo alla realtà: WhatsApp può accorgersi che l’account era stato aperto quando l’utente non aveva ancora l’età compatibile con le sue regole e quindi bloccare quell’account.

Va anche detto, soprattutto per i genitori confusi da tutti questi cambiamenti dei limiti di età dei vari social network, che la scelta dei 13 o 16 anni viene fatta da WhatsApp solo nel proprio interesse, per mettersi in regola con le norme, e non certo per tutelare i minori, per cui questo limite di età non va considerato come una linea guida per decidere se lasciare che i figli usino questo social network.

Fonti aggiuntive: ADNKronos, Dday.it, Laleggepertutti.it, WhatsApp, TechCrunch, WhatsApp.

Lena: la foto di Playboy che divenne standard tecnico

Siamo nell’estate nel 1973, alla University of Southern California, dove un ricercatore in campo informatico sta cercando un’immagine da usare come riferimento per i suoi test di digitalizzazione. Roba assolutamente sperimentale per l’epoca. Per la conferenza tecnica che sta preparando gli serve un’immagine su carta patinata che includa un volto umano da scansionare. Guarda caso, arriva qualcuno con una copia di Playboy

Viene strappata la parte superiore del paginone centrale della rivista, che raffigura una giovane donna che indossa solo un cappello e una piuma viola, nello stile tipico di Playboy , e ne viene fatta la scansione con i metodi primitivi di allora: lo scanner è uno di quelli per le telefoto, quelli che richiedono che l’immagine venga montata su un cilindro rotante, e la scansione viene fatta nei tre colori primari, a una risoluzione di 100 linee per pollice, pochissimo per gli standard di oggi. I dati risultanti vengono poi elaborati con un minicomputer Hewlett Packard 2100. Questo procedimento complicato produce un’immagine da soli 512x512 pixel, che oggi fa sorridere ma che per l’epoca è un risultato davvero notevole.

Il ricercatore sceglie solo la porzione dell’immagine che include le spalle nude e il volto della donna, perché questa porzione ha un contrasto elevato e una notevole ricchezza di dettagli che la rendono ideale per i test dei sistemi di elaborazione delle immagini. O perlomeno è questa la giustificazione ufficiale per l’uso del volto di una Playmate in un mondo quasi esclusivamente maschile come quello dell’informatica degli anni Settanta.

Sia come sia, la soluzione improvvisata piace e diventa popolare, per cui altri ricercatori iniziano a usare questa foto come campione di riferimento per valutare i propri programmi di compressione ed elaborazione delle immagini. In breve tempo quella fotografia di Playboy diventerà lo standard tecnico di tutto il campo nascente della fotografia digitale e verrà pubblicata in moltissimi articoli tecnici nelle riviste di settore nei decenni successivi. Sarà ancora in uso quasi quarant’anni dopo, nel 2012, quando un gruppo di ricercatori di Singapore dimostrerà di essere capace di stampare a colori immagini microscopiche, larghe come un capello [50 micrometri, ossia 5 centesimi di millimetro] e userà proprio questa foto come dimostrazione.

Se oggi abbiamo GIF, JPEG, PNG e tanti altri formati per la trasmissione di immagini lo dobbiamo anche a quest’improvvisazione californiana, fatta oltretutto in violazione del copyright e poi accettata di buon grado, una volta tanto, dall’editore della rivista, che di solito è severissimo.

Ma chi è la ragazza in questione? È nota fra i ricercatori semplicemente come “Lena” o “Lenna”, ma la rivista dalla quale fu prelevata la sua immagine la presentò come Lenna Sjööblom, Playmate di novembre 1972. Il suo vero nome è Lena [una N sola] Forsén, e all’epoca lavorava come modella.

Non capita spesso che una foto di una Playmate diventi uno standard tecnico, ma è andata così. Tuttavia le sensibilità sono cambiate rispetto a mezzo secolo fa e in effetti questa foto ha contribuito allo stereotipo della donna oggetto in un campo nel quale le donne, pur avendo fatto la storia dell’informatica, non venivano ben viste come colleghe dagli informatici di sesso maschile. Inoltre l’associazione con il marchio Playboy strideva in un ambiente accademico.

E così le riviste del prestigioso gruppo Nature hanno iniziato a rifiutarla già nel 2018. E la IEEE Computer Society, una delle associazioni più famose e influenti del settore a livello mondiale, ha annunciato pochi giorni fa che dal primo aprile 2024 non accetta più articoli scientifici che usino questa fotografia. La foto verrà rimpiazzata da altre immagini standard già in uso, chiamate Cameraman, Mandril o Peppers [esempio], ma se vi capita di consultare qualche articolo d’informatica d’epoca e vi chiedete chi sia la graziosa fanciulla che spicca nelle pagine piene di grafici e tabelle, ora sapete chi è e conoscete la sua strana storia.

Fonti aggiuntive: Wikipedia, Ars Technica.

2024/04/01

Qualcuno mi segue ancora su Twitter? Mi hanno offerto di comprare il mio account. Chiedo il vostro parere

Nota di chiarimento: quanto segue non è un pesce d’aprile, nonostante sia stato pubblicato il primo aprile.

Ieri (31 marzo) ho postato su Twitter (mi rifiuto di chiamarlo X) un sondaggio informale per sapere quante persone effettivamente seguono il mio account Twitter, nel senso che vedono davvero i miei post. Perché Twitter dice che ho 413.309 follower, ma siccome non ho un account a pagamento i miei tweet non arrivano a tutti.

Questo tweet ha ricevuto 2882 like e secondo Twitter è stato visto da 48.530 account. Numeri ben lontani dai 413mila teorici. Purtroppo la gestione Musk ha massacrato Twitter e sembra intenzionata a continuare a lungo e con lo stesso approccio. Non è più la piattaforma di informazione immediata e in tempo reale che era prima: ora è soprattutto un ricettacolo di spam, hater e contenuti violenti. Ho smesso da tempo di pubblicarvi contenuti perché mi sembra inutile farlo con una voce silenziata dagli umori momentanei ma sempre più estremi di Elon Musk e rivolgendomi a un pubblico sempre più estremizzato e aggressivo. 

In altre parole, ho un account da oltre 400 mila follower che giace inutilizzato ma comprensibilmente fa gola ad alcuni operatori commerciali. Ho ricevuto un’offerta economica seria e abbastanza significativa per cedere l’account. Ho posto due condizioni principali: gli oltre 130 mila tweet che ho scritto in questi 17 anni (ho iniziato nel 2007) non verrebbero cancellati e l’account verrebbe rinominato. La parte interessata non è qualche setta complottista in vena di vendetta, forza politica o agenzia di propaganda o disinformazione: è un servizio commerciale di assistenza personale basato sull’intelligenza artificiale.

Francamente non so cosa fare. Da un lato mi spiace perdere un account che ha quasi due decenni di storia (che però tanto non legge nessuno); dall’altro la cifra proposta non è trascurabile, soprattutto per un account che non sto nemmeno usando. Però mi sembra di mancare di rispetto a tutti quei follower che hanno scelto di seguirmi in tutti questi anni (anche se ovviamente avviserei ripetutamente di un eventuale cambio di gestione dell’account e chi ha fatto l’offerta sa benissimo che in caso di cambio ci sarebbe una ressa di defollow immediati; sembra che a loro vada bene lo stesso).

Un’alternativa sarebbe ingoiare il rospo-Musk e pagare uno stramiliardario per avere un account non limitato, per poi riprendere a usarlo per postare notizie e avvisi. Ma l’idea di dare soldi a questo personaggio, per un social network che ha comprato per farne uno strumento di propaganda politica e di autocompiacimento personale, mi ripugna parecchio.

Se avete idee, sono tutt'orecchi: scrivetele nei commenti.