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31 commenti

Facebook rivela le identità nascoste di pazienti, clienti, ladri e vittime

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Vai dal medico e Facebook dice agli altri pazienti chi sei. Ti rapinano per strada e Facebook dice a te chi è il rapinatore, ma dice anche al rapinatore chi sei tu. Fai un’indagine sotto copertura e Facebook ti rivela alla persona sorvegliata. Usi un account Instagram sotto pseudonimo per la tua vita sentimentale e Facebook lo rivela al tuo datore di lavoro e ai tuoi ex partner. I social network di Zuckerberg hanno un enorme problema legale, e soprattutto ce l’hanno i suoi utenti; la condivisione di dati con WhatsApp e Instagram lo sta per rendere ancora più grande.

Qualche mese fa stavo facendo una perizia informatica preliminare per un cliente che si trovava in una situazione personale molto delicata. Come al solito, per raccogliere i dati di contorno ho usato una delle mie identità fittizie su Facebook, un computer separato dai miei, una connessione a Internet che non usava il mio indirizzo IP personale (ho adoperato una VPN su rete cellulare) e una finestra di navigazione privata del browser. La geolocalizzazione era ovviamente spenta. A distanza di poche settimane, Facebook mi ha proposto come amico il mio cliente. Cosa peggiore, lo ha fatto sul mio account Facebook principale, quello dove uso il mio vero nome e cognome, non su quello usato per l’indagine. Non ci sono state conseguenze, ma da allora ho dovuto alzare la guardia ancora di più.

Questa capacità inquietante di Facebook di rivelare relazioni nascoste tra le persone è stata finora un’impressione occasionale: una di quelle cose che si liquidano pensando a una coincidenza. Ma adesso stanno emergendo casi che rendono poco credibile che si tratti di coincidenze.

Di recente ho segnalato il caso della vittima alla quale Facebook ha proposto come amico l’uomo che le aveva rubato l’auto brandendo un coltello a Birmingham, nel Regno Unito. Sembrava un curioso effetto inatteso dei maldestri algoritmi di correlazione dei social network. Ma è successo di peggio.

Infatti Fusion.net ha pubblicato la storia di una psichiatra che ha scoperto che Facebook consigliava come amici ai suoi pazienti i nomi degli altri pazienti, tradendo completamente il diritto alla riservatezza medica. Se ne è accorta perché un suo paziente le ha mostrato il suo elenco di persone proposte come possibili conoscenti da Facebook e le ha detto “Non conosco nessuna di queste persone, ma presumo che siano tuoi pazienti”. La psichiatra ha riconosciuto nell’elenco i volti e i nomi dei propri pazienti, ai quali non aveva affatto dato l’amicizia su Facebook. Il rischio molto concreto è che un medico violi inavvertitamente la privacy dei propri assistiti su un dato enormemente sensibile come la salute, per il solo fatto di usare Facebook, Instagram e/o WhatsApp.

Nel frattempo ho notato personalmente diversi casi nei quali questi social network mi hanno informato che un utente che conosco per esempio su Instagram con uno pseudonimo ha anche un account su Facebook sotto il proprio nome vero, o viceversa (come vedete nello screenshot all’inizio dell'articolo). Immaginate le conseguenze per chi usa gli pseudonimi per proteggere la propria sfera privata e si vede smascherato così brutalmente.

Ora che i tre servizi di Zuckerberg stanno condividendo e incrociando maggiormente i propri dati, questo genere di violazione profonda e pericolosa della privacy non può che peggiorare. Pensate a un giornalista che rivela inavvertitamente le identità dei suoi informatori, o a un avvocato che rivela l’elenco dei propri clienti agli altri clienti, senza aver fatto nulla, senza aver chiesto amicizia o comunicato con loro in alcun modo tramite i social network.

Dato che Facebook non rivela i dettagli dei criteri che usa per proporre gli amici, l’unica difesa possibile è non usare del tutto Facebook, WhatsApp e Instagram. Ricordate che se usate WhatsApp, ora Facebook sa il vostro numero di telefonino, per cui non importa che nome di fantasia usate su Facebook.
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Ecco perché su Internet non bisogna mai fare battute senza dire che sono battute

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L’ho visto succedere tante volte agli altri ma ho avuto l’arroganza di pensare di esserne immune, e di  questo chiedo scusa. Mi devo arrendere: è proprio vero che su Internet, e specialmente nei social network, non bisogna mai, mai, mai fare umorismo senza specificare chiaramente e nello stesso testo che si tratta di umorismo. È come se ci fosse una forza misteriosa che sopprime il senso dell’umorismo non appena viene a contatto con uno schermo.

Ieri ho postato questo tweet:




Subito dopo ho postato il riferimento all'autore della battuta e alla fonte della foto (un guasto avvenuto ieri e risoltosi senza problemi). Ho scritto esplicitamente che si trattava di una battuta umoristica, caso mai non fossero bastate le virgolette e un briciolo di riflessione.



Poi ho postato una correzione (avevo sbagliato il nome dell’autore), nella quale ho ribadito che si trattava di una battuta.



Inutile: questa è una selezione dei tweet che mi sono arrivati. Alcuni hanno capito che si trattava di umorismo. Ma molte no, o hanno avuto il dubbio. Sono stato persino accusato di terrorismo mediatico.

Tzara_1981
@disinformatico di cosa si tratta? Sembra un danno meccanico. Com'è potuto accadere per un'interferenza con un telefonino?
27/08/16 21:05
Riccancer
@disinformatico è solo una battuta o una storia? Nel secondo caso, maggiori info?
27/08/16 21:04
carlogubi
@disinformatico ma veramente basta un cellulare a sabotare un volo? Non basterebbe isolare gli apparati con una qualunque gabbia di Faraday?
27/08/16 22:29
robbienico
@disinformatico scusa non capisco. Cosa è successo?
27/08/16 22:42
t3kn1c0
@disinformatico terrorismo mediatico un Cell non può fare danni di quel tipo, interferisce ( in rari casi) su apparecchiature
28/08/16 00:28


Ho i brividi a pensare a chi ha visto solo i retweet del mio primo post.

Morale della storia: quando si fa umorismo online, indicare sempre, esplicitamente e subito che è umorismo, anche quando sembra assolutamente evidente che lo sia, e mettere l’indicazione nella battuta stessa; metterla altrove non serve a nulla.



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Come funziona l’avviso di Whatsapp per negare la condivisione di dati con Facebook

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Molti lettori, dopo aver letto il mio articolo sulla nuova condivisione di dati fra WhatsApp e Facebook, sono perplessi dal fatto di non aver trovato sui propri smartphone le opzioni che ho descritto e che sono anche delineate nelle apposite istruzioni di WhatsApp. Niente panico: è solo questione di tempo, ma prima o poi compaiono.

Le ho infatti viste comparire su uno degli account WhatsApp di test che gestisco. Ecco la schermata che è comparsa spontaneamente quando ho aperto WhatsApp sull’iPhone associato a quell’account.


Ho toccato Leggi ed è comparsa questa opzione:



Ho toccato il selettore ed è apparso questo avviso:



Poi ho toccato Accetto. Quindi abbiate fiducia e pazienza: magari non subito, ma WhatsApp vi darà l’opzione che state cercando.



232 commenti (ultimi)

Hdblog.it copia da un mio articolo. Giornalismo 2.0

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ultimo aggiornamento: 2016/08/29 18:35.

Hdblog.it, in un articolo firmato da Francesca Lacorte, ha pubblicato pari pari la mia traduzione, pubblicata stamattina, del lungo elenco dei 98 tipi di informazioni raccolte da Facebook, diffuso in inglese dal Washington Post. L’elenco pubblicato da Hdblog.it è identico al mio, persino nella scelta degli aggettivi e nelle omissioni che ho fatto per sintesi.

Hdblog ha preso la mia traduzione e l’ha ripubblicata facendola sembrare opera sua, senza nemmeno la cortesia fra colleghi di indicare la fonte, se non con un anonimo link fuori testo acquattato in un angolino, dietro un generico e minuscolo "via". Giocate anche voi, nello screenshot qui accanto, a trovare questo link. Vistoso, vero?

Complimenti, che bella lezione di professionalità e correttezza. Costa tanto citare il nome di chi ti ha risparmiato la fatica di tradurti un elenco di 98 voci? A quanto pare sì. Probabilmente perché se citi qualcuno linkando il suo nome o la sua testata, gli dai pagerank in Google, mentre se lo associ a una parola ipergenerica come “via” eviti di fare un favore alla concorrenza.

Alla mia contestazione HDblog ha risposto pubblicamente così:

HDblog
@disinformatico @hdblog ciao Paolo compl,imenti per il tuo articolo.. la prossima volta il verde e rosso cliccali.. pic.twitter.com/fdBbHxu8Mz
26/08/16 15:56
 
E non perdetevi i commenti di HDblog e della Lacorte qui sotto: le loro giustificazioni sono illuminanti.

In sintesi: Hdblog ha copiato da me parola per parola più della metà del suo articolo (570 parole su 857, per i pignoli) e pensa di cavarsela mettendo un link. Di 3 lettere. In un angolino. A casa mia questo si chiama plagio. Come si sentirebbe HDblog se io mi mettessi a pubblicare articoli in cui più di metà del testo è stato scritto per loro da Francesca Lacorte? Un linkettino di tre lettere in fondo a destra e siamo a posto?

Ho archiviato la carognata qui su Archive.is. Come ha notato DvD nei commenti, non è la prima volta che mi succede, per cui ho fatto quello che ho detto che avrei fatto: non ho perso tempo con le smancerie, visto che si sono dimostrate inutili.



2016/08/29 18:35


Sono rientrato al Maniero Digitale poco fa e tramite Amazon Prime ho trovato ad attendermi un azzeccato calumet della pace speditomi da HDblog, che ringrazio. Pace fatta; caso chiuso.

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HAARP invita i complottisti a visitarla

Ogni volta che succede un disastro naturale arriva l’orda dei complottisti, quelli che hanno capito tutto, che spiegano a noi poveri ottusi col paraocchi che è tutta colpa di HAARP (High Frequency Active Auroral Research Program), l’installazione scientifica situata in Alaska. Inutile spiegare che non c'è energia sufficiente, in quelle antenne, per avere effetti deleteri sull’ambiente. Tutto quello che possono fare è scaldare lievemente un pezzettino della ionosfera nelle vicinanze dell’apparato.

I gestori dell’impianto (la University of Alaska, che l’ha preso in carico dai militari che l’avevano dismesso) sono talmente stufi di essere accusati di essere un’organizzazione segreta che hanno indetto una giornata di porte aperte. Quindi se non avete niente di meglio da fare, domani HAARP vi aspetta in Alaska: le istruzioni sono qui. E se avete dubbi su HAARP, prendetevi il tempo di leggere le loro risposte alle accuse di cospirazione; se non vi basta, Metabunk ha un paio di grafici molto eloquenti.


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