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L'ultima prova di Albert Einstein

Grande giornata per l’astronomia: l’annuncio della scoperta delle onde gravitazionali schiude orizzonti di ricerca inimmaginabilmente vasti. Per fare il punto della situazione con competenza, lascio la parola (e la tastiera) all’astronomo Paolo G. Calisse, che ho già ospitato con piacere in questo blog.
Paolo Attivissimo


L’ultimo atto della caccia alle onde gravitazionali, la cui esistenza venne teorizzata da Albert Einstein 100 anni fa, intorno al 1916, potrebbe concludersi proprio oggi.

La caccia cominciò alla fine degli anni '60, con alcuni esperimenti effettuati anche in Italia. Una Barra di Weber, l’antenna gravitazionale che si pensava fosse in grado di rivelare le onde gravitazionali, è visibile ancora oggi all’ingresso del dipartimento di Fisica dell’università di Roma La Sapienza.

In meno di un’ora, alle 15:30 GMT (16:30 ora italiana) di oggi, giovedì 11 febbraio, si terrà una conferenza stampa del LIGO, in cui potrebbe essere comunicata la rivelazione di un evento che confermi l’esistenza di queste onde.

Potete seguirla in diretta cliccando qui o qui (sperando che i server "reggano" la popolarità dell'evento).

Aggiungo i link in chiaro in caso di problemi:

https://www.webcaster4.com/Webcast/Page/219/13131

https://www.youtube.com/user/VideosatNSF/live

Ricordo che nella ricerca ha un ruolo importante anche l’Italia, con un rivelatore vicino a Pisa: VIRGO.

Scriverò se necessario, e se Paolo me lo permette, un articolo con qualche spiegazione del fenomeno e della sua storia, insieme ad un sommario della videoconferenza.

Paolo G. Calisse, 11 febbraio 2016


Prima pagina del lavoro originale di A. Einstein, 1916.


Aggiornamento alle ore 20:00 GMT


Dicono che sia pessimo giornalismo parlare di sè invece che dei fatti, ma questa volta ho la scusa perfetta: avrete letto senz’altro su tutti i giornali e i website cosa è accaduto: di come David Reitze, LIGO Executive Director (CalTech), abbia esordito nella conferenza stampa di oggi dicendo semplicemente, dopo un secondo di pausa, "We have detected gravitational waves!", "abbiamo rilevato le onde gravitazionali!", e di come il fenomeno sia la firma dell’amplesso finale di una coppia di buchi neri. Così come forse sapete che il fenomeno è avvenuto circa un miliardo di anni fa, in una regione di spazio nella direzione della Nube di Magellano, e si è svolto ad una velocità inaudita, pari a metà di quella della luce.

Probabilmente avrete anche sentito dire che la perturbazione del tessuto stesso dello spazio-tempo, un’increspatura infinitesimale di ampiezza pari ad un millesimo di nucleo atomico, sia l’effetto di un fenomeno che ha liberato in una frazione di secondo l'energia equivalente alla massa di 3 stelle come il Sole – anche qui, secondo la più famosa equazione einsteiniana: E = mc2, dove m è la massa e c = 300.000 km/s è la velocità della luce. Un’energia spaventosa, pari a cinquanta volte quella emessa da tutte le stelle dell’universo nello stesso intervallo di tempo.

Possiamo anche porci delle domande: cosa sarebbe accaduto se un fenomeno del genere fosse avvenuto, invece che ad 1 miliardo di anni luce di distanza, a 50.000 anni luce, dall’altro lato della nostra Galassia? Nonostante l’energia spaventosa liberata, probabilmente non molto, in quanto le onde gravitazionali non vengono assorbite facilmente dalla materia, e proprio per questo continuano a viaggiare indisturbate proprio come l’onda in una piscina. Non sappiamo cosa si stesse svolgendo intorno alla danza dei due buchi neri. È probabile che un disco di accrescimento di materia venisse ingoiato dalla mostruosa coppia danzante, emettendo fiotti di radiazione mortale a tutte le frequenze. Ma di per sè, difficilmente le onde gravitazionali sono in grado di interagire con la materia corrente (la cosiddetta materia barionica, quella che siamo abituati a vedere con i nostri occhi).

Quello che vorrei provare a raccontare è però come sia rimasta la comunità di scienziati in cui avevo la fortuna di trovarmi di fronte a questa scoperta, anche se separata dal centro dell'azione dall'Oceano Atlantico: in uno stato di strana eccitazione riflessa.

Sentii parlare la prima volta della rilevazione delle onde gravitazionali a causa di un esperimento in procinto di essere avviato, agli inizi degli anni settanta, nel dipartimento in cui ero studente. Un gruppo romano cercava di ripetere il successo (mai confermato) di un sistema costituito da una barra di metallo sospesa nel vuoto a temperature prossime allo zero assoluto (-273.14°C). L'idea era che se un gravitone lo avesse attraversato – ricordiamoci che ogni onda va anche pensata come particella secondo la meccanica quantitistica – la contrazione infinitesima dello spazio-tempo sarebbe stata rivelata da un interferometro posto vicino al sistema, che ne avrebbe misurata una microscopica variazione di lunghezza. Il sistema, chiamato Weber Bar dal nome del suo inventore, nonostante tutti gli sforzi per ridurre il rumore di fondo, non riuscì mai a rivelare alcunché.

Da allora si sono succeduti vari esperimenti sempre più complessi. Oggi LIGO è solo il precursore di quella che diventerà presto una sorta di rete di ascolto delle onde gravitazionali sparsa in tutto il mondo e per questo in grado di identificare molto meglio la direzione di provenienza delle eventuali sorgenti. Di questa rete faranno parte rivelatori analoghi situati in Europa come VIRGO – purtroppo ancora in costruzione – ma anche in Giappone, India, eccetera. Anche osservatori astronomici radio convenzionali come il nascente SKA (Square Kilometer Array) saranno un giorno in grado di rilevare onde gravitazionali, almeno quelle prodotte da meccanismi diversi che creano onde talmente lunghe da necessitare la misura del tempo con orologi in grado di non perdere più di un nanosecondo (un miliardesimo di metro) in circa trent'anni. SKA sarà infatto in grado di misurare ritardi negli arrivi a destinazione del segnale perfettametne periodico generato da lontanissime pulsar, o stelle di neutroni.

Di onde gravitazionali se ne aspettano di tipi e origine diverse, come ha ricordato Reiner Weiss, dell’MIT e uno degli ormai anziani, ma attivissimi, co-fondatori di LIGO. Ci si aspettano onde diverse, prodotte durante le prime fasi di origine dell'universo, da sistemi di pulsar binarie, di buchi neri, eccetera. Onde con tempi caratteristiche di millisecondi, di ore, di giorni o di anni e anche decenni, ognuna essendo la firma univoca del fenomeno che le ha prodotte.

Ma soprattutto, da oggi sappiamo che l’essere umano si è dotato finalmente di un metodo completamente nuovo per guardarsi intorno. È come se avessimo sfondato la porta di una grotta gigantesca, grande come lo stesso universo, dalla quale ascoltare i suoni di specie completamente nuove. E ogni volta che il rapporto tra segnale e rumore verrà raddoppiato, si potrà osservare una zona di universo otto volte più grande di quella, già immensa, a disposizione da oggi, aumentando geometricamente la probabilità di captare segnali generati da onde gravitazionali.

Bene ha fatto lo stesso Rietze a menzionare Galileo e il suo puntare al cielo, quattrocento anni fa, un telescopio in grado di mostrare un universo completamente diverso da quello che conoscevano tutti coloro arrivati prima di lui. Un universo imperfetto, come le gobbe della luna e le macchie solari. Ma l'aspetto che più ha stupito molti di noi, quasi tutti astronomi, è l'enormità del segnale, la pulizia dell'effetto e la capacità di inferire direttamente il risultato, praticamente ad occhio nudo. In genere i risultati della Big Science odierna richiedono un’analisi statistica accurata, che può durare anni, per arrivare a scrivere numeri che abbiano un senso. È il caso dei grandi esperimenti di fisica delle particelle o di cosmologia, come i risultati di satelliti come WMAP o Planck. In questo caso invece c’è perfetta correlazione con i modelli, misura della massa dei due buchi neri attraverso la frequenza dell’onda, della distanza alla quale è avvenuta la coalescenza dei due buchi neri attraverso l'ampiezza dell’onda, e infine della massa dei due buchi neri a partire dalla variazione della frequenza. La direzione può essere addirittura inferita attraverso il ritardo tra i due interferometri che fanno parte dell'esperimento LIGO. Mostruoso.

Kip Thorne, figura per tutti noi leggendaria nel campo e autore fra l'altro, insieme a John Wheeler e Charles Misner del gigantesco volume intitolato Gravitation (1279 pagine di formule e grafici sulla teoria della gravitazione, con esempi ed esercizi, per lo più impossibili per la gran parte di noi studenti di allora, che per lo più veniva usato come "pressa" per foglie, vista la mole), a 75 anni suonati ha saputo spiegare chiaramente in conferenza stampa la teoria dietro al fenomeno.

Nell’aula in cui eravamo raccolti ad ascoltare la videoconferenza non c’era molto rumore di fondo. Il mio vicino di banco editava in tempo reale la voce "Detection of Gravitational Wave" su Wikipedia.

Ma è comprensibile. Tutti sappiamo che dietro a queste scoperte, l'idea stessa di vedere o comprendere qualcosa che, piccolo o grande che sia, nessuno ha mai visto o compreso prima di noi sia una delle gioie più grandi riservate a chi se l’è saputa conquistare lavorando duramente, spesso per decenni, come in questo caso. Credo anche che questo suggerisca qualcosa di essenziale sulla nostra natura di esseri umani. Sono convinto che la gran parte degli scienziati vorrebbe in fin dei conti che a tutti noi fosse riservata, almeno una volta, la gioia suprema della scoperta. Che si tratti della scoperta teorica, quella sulla carta, o di quella sperimentale, come quella di LIGO. Onestamente non credo che esista gioia maggiore di quella data dal successo della nostra creatività, e l’atmosfera che si respirava in questa videoconferenza, in cui giovani, adulti ed anziani – soprattutto loro, visto il periodo di incubazione che l'esperimento ha richiesto: quasi un quarto di secolo! – ne è la migliore dimostrazione.

Dev'essere stata questa stessa felicità quella che provò, più e più volte, il giovane Einstein, quando con veri e propri salti mortali riuscì a  formalizzare la geometria dello spazio-tempo e ad incatenarla letteralmente alla massa che la occupa, nei primi decenni dello scorso secolo. Il solo seguire l’itinerario della sua mente, la capacità di costruire quei 16 numeri che costituiscono il tensore che lo descrive – un potente oggetto matematico di 4 colonne per 4 righe – partendo dalla piena conoscenza di uno solo di essi, non dev'essere stata diversa. Da questo discende l’ipotesi dell’esistenza delle onde gravitazionali insieme a tante altre.

100 anni esatti per provare, ancora una volta, che aveva ragione.

Paolo G. Calisse, 11 febbraio 2016
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Pannello di controllo d’impianto di biogas italiano visibile via Internet

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento).

Una domanda molto semplice: che ci fa online questo quadro di controllo di un impianto per biogas? È accessibile via Internet con VNC. Basta conoscerne l’indirizzo IP, facilmente ottenibile tramite un motore di ricerca come Shodan (la segnalazione arriva da @viss). Non ditemi che qualcuno crede ancora che per “proteggere” un accesso del genere sia sufficiente non dire in giro il suo indirizzo IP.

E non ditemi che questo quadro è comandabile via VNC. Sarebbe da incoscienti.




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Podcast del Disinformatico del 2016/02/05

È disponibile per lo scaricamento il podcast della puntata di ieri del Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera. Buon ascolto!
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Ci ha lasciato Edgar Mitchell, astronauta lunare

Ultimo aggiornamento: 2016/02/07 22:40.

Ed Mitchell mi firma il catalogo originale NASA delle foto della sua missione lunare.
Credit: Rodri Van Click, Tramelan, luglio 2014.

Si è spento ieri a 85 anni Edgar Mitchell, membro della missione Apollo 14 che esplorò la Luna insieme ad Alan Shepard esattamente 45 anni fa, a febbraio del 1971. La notizia è stata data oggi.

Mitchell era noto non solo per aver camminato sulla Luna ma anche per le sue controverse opinioni sulle visite di extraterrestri e sul paranormale e per la sua visione spirituale anticonformista dell’esistenza, che lo portarono a dedicare la propria vita, dopo la Luna, a quelle che lui chiamava le scienze noetiche e alla propria percezione potente della fondamentale interconnessione di ogni cosa nell’Universo maturata durante quelle ore passate sulla Luna. Quella stessa interconnessione che mi porta proprio in queste ore, insieme a tanti appassionati, a ricostruire con un livetweet su @attivissimoLIVE la sua missione.

Ed Mitchell sulla Luna, febbraio 1971.

Sviluppi una consapevolezza globale istantanea, un orientamento verso le persone, un'intensa insoddisfazione per lo stato del mondo, e ti senti in dovere di fare qualcosa in proposito. Da là fuori, sulla Luna, la politica internazionale sembra così meschina. Ti viene voglia di prendere per la collottola un politico, trascinarlo lontano quattrocentomila chilometri e dirgli “Guardati intorno, stronzo” – Ed Mitchell

Come potete leggere, Mitchell non era il tipo da fare giri di parole o smancerie: lo imparò a proprie spese un certo lunacomplottista americano, col cui nome non voglio sporcare questo ricordo di Ed, quando usò credenziali false per ottenere un’intervista a casa di Mitchell. Quando l’astronauta si accorse dell’inganno, assecondò l’intervistatore menzognero giurando pazientemente sulla Bibbia che era andato sulla Luna, come richiesto, e poi lo prese a ginocchiate nel sedere, cacciandolo fuori di casa sotto gli occhi della troupe del lunacomplottista. Le loro telecamere immortalarono il rendez-vous spaziale ad alta velocità fra rotula d’astronauta e coccige di cretino. Sì, ho il video: è abbastanza facile da trovare in Rete.

Ho avuto l’onore di incontrare Ed Mitchell varie volte e porterò con me per sempre il ricordo di una persona serenamente magnifica, sempre straordinariamente modesta e disponibile, oltre che di un astronauta di rara bravura. Grazie, Ed: mancherai a tanti.


Fonti: Palm Beach Post, Collectspace.


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Aiuto, un virus ha preso in ostaggio i miei dati e vuole soldi per ridarmeli: cosa posso fare?

Questa settimana mi è arrivata una pioggia di segnalazioni di persone e aziende messe in ginocchio da un particolare ricatto informatico: sul loro computer compare un avviso, solitamente in inglese, che comunica che tutti i loro dati (foto, musica, contabilità, fatture, progetti, lavori per la scuola) sono stati cifrati da ignoti con una password e che per avere questa password bisogna pagare un riscatto.

Questo è quello che in gergo si chiama ransomware. Ne ho già parlato in passato, segnalando per esempio il bollettino di MELANI, la Centrale d'annuncio e d'analisi per la sicurezza dell'informazione della Confederazione Svizzera, ma visto che l’epidemia prosegue e ci sono delle novità tecniche è il caso di scrivere una spiegazione dettagliata.


Cosa posso fare?


Per prima cosa, spegnete subito il computer sul quale è comparso l’avviso e spegnete tutti gli altri computer presenti sulla stessa rete informatica. Non perdete tempo. Il computer sul quale c’è l’avviso va spento brutalmente, staccando la spina o azionando il suo interruttore principale, senza spendere tempo a chiudere ordinatamente: quel computer sta probabilmente tentando di infettare gli altri computer della rete. Se non volete moltiplicare il problema, isolatelo più in fretta che potete.

Se avete una copia di sicurezza dei dati su un disco rigido collegato in rete, scollegatela immediatamente dalla rete staccando il cavo o spegnendo il Wi-Fi. Molti ransomware esplorano la rete locale e tentano di infettare e cifrare tutti i dispositivi che trovano, specialmente quelli di backup, in modo che non possiate ripristinare i vostri dati e sventare il ricatto.

Non riaccendete nulla fino a quando avete staccato il cavo di collegamento alla rete locale o spento il Wi-Fi per mantenere l'isolamento, e comunque riaccendete soltanto quando è sul posto uno specialista informatico che vi dirà se, come e quando riaccendere. Non cancellate nulla dai computer colpiti.


Posso rimediare io? Mi serve davvero un tecnico?


Mi spiace: se non siete più che esperti e più che previdenti, non potete rimediare da soli (e se siete stati infettati da un ransomware, probabilmente è perché non siete sufficientemente esperti e non siete stati abbastanza previdenti). Tenete presente che questi ransomware sono scritti da professionisti del crimine: sanno quello che fanno ed è difficile batterli.

Non perdete tempo e non cercate di risparmiare soldi con il fai da te: rischiate di perdere per sempre tutti i vostri dati. Non usate un antivirus dopo che è avvenuto l’attacco: non serve a nulla e rischia di peggiorare la situazione cancellando la parte del virus che serve per ripristinare i dati se pagate il riscatto. Chiamate uno specialista. Alcuni di questi ransomware hanno dei difetti che consentono il recupero dei dati: un bravo specialista sa come intervenire.

Se avete una copia di sicurezza di tutti i vostri dati essenziali, potete formattare i computer colpiti, reinstallare il sistema operativo e ripristinare i dati da questa copia. Se non l’avete, ora sapete perché gli esperti raccomandano sempre di averne almeno una.

Se siete dipendenti e vi accorgete del ransomware sul posto di lavoro, chiamate subito l'assistenza informatica e non vi preoccupate che qualcuno vi possa dare la colpa dell'infezione: se cercate di nascondere il problema non farete altro che peggiorarlo e probabilmente alla fine scopriranno il vostro tentativo d’insabbiamento, aggravando la vostra posizione. Ai datori di lavoro conviene annunciare subito che non ci saranno sanzioni, in modo da avere la massima collaborazione dei dipendenti.


Mi conviene pagare?


Mi spiace dirlo, ma probabilmente sì; se non avete una copia dei vostri dati, vi conviene pagare il riscatto e imparare la lezione. Valutate quanto valgono i dati che sono stati cifrati e quanto vi costerebbe ricrearli (ammesso che sia possibile) o non averli più. Consolatevi: l’amministrazione pubblica del Lincolnshire, nel Regno Unito, è stata paralizzata pochi giorni fa da un ransomware che chiede un milione di sterline (1,4 milioni di franchi, 1,3 milioni di euro) di riscatto.

Se pagate, non è detto che otterrete la password di sblocco dei vostri dati: dopotutto state trattando con dei criminali. Ma di solito ai criminali che vivono di ransomware conviene che si sappia che le vittime che pagano il riscatto ricevono la password di sblocco: se si diffondesse la voce che pagare è inutile nessuno pagherebbe più.

Conviene inoltre decidere rapidamente se pagare o no, perché molti ransomware aumentano l'importo del riscatto se si lascia passare troppo tempo. Di solito non c’è modo di trattare con i criminali che gestiscono il ransomware perché non c’è un indirizzo da contattare e comunque si tratta di bande che lavorano all’ingrosso, per cui voi siete probabilmente solo una delle loro tante vittime e loro non hanno tempo da perdere in trattative: prendere o lasciare.


Che prevenzione posso fare?


La miglior forma di prevenzione è fare il più spesso possibile una copia di scorta di tutti i dati essenziali e tenerla fisicamente isolata da Internet e dalla rete locale quando non è in uso. Evitate le soluzioni di backup permanentemente connesse alla rete locale: verrebbero infettate e rese inservibili.

Tenere aggiornato il computer è fondamentale. La maggior parte dei ransomware si insedia sfruttando difetti delle versioni non aggiornate di Flash (come descritto qui), di Java, del browser o di Windows. Se possibile, comunque, Flash va rimosso o disabilitato, perché si è rivelato un colabrodo nonostante i continui aggiornamenti correttivi.

Usare un antivirus aggiornato è meglio di niente ma non garantisce l’invulnerabilità: l’antivirus bloccherà i ransomware meno recenti ma non riconoscerà quelli appena usciti.

Adottare un firewall efficace è molto utile, specialmente se consente di filtrare i tipi di file in arrivo, bloccando per esempio i file ZIP o PDF o JAR.

Usare Mac OS o Linux invece di Windows riduce il rischio, perché la maggior parte dei ransomware è scritta per Windows, ma non vuol dire che un utente Apple o Linux possa considerarsi immune: sono in circolazione ransomware scritti in Java, che funzionano su tutti i sistemi operativi che supportano Java.

È importante diffidare degli allegati ai messaggi. Anche se il mittente è qualcuno che conosciamo, se l'allegato è inatteso o se il testo del messaggio non è nello stile solito del mittente è meglio non aprire gli allegati, neanche se si tratta di documenti PDF o di file ZIP. Spesso i ransomware scavalcano le difese rubando le rubriche di indirizzi di mail, per cui le vittime ricevono mail infette provenienti da indirizzi di utenti che conoscono e di cui si fidano. Prima di aprire qualunque allegato, di qualunque provenienza, è meglio fermarsi a pensare: c'è qualcosa di sospetto? Mi aspettavo questo allegato? Posso chiamare il mittente al telefono e chiedergli se mi ha davvero mandato un allegato?

Visitare solo siti sicuri e attinenti al lavoro è una buona cautela, ma non significa che ci si possa fidare ciecamente. Evitare i siti discutibili, per esempio quelli pornografici o che ospitano app piratate o film e telefilm, riduce molto il rischio ed è saggio anche a prescindere dal ransomware, ma molti siti rispettabilissimi possono ospitare e disseminare questo tipo di attacco. In questi giorni, per esempio, è stato segnalato un numero molto elevato di siti normali, basati su Wordpress, che ospitano inconsapevolmente delle varianti di ransomware.

A parte questi rimedi tecnici, è indispensabile che ci sia un comportamento sensato e prudente da parte di tutti gli utenti. Aprire allegati ricevuti inaspettatamente, visitare siti di gioco o di film o pornografici dal computer di lavoro, non stare aggiornati sono tutte abitudini diffuse che vanno abbandonate, in modo da creare terra bruciata intorno ai criminali. Soprattutto non bisogna cadere nell’errore di pensare che tanto a noi non capita: infatti il ransomware viene disseminato a caso e quindi può colpire chiunque, dal privato all’azienda all’ente pubblico. E come tutti i guai, anche il ransomware è sempre il problema di qualcun altro fino al momento in cui colpisce noi.
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