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È morto John Glenn (95 anni). No, giornalisti: non fu il primo americano nello spazio

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Oggi è stato dato l’annuncio della morte dell’astronauta statunitense John Glenn. Aveva 95 anni. Il suo nome è nei libri di storia perché fu il primo americano a compiere un volo orbitale intorno alla Terra con la capsula Mercury-6 (battezzata Friendship 7) il 20 febbraio 1962.

Diversamente da quanto hanno pubblicato vari giornalisti, va chiarito però che Glenn non fu il primo uomo nello spazio (quello fu il russo Yuri Gagarin, il 12 aprile 1961) e non fu il primo americano nello spazio (quello fu Alan Shepard, il 5 maggio 1961). Glenn fu il primo americano che andò nello spazio e fece almeno un giro (orbita) intorno alla Terra.

Il più notevole fra i vari giornalisti italiani che ho visto twittare erroneamente sull’argomento è stato Gianni Riotta, che ha tweetato parlando di “primo americano nello spazio” e quando gli ho fatto notare l’errore (come hanno fatto molti altri) ha insistito dicendo di avere ragione lo stesso, con toni di compatimento verso di me che ho osato correggerlo (screenshot qui accanto):



Il giornalista ha poi proseguito con altri tweet molto eloquenti invece di fare la cosa più semplice: ammettere l’errore e correggerlo.

L’errore di Riotta e di tanti altri è che non sanno che andare in orbita e andare nello spazio sono due cose differenti. Infatti si può andare nello spazio senza necessariamente andare in orbita.

Secondo le convenzioni aerospaziali, infatti, qualunque veicolo che superi la linea di Kármán (ossia la quota di 100 chilometri dalla superficie terrestre) va nello spazio. Quindi se prendo un razzo e mi arrampico verticalmente fino a oltre cento chilometri di quota, sono nello spazio. Poi, però, ricadrò subito a terra. È quello che hanno fatto, per esempio, i velivoli della Virgin Galactic e stanno facendo i razzi New Shepard di Jeff Bezos. È quello che fecero, per fare un altro esempio, due voli dell’aereo-razzo sperimentale X-15 nel 1963 (ai comandi c’era in entrambi i casi Joe Walker). Tutti sono classificati come voli spaziali anche se non furono voli orbitali.

La differenza fra Alan Shepard e John Glenn, infatti, è che Shepard fece un volo suborbitale, ossia salì verticalmente fino a raggiungere lo spazio (a circa 185 km di quota) ma poi ricadde subito a Terra e il suo volo durò circa 15 minuti in tutto. Glenn, invece, fu accelerato dal suo razzo Atlas non solo verticalmente, ma anche orizzontalmente, raggiungendo una velocità tale da non ricadere: fece tre giri intorno alla Terra, restando in volo per 4 ore e 55 minuti.

Shepard fu quindi il primo americano a raggiungere lo spazio; Glenn fu il primo americano a orbitare nello spazio. Shepard fece un saltino nello spazio e ricadde; Glenn andò nello spazio e ci rimase per un bel po’.

Può sembrare una questione di lana caprina, ma il volo di Glenn fu una tappa storica per l’America, umiliata dai successi spaziali sovietici. Il coraggioso salto suborbitale di Shepard e quello successivo di Gus Grissom avvennero infatti dopo che i russi avevano già compiuto un volo orbitale con Gagarin. Fu solo il volo di Glenn a riportare l’America su un piano di parità. Non per nulla John Glenn fu accolto come un eroe nazionale.



Che Riotta non sapesse di questa distinzione tecnica è comprensibile, ma che di fronte a una correzione ben documentata (non solo mia, ma di tanti altri, con dovizia di fonti e citazioni) risponda piccato e non ammetta l’errore è un classico esempio dell’atteggiamento arrogante di tante grandi firme del giornalismo italiano. Ma lasciamo stare.

La biografia di John Glenn è unica e irripetibile: dopo aver lasciato la NASA per una carriera politica che lo portò ad essere senatore, tornò a volare nello spazio. Glenn, infatti, detiene il record come persona più anziana andata nello spazio: nel 1998, a 77 anni, volò sullo Shuttle Discovery per la missione STS-95, restando in orbita per 213 ore e compiendo 134 orbite intorno alla Terra.

Con la sua morte non rimane più nessuno dei Mercury Seven, i primi sette astronauti americani, e si chiude un capitolo eroico della storia dell’astronautica.


Fonti: FAI, XkcdNASA.
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Ci vediamo domani al Planetario di Lecco per parlare di Luna e complotti?

Domani sera (venerdì 9) alle 21 sarò ospite del Planetario di Lecco (corso Matteotti 32 a Lecco) per una conferenza dedicata agli sbarchi sulla Luna e alle tesi di complotto che li accompagnano. Smonterò le principali presunte “prove” di queste tesi come spunto per raccontare le vere cospirazioni che vi furono intorno alle missioni lunari e per mostrare immagini rare e restaurate di quei viaggi straordinari.

La conferenza includerà anche un reperto che finora è stato visto soltanto una volta, dai partecipanti alla conferenza che ho tenuto a Castelvetro di Modena: la versione restaurata e stabilizzata del famoso cazzotto dell’astronauta lunare Buzz Aldrin al complottista Bart Sibrel. Potremo analizzare queste immagini e decidere se sono autentiche o se Sibrel ha simulato tutto in uno studio cinematografico.

Porterò con me alcuni modelli e oggetti spaziali d’epoca; avrò anche alcune copie del mio libro Luna? Sì, ci siamo andati! e del mio documentario Moonscape.
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Il Delirio del Giorno: “te che sei del Nebraska”

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Paolo sono contento che finalmente ti occupi di auto così la pianti una buona volta di trattare argomenti in maniera plutocratica. Voglio dirti che dopo l'esplosione della raffineria di scie chimiche vicino Pavia i dadi sono tratti. I giochi sono fatti. Le scie chimiche sono una realtà. Io capisco che tu sei americano e che voi americani, specie te che sei del Nebraska, andate avanti a mais e cavolate, ma a tutto c'è un limite. Ora tratti di Tesla, ovviamente ne tratti di parte senza parlare mai della terza dimensione e della traslocazione. Ma devi far felice i tuoi lettori e l'agenzia federale del tuo Paese a stelle e strisce. Però rifletti bene: sull'11 settembre hai perso, sulle scie chimiche pure, su tesla sei di parte. Sei come gli Usa - i tuoi Usa - in Vietnam. Avete perso su tutta la linea. Riflettici. e non mandarmi i sicari, che l'fbi non ha giuristizione qui. Dillo ai tuoi amici del partito republicano. Ma non potevi rimanere in Nebraska? che sei venuto a fare in Europa. il mais ti faceva schifo? Ma ora con Trump dovresti pensare a tornare a scrivere al New york times su Tesla e quello che ti pare.
cordialmente.




Per chi dubita che qualcuno possa davvero credere e scrivere seriamente questo genere di cose, leggete il mio incontro di persona con Vibravito: una persona per molti versi simile a Juventin87.

Per chi si sta chiedendo invece il perché del Nebraska: l’ipotesi più probabile è che Juventin87 abbia letto da qualche parte che sono nato a York e quindi ha pensato a York, Nebraska anziché a York, Regno Unito (grazie per l’idea a blasc0).
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Fuori di Tesla: notizie dal mondo delle auto elettriche 2016/12/04

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi (o fare un microabbonamento) per incoraggiarmi a scrivere ancora. Ultimo aggiornamento: 2016/12/05 10:45.

Segnalo qui in breve alcune notizie riguardanti le auto elettriche e/o autonome che ho trovato e che pubblico come appunti veloci, privi della verifica e degli approfondimenti dei mie articoli normali: quindi prendete tutto con un pizzico di cautela, e se trovate delle fonti più precise (che confermino, diano maggiori dettagli o magari smentiscano), segnalatemele nei commenti.

300 km di ricarica in 20 minuti. Il progetto europeo Ultra E coinvolge Paesi Bassi, Belgio, Germania e Austria insieme ad Audi, BMW e Renault per creare una rete di stazioni di ricarica capaci di erogare fino a 350 kW (più del doppio dei Supercharger di Tesla, attuali detentori del primato). Non ci sono ancora auto elettriche capaci di caricarsi a 350 kW (le Tesla arrivano a 120 kW), ma i partner di Ultra E prevedono che ci saranno entro il 2018, quando sarà pronta la rete. Anche Porsche sta sviluppando una rete analoga, che sarà compatibile con le Tesla dotandosi di un adattatore.

Per Bloomberg, auto elettriche care come quelle a benzina tra soli sei anni; effetto valanga sul petrolio. I prezzi delle batterie sono scesi del 35% l'anno scorso; entro il 2040 le auto elettriche a lunga autonomia costeranno meno di 22.000 dollari di oggi; il 35% delle auto nuove avrà una presa elettrica. La Tesla Model S vende già ora più delle sue concorrenti nel settore delle auto di lusso negli Stati Uniti. Entro il 2023 le auto elettriche potrebbero causare un calo di domanda pari a 2 milioni di barili di petrolio al giorno: questo causerebbe una crisi petrolifera paragonabile a quella del 2014 (causata da un eccesso di produzione di 2 milioni di barili/giorno). Se la domanda di petrolio cala, estrarlo diventa meno conveniente, il prezzo sale e la domanda scende, in un circolo vizioso (o virtuoso, dal punto di vista ecologico). Questo è il sunto di un rapporto pubblicato da Bloomberg qualche mese fa, Here’s How Electric Cars Will Cause the Next Oil Crisis, e di un video che riassume bene quale effetto dirompente potrebbe avere un’auto elettrica economica sul mercato petrolifero (Jalopnik: 1, 2, 3).

Anche il Financial Times parla di “spirale mortale” per il petrolio. Lo fa parlando di scenari estremi, con adozioni rapide delle auto elettriche, ma il parallelo con l’adozione esplosiva dei telefonini e poi degli smartphone, spinta da prezzi in rapidissimo calo, fa riflettere.

Le batterie delle Tesla perdono il 6% di carica dopo 80.000 km e l'1% per ogni 50.000 km successivi. Questi sono i risultati di una statistica compilata dagli utenti Tesla in Olanda e Belgio.

Auto a idrogeno consumerebbero il triplo di elettricità di rete rispetto a quelle a batteria. Per chi teme che le auto elettriche implichino un eccessivo consumo di corrente elettrica dalla rete e pensa che le auto a idrogeno siano un’alternativa migliore, secondo Green Car Reports per produrre il volume di idrogeno necessario per far fare un chilometro di strada a un’auto a idrogeno ci vuole circa il triplo dell’energia richiesta per caricare una batteria che faccia fare lo stesso chilometro a un’auto elettrica, per cui “i veicoli a idrogeno aumenteranno la domanda di elettricità molto più delle auto elettriche per coprire le medesime distanze. E questo senza neanche prendere in considerazione il costo di installare una rete capillare di distribuzione di idrogeno”. Va detto che questi valori vengono forniti da Green Car Reports senza presentare i dati e i metodi che li hanno generati.

Quanto graveranno sulla rete elettrica le auto elettriche? Secondo Green Car Reports, uno studio condotto dieci anni fa dall'Electric Power Research Institute e dal Natural Resources Defense Council (non linkato, purtroppo, da GCR) indica che se negli Stati Uniti i due terzi dei chilometri complessivamente percorsi fossero alimentati da energia elettrica, i consumi aumenterebbero complessivamente del 6 o 7 per cento. L’arrivo improvviso sul mercato dei condizionatori domestici alcuni anni fa fu un evento ben più impegnativo da gestire di quanto potrà esserlo l’elettrificazione di massa delle auto, secondo questo rapporto.

Tesla: Supercharger non più gratuiti e illimitati. Finora le auto Tesla hanno beneficiato di un accesso gratuito e quasi illimitato alle stazioni di ricarica veloce Supercharger di Tesla. Per le auto ordinate dopo l'1/1/2017, invece, saranno gratuiti solo 400 kWh di ricarica (circa 1600 km) ogni anno. Dopo questi primi 400 kWh “ci sarà una piccola tariffa da pagare... comunque meno rispetto al pieno di un’auto di pari categoria” (Tesla.com).

Renault: Zoe ZE40 ha 300 km di autonomia; in vendita subito. La nuova versione ha una batteria maggiorata come capacità (41 kWh) ma non come peso o ingombro e solo 2.500 euro di differenza rispetto alla versione precedente (22 kWh) di batteria. Prezzi (in Olanda): da 31.890 euro per la versione da 41 kWh, riducibili a 23.900 in caso di noleggio della batteria (InsideEVs.com).

Tesla: incidente mortale in Olanda, il “pilota automatico” non era attivo, l’auto correva a oltre 155 km/h su strada ordinaria. A settembre scorso i giornali olandesi hanno dedicato ampio spazio a questo incidente di una Tesla, legandolo a quello avvenuto a maggio 2016 in Florida, ma i dati di telemetria inviati dall’auto a Tesla indicano che in questo caso l’auto era in modalità di guida manuale e viaggiava a velocità elevatissima su una strada a singola carreggiata e due sensi di marcia in mezzo a un bosco. L’auto ha preso fuoco (sì, anche un’auto elettrica può incendiarsi) e il conducente, un uomo di 53 anni, è morto sul posto. Le foto sono terribili (Electrek; Electrek).

Tesla: incidente da 55.000 euro in Germania. A settembre scorso un incidente autostradale fra una Tesla Model S e un autobus in Germania è avvenuto mentre il conducente (secondo quanto ha dichiarato) stava usando il “pilota automatico”, che però non è intervenuto. L’autobus aveva appena terminato di sorpassare un camion e stava rientrando nella corsia di destra, e il conducente della Tesla non ha visto la manovra e ha tamponato l’autobus. Grande spavento per gli occupanti dell’autobus, lievi ferite per il conducente dell’auto, e danni materiali per 55.000 euro (Electrek; Mopo.de).

Tesla: il primo incidente mortale con “pilota automatico” inserito non è quello in Florida. A settembre sono emerse notizie di un incidente precedente a quello in Florida già citato: a gennaio 2016, su un’autostrada nella zona di Hong Kong e Macao un uomo di 23 anni ha perso la vita schiantandosi con la Tesla Model S del padre contro un veicolo di pulizia stradale fermo sulla corsia di sinistra. Le immagini della dashcam non sembrano indicare alcun rilevamento dell’ostacolo o intervento di frenata o sterzata da parte del “pilota automatico” o del conducente (Electrek).
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Podcast del Disinformatico del 2016/12/02

È disponibile per lo scaricamento il podcast della puntata di oggi del Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera. Buon ascolto!
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