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Nuovo spettacolare atterraggio di SpaceX

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Video completo del lancio (diretta commentata, atterraggio a 29:50):



Altro video completo del lancio (diretta tecnica, rientro inizia a 26:40, atterraggio a 29:50):



Video accelerato del rientro visto dalla telecamera di bordo del primo stadio del Falcon 9: si vedono fasi del rientro mai viste prima.

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Podcast del Disinformatico del 2016/05/27

È disponibile per lo scaricamento il podcast della puntata di ieri del Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera. Buon ascolto!
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L’ultimo uomo sulla Luna si racconta in un documentario emozionante

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Si parla spesso del primo uomo sulla Luna, perché la nostra cultura è affascinata dai primati; si parla assai meno spesso degli ultimi, e in questo dell’ultimo a camminare sulla Luna: Gene Cernan.

Se il primo, Neil Armstrong, era un nerd riservato, travolto e perseguitato da una celebrità immensa che cozzava con la sua modestia, l’ultimo è un uomo che ha abbracciato l’incredibile sorte che gli è capitata – essere uno degli unici dodici esseri umani, in tutta la storia dell’umanità, ad aver camminato su un altro mondo – e ne è diventato uno dei testimoni viventi più eloquenti e appassionanti.

Sentire Gene Cernan dal vivo, come mi è capitato qualche tempo fa, è avvincente: non ti racconta soltanto cosa ha fatto sulla Luna, facendoti sentire come se tu fossi stato lì con lui, ma ti spinge a riflettere sul significato profondo di quel viaggio. Se lui, cresciuto in una fattoria senza corrente elettrica e senza neppure un trattore, è riuscito a fare così tanta strada da arrivare ad essere scelto per andare sulla Luna, quali altre cose straordinarie possiamo fare se ci impegniamo? Con che coraggio diciamo “non si può fare”? Forse è una retorica d’altri tempi, ma Cernan la sa porgere con rara potenza.

La storia personale di Gene Cernan è raccontata in un documentario, The Last Man on the Moon, che è ora finalmente disponibile in streaming anche in Italia e in Svizzera su iTunes e su Netflix. Questo è il trailer:


The Last Man on the Moon (IMDB) include moltissime riprese rare o inedite e ricostruzioni delle missioni con ottimi effetti speciali, ospita molti nomi storici dell’astronautica (Gene Kranz, Charlie Duke, Alan Bean, Jim Lovell, Chris Kraft, Dick Gordon, per citarne solo alcuni) e riepiloga non solo la missione Apollo 17, quella che portò Cernan a camminare sulla Luna e terminare la prima esplorazione umana della Luna nel 1972, ma anche le sue altre missioni spaziali: la Gemini 9A in orbita terrestre e Apollo 10, che fu la prova generale dello sbarco sulla Luna e arrivò a soli 14 chilometri dalla superficie lunare per acquisire esperienza in tutte le fasi dello sbarco tranne l’atterraggio vero e proprio sulla Luna.

Ma non c’è solo avventura: il documentario parla anche dei drammi personali della vita d’astronauta di allora: l’ansia da prestazione, l’estraniamento dalle famiglie, i compagni caduti, le angosce delle mogli (“Se pensate che andare sulla Luna sia difficile, provate a restare a casa”, dice appunto sua moglie).

La versione su iTunes è in inglese con sottotitoli in varie lingue ma non in italiano: quella su Netflix italiano, mi dicono, ha i sottotitoli italiani con l’audio inglese. Il sito di supporto, ricco di ulteriori chicche e immagini, è http://thelastmanonthemoon.com.



A proposito di chicche, e anche per trasparenza: conosco uno dei montatori del documentario, che è la stessa persona che mi ha permesso di avere le riprese restaurate che potete vedere nel mio documentario Moonscape. Ho comunque pagato come chiunque altro la mia copia di The Last Man On the Moon e non scrivo questa recensione per fare un favore a un conoscente, ma per segnalare un gran bel film che non può mancare a chiunque abbia la passione per lo spazio e per le grandi imprese. In compenso, però, il montatore mi ha fatto sapere che per una di quelle singolari coincidenze che costellano il mondo dell’astronautica compaio in una delle riprese del documentario insieme a Luigi Pizzimenti (di Ti Porto la Luna), anche se la scena è stata tagliata. Buona visione.
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Fufologia: capo di stato maggiore USA parla pubblicamente di “omini verdi”

Ancora una volta gli ufologi (non tutti, ma tanti di loro) dimostrano il problema principale dell’ufologia: la totale mancanza di senso della realtà.

La notizia ufologica del momento è che “il generale Mark A. Milley, capo di stato maggiore dell’Esercito degli Stati Uniti (US Army), ha dichiarato al pubblico..., che i futuri soldati potranno confrontarsi con dei temibili avversari ‘ibridi’ e ‘piccoli omini verdi’”.

Non mancano i video che documentano le parole del generale e ne discutono senza farsi la domanda più ovvia: perché mai un militare dovrebbe fare una rivelazione del genere dopo decenni di presunto silenzio tombale e insabbiamento a qualunque costo? E perché mai la farebbe con così tanta disinvoltura?

La risposta è semplicissima, ma sembra sfuggire ai più forsennati fra gli appassionati di ufologia: l’espressione inglese little green men, usata dal generale Milley, è sì molto usata in inglese per indicare semiseriamente gli extraterrestri, ma nel gergo militare ha un significato completamente diverso e tristemente terrestre: indica infatti le forze militari che indossano tute verdi anonime e partecipano ai conflitti senza dichiarare un’appartenenza formale a uno stato. Un termine tecnico militare, insomma: infatti Milley, nel video, si stava appunto rivolgendo a un pubblico composto da militari a Northfield, nel Vermont, il 21 aprile 2016.

Secondo le ricerche pubblicate da Metabunk, fra l’altro, il termine non è un’invenzione estemporanea del generale ma è entrato da tempo nell’uso formale nel settore, come testimoniato da varie pubblicazioni militari. Armytimes ha addirittura chiarito pubblicamente il possibile equivoco. Niente alieni verdi e di piccola statura, insomma, neanche stavolta; e tanto di cappello a tutti gli ufologi che non si sono fatti distrarre da questa notizia-fuffa, ottima per attirare clic e incassi pubblicitari ma pessima per chi vuole fare ufologia seria.
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Trasformare il telefonino nel tricorder di Star Trek (o quasi) con l’app Science Journal

Se avete la passione per la scienza, o conoscete qualcuno che ce l’ha o gliela volete instillare, allora regalatevi o regalate l’app Science Journal di Google (per telefonini Android): trasforma lo smartphone in una stazione di raccolta di dati scientifici che utilizza i vari sensori del dispositivo, misurando suoni (tramite il microfono), luce (mediante la telecamera) e movimenti (con l’accelerometro); altri valori possono essere acquisiti collegando il telefonino a sensori esterni.

L’app è gratuita e utilissima per insegnare i valori e il significato delle unità di misura e i grafici; consente di registrare i valori e combinarli in “esperimenti”. Per esempio, quanto è realmente rumorosa o silenziosa l’auto che guidate rispetto a quella degli amici o colleghi? Qual è l’accelerazione massima su un ottovolante, su un’altalena o durante un salto? Quanto è luminosa una lampadina rispetto a un’altra? Chi sa fare il grido più potente? I dati possono essere visualizzati in forma storica, tramite un grafico, oppure in tempo reale in forma numerica, ed esportati per l’elaborazione esterna in formato CSV.

L’app ha anche un sito di supporto, con proposte di attività, kit di materiale, accessori e tutorial. C’è anche un canale Youtube apposito.
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