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“Moonscape” scelto per un festival online del cinema

Lo so, è un po’ autocelebrativo, ma in realtà è anche merito vostro e in particolare degli oltre 600 donatori e collaboratori del progetto Moonscape, il documentario libero e gratuito che ho realizzato col vostro aiuto per mostrare il primo sbarco sulla Luna attraverso le immagini originali restaurate: Moonscape è stato scelto per un festival del cinema che si svolge online dal 18 luglio fino a domani (24 luglio) ed è organizzato senza scopo di lucro per TransformingTheChurch.org da Bill Anderton, ex collega di Max Faget, celeberrimo progettista delle capsule Mercury, Gemini e Apollo oltre che del primo aereo-razzo spaziale, l’X-15.

Il festival ha organizzato visioni collettive in corrispondenza del quarantesettesimo anniversario della missione Apollo 11 che portò sulla Luna Neil Armstrong e Buzz Aldrin.

Fra l’altro, se vi state chiedendo come sta progredendo il lavoro a Moonscape, ho tribolato non poco con le false accuse di violazione di copyright su Youtube, come raccontato nel diario di produzione, e sto lentissimamente preparando un rimontaggio totale del documentario per includere nuove versioni del materiale e dei contenuti supplementari, oltre che per migrare dal vecchio Final Cut Pro, non più supportato, a un software multipiattaforma (Adobe Premiere). Purtroppo il tempo che posso dedicare al progetto in questo periodo è molto limitato. Ma non mollo: per il cinquantenario della missione vorrei regalarvi qualcosa di speciale.
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Podcast del Disinformatico del 2016/07/22

È disponibile per lo scaricamento il podcast della puntata di ieri del Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera. Buon ascolto!
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App per gestire le password: vale la pena di usarle?

Ormai lo sanno anche i muri: usare la stessa password dappertutto è un rischio enorme, e usare password ovvie (date di nascita, nomi, numeri di telefono) è una pessima idea perché rende facilissimo il lavoro degli intrusi informatici, ma sono tanti gli utenti che continuano a fare queste cose perché l’idea di gestire tante password differenti e oltretutto complicate fa venire il mal di testa.

Ricordarsele a memoria è impossibile; segnarsele su un quadernino funziona, tranne quando il quadernino rimane a casa o in ufficio o comunque fuori portata; scriverle in un file da tenere su una chiavetta USB è tedioso e significa dover aprire ogni volta il file e copiaincollare la password.

Per risolvere tutti questi problemi ci sono i password manager: applicazioni il cui compito è memorizzare e digitare per noi le nostre password. Alcune delle più diffuse sono 1Password, Dashlane, LastPass e KeePass. Chi le usa ha bisogno di ricordarsi soltanto una password: quella che dà accesso alla cassaforte virtuale nella quale il password manager custodisce tutte le sue password.

Come segnala Sophos, è importante smontare uno dei miti che circondano i password manager, ossia l’idea che per iniziare a usarli sia necessario immettere a mano una per una tutte le proprie password. Non è così: praticamente tutti questi gestori di password sono in grado di accorgersi automaticamente se l’utente sta digitando una password durante l’accesso a un sito e si offrono di memorizzarla automaticamente. Se cambiate una password, inoltre, il gestore aggiornerà automaticamente il proprio archivio di password.

Un’altra incombenza che i password manager possono evitare all’utente è la generazione di password difficili da indovinare. Ci pensa l’applicazione a generarle. Dato che è l’applicazione a doversele ricordare e a preoccuparsi di digitarle, e non l’utente, queste password generate possono essere complicatissime (tipo Vp$lskFOyS4h^oqI o simile).

Ultimo dubbio ricorrente: ci si può fidare a depositare una copia dell’archivio di password nel cloud? Un gestore di password diventa un punto unico di vulnerabilità: se qualche malintenzionato riesce ad accedere al sito del produttore, c'è il rischio che abbia accesso a tutte le password di tutti gli utenti. Per prevenire questo rischio, i produttori usano una crittografia molto potente, ma se siete particolarmente preoccupati potete disattivare questa funzione e portare invece con voi una chiavetta contenente una copia dell’archivio di password, naturalmente protetta a sua volta da una buona password.
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Ma è davvero possibile infettare un computer o un telefonino con un’immagine? Sì

Ultimo aggiornamento: 2016/07/22 15:10.

Una delle raccomandazioni classiche della sicurezza informatica è che qualunque dato ricevuto può trasportare un attacco e quindi non ci si può fidare di nessun tipo di file: la cosa è abbastanza intuitiva per i programmi o le app, che eseguono delle istruzioni e quindi prendono il controllo del dispositivo sul quale sono installati, ma è molto meno ovvia per altri tipi di file.

Per esempio, molti utenti sono increduli quando sentono dire che si può infettare un computer, un tablet o uno smartphone usando semplicemente un’immagine. Come è possibile? Un’immagine, viene da pensare, è una cosa che viene soltanto visualizzata: non viene eseguita. L’idea che un’immagine possa infettare un dispositivo digitale sembra assurda quanto l’idea che guardare un certo telefilm possa guastare il televisore.

Eppure è così: era successo l’anno scorso con Stagefright, un difetto dei dispositivi Android che consentiva di attaccarli semplicemente visualizzando o ricevendo via MMS un’immagine appositamente confezionata, ed è successo ancora.

La dimostrazione più recente di questo fatto apparentemente assurdo tocca stavolta gli iPhone, gli iPad e i computer della Apple, che hanno una serie di difetti nel modo in cui creano le anteprime (thumbnail) delle immagini. Se l’immagine ha le caratteristiche giuste, non viene elaborata correttamente e una sua parte viene erroneamente interpretata come se fosse una serie di comandi da eseguire. Questo consente di attaccare un dispositivo di una vittima inviandole un’immagine, per esempio via MMS o via mail, oppure convincendola a visitare una pagina Web contenente l’immagine ostile.

Niente panico: il difetto è già stato corretto con gli aggiornamenti usciti di recente, che portano iOS alla versione 9.3.3 e Mac OS X alla versione 10.11.6. Se non li avete ancora scaricati e installati, fatelo appena possibile.


Fonti: Talos Intel, Welivesecurity. Correzione: nella stesura iniziale avevo scritto che la versione di OS X era la 10.11.16; è invece la 10.11.6. Grazie a @lordgordon per la segnalazione.
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Visita virtuale alla cabina del veicolo spaziale che portò l’umanità sulla Luna 47 anni fa

Per commemorare il quarantasettesimo anniversario di Apollo 11, la missione spaziale che portò per la prima volta sulla Luna degli esseri umani, il museo Smithsonian ha pubblicato una dettagliatissima scansione digitale tridimensionale dell’unica parte del veicolo tornata dal viaggio, ossia la strettissima cabina del Modulo di Comando nella quale i tre astronauti dell’equipaggio trascorsero quasi tutta la missione (due di loro scesero sulla Luna usando un’altra parte del veicolo, il Modulo Lunare, mentre il terzo astronauta rimase nella cabina principale).

Il veicolo originale è esaminabile dal vivo al museo, ma è comprensibilmente impossibile visitarne l’interno entrando attraverso il portello d’accesso. Così i tecnici hanno fotografato e scansionato in 3D, centimetro per centimetro, tutto interno e hanno applicato le immagini alla scansione: il risultato consente di effettuare un’approfonditissima visita guidata virtuale, sia dell’esterno sia dell’interno, guardando in ogni anfratto e ruotando la capsula in posizioni impraticabili dal vero. Basta usare un computer oppure un telefonino (meglio se con gli adattatori per la realtà virtuale) per accedere a 3d.si.edu/apollo11cm. Le immagini sono ricche di didascalie (per ora solo in inglese) che spiegano la funzione delle tantissime parti che compongono un veicolo che ha fatto la storia.

La scansione digitale è inoltre scaricabile per stamparla con le stampanti 3D.

Chicca: durante la realizzazione della scansione sono stati scoperti dei “graffiti” degli astronauti che erano rimasti sconosciuti per quasi mezzo secolo: appunti scritti a matita sui pannelli o sulle pareti della cabina, un calendario dei giorni della missione in cui sono barrate tutte le date della missione (tranne quella del giorno di ritorno) e una dedica scritta dal pilota del modulo di comando, Michael Collins: Spacecraft 107 - alias Apollo 11 alias “Columbia” – The Best Ship to Come Down the Line – God Bless Her – Michael Collins CMP (“Astronave 107, alias Apollo 11, alias Columbia – La nave migliore uscita dal cantiere - Dio la benedica – Michael Collins, Pilota del Modulo di Comando”).




Fonti: Si.edu, Infodocket.
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