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2022/09/25

Gli astronauti possono votare dallo spazio? Se sì, come?

L’astronauta statunitense Kate Rubins indica la “cabina elettorale” (in realtà una cuccetta adattata allo scopo) dove si è recata per votare a novembre 2020. Credit: NASA.

Pubblicazione iniziale: 2022/09/25 14:02. Ultimo aggiornamento: 2022/09/26 1:35.

Da un lettore su Twitter, Diego, arriva una domanda interessante e insolita a proposito della vita nello spazio: se sei un astronauta in missione nello spazio, puoi votare? E se puoi, come fai? Sto chiedendo lumi agli esperti; nel frattempo scrivo qui quello che ho scoperto fino a questo punto.

Durante i primi decenni di volo spaziale umano il problema del voto non si è posto, perché i voli erano molto brevi. Ma ora che gli astronauti di vari paesi svolgono spesso missioni della durata di molti mesi è abbastanza frequente che qualcuno di loro si trovi nello spazio durante delle elezioni o votazioni. In questo caso, che si fa? 

Per chi si domanda come mai non si usa il voto elettronico, raccomando questa lettura.

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USA. La NASA spiega che gli astronauti statunitensi possono votare dallo spazio sin dal 1997; il primo a farlo è stato David Wolf, mentre era a bordo della stazione russa/sovietica Mir. Prima di partire, compilano un’apposita richiesta, la FPCA (Federal Postcard Application), che è la stessa usata dai militari e dalle loro famiglie quando si trovano fuori dal territorio statunitense. Questo modulo annuncia alle autorità la loro intenzione di votare.

Gli astronauti americani normalmente risiedono in Texas, perché svolgono gran parte del proprio addestramento a Houston, e quindi la maggior parte di loro sceglie di votare come residente di quello stato, ma se risiedono altrove possono comunque votare nei rispettivi stati.

Dopo l’approvazione dellla FPCA, il county clerk (ufficiale del registro della contea) che si occupa delle votazioni nella contea di residenza dell’astronauta invia una scheda elettorale di prova al Johnson Space Center, a Houston, e l’astronauta usa un computer di quelli usati per l’addestramento all’uso della Stazione Spaziale Internazionale per verificare di essere in grado di compilarla e rispedirla al county clerk.

Se la prova si svolge con successo, il Centro di Controllo Missione del JSC invia all’astronauta nello spazio una scheda di voto elettronica protetta (generata dall’ufficio del county clerk) usando i normali uplink (canali di trasmissione dati) della Stazione. Il county clerk invia inoltre all’astronauta una mail contenente delle credenziali uniche personali che permettono all’astronauta di accedere alla scheda di voto.

A quel punto l’astronauta vota e la scheda di voto completata viene trasmessa a terra e consegnata via mail al county clerk per la registrazione. Il clerk ha una propria password, per garantire che sia l’unica persona in grado di leggere la scheda di voto. 

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URSS/Russia. I cosmonauti russi votano dallo spazio dal 1971: lo fecero per primi i membri dell’equipaggio della tragica missione Soyuz 11, Georgy Dobrovolsky, Vladislav Volkov e Viktor Patsayev, mentre erano a bordo della stazione sovietica Salyut 1, trasmettendo a terra la loro scelta per le elezioni del congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Nell’attuale Russia, invece, i cosmonauti solitamente votano per procura: nel 2011, Anton Shkaplerov e Anatoli Ivanishin diedero le proprie istruzioni di voto a Dmitry Zhukov, un dipendente del Centro di Addestramento Cosmonauti. Possono però anche avvalersi del voto elettronico, come ha fatto Ivanishin nel 2020 mentre era a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, mentre il suo collega Ivan Vagner ha votato per procura.

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Cina. Non ho informazioni sulle possibilità di voto dallo spazio degli astronauti cinesi.

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Europa. Per quanto riguarda il voto spaziale degli astronauti europei, bisognerebbe valutare le procedure di voto dei singoli paesi. Grazie a due fonti dirette molto autorevoli, posso dire con certezza che al momento non esiste modo di votare dallo spazio per gli astronauti italiani; non so quale sia la situazione per quelli di altri paesi europei (ho chiesto ulteriori lumi all’ESA). Mattia mi segnala che Thomas Pesquet (francese) ha votato per procura dalla ISS per le presidenziali a maggio 2017.

Forse (è una mia congettura) una persona di cittadinanza italiana che si trova nello spazio potrebbe ricorrere al voto per corrispondenza, come qualunque cittadino italiano residente all’estero e iscritto all’AIRE, ma rimarrebbe il problema dell’invio della scheda all’astronauta e della sua riconsegna a terra in tempo utile. Considerata la frequenza dei voli (cargo e con equipaggio) da e per la Stazione, può darsi che questa procedura sia almeno tecnicamente fattibile; non so se ci possano essere ostacoli di natura legale. Che io sappia, inoltre, in Italia non è consentito il voto per procura.

 

Fonti aggiuntive: NASA (2008), NASA (2020), Mashable (2016), Wikipedia, Miami Herald (1971), Moscow Times (2020). Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico) o altri metodi.

2022/09/24

La “tanica di benzina” per le auto elettriche

Si dice spesso che uno dei problemi delle auto elettriche è che se si scarica completamente la batteria non c’è un equivalente pratico della tanichetta di benzina che si usa per le auto a carburante. 

Con un veicolo a benzina o diesel, se si resta senza carburante basta farsi portare a un distributore, riempire una tanichetta, tornare all’auto e versarne il contenuto nel serbatoio (oppure farsi portare una tanichetta di carburante da un amico o da un servizio di soccorso stradale). Con i veicoli elettrici non è così facile: normalmente si chiama un carro attrezzi e ci si fa trasportare fino alla colonnina più vicina oppure serve un veicolo di soccorso apposito con una batteria dedicata.

Detto fra noi: la vera soluzione al problema è fermarsi a caricare prima che finisca la batteria. L’indicatore di carica della batteria avvisa con ampio anticipo e notevole precisione quando entra in “riserva”, e a quel punto ci si deve recare alla colonnina più vicina, senza se e senza ma. In emergenza va bene qualunque presa elettrica. Tutto qui. In quattro anni di guida elettrica non sono mai rimasto a piedi; in trentacinque anni di guida a benzina sono stato tradito un paio di volte dall’imprecisione della spia della riserva.

A parte questo, la “tanichetta elettrica” comincia a essere praticabile. Il video qui sotto mostra Bjørn Nyland, un recensore di veicoli elettrici piuttosto popolare online, che soccorre una automobilista elettrica usando una batteria trasportabile.

Questa batteria trasportabile fornisce solo qualche chilometro di autonomia, ma in effetti è tutto quello che serve per arrivare alla colonnina più vicina (o a casa, nel caso mostrato nel video). Quasi sempre, infatti, si resta con la batteria a terra a pochissima distanza dalla destinazione o da un punto di ricarica, per cui è sufficiente appunto reimmettere qualche kWh di energia.

La parte più difficile, paradossalmente, è rassicurare la persona in difficoltà e rispettare la sua privacy. Una donna sola, magari di notte come in questo video, che si vede avvicinare da un altro automobilista potrebbe preoccuparsi. Se poi l’automobilista dice che guarda caso ha una batteria di soccorso a bordo e si offre di attaccarla all’auto, i sospetti possono facilmente aumentare. E gesti di buon cuore come offrirsi di accompagnarla fino a casa per assicurarsi che non rimanga appiedata di nuovo rischiano di essere interpretati male.

Prevengo subito una domanda inevitabile: no, agli automobilisti elettrici non conviene tenere a bordo una “tanichetta elettrica” per le emergenze. A parte il loro costo non trascurabile (circa 2000 euro), questi apparecchi sono molto pesanti, e quindi la loro massa riduce l’autonomia di alcuni chilometri. Magari proprio di quei chilometri che permetterebbero di arrivare a destinazione senza restare a piedi.

C’è una soluzione migliore: si chiama V2L (Vehicle to Load). Alcune auto elettriche recenti (per esempio Hyundai Ioniq) permettono di usare la batteria dell’auto stessa per caricarne un’altra. In questo modo non si porta in giro zavorra extra e si è sempre pronti a prestare soccorso. Inoltre in emergenza (per esempio in caso di blackout) la batteria dell’auto diventa una fonte di energia elettrica molto abbondante per illuminazione, riscaldamento o altre necessità. Può anche essere usata come fonte di energia fuori dalle emergenze, per esempio su un cantiere o in case non allacciate alla rete elettrica.

Questa funzione V2L purtroppo non è presente nelle Tesla e a mio avviso è una delle loro lacune tecniche principali; sarebbe ora di renderla standard. La mia piccola Peugeot iOn, classe 2011, ha già da tempo la predisposizione per usare la sua batteria da 16 kWh come fonte di energia d’emergenza.

2022/09/23

L’accensione di prova della Starship al rallentatore e in HD. E questi sono solo sette motori su 33

Il canale YouTube Cosmic Perspective offre una serie di video di altissima qualità dedicati allo sviluppo del veicolo spaziale Starship di SpaceX. Questa, per esempio, è una ripresa di un recente test di accensione di sette dei 33 motori del primo stadio. Guardatela, se potete, a tutto schermo e su uno schermo molto grande: ne vale la pena. Il richiamo alle immagini iconiche delle missioni Apollo è evidentissimo: la differenza è che queste sono riprese amatoriali (anche se realizzate da “amatori” molto professionali).

2022/09/22

Podcast RSI - Story: Come mollare Facebook senza perdere gli amici

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto) e qui sotto.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite feed RSS, iTunes, Google Podcasts e Spotify.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo integrale e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

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[CLIP: spezzone dal trailer di “The Social Network” e musica di sottofondo “Power” di Kanye West]

Quest’anno Mark Zuckerberg ha perso 71 miliardi di dollari. Non vi preoccupate, gliene restano altri 56, per cui dovrebbe avere comunque di che sfamarsi, ma quello che conta è che il crollo del suo patrimonio personale è legato a doppio filo a quello delle azioni di Meta, la società che controlla Facebook, Instagram e WhatsApp e di cui Zuckerberg è grande azionista oltre che CEO. E oggi quelle azioni valgono meno della metà di quello che valevano un anno fa.

L’intero settore delle tecnologie informatiche è al ribasso, ma Meta è stata colpita molto più duramente della media. Una delle ragioni, secondo gli esperti, è la decisione di Zuckerberg di incentrare tutto il futuro dell’azienda sulla realtà virtuale e il metaverso, cosa che richiede grandi investimenti e tempi lunghi che non piacciono agli investitori. Un’altra ragione è Apple, i cui smartphone dall’anno scorso, con iOS 14, rendono molto più difficile la profilazione commerciale dettagliata degli utenti dalla quale Facebook dipende in modo particolare. E poi c’è TikTok, che sta togliendo orde di utenti a Instagram.

Però i ricavi di Meta vanno bene: nel 2021 sono schizzati a oltre 117 miliardi di dollari, rispetto agli 86 del 2020. E soprattutto Meta vanta oltre tre miliardi e mezzo di utenti attivi. Tanti di quegli utenti si lamentano, in particolare di Facebook, ma vi restano fedeli, nonostante i ripetuti scandali legati alla privacy, alla diffusione e amplificazione dei contenuti di odio, alla manipolazione delle opinioni e alle censure arbitrarie.

Perché tanta gente dice di detestare Facebook e i social network in generale ma continua a usarli? Spiegarlo non è facile, ma c’è chi lo sa fare molto bene: la Electronic Frontier Foundation, una nota associazione per la difesa dei diritti digitali degli utenti, che ha pubblicato di recente un’analisi dettagliata del problema [PDF], firmata da Cory Doctorow.

Questa è la storia dei meccanismi poco conosciuti che ci tengono legati a servizi come Facebook, dei miti propagandati dalle aziende che li gestiscono, e delle leggi e delle tecnologie che offrono una soluzione molto elegante e intrigante a questo problema.

Benvenuti a questa puntata del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Cory Doctorow e la Electronic Frontier Foundation partono da una premessa che è facile da condividere. Espongono il problema riferendosi specificamente a Facebook, ma le loro argomentazioni si applicano a qualunque altro servizio digitale analogo.

[CLIP: People don’t like Facebook but they use it anyway…]

Alla gente Facebook non piace, ma lo usa lo stesso. Gli utenti di Facebook si arrabbiano perché i contenuti che detestano rimangono online e vengono sbattuti loro in faccia ogni volta che si collegano al social network, perché i contenuti che a loro piacciono vengono bloccati o declassati (o downranked) dall’algoritmo di Facebook, e perché le procedure di appello contro le decisioni di Facebook sono distanti, prepotenti, arbitrarie e troppo sommarie oppure troppo lente ed esitanti.

Se il sistema non ti piace, non lo puoi cambiare. O lo accetti, o te ne vai. Ma gli utenti, nonostante tutto, non se ne vanno. C’è chi considera questo comportamento una sorta di dipendenza, ma secondo la EFF non è così: gli utenti non sono in crisi da dipendenza. Sono intrappolati.

[CLIP: People aren’t addicted to Facebook; they’re trapped by it]

Facebook ci tiene molto a promuovere l’idea della dipendenza, spiega Cory Doctorow. Facebook vende pubblicità, e ne ricava tanto denaro: oltre 117 miliardi di dollari nel 2021. E non è solo questione di volumi pubblicitari: Facebook è anche un posto molto costoso nel quale fare pubblicità. Gli inserzionisti sono disposti a pagare di più per gli spot su Facebook che altrove perché sono convinti che quegli spot funzionino meglio, grazie alla capacità di mostrare la pubblicità perfetta al destinatario perfetto e indurre l’utente a comprare, manipolando la sua volontà. Ma ne sono convinti semplicemente perché gliel’ha detto Facebook

[CLIP: Why do they believe this? Because Facebook tells them so]

Di prove concrete e robuste che sia davvero così non ce ne sono.

Non si tratta di dipendenza, secondo la EFF, ma del cosiddetto “effetto rete” o “network effect”: il primo termine tecnico chiave di questa storia. Il network effect è l’aumento di valore che hanno certi prodotti o servizi man mano che aumenta il numero dei loro utenti. Facebook è indubbiamente uno di questi servizi: praticamente tutti coloro che usano Facebook oggi si sono iscritti perché volevano socializzare con le persone che già usavano Facebook. Quelle persone hanno fatto aumentare il valore del social network.

L’effetto rete è ben documentato e spiega come Facebook sia cresciuto così tanto, ma non spiega come faccia a restare così grande. Per capirlo serve un altro termine tecnico: costo di trasferimento o switching cost.

[CLIP: It means everything you have to give up when you stop using a product or a service…]

Il costo di trasferimento è costituito da tutto quello a cui dobbiamo rinunciare se smettiamo di usare un prodotto o un servizio per passare a un altro. Se usciamo da Facebook, non possiamo più restare in contatto agevolmente con le persone per le quali ci eravamo appunto iscritti a questo social network: la famiglia, le comunità, i clienti. Un costo che per molti è insostenibile.

Questo alto costo di trasferimento sembra inevitabile, ma è un mito molto diffuso. Dal punto di vista tecnico è perfettamente possibile creare uno strumento software che ci consenta di vedere i post pubblicati dagli utenti di Facebook e mandare a loro dei messaggi o commenti anche se non siamo più su Facebook ma su un altro servizio analogo, nello stesso modo in cui possiamo scambiare mail con chiunque anche se non usiamo il suo stesso fornitore di caselle di mail o se cambiamo il nostro, e nello stesso modo in cui possiamo cambiare operatore telefonico e continuare a telefonare esattamente come prima, magari mantenendo anche lo stesso numero. Questa possibilità si chiama interoperabilità, e di solito riduce moltissimo i costi di trasferimento.

Meta potrebbe abbattere questi costi di trasferimento offrendo questa interoperabilità. Potrebbe offrire quella che in gergo si chiama API o application programming interface, ossia una sorta di interfaccia standard fra programmi, e così qualunque altro servizio potrebbe agganciarsi a questa interfaccia e scambiare dati con Facebook e con i suoi utenti. Ma Meta non lo fa, e ricorre anzi agli avvocati per ostacolare chiunque ci provi. In altre parole, per dirla con Cory Doctorow, serve un modo per obbligare Meta a fornire l’interoperabilità e a garantire che Facebook abbia utenti anziché ostaggi.

[CLIP: If only there was a way to make sure that Facebook had users - not hostages]

La buona notizia è che questo modo esiste. Sia negli Stati Uniti sia in Europa, sono in via di realizzazione delle leggi che obbligherebbero tutte le grandi aziende digitali a essere interoperabili, fornendo appunto pubblicamente una API usabile da chiunque per creare un servizio compatibile. Negli Stati Uniti c’è la proposta denominata ACCESS Act; nell’Unione Europea c’è il Digital Markets Act.

Siamo talmente abituati a pensare ai vari social network come giardini cintati esclusivi che può essere difficile immaginare come sarebbe per esempio un Facebook interoperabile. Potreste uscire da Facebook e iscrivervi a un social network alternativo, gestito dalla parrocchia, dal vostro club o da una startup locale, ma continuare a ricevere lì i post e i commenti postati su Facebook da chi volete seguire, insieme a quelli degli altri utenti del social network alternativo.

Questi post vi verrebbero presentati, filtrati e moderati secondo le regole del social network alternativo, non quelle di Facebook. Gli argomenti e comportamenti vietati su Facebook sarebbero ammessi; quelli invece fin troppo tollerati da Facebook verrebbero filtrati e bloccati. Tutto secondo regole che avete selezionato voi quando avete scelto quel social network. Se cambiate idea, o se cambiano le regole, potete trasferirvi a qualunque altro social network interoperabile o federato senza perdere nulla. Potreste inoltre rispondere ai post degli utenti di Facebook stando nel vostro social network. Naturalmente le vostre risposte verrebbero viste dagli utenti di Facebook solo se conformi alle regole di Facebook.

Più in generale, potreste per esempio essere su Twitter e rispondere da lì a un post di Instagram o a un messaggio di WhatsApp o Telegram, e viceversa. Tutti potrebbero parlare con tutti senza essere vincolati a una singola piattaforma. 

Questa indipendenza da un unico fornitore potrebbe risultare strana per molti utenti che non l’hanno mai vista perché sono letteralmente cresciuti per quasi due decenni con il modello esclusivo di Facebook, ma non va dimenticato che Internet è stata concepita, e si basa tuttora, sull’interoperabilità e sugli standard aperti e indipendenti.

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Fra l’altro, queste leggi e questa possibilità di comunicare con gli utenti di un social network senza farne parte offrono anche un altro grande vantaggio: eliminano la schedatura e la profilazione commerciale degli utenti.

[CLIP: Shadowy ad-brokers follow you around the web...]

Nel sistema attuale, basato sulla cosiddetta pubblicità “comportamentale” o “behavioral ad”, ogni utente viene sorvegliato invisibilmente dai broker pubblicitari, che guardano quali siti visita, comprano informazioni di geolocalizzazione e usano questi e altri dati per creare un dossier di gusti, orientamenti e preferenze che viene poi usato per decidere quali pubblicità mostrargli. Questo tipo di profilazione sarà sostanzialmente vietato da queste leggi statunitensi ed europee.

Questo non significa che i social network non potranno mantenersi con la pubblicità: potranno usare comunque la pubblicità contestuale, ossia quella basata su ciò che si legge e non su ciò che si è. Secondo la EFF, questa forma di spot è leggermente meno redditizia di quella comportamentale “solo perché l’industria della sorveglianza commerciale”, dice, “riesce a far pagare alla società i propri costi, cioè i furti di identità, l’inquietudine di essere spiati continuamente e la discriminazione basata sulla sorveglianza, e si intasca tutti i guadagni.”

[CLIP: ...while pocketing all the profits] 

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L’analisi della Electronic Frontier Foundation, che qui ho riassunto e che raccomando di leggere nella sua versione integrale presso www.eff.org/interoperablefacebook, si conclude con una riflessione:

[CLIP: Facebook is in a mess of its own making…]

Facebook si trova in un guaio che si è creato da sola. È stata sua l’idea di cercare di moderare conversazioni in oltre mille lingue e in oltre cento paesi. Il suo grandioso esperimento di moderazione su vasta scala ha fatto stare male tante persone, ma la sua capacità legale di infliggere costi di trasferimento elevati ha tenuto molti di quegli utenti infelici in trappola dentro il suo giardino cintato.

L’interoperabilità rimette le decisioni sugli standard della comunità nel posto dove è giusto che stiano: presso le comunità stesse. Permette che siano gli utenti, non i dirigenti d’azienda, a decidere chi appartiene ai loro gruppi e quali comportamenti siano accettabili e quali no. […] questa è una concezione veramente sociale di un social: una concezione basata sulle vite sociali delle persone reali, non sulla sorveglianza commerciale o sulle consuetudini sociali di un piccolo gruppo di manager in una sala riunioni della Silicon Valley.”

[... the social norms of a small group of executives in a Silicon Valley board-room]

O, aggiungo io, sulle consuetudini sociali inevitabilmente sganciate dalla realtà di una persona che può perdere otto milioni di dollari l’ora per un anno di fila e restare comunque fra le venti persone più ricche del pianeta.

 

Fonti aggiuntive: CBS News, Futurism.com, Bloomberg, Variety.

2022/09/19

Pranzo dei Disinformatici - GRAZIE! Ed ecco la foto

In attesa che i fotografi ufficiali del Nuovo Ordine Mondiale rilascino le foto dell’evento opportunamente ritoccate e censurate secondo i severissimi criteri del Protocollo Rettiliano, segnalo che la mini-asta silenziosa ha raccolto 220 euro: farò oggi una donazione di 250 euro a Medici Senza Frontiere, come consueto.

Per chi non avesse i dettagli del libro benefico di Marco Cannavacciuolo (@mcannavac su Twitter): linktr.ee/mcannavac. Marco è alla radio ogni sabato alle 10:30 su linearadiosavona.com.

A tutti, grazie per essere venuti! Spero che vi siate trovati bene e che abbiate conosciuto (o ritrovato) persone interessanti. Alla prossima!

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16:50. Donazione fatta a nome dei Disinformatici! Ho arrotondato a 250 CHF, che al cambio attuale sono 258.69 euro.

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2022/09/20 13:15. Ecco la foto del Pranzo, con gli efficientissimi Censurex 3000 in azione. Gli stagisti del Nuovo Ordine Mondiale hanno rimosso anche i dati EXIF originali per maggiore tutela dell’anonimato.

2022/09/16

Podcast RSI - Generatori di immagini senza più limiti, aggiornamenti Apple e QNAP, l'utente HME2 di Arpanet

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È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto) e qui sotto. 

Un paio di chicche: la risata che sentirete nel teaser è proprio quella del personaggio che racconto, e l’audio del jet è davvero quello di un bombardiere Canberra.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite feed RSS, iTunes, Google Podcasts e Spotify.

Buon ascolto, e se vi interessano i testi e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

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2022/09/15

Aggiornamenti importanti per Apple, QNAP sotto attacco

Questo articolo è disponibile anche in versione podcast audio.

Il 12 settembre scorso Apple ha rilasciato la nuova versione, la 16, dei suoi sistemi operativi per smartphone, smartwatch e Apple TV, con molte novità significative, come la nuova schermata di blocco, e alcuni aggiornamenti di sicurezza. Ma la particolarità più interessante è che ha rilasciato gli stessi update di sicurezza anche per le versioni meno recenti di questi sistemi operativi, cosa che non capita spesso.

Sono stati infatti messi a disposizione degli aggiornamenti per gli iPhone e iPad meno recenti, che li portano alla versione 15.7 di iOS e di iPadOS, e anche per i Mac vecchiotti, che li portano alla versione Monterey 12.6 oppure alla Big Sur 11.7

In questo modo chi usa ancora dispositivi che hanno qualche annetto sulle spalle e non sono più aggiornabili alle nuove versioni di punta di iOS e iPadOS, come l’iPhone 6S e l’iPhone 7, può restare comunque protetto. 

La stessa protezione è offerta anche a chi ha dispositivi ancora aggiornabili ma per qualunque ragione, per esempio la compatibilità con app aziendali, non può o non vuole passare ai nuovi sistemi operativi con tutte le loro novità. 

Le falle di sicurezza corrette da questi aggiornamenti sono piuttosto pesanti, tanto da spingere appunto Apple a distribuire aggiornamenti anche per le vecchie versioni dei suoi sistemi operativi, perché almeno una di queste falle viene già usata dai criminali informatici per compiere attacchi, per cui è essenziale andare appena possibile nelle impostazioni del dispositivo e avviare la sua procedura di aggiornamento software. 

Gli smartphone e tablet Apple che non possono più ricevere aggiornamenti di nessun genere non dovrebbero essere usati per navigare nel Web, mandare mail o per qualunque altra attività che richieda un collegamento a Internet.

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Ci sono aggiornamenti indispensabili e urgenti anche per i possessori di dispositivi di archiviazione di rete della QNAP, i cosiddetti NAS o Network Attached Storage.

La casa produttrice ha infatti diffuso un annuncio nel quale segnala che sta circolando un ransomware, denominato Deadbolt (che inglese vuol dire “catenaccio”), che cifra tutti i dati presenti sui NAS collegati direttamente a Internet e agisce sfruttando una falla nell’app di gestione delle immagini di questi dispositivi, chiamata Photo Station.

Molti utenti che comprano questi dischi di rete li usano per archiviare le foto di famiglia e li rendono accessibili via Internet per consentire di condividere le immagini con parenti e amici e per poterle consultare da remoto. Un attacco ransomware a questi dispositivi diventa quindi un disastro per le vittime, perché nessuno è disposto a perdere tutte le proprie foto di famiglia e quindi il pagamento del riscatto per riaverle è quasi certo.

QNAP sollecita urgentemente tutti gli utenti di NAS ad aggiornare Photo Station alla versione più recente, oppure a passare a QuMagie, che è un’alternativa a Photo Station. La casa produttrice è altrettanto perentoria nel raccomandare di non collegare direttamente a Internet i propri prodotti, ma di farlo solo tramite la funzione cloud apposita oppure tramite VPN.

Molti utenti di questi dispositivi si sentono al sicuro perché pensano che sia impossibile per gli aggressori scoprire che hanno un NAS affacciato a Internet, ma in realtà è facilissimo farlo grazie agli appositi motori di ricerca come Shodan.io.

La schermata di avviso del ransomware.

Attacchi di questo genere sono quindi estremamente diffusi e quindi non vanno sottovalutati: la Censys ha contato oltre 20.000 dispositivi infetti, e l’Italia, con oltre 4400 infezioni, è al terzo posto fra i paesi maggiormente colpiti, dopo Stati Uniti (con 8.500) e Germania (con 5.700). La Svizzera si piazza comunque abbastanza in alto in questa classifica, con oltre 1600 NAS colpiti [la raffica di attacchi in Svizzera mi è stata confermata direttamente anche da colleghi].

La spavalderia dei criminali, fra l’altro, non conosce limiti: i gestori del ransomware Deadbolt includono nelle loro schermate di avviso un’offerta rivolta alla casa produttrice, proponendole di acquistare da loro la chiave di sblocco universale del ransomware, che QNAP potrebbe poi dare agli utenti colpiti dall’attacco. Finora non risulta che l’azienda abbia ceduto al ricatto.

Se avete uno di questi dispositivi, insomma, seguite appena possibile le istruzioni del fabbricante, proteggeteli e aggiornateli.


Fonti aggiuntive: Ars Technica, Intego, Ars Technica, Graham Cluley.

Violato l’account Twitter del Ministero della transizione ecologica italiano per promuovere una truffa di criptovaluta

Pubblicazione iniziale: 2022/09/15 9:41. Ultimo aggiornamento: 2022/09/15 11:45.

9:41. Il profilo ufficiale del Ministero della transizione ecologica italiano (https://twitter.com/MiTE_IT/) al momento in cui scrivo ha questo aspetto:

Promuove una truffa basata sulle criptovalute: lo schema è quello classico del “fidati di me che sono famoso, dammi la tua criptovaluta e te la restituisco moltiplicata”. Infatti l’account Twitter rubato ora si fa chiamare Vitalik.eth, come quello autentico di Vitalik Buterin, fondatore della criptovaluta Ethereum, e mostra la sua foto; inoltre il sito reclamizzato nei tweet, ethmerges[.]blogspot.com, dice proprio “To participate you just need to send from 0.5+ ETH to 500+ ETH to the contribution address and we will immediately send you back from 1+ ETH to 1000+ ETH (x2) to the address you sent it from.”

Inutile dire che la criptovaluta data a questi truffatori non verrà mai restituita.

Fate attenzione a truffe come questa, nelle quali il truffatore prende il controllo di un account molto conosciuto e addirittura autenticato con il bollino blu, per poi offrire i propri “servizi” ai numerosi follower dell’account. E fate attenzione anche agli sciacalli, che dicono di essere in grado di aiutarvi a recuperare il maltolto o consigliano qualcuno che lo è: vorranno essere pagati per il tentativo di recupero, che ovviamente fallirà e resterete doppiamente fregati. Uno di questi sciacalli è già comparso nei commenti alla mia segnalazione su Twitter.

L’account del Ministero è così almeno dalle 8.37 italiane di stamattina, ora del primo tweet del truffatore.

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11.05. Sembra che il controllo dell’account del Ministero sia stato ripreso: alcuni tweet promozionali del truffatore sono stati rimossi e il profilo sta riprendendo il suo aspetto normale.

11.45. Intanto Repubblica (copia permanente), Rainews (copia permanente) e Fatto Quotidiano (copia permanente) scrivono fandonie sulla vicenda spacciandole per notizie, addirittura accusando pubblicamente Buterin di un reato informatico che non ha commesso (e fra l’altro Buterin è russo di origini ma naturalizzato canadese). Il tweet di Angelo Bonelli è archiviato qui

Il tweet di Repubblica.
Il titolo del Fatto Quotidiano.
Repubblica cita il tweet di Bonelli.
Rainews dice che Vitalik Buterin è “un pirata informatico”.

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico) o altri metodi.

Generatori di immagini, la rivoluzione continua. Ora sono installabili facilmente sui normali computer

Questo articolo è disponibile anche in versione podcast audio.

Ho già raccontato in una puntata molto recente di questo podcast, quella del 26 agosto scorso, gli incredibili e rapidissimi progressi dei programmi di intelligenza artificiale dedicati alla generazione di immagini, come Midjourney, DALL-E o Stable Diffusion, ma torno sull’argomento perché in queste ultime settimane quei progressi sono stati davvero straordinari, con novità su moltissimi fronti.

Se siete artisti digitali, o se il vostro lavoro è legato in qualche modo alle immagini, comprese quelle fotografiche e in movimento, è decisamente il momento di informarsi e riflettere seriamente su dove ci stia portando la tecnologia.

La prima novità è che è già crollata una delle più importanti barriere di accesso che citavo nel podcast solo tre settimane fa, ossia la difficoltà di installazione, che richiedeva computer potenti e spingeva molti utenti a rivolgersi a servizi online a pagamento o a rinunciare del tutto a sperimentare questi software. È uscito infatti Diffusion Bee, reperibile gratuitamente presso Diffusionbee.com, che è una versione di Stable Diffusion che si scarica e si installa con pochi clic su qualunque Mac dotato di processore M1 o M2.

Questo significa che moltissime persone possono cominciare a provare questi generatori, che creano immagini estremamente realistiche e artistiche partendo da un prompt, ossia da una semplice descrizione testuale in inglese del soggetto che si desidera, e lo possono fare gratuitamente e privatamente. 

[Il disegno di Scarlett Johansson in versione sirena mostrata è un’immagine generata con il prompt “A beautiful portrait of scarlett johansson as a mermaid in a river of the amazon, ayahuasca, fantasy art, highly detailed, matte painting, visionary art” e pubblicata su Lexica.art.]

Diffusion Bee richiede molta memoria libera (16 GB sono consigliati), rallenta parecchio il computer e richiede tempo per generare una buona immagine sintetica, ma funziona e offre totale libertà creativa.

Inevitabilmente, questa libertà comporta delle conseguenze controverse. La più ovvia è che un’installazione sul proprio computer può essere facilmente modificata per togliere le restrizioni che nei generatori accessibili online impediscono di generare contenuti estremamente violenti o immagini fotorealistiche di celebrità o di minori in qualunque posa o situazione, soprattutto di natura intima. L’installazione locale inoltre permette di rimuovere i watermark o indicatori invisibili che rivelano che si tratta di immagini artificiali. 

Se temevate che i deepfake fossero un problema, non avete ancora visto cosa può fare un generatore di immagini quando gli vengono tolti i freni inibitori. Per esempio, c’è chi si indigna perché la Sirenetta nel prossimo film omonimo della Disney è di colore e quindi propone di usare questi software per creare una versione alternativa tutta bianca del film, indistinguibile da quella autentica.

Screenshot pubblicato da Max Kennerly.

Un’altra conseguenza controversa è che diventa possibile praticamente per chiunque creare dei falsi fotografici difficilmente distinguibili dalla realtà. In sostanza, non potremo più fidarci di un’immagine se non abbiamo una garanzia robusta della sua provenienza e autenticità.

Per esempio, in occasione dell’anniversario degli attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono dell’11 settembre 2001 sono state diffuse su Twitter delle fotografie false, create da uno di questi generatori basati sull’intelligenza artificiale, che mostrano pompieri sorridenti che si fanno dei selfie davanti agli edifici in fiamme.

Per un osservatore non esperto, queste fotografie sintetiche di dubbio gusto sono indistinguibili da quelle reali. Per un complottista sono la conferma inoppugnabile delle sue teorie.

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Senza arrivare a questi livelli di sovvertimento della realtà, le comunità degli artisti digitali sono agitatissime. In Colorado, un’immagine generata da Midjourney ha vinto il primo premio in un concorso d’arte, nella categoria degli artisti digitali emergenti. Molti artisti in carne e ossa si sono infuriati, ma Jason Allen, il creatore delle istruzioni testuali che hanno prodotto l’immagine vincente, ha risposto semplicemente che “È finita. L’intelligenza artificiale ha vinto. Gli umani hanno perso. L’arte è morta” (BBC).

Fonte: Swr.de.

Il fiume di immagini sintetiche generate da questi programmi ha spinto numerose comunità online di arte digitale a bandirle completamente; DeviantArt e ArtStation per ora resistono, ma sono invase da immagini generate.

Il problema, obiettano queste comunità, è che le intelligenze artificiali campionano il lavoro di altri artisti (umani) per creare le proprie immagini, e ne possono anche imitare lo stile. In alcuni casi ne imitano persino le firme.

Fonte: RJ Palmer.

Ma ci sono anche aspetti positivi in questa esplosione di immagini automatiche: diventa possibile una sorta di democratizzazione dell’arte, dove non è necessario saper disegnare o dipingere per fare arte o addirittura creare un intero album a fumetti in tre giorni, ma è sufficiente saper comporre i prompt, ossia le istruzioni che guidano la generazione delle immagini. L’intelligenza artificiale sarebbe quindi una sorta di assistente, un po’ come i normali programmi di grafica rendono facile produrre zone uniformemente colorate o sfumate.

Va detto che comporre questi prompt non è proprio facile e richiede una certa competenza e cultura, come hanno scoperto i primi aspiranti fumettisti che si sono lanciati nell’impresa. Per dare buoni risultati, i prompt devono essere frasi complesse e articolate, nelle quali la scelta di un singolo aggettivo può cambiare completamente il risultato che si ottiene.

[I prompt sono cose come questa: “Beautiful crying! female mechanical android!, half portrait, intricate detailed environment, photorealistic!, intricate, elegant, highly detailed, digital painting, artstation, concept art, smooth, sharp focus, illustration, art by artgerm and greg rutkowski and alphonse mucha”]

Se volete farvene un’idea, visitate Lexica.art, che è un grandissimo archivio di immagini sintetiche accompagnate dai prompt corrispondenti. 

Se si riesce a padroneggiare queste istruzioni si ottengono risultati notevolissimi.

 

Ma non è finita. Le applicazioni della generazione di immagini continuano ad aumentare. Per esempio, è stato proposto di usare questi generatori per assistere gli stilisti nella creazione di capi di abbigliamento. Una demo realizzata con il software DALL-E mostra un video di una modella che nella realtà indossa solo pantaloncini e una canotta di colore uniforme mentre si mette in posa, ma nell’elaborazione digitale indossa vestiti che cambiano in continuazione, seguendo i suoi movimenti e i cambiamenti dell’inquadratura. 

Oltre a essere un ausilio per la creatività degli stilisti, generando centinaia di varianti in pochi minuti, questo software permetterebbe di ridurre i tempi di lavoro delle modelle per i video promozionali, visto che non avrebbero più bisogno di svestirsi e rivestirsi e sfilare per ogni capo: sfilerebbero una volta sola e poi ci penserebbe l’intelligenza artificiale a fare tutto il resto.

E c’è un passo ancora più sofisticato. È uscito da poco Runway, un software che promette di creare intere scene animate o video fotorealistici partendo da semplici descrizioni testuali. Voi scriverete il copione e l’intelligenza artificiale genererà tutto il film, con gli attori e le musiche che volete voi.

In un modo o nell’altro, insomma, nei prossimi anni verranno sovvertiti e rivoluzionati moltissimi settori della produzione artistica, e bisognerà inventarsi nuovi modelli commerciali e di copyright e nuovi sistemi di autenticazione per distinguere le immagini vere da quelle sintetiche. Tutti potranno diventare, potenzialmente, creatori di quantità infinite di arte. Oppure di ciarpame pseudoartistico senza originalità.

 

Fonti aggiuntive: Ars Technica, Ars Technica.

2022/09/14

La strana storia dell’utente HME2 di Arpanet

Questo articolo è disponibile anche in versione podcast audio.

È il 26 marzo 1976. Presso la sede del Royal Signals and Radar Establishment, un istituto di ricerca scientifica del Ministero della Difesa britannico situato a Malvern, nel Regno Unito e specializzato in telecomunicazioni, una donna si avvicina a un terminale connesso ad Arpanet, il precursore di Internet, e invia una mail con un testo molto complesso:

“This message to all ARPANET users announces the availability on ARPANET of the Coral 66 compiler provided by the GEC 4080 computer at the Royal Signals and Radar Establishment, Malvern, England. Coral 66 is the standard real-time high level language adopted by the Ministry of Defence.”

La donna, in altre parole, sta annunciando a tutti gli utenti di ARPANET che il compilatore per Coral 66, il linguaggio di programmazione realtime di alto livello standard adottato dal Ministero della Difesa del Regno Unito per i suoi computer, è disponibile online ed è fornito dal computer GEC 4080 presso l’istituto di ricerca stesso.

Un annuncio molto tecnico, insomma, che la donna firma usando il proprio nome utente: HME2. È l’acronimo di Her Majesty Elizabeth II, perché quel messaggio viene inviato appunto dalla regina Elisabetta II. Si tratta di una delle primissime mail mandate da un capo di stato. 

Intendiamoci, quel giorno la regina Elisabetta non ha rivelato di essere segretamente una hackeressa smanettona d’informatica: l’account e il messaggio sono stati preparati per lei da Peter Kirstein, l’uomo che era riuscito nell’impresa tecnica e politica non banale di collegare il Regno Unito, e specificamente l’Università di Londra, alla nascente rete informatica internazionale ARPANET nel 1973. 

Kirstein sarà poi uno dei principali artefici dell’adozione, una decina di anni più tardi, dei protocolli TCP/IP che permetteranno a computer di marche differenti di parlarsi usando una serie di regole condivise (un protocollo, appunto) e renderanno possibile Internet come la conosciamo noi. La sua vicenda è raccontata in dettaglio in un articolo di Wired del 2012, che include una foto della regina Elisabetta mentre manda questa fatidica prima mail.

Credit: Peter Kerstein.

Non sarà l’unico incontro della regina con la tecnologia: nel 1997 inaugurerà la prima versione del sito Web della famiglia reale (www.royal.uk), anticipando di vari anni persino molti giornali nazionali; nel 2007 lancerà il canale Youtube della famiglia (Youtube.com/c/TheRoyalFamilyChannel); nel 2010 arriverà su Facebook e nel 2014 manderà il suo primo tweet dall’account @RoyalFamily.

A marzo 2019 manderà il suo primo post su Instagram, dedicandolo nientemeno che al pioniere dell’informatica Charles Babbage.

Durante la pandemia da Covid-19, a giugno 2020 sarà la prima monarca del Regno Unito ad adottare le videoconferenze. 

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Per dare un’idea di quanto sia cambiato il mondo nei suoi lunghi anni di regno, quando fu incoronata, a giugno del 1953, non esisteva la TV via satellite (anzi, non esistevano proprio i satelliti, visto che il primo, lo Sputnik, fu lanciato nel 1957). I segnali televisivi britannici non erano ricevibili nel continente americano se non in rare occasioni di riflessione sulla ionosfera e comunque con qualità scarsissima. 

Per far vedere alla TV americana e canadese la cerimonia della sua incoronazione con il minimo ritardo possibile, fu necessario realizzare una staffetta tecnica senza precedenti: le immagini televisive, rigorosamente in bianco e nero, furono riprese con una cinepresa, su pellicola 35 mm (perché all’epoca non esistevano i videoregistratori su nastro), e le pellicole furono caricate man mano su bombardieri militari Canberra della RAF. Le pellicole furono sviluppate durante il volo transatlantico e poi, una volta arrivate a terra, proiettate davanti a una telecamera per diffonderle ai telespettatori d’oltreoceano qualche ora dopo l’evento.

Oggi abbiamo non solo la TV via satellite ma anche lo streaming in tempo reale, a colori e in alta definizione, via Internet.

Può sembrare strano con gli occhi ipermediatici di oggi, ma all’epoca la trasmissione televisiva dell’incoronazione fu accompagnata da alcune polemiche, perché si riteneva poco dignitoso aprire al pubblico questo momento così rituale della monarchia. Alcuni membri del Parlamento e della famiglia reale britannica si opposero a questa presunta mancanza di rispetto e all’idea che qualche suddito potesse, per dirla con le parole di un membro del Parlamento, “assistere a questa Cerimonia solenne e significativa tenendo al gomito una tazza di tè” (Science Museum). Ma la regina in persona insistette per fare la diretta TV.

Mica male, per il fantomatico utente HME2.

Fonti aggiuntive: CBC, Pro Video Coalition, Bamagz, BBC, TV Insider