Un blog di Paolo Attivissimo, giornalista informatico e cacciatore di bufale
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2006/04/18
Fatemi (fanta)ministro!! Vota Attivissimo! Vota Attivissimo!
Ovviamente è un fantasondaggio di un fantagoverno, ma sono comunque onorato e lusingato per l'invito. Che ne dite di creare un fantarisultato? Il "sondaggio" attualmente mi vede secondo, e visto che i partecipanti finora sono una quarantina, cambiare il risultato non dovrebbe costare molta fatica... Facciamo fare un salto sulla sedia agli autori del progetto e mostriamo quanto sia facile creare un apparente consenso di massa in Rete?
Ok, allora datevi da fare qui. Avete una settimana di tempo.
2006/04/17
Antibufala: trovato il creatore della falsa "autopsia aliena"
L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.
Ricordate il filmato dell'autopsia di un alieno, che fece il giro del mondo nel 1995? Ci fu chi gridò alla prova definitiva dello sbarco degli extraterrestri a Roswell, e chi invece gridò alla bufala ben costruita. I dubbi che circolarono sin da subito, anche tra gli ufologi, non impedirono alle reti televisive (RAI compresa) di scucire cifre da capogiro pur di aggiudicarsi i diritti di trasmissione del filmato, che fu visto da circa un miliardo di telespettatori.Ora, finalmente, i dubbi sono dissipati per sempre: il filmato è una bufala. Lo confessa uno dei suoi creatori, John Humphreys, noto ai cultori della fantascienza come uno dei realizzatori degli effetti delle celebri serie Max Headroom e Doctor Who. Giusto per continuare la tradizione di mungere lo scoop finché schiatta, la confessione arriva appena in tempo per promuovere un film, Alien Autopsy, basato sul filmato e in uscita nel Regno Unito in questi giorni. Humphreys è, guarda caso, uno degli scultori e consulenti del film.
La vicenda è raccontata dal Sunday Times, che riferisce che Humphreys fabbricò i fantocci usati per l'autopsia, che fu girata non nel 1947 a Roswell, nel New Mexico, ma più prosaicamente in un appartamento di Camden, nella zona settentrionale di Londra, nel 1995.
La confessione di Humphreys è abbastanza facile da verificare: è uno degli interpreti del filmato (il capo chirurgo). I "cadaveri" di lattice, racconta, furono riempiti con cervella di pecora, interiora di pollo e ossa e articolazioni comperate al mercato. La realizzazione richiese quattro settimane. Finito il filmato, girato da Humphreys, Ray Santilli (il direttore di una casa di produzione video che poi presentò al mondo i 91 minuti di "autopsia") e tre altre persone, i fantocci furono fatti a pezzi e buttati nella spazzatura in vari punti di Londra.
Per chi si ricorda perplesso che il filmato fu autenticato dalla Kodak, consiglio di leggere questa ricostruzione degli eventi (in inglese). Una copia del filmato è disponibile in Google Video.
Questa storia è l'ennesima dimostrazione del fatto che intorno all'ufologia, al paranormale e alle ipotesi di complotto c'è un giro di denaro e di interessi che impone sempre la massima cautela: è troppo facile fare un sacco di soldi inventandosi scoop e teorie spettacolari.
Questo non vuol dire che tutti gli ufologi siano matti o ciarlatani; ce ne sono alcuni che hanno un approccio cauto e rigoroso, ma ce ne sono tanti che vogliono credere a tutti i costi, e questo li espone a raggiri di questo genere.
2006/04/16
Zio Bill avvelena il DNS di Windows: XP si collega a Microsoft anche se gli dite di non farlo
Se dite a Windows XP di bloccare l'accesso ai siti Microsoft, lui ignora i vostri comandi e si connette lo stesso, grazie a funzioni non documentate che favoriscono i prodotti di sicurezza Microsoft e penalizzano quelli della concorrenza.
Stando alle ricerche di Dave Korn pubblicate su Securityfocus, Microsoft ha infatti "sabotato intenzionalmente" a proprio vantaggio uno dei fondamenti della gestione delle connessioni a Internet, ossia la risoluzione locale dei nomi dei siti (DNS lookup).
Traduco subito. Quando dite a un sistema operativo (Windows, Mac OS X, Linux, eccetera) di collegarsi a un sito, la prima cosa che fa il sistema operativo è consultare una tabella locale, contenuta in un file di nome hosts. Questo file è un elenco di corrispondenze fra nomi di siti e indirizzi IP numerici equivalenti (per esempio, www.attivissimo.net ha come indirizzo numerico equivalente 213.255.125.37).
Se il sistema operativo trova in questo file hosts il nome del sito che gli avete chiesto di contattare, lo raggiunge usando l'indirizzo numerico corrispondente, indicato anch'esso nel file; se non lo trova, consulta il server dei nomi del fornitore d'accesso a Internet (DNS server), che contiene un "mega-file" analogo (più propriamente si tratta di un database distribuito), con le corrispondenze fra nomi e indirizzi numerici per tutti i siti di Internet. L'intero procedimento è talmente rapido che risulta invisibile: digitate il nome e venite collegati pressoché istantaneamente al sito desiderato.
Questo modo di funzionare, talmente fondamentale nella gestione dell'accesso a Internet da essere utilizzato da tutti i principali sistemi operativi, ha numerosi vantaggi pratici. Per esempio, basta modificare il file hosts per bloccare l'accesso a un sito indesiderato (per esempio un disseminatore di spyware o di pubblicità): si aggiunge a hosts una riga nella quale il nome del sito indesiderato è associato all'indirizzo numerico 127.0.0.1, che è quello interno del vostro computer, e il gioco è fatto. Nessun programma e nessun utente del computer può accedere più al sito bloccato, perché la richiesta di contattarlo viene dirottata dal sistema operativo e torna indietro.
Varianti di questo trucchetto permettono, per esempio, di scavalcare il controverso blocco dei siti esteri di scommesse deciso dal governo italiano.
Tutto questo si basa, però, sul presupposto che il file hosts del vostro computer abbia priorità assoluta. Ma nel caso di Windows XP non è così: anche se bloccate nel file hosts certi siti di Microsoft (e ci sono delle buone ragioni per farlo), Windows vi si collega lo stesso.
Per esempio, le versioni recenti di Windows Media Player, racconta Dave Korn, si connettono automaticamente a mamma Microsoft per vedere se ci sono aggiornamenti (con le relative licenze più o meno restrittive), e non hanno un'opzione che permette di disattivare questo automatismo. Niente panico, potreste pensare: si modifica il file hosts, assegnando 127.0.0.1 a windowsmedia.com e www.windowsmedia.com, e nessun programma può più connettersi a questi siti senza permesso.
E invece Windows Media Player disubbidisce e continua a farlo. Dave Korn ha esaminato il file del programma, wmplayer.exe, e ha scoperto che contiene questo indirizzo:
http://go.microsoft.com/fwlink/?LinkId=9996
Immettendo quest'indirizzo in un browser, si viene portati alla pagina di aggiornamento di Media Player.
Come se non bastasse, anche bloccando go.microsoft.com tramite il file hosts, Windows Media Player continua imperterrito a connettersi al sito.
Così Dave Korn ha esaminato il file dnsapi.dll di Windows, responsabile della gestione delle equivalenze fra nomi di siti e indirizzi numerici, e vi ha trovato questi siti Microsoft predefiniti che sembrano beneficiare della medesima disubbidienza:
- www.msdn.com
- msdn.com
- www.msn.com
- msn.com
- go.microsoft.com
- msdn.microsoft.com
- office.microsoft.com>
- microsoftupdate.microsoft.com
- wustats.microsoft.com
- support.microsoft.com
- www.microsoft.com
- microsoft.com
- update.microsoft.com
- download.microsoft.com
- microsoftupdate.com
- windowsupdate.com
- windowsupdate.microsoft.com
Al momento in cui scrivo, Dave Korn ha verificato formalmente soltanto la disubbidienza di office.microsoft.com, ma è plausibile che gli altri siti elencati si comportino allo stesso modo. Divertitevi a provarli.
In altre parole, Microsoft ha intenzionalmente sovvertito il funzionamento di base del sistema operativo. E a quanto risulta per ora, l'ha fatto segretamente.
Questo ha diverse conseguenze discutibili. Innanzi tutto, avere un sistema operativo che disubbidisce ai comandi con funzioni non documentate non è piacevole (alla faccia del trusted computing, l'"informatica di cui fidarsi"), ma soprattutto apre la porta a sabotaggi da parte di intrusi: infatti lo stesso meccanismo potrebbe essere sfruttato per scopi ostili. Per esempio, un virus potrebbe alterare il file dnsapi.dll e usare questo canale di comunicazione privilegiato per scavalcare le contromisure difensive dell'utente.
Si può obiettare che questa funzione potrebbe essere stata introdotta per difendere Windows da una delle forme di attacco più frequenti: l'alterazione del file hosts da parte dei virus, in modo da bloccare l'accesso ai siti di aggiornamento degli antivirus e di Windows. Ma se così fosse, come mai non è documentata? E soprattutto, perché ne dovrebbe beneficiare Windows Media Player, che con la sicurezza c'entra ben poco?
Questa possibile giustificazione pone inoltre un problema più serio: ora che anche Microsoft offre soluzioni antivirus, questo meccanismo fa sì che in caso di alterazione di hosts da parte di un virus, gli antivirus non-Microsoft cessano di essere aggiornabili (i loro siti diventano irraggiungibili), mentre quelli Microsoft continuano magicamente ad esserlo. Questo apre la porta alla concorrenza sleale.
Difendersi da questo comportamento discutibile di Windows è possibile: basta usare un firewall, preferibilmente hardware o comunque esterno a Windows, e bloccare questi siti. Ma sorprese come queste non contribuiscono a ingenerare fiducia e rendono frustrante lavorare con Windows.
Il videoregistratore compie 50 anni
Cade proprio in questo giorni il cinquantenario della videoregistrazione: il 14 aprile 1956 fu infatti presentato a Chicago il primo videoregistratore affidabile. Come racconta TVTechnology.com, la presentazione ebbe luogo a sorpresa in una riunione dei responsabili e dei proprietari delle stazioni della rete statunitense CBS.L'oratore era ripreso dalle telecamere, e c'erano vari monitor sparsi per la sala. Finì il discorso ma non lasciò il podio, standosene in silenzio. I monitor si oscurarono un istante, e poi iniziarono a mostrare l'oratore che stava ancora facendo il proprio discorso.
Questo era un effetto assolutamente impossibile per l'epoca. L'unico modo per registrare una trasmissione televisiva, a quei tempi, era estremamente rozzo: una cinepresa piazzata davanti a un monitor filmava su pellicola le immagini, che poi dovevano essere sviluppate prima di poter essere proiettate (mi rendo conto che le nuove generazioni digitali, come per esempio le mie figlie di otto anni, non sapranno mai cosa significa sviluppare una pellicola). La qualità era scadente, mentre la videoregistrazione mostrata quel giorno era identica all'originale.
Si aprì un sipario e fu rivelata la macchina, producendo l'entusiasmo incontenibile dei presenti. La gente cominciò a salire in piedi sulle poltrone pur di vedere l'oggetto incredibile: il prototipo Ampex Mark IV, successivamente ribattezzato VRX-1000. Prezzo al pubblico (o meglio, ai network che se lo potevano permettere): 45.000 dollari dell'epoca, ossia circa 320.000 dollari attuali (265.000 euro).
Nonostante la ricerca di mercato avesse indicato che al mondo c'era richiesta per non più di una dozzina di queste macchine, nel giro di una settimana ne furono ordinate più di settanta. I network statunitensi erano disposti a spendere queste cifre notevolissime perché permettevano di evitare la costosa tecnica usata fino a quel momento per poter mandare in onda lo stesso telegiornale alla stessa ora nei fusi orari differenti del continente americano: ripetere in diretta il programma. La prima a usare il videoregistratore fu la CBS, a novembre del 1956.
Videoregistrare, oggi, ci sembra una cosa banale, una semplice estensione della registrazione audio su nastro, ma non lo è affatto. In un video, la quantità di informazioni da registrare è molto superiore a quella di un segnale audio. L'unico modo per aumentare la quantità d'informazioni era aumentare la velocità di scorrimento del nastro. Ci provò, per esempio, la BBC, con la macchina denominata VERA (foto), che faceva viaggiare il nastro a quasi cinque metri al secondo. Una bobina durava quindici minuti, e la dotazione standard degli accessori includeva guanti pesanti di cuoio per affrontare le frequenti rotture delle bobine.
La soluzione venne da un'invenzione italiana: un brevetto datato 1938 che concepiva la testina rotante. In pratica, invece di far scorrere a folle velocità il nastro davanti a una testina fissa (come nei registratori audio a cassette), si poteva far muovere velocemente la testina intanto che il nastro le scorreva davanti. La combinazione di questi due movimenti produceva una traccia di registrazione non lineare e parallela alla lunghezza del nastro, ma elicoidale.
Fra gli inventori della Ampex che realizzarono il videoregistratore a testina rotante spicca un nome che passerà alla storia: quello di uno studente d'ingegneria, di nome Ray Dolby. Sì, quello del Dolby System.
Il videoregistratore mostrato a Chicago usava una testina rotante quadrupla e trascinava il nastro a 38 centimetri al secondo, velocità tutto sommato ragionevole, e offriva 90 minuti di registrazione. Certo, rispetto ai mini-videoregistratori tascabili di oggi, fa quasi ridere pensare che la macchina Ampex pesava cinquecento chili e non ci passava da una porta normale. Oltretutto consumava una quantità spropositata di corrente (era a valvole) e richiedeva aria compressa e un sistema di aspirazione, oltre a una squadra di tecnici per farla funzionare. Un'ora di nastro costava centinaia di euro e la testina andava buttata dopo qualche centinaio di ore.
Per complicare ulteriormente le cose, i nastri erano leggibili soltanto sulla macchina che li aveva registrati, perché le testine erano una diversa dall'altra. Così bisognava spedire non soltanto la bobina, ma anche la testina con la quale era stata registrata. Ma nonostante queste limitazioni, fu un successo clamoroso, che fece diventare la parola Ampex sinonimo di registrazione video fra gli addetti ai lavori.
Oggi si è passati quasi completamente al disco rigido e ai DVD, e una registrazione video istantanea non stupisce più nessuno; anzi, magari tedia chi subisce l'ennesimo filmino delle vacanze degli amici. Ma l'arrivo della videoregistrazione ha consentito di immortalare infiniti eventi, tragici e felici, che hanno fatto la storia. Il modo di tramandare gli eventi ai posteri è cambiato per sempre quel giorno di cinquant'anni fa.
Se n'è fatta davvero tanta, di strada, da quei tempi in cui la macchina da mezza tonnellata ronzava per il rumore della testina massiccia che ruotava su se stessa a oltre quattordicimila giri al minuto e incideva letteralmente il rivestimento del nastro, producendo un caratteristico odore. Ricordiamoci, allora, di quanta fatica, quanta ricerca e quanto progresso si nasconde dietro la delicata pressione con la quale oggi possiamo pigiare pigramente il tasto REC.
2006/04/14
Dettagli su volo UA93 e Pentagono emergono al processo Moussaoui
L'articolo è stato aggiornato rispetto alla sua pubblicazione iniziale.
Scrivo qui alcuni rapidi appunti sulle ultime notizie riguardanti la ricostruzione degli attentati dell'11 settembre. Per coloro che affermano che le "scatole nere" degli aerei dell'11 settembre sarebbero misteriosamente irreperibili, va notato che perlomeno i due registratori di volo (voce e dati) del volo United Airlines 93, quello caduto vicino a Shanksville, in Pennsylvania, sono stati recuperati e sono sopravvissuti all'impatto.
Le "scatole nere" degli altri voli sono, secondo la versione ufficiale, recuperate ma inservibili (quelle al Pentagono) e non sono mai state trovate (quelle al World Trade Center; in quest'ultimo caso c'è una testimonianza contraria non confermata).
Le foto dei registratori di volo dell'UA93, insieme ad altre dei resti del volo, sono sul sito della BBC. La trascrizione in inglese della registrazione audio, dalle 9:31 alle 10:03 (momento dell'impatto al suolo), è qui e anche qui. La trascrizione contiene anche un dialogo che indica una certa incompetenza da parte dei dirottatori ("Questa manopola verde?" "Sì, quella").
Durante il processo attualmente in corso contro Zacarias Moussaoui, accusato di complicità in quanto al corrente dei piani per l'11 settembre, i parenti delle vittime si sono opposti alla divulgazione dell'audio del registratore di volo UA93. Chi era in aula può descrivere quello che ha sentito e chiarire la trascrizione, che non distingue tra le varie voci. Uno dei presenti in aula, Hamilton Petersen, che ha perso padre e matrigna sul volo 93, descrive così alcuni momenti della registrazione in un video dalla BBC (la traduzione è opera mia):
Ho udito almeno due persone, in quelli che sono probabilmente gli ultimi loro istanti, supplicare per la propria vita e rendersi conto che stavano per morire. Più avanti, nel nastro, si ode una persona di lingua straniera che viene attaccata o uccisa dal passeggero [sic] e dall'equipaggio, presumo stesse facendo la guardia dall'esterno alla porta della cabina di pilotaggio. Un'altra cosa risultata chiara, perché l'abbiamo udita in cuffia, era che almeno due terroristi nella cabina di pilotaggio credevano stupidamente ed erroneamente che mostrando l'accetta antincendio alle persone all'interno, "tutte quelle persone" - cito - "che stavano caricando la cabina dall'esterno sarebbero state intimidite".
Al processo Moussaoui, le informazioni delle due "scatole nere" del Volo 93 sono state correlate fra loro, sincronizzando i dati di volo con l'audio, come racconta la BBC: "L'aereo si è impennato e ha picchiato e oscillato furiosamente prima di schiantarsi". Non vi è nessuna indicazione di abbattimento o di altri eventi teorizzati dalle ipotesi di complotto.
Ovviamente i sostenitori del complotto argomenteranno che anche questi dati sono frutto di sofisticatissima manipolazione da parte dei mandanti (solitamente identificati con il governo USA o la CIA). Tuttavia viene da chiedersi come sia possibile ordire una serie di manipolazioni così perfette e coerenti, quando lo stesso smisurato talento non è stato usato, per esempio, per "creare" armi di distruzione di massa in Iraq.
Al processo è inoltre emerso (o meglio, si è avuta la conferma) che vi sono numerose foto dell'attacco al Pentagono che non sono state pubblicate e che, per rispetto alle vittime, probabilmente non lo saranno mai [ma c'è un aggiornamento qui sotto]. Le immagini sono state però presentate al processo (nel quale sono proibite le telecamere ma sono ammessi i giornalisti) e mostrano "corpi carbonizzati... frammenti di corpi; una [mostra] un cadavere arso, su un telo di plastica; un'altra [mostra] un tronco umano coperto di cenere bianca".
Per i sostenitori della tesi della demolizione controllata del World Trade Center, secondo i quali vi sarebbero state cariche esplosive piazzate ad ogni piano del WTC, la BBC pubblica anche una foto che mostra con estrema chiarezza quanto sia stato in realtà tutt'altro che verticale la caduta della torre sud. Si vede l'intero blocco superiore pendere e slittare lateralmente di oltre la metà della larghezza dell'edificio e ruotare su se stesso.
Su un punto, invece, vi sarebbe stata manipolazione dei fatti: dopo il crollo del World Trade Center, l'aria fu dichiarata sicura e respirabile quando non lo era. Le torri contenevano metalli pesanti, amianto e altri materiali molto tossici, che si sono diffusi nell'enorme nube conseguente al crollo.
Le persone con problemi di salute permanenti derivanti dall'esposizione a questi materiali sarebbero almeno 15000, secondo la BBC. James Zadroga, uno dei soccorritori di Ground Zero, è morto a gennaio 2006: il coroner ha diagnosticato che la malattia respiratoria di Zadroga era "direttamente connessa" agli eventi dell'11 settembre. E' il primo referto di questo genere.
Aggiornamento (2006/06/06)
Parte dei reperti fotografici più impressionanti è stata resa pubblica al termine del processo Moussaoui ed è disponibile qui. Attenzione: alcune foto mostrano corpi umani carbonizzati e sfracellati.
2006/04/10
Con Dnafriends avrai cuccioli eterni. Di bufala, o di pesce?
Il caso Bonsaikitten ha già dimostrato ampiamente che il senso critico di molti va a farsi benedire quando c'è di mezzo Internet. Forse un giorno gli psicologi spiegheranno perché una storia contenente palesi elementi di assurdità viene tranquillamente accettata come autentica quando viene pubblicata su Internet da un sito qualsiasi (non da un sito autorevole) ed è accompagnata da qualche fotografia ingannevole.Nel frattempo, io faccio quello che posso indagando sulle storie che girano in Rete e avvisando, ove possibile, di quelle fasulle. Oggi tocca a Dnafriends.com.
Ebbene sì: c'è chi mi ha scritto chiedendo se fosse vera l'offerta di questo sito, che rappresenta una società che offre animali geneticamente modificati che restano cuccioli:
Corri a vedere i Nostri esclusivi "Cuccioli per sempre". Lo sanno tutti, cani e gatti sono carini nei primi mesi di vita, ma invecchiando diventano una palla al piede: perdono pelo, non giocano più, si considerano i padroni della casa. E alla fine muoiono, provocando nonostante tutto molta tristezza. I Nostri "Cuccioli per sempre" risolvono il problema: arrivati al primo mese non crescono più, mantenendo tutta la loro bellezza e innocenza per tre anni. E alla fine dei tre anni avrai l'opzione di "rinnovare" il tuo "Cucciolo per sempre" con un suo clone nuovo (o di cambiarlo con un modello diverso).
Lo stesso sito offre anche "mini elefanti" e "scimmie che fanno le pulizie, topi che giocano a scacchi, pappagalli psicologi e la celeberrima virus lamp!". E se non si fosse ancora capito che è una presa in giro, c'è anche l'ape gigante da guardia.
Nella remota ipotesi che neppure questi indizi abbiano suscitato dubbi sulla plausibilità dell'offerta, una rapida verifica con Whois per sapere a chi è intestato Dnafriends.com rivela questi dati:
domain: dnafriends.com
owner: Marco Molinari
email: marco.molinari+joker@gmail.com
address: via Bastia 6
address: APRIL FOOL!
city: Milan
...
created: 2006-03-31 08:01:59 UTC
"April fool" significa "pesce d'aprile" in inglese. E il dominio è stato registrato il 31 marzo. Complimenti, quindi, a Marco Molinari per la burla, che è riuscita forse fin troppo bene.
L’appello scaduto per Lucia Brandani continua a circolare. Fermatelo
Ha ripreso a circolare l'appello per Lucia Brandani, la figlia malata di Daniele:Il TAM TAM X una BAMBINA di 2 anni.
Gira questa mail per favore (SERIAMENTE) x una bimba gravissima
Ricevo dalla Collega Lia Bertolini e giro a tutti Voi.
Non si chiedono soldi solo di fare girare questa notizia nella speranza di contattare qualcuno che conosce il problema... Grazie
Mi chiamo Daniele Brandani e ho una figlia di 2 anni di età che si chiama Lucia. Nell' Ottobre del 2001 abbiamo scoperto che Lucia ha un cancro.
Si tratta più precisamente di un "endocarcinoma surrenalico secernente", una forma molto rara nei bambini. Purtroppo dopo 2 operazioni e la chemioterapia fatta (si tratta di un ciclo con Mitotane associato a Etoposide, Doxorubicin e Cisplatino) non abbiamo avuto il minimo risultato ed il tumore continua a crescere ad una velocità spaventosa.
Forse tu conosci qualcuno che potrebbe darci aiuto per affrontare questo tumore, forse tu conosci un amico che ha già avuto questa esperienza e se lo conosci digli di contattarmi al più presto, non ci rimangono che poche settimane!
Se non lo conosci tu lo potrebbero conoscere i tuoi amici. Per favore fai circolare questa lettera.
Grazie Daniele Brandani c/o Edizioni Bora S.n.c.
Via Jacopo di Paolo, 42 40128 Bologna Italy
cell: 348-711.25.95
Fax: 051-374.394
specificare per LUCIA BRANDANI
Anche se non sapete come aiutarlo inoltrate questa mail, non costa niente!
Stiamo parlando di una vita! Patrizia Buzzi Ansaldo Nucleare
Corso Perrone,25 16161 Genova - ITALY
Phone : ++39 10 655.8583 Fax : ++39 10 655.8063
L'appello è autentico: o meglio lo era quando fu lanciato da Daniele, a marzo del 2000. Ma Lucia è morta ad aprile del 2000. Ormai, quindi, non ha più senso e anzi rischia di acuire un dolore già difficile da sopportare. L'intera triste vicenda è raccontata da tempo nella mia indagine antibufala.
La versione attualmente in circolazione è stata ridatata da mani ignote, spostandone la collocazione temporale dall'ottobre 1999 all'ottobre 2001 e in alcuni casi all'aprile del 2005. Il motivo di una ridatazione di questo genere è ignoto.
La Patrizia Buzzi citata in fondo all'appello non è persona informata dei fatti: è semplicemente l'ennesima garante apparente che ha ricevuto l'appello e l'ha inoltrato apponendovi in calce i propri dati personali e aziendali.
Può sembrare incredibile che un appello apparentemente datato 2001 che parla di un'aspettativa di vita di "poche settimane" continui a circolare. Ma purtroppo chi inoltra le catene di sant'Antonio senza verificarle (basta immettere "Lucia Brandani" in Google) non si ferma a pensare ai dettagli e pigia pigramente "Inoltra a tutti", credendo così di scaricarsi di ogni responsabilità e magari di fare persino del bene.
Invece le responsabilità dell'inoltro sconsiderato ci sono, e chi ha questi comportamenti se le deve assumere. A maggior ragione se lo fa dal posto di lavoro, coinvolgendo nella sua sconsideratezza l'azienda presso la quale lavora.
A Daniele, come sempre, va tutta la mia solidarietà di padre.
Aggiornamento (2006/04/10). Uno dei garanti apparenti di quest'ultima ondata di diffusione dell'appello è Borsaviaggi.it. Stando a quanto segnalato da una lettrice (grazie sabina), Borsaviaggi.it giustifica in modo molto stravagante la presenza della sua firma in calce all'appello: "in merito alla vicenda possiamo solo segnalare che abbiamo ricevuto anche noi una serie infinita di queste mail ma purtroppo, e non ne capiamo le esatte dinamiche, è uno spamming causato da qualche hacker. Ci scusiamo moltissimo ma non è una mail voluta da noi."
2006/04/09
Evidence of “Palladium”/TPM chips in shipping Intel Macs
The article has been updated since its initial posting.
Una versione italiana di questo articolo è disponibile qui.
I've been quiet, until now, on the subject of Macs with Intel processors. For those of you who know my poorly concealed passion for Macs, that might sound odd. But there's a good reason, and it's called Palladium.
Actually, it's called Trusted Computing. The term Palladium is a leftover from a Microsoft project announced in 2002 and then awkwardly renamed Next-Generation Secure Computing Base, but it has stuck despite being incorrect.
The basic idea of Trusted Computing is hardware-based security, provided by means of a dedicated chip known as Trusted Platform Module (TPM). This is a highly controversial project, as I wrote four years ago (in Italian). It's being peddled as a security system that provides advantages to users (which is partly true), but it also entails the risk of paving the way for virtually unbreakable copy protection systems and ultimately to unprecedented forms of censorship and surveillance. The Electronic Frontier Foundation's analysis is merciless, although IBM's opposite view is also worth reading.
The EFF also raises a purely technical issue which applies to any hardware-based security solution: if security is handled by a chip, you have to trust that the chip doesn't contain implementation errors or, worse still, undocumented backdoors. Moreover, if security is handled by a chip which is soldered to the motherboard or even integrated within the main processor, there's no way to remove it, even for very legitimate purposes, such as replacing it with a new release if it turns out to be flawed.
With software-managed security, instead, you can easily change the software whenever you want. You can update it if it's found to be broken. You can choose the implementation that you trust, rather than the one chosen by your computer manufacturer. Better still, if you use open source software to ensure your security, you can check (or ask trusted experts to check) that it works exactly as specified, without flaws and backdoors. Not so with security on a chip.
More importantly, as far as I've been able to determine so far (and IBM's rebuttal is too vague), a computer fitted with a TPM chip and a TPM-compliant operating system can refuse to obey the commands of its owner and run only the programs and the operating systems approved by the computer's manufacturer and/or the OS maker. Remember Dave Bowman and HAL in 2001 ("I'm sorry, Dave, I'm afraid I can't do that")? Exactly. This is nasty stuff.
Trusted Computing technology is already integrated in many PCs, although up to now no operating system uses it for questionable (i.e., user-as-enemy) purposes. So far, it's been used mostly to encrypt user data. Even Windows Vista won't implement Trusted Computing fully. TC support is available (as an option) in Linux.
What's all this got to do with Macs? Well, while the presence of TPM chips on non-Apple machines is well-known and documented, it seems nobody wants to admit that the Intel Macs currently on sale (not the developer kits; the standard shipping Macs) also have a TPM chip. I have reliable evidence that an Infineon TPM chip is indeed present in at least some shipping Intel Macs. Moreover, Mac OS X for Intel is the first mainstream OS to use Trusted Computing to enforce OS copyright and licensing.
I contacted Apple Italy asking to confirm this: they said they'd get back to me. I'm still waiting. My original article, in Italian, was published on March 30, 2006.
Sorry, folks, I'm a Mac enthusiast, but I'm not buying a Mac (hell, I'm not buying a toaster) if it's got a snooping security chip over which I'm allowed no control. And it seems I'm not alone, although I won't have to worry about removing tattoos. This abomination goes against the very concept of "personal computer". My computer is mine, dammit: it's not a playground I want to share with uncle Bill, the limousinati from Hollywood and the moguls of the music industry.
Rant over. Now let me explain.
The issue of TPM chips in Macs began with Apple's developer kits. When Apple announced its migration from PowerPC to Intel processors, it provided developers with a kit which included an Intel PC and Mac OS X compiled for Intel, long before Intel Macs were available in shops. These PCs unquestionably had a TPM chip, as shown for example by photos of the motherboard at OSX86Project.org. The chip was an Infineon like this one. The purpose of the TPM chip in these developer systems was to prevent ordinary, non-Apple PCs from running Mac OS X. The chip worked essentially like a built-in dongle.
That hardware-enforced DRM soon failed, but never mind: it was in a developer box. The real question, for me as a Mac buyer, was whether standard, non-developer Intel Macs also included a TPM chip. So I Googled high and low and surprisingly found that everybody was quite mum about the issue. There was lots of talk about TPM in developer kits, but once the production Macs were out, everyone cheered that they were so cool and they dual-booted Windows, but the TPM chip issue was essentially swept under the carpet. Mac fans (including me) don't like to hear bad news about their fetish.
All I found was an an Italian article claiming that the presence of the chip (also known as Fritz Chip) on shipping Macs was "extensively documented by developer sites and by the tech specs of some Apple distributors". But I was unable to find any of this "extensive documentation".
I did find several sites that dissected MacBook Pros, Intel Mac Minis and Core Duo iMacs, but there was no mention of the TPM chip. Apple's site doesn't mention TPM chips at all. I e-mailed Apple Italy, but got no answers after the initial "I'll get back to you on that".
There's no doubt that Mac OS X for Intels checks whether a TPM chip is present. Based on the evidence available up to now, this is done solely to make it harder to run Mac OS X on non-Apple computers.
That's a perfectly understandable reason, but the bigger picture is that once this chip is soldered inside the computer you're buying, there's really nothing to stop Apple from using it for other purposes in the future. Since Apple has substantial interests in the music market (iTunes, iPods), it might be tempted to use this chip as a key for essentially unbreakable DRM, with all the unpleasant consequences of copyright being enforced not according to the law applicable in your country, but according to the RIAA/MPAA's whims. Even for legitimate buyers of content. Think Pentium III unique IDs. Think Sony rootkits.
I found an article from Heise.de (in German) which seemed to confirm that the TPM chip was indeed present on shipping Intel Macs. Also, a photo from Kodawarisan seemed to show an Infineon chip:
Heise.de's article (translated thanks to r.pulito) has these interesting quotes:
The Japanese page Kodawarisan shows pictures of an iMac with Dual Core processor. According to these photos, this Apple computer still contains an Infineon TPM. The markings of the 28-pin IC next to the Intel South Bridge... are hard to read, but the Infineon logo is clearly recognizable...
...It's quite suprising that Apple makes no mention, in the iMac specs available so far, of the existence of this component... It is unclear whether the TPM is active by default and cannot be deactivated, as in the developer kits...
...It is also unclear how this component is intended to work. Up to now, it provided a sort of hardware dongle to prevent installation of Mac OS X on non-TPM motherboards. The fact that TPM can be used to support for imposing by default a DRM system is explicitly mentioned in the Trusted Computing Group FAQs.
The day after I published my first post on this issue in Italian, a technical source who prefers to remain anonymous sent me some high-resolution photographs of the motherboard of a shipping, non-developer-kit single-processor Intel iMac. The photos show an Infineon chip with the following code: SLB9635TT12 - G546K1V - 00ZA544257. The first row of the code matches the TPM chip on developer Macs. The full set of photos, with a wider field of view, is in my Flickr album.
So yes, there is a TPM chip in at least some shipping Macs as well, not just in the developer kits. Mac users are now faced with some unpleasant choices, unless Apple changes its strategy and finds a less controversial way to restrict use of its excellent operating system.
In my opinion, using a non-removable security chip is evidence that Apple and the many other TPM-embracing manufacturers plan to secure the computer against the user. With a soldered chip, content (the OS today, movies and music tomorrow) is tied to the computer, not to the user. This makes it hell to migrate DRM-locked stuff from one computer to another. What happens if/when the computer fails?
A much more user-friendly and user-trustable approach would be to implement a removable chip or smart card. A mobile phone's SIM card comes to mind: it's standard, extremely compact, cheap, carries a unique ID tied to a well-established authentication infrastructure, and it's designed to be transferred easily from one device to another. If your beloved MacBook Pro broke, you'd simply remove the SIM and plug it into another Mac, restore all your stuff, and you'd be all set, just like you are now when your mobile phone kicks the bucket. Try doing that with a chip soldered to the motherboard. Not socketed. Soldered.
Am I worrying too much? Maybe. Or maybe I'm recognizing an eerily familiar pattern. Previous incidents have shown the music/movie industry's willingness to disregard user rights, and even user security. A TPM chip gradually making its way into all PCs (not just Macs) is an excellent opportunity for further abuse. And opportunities of this kind are seldom wasted.
Update (2006/05/18)
A Slashdot discussion links to a Trustedcomputing.org document describing the Infineon chip shown above. It most definitely is a TPM chip, which "provides computer manufacturers with a proven secure operating system inside the TPM... automatically checks system integrity, and can authenticate the platform to third parties if authorized by the primary user". It is easy to imagine scenarios in which the "primary user", aka you and me, will have no choice but authorize such authentication. Your papers, please.
The same discussion notes that booting a recent Linux kernel on an Intel Mac will detect the TPM chip.
Update (2006/12/03)
According to this article by Amit Singh, newly shipped Macs are no longer reporting the presence of a TPM chip. More specifically, says Singh, Mac OS X gives an empty reply to the command ioreg | grep TPM on recently shipped Macs; Singh does not specify whether he's actually disassembled an Intel Mac to see if the TPM chip is physically there or not.
An informal poll among my readers (in Italian) seems to confirm that this behavior occurs on at least some Intel Macs, although some readers are reporting that their newly purchased Macs are still reporting the presence of the TPM chip. Mysteriouser and mysteriouser. The removal of Trusted Computing from Macs would be excellent news for consumers, so I'm rather cautious about accepting it as true.
Moreover, if the TPM chip was added to Intel Macs to prevent OS X from running on non-Apple machines and the chip is now no longer present, does this mean that OS X no longer requires a TPM chip to run? That would be a remarkable development. It would also mean that some versions of OS X for Intel don't check for TPM and some do.
As usual, Apple is silent on this issue.
2006/04/07
Politici, “miserabile fallimento”: l’ignoranza al potere
L'articolo è stato aggiornato dopo la sua pubblicazione iniziale.
In un paese ansioso e privo di certezze è bello poter contare su alcuni punti fermi. Uno è la totale, inappellabile, fisiologica inettutidine informatica dei politici e dei governanti. Come possano avere la presunzione di governare (o di voler governare) un paese questi individui che non hanno alcuna familiarità con le tecnologie di base del secolo in cui vivono è un mistero per me insondabile. Questi sono cavernicoli che vogliono insediarsi nella stanza dei bottoni di Chernobyl.Mi riferisco, l'avrete intuito, alla reazione isterica per il Googlebombing che coinvolge il Presidente del Consiglio. Qualcuno ha scoperto che digitando "fallimento" o "miserabile" in Google e poi cliccando su "Mi sento fortunato", compare il curriculum di Berlusconi.
Santi numi! Panico! Chi sono questi potentissimi vandali che hanno piegato il Grande Google ai loro inquietanti voleri? Saranno gli "hacker dei centri sociali" di meneghina memoria? Saranno i terroristi islamici? Saranno gli anarco-insurrezionalisti? Sarà Google che è diventato autocosciente come Skynet in Terminator?
Leggo con orripilata incredulità sul Corriere la reazione ferma e risoluta del commissario dell'Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni, Enzo Savarese:
dopo molte segnalazioni pervenute, ha chiesto di verificare modalità, responsabili e mandanti dell'azione di pirateria informatica. A quanto si apprende, sarebbe stata attivata la Polizia postale.
È possibile, tuttavia, che Savarese sia vittima del travisamento del solito giornalista disinformato, disinformatico e disinformante. Stando al blog di Alessandro Longo, segnalato dai commenti qui sotto, Savarese infatti:
ha solo detto ai giornalisti che avrebbe indagato (che è la risposta scontata, di prassi, quando un giornalista ti chiama e ti chiede che farai come Autorità), non ha confermato che si trattava di pirateria informatica. Gli ho parlato poco fa e mi ha confermato che crede che il Google bombing non è illegale.
Sempre nello stesso articolo del Corriere apprendo la brillante esternazione di Jacopo Venier, esponente di un partito che taccio qui per pudore. Dice il Venier:
Anche il più importante motore di ricerca su internet contribuisce così a chiarire quale sia il reale bilancio di cinque anni di governo della destra.
Poi ha la decenza di ammettere la sua abissale ignoranza informatica:
Non sappiamo quali magici meccanismi hanno portato a questo risultato ma è evidente che esiste una intelligenza "artificiale" che ha individuato i veri fallimenti ed i veri falliti di questa epoca.
Mi capita fra le mani, poi, il Giornale di sabato 8 aprile 2006, che spara questa cannonata a pagina 6:
HACKER CONTRO PALAZZO CHIGI - Inserendo su Google le parole "miserabile" e "fallimento" e cliccando sul bottone "sono fortunato", si apriva la pagina del sito di palazzo Chigi con la biografia di Berlusconi. Gli hacker contro il sito del governo, ma il sistema di difesa dalle intrusioni esterne ha retto. "Non è la prima volta che capita - dice il responsabile del sito, Fabrizio Casinelli - e anche questa volta la difesa del sistema è stata perfetta.
Considerato che il sito del governo non è sotto attacco, non stupisce che il suo "sistema di difesa" abbia retto. È come dire "Cesira, sai che oggi c'è stato un terremoto in Guatemala eppure la nostra casa in Toscana è ancora in piedi? È fatta proprio bene!!". Stupisce, invece, che il Casinelli dichiari queste cose. Posso soltanto sperare in un altro travisamento giornalistico, ma sarebbe il male minore soltanto per modo di dire.
Signori miei, prima di lasciarsi andare a reazioni ed esternazioni di questo genere, sarebbe buona cosa chiedere lumi a qualcuno competente in materia, così non vi viene il coccolone. Non c'è bisogno di scomodare la Polizia Postale, che ha ben altre gatte da pelare: basta chiedere, per esempio, a un figlio o un nipote che usa Internet. Se gli fate notare trafelati l'increscioso "attacco hacker" che ha colpito Google, vi spiegherà, scuotendo sconsolato il capo, che cos'è l'antica tradizione satirica del googlebombing, poi tornerà tranquillo a scaricare musica e chattare con la morosa.
Non è in corso alcun attacco a Google. Non c'è alcuna "pirateria informatica". Non c'è alcuna "intelligenza artificiale", anche se sa il cielo quanto sarebbe bello averne un po' per sopperire al vistoso deficit di quella naturale. Né ci sono "magici meccanismi". Molto più banalmente, un certo numero di persone ha creato nelle proprie pagine Web dei rimandi che collegano le parole "fallimento" e "miserabile" alla pagina Web del curriculum di Berlusconi. Non è difficile. Guardate, si fa così:
Google non fa altro che rilevare questi rimandi, come fa del resto per tutti gli altri rimandi (in gergo si chiamano link) presenti in Internet, e valutare periodicamente qual è il rimando più frequente associato a una certa parola o frase. Se il rimando più frequente associato alla parola "fallimento" è la pagina del Presidente del Consiglio, indica tale pagina come risultato maggiormente corrispondente alla parola "fallimento". È un meccanismo automatico che non comporta alcuna presa di posizione da parte di Google. Google funziona così, punto e basta.
Questo meccanismo è conosciuto come Googlebombing, appunto, ed è in uso da anni in vari paesi come forma di satira e di protesta e come burla; ma forse eravate troppo presi dai balletti della politica per accorgervene. Ne sono già stati vittima, in passato, Tony Blair, George W. Bush, John Kerry, Lula Da Silva, il politico svizzero Christoph Blocher, il presidente filippino Arroyo, i fondamentalisti cristiani, la Microsoft, Scientology e tanti altri: la lista completa è nell'enciclopedia gratuita Wikipedia, in inglese e (in forma concisa) in italiano.
Basta che un po' di persone (non ce ne vogliono tante) si mettano d'accordo su un termine e lo associno tante volte, in tante pagine differenti, al bersaglio prescelto. È una cosa che si può fare sia per motivi satirici, sia per scopi sociali: per esempio, a dicembre 2005 ci fu un Googlebombing che associò la parola "regali" al sito dell'UNICEF.
Niente panico, quindi. I veri motivi di preoccupazione, semmai, sono che non sapete queste cose eppure pretendete di legiferare su Internet, e che quei pochi fra voi che capiscono la Rete vengono messi in un angolo. Così vi riunite come ciechi che dissertano sugli arcobaleni. Non stupisce che poi il sonno della ragione partorisca mostri liberticidi come la legge Urbani, coi suoi impossibili, kafkiani "bollini" SIAE da applicare ai siti.
I veri vandali di Internet non sono coloro che fanno googlebombing goliardico. Sono coloro che non sanno come funziona, ma pretendono di dettarne le regole, convinti di poter imbrigliare la Rete, come bambini che soffiano verso il cielo e s'illudono così di spostare le nuvole.
Antispam sempre peggio: adesso anche Symantec mi filtra, che strazio
Oggetto: Symantec Mail Security detected prohibited content in a message sent from your address (SYM:[omissis])
Data: 7 April 2006 11:31:44 GMT+02:00
A: topone@pobox.com
Subject of the message: [IxT] Oggi sono alla Rai; Wincrash sul Mac; Basta tassa SIAE, dice BSA; redditi secondo Berlusconi; Commenti cancellati
Recipient of the message: "Ixt (Invio newsletter)"
Chissà qual è questo "contenuto proibito"... Che pena. Di questo passo, mi conviene chiudere la newsletter e dedicarmi al blog. Che ne pensate? Quale sistema usereste per avvisare i lettori della presenza di nuovi articoli, oltre all'RSS?

