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2024/08/22

*Podcast RSI - Google blocca l’adblocker che blocca gli spot; iPhone, arrivano gli app store alternativi, ma solo in UE

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, Google Podcasts, Spotify e feed RSS.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

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Vi piacciono gli adblocker? Quelle app che bloccano le pubblicità e rendono così fluida e veloce l’esplorazione dei siti Web, senza continue interruzioni? O state pensando di installarne uno perché avete visto che gli altri navigano beatamente senza spot? Beh, se adoperate o state valutando di installare uno degli adblocker più popolari, uBlock Origin, c’è una novità importante che vi riguarda: Google sta per bloccarlo sul proprio browser Chrome. Ma c’è un modo per risolvere il problema.

Ve lo racconto in questa puntata del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica, e vi racconto anche cosa succede realmente con gli iPhone ora che l’App Store di Apple non è più l’unico store per le app per questi telefoni e quindi aziende come Epic Games, quella di Fortnite, sono finalmente libere di offrire i propri prodotti senza dover pagare il 30% di dazio ad Apple, anche se lo sono solo a certe condizioni complicate. Vediamole insieme. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Google sta per bloccare l’adblocker uBlock Origin

La pubblicità nei siti a volte è talmente invadente, specialmente sugli schermi relativamente piccoli degli smartphone, che diventa impossibile leggere i contenuti perché sono completamente coperti da banner, pop-up e tutte le altre forme di interruzione inventate in questi anni dai pubblicitari. Molti utenti si difendono da quest’invasione di réclame adottando una misura drastica: un adblocker, ossia un’app che si aggiunge al proprio browser sul computer, sul tablet o sul telefono e blocca le pubblicità.

Uno degli adblocker più popolari, con decine di milioni di utenti, è uBlock Origin, un’app gratuita disponibile per tutti i principali browser, come per esempio Edge, Firefox, Chrome, Opera e Safari. È scaricabile presso Ublockorigin.com ed è manutenuto ormai da un decennio dal suo creatore, Raymond Hill, che non solo offre gratuitamente questo software ma rifiuta esplicitamente qualunque donazione o sponsorizzazione. Questa sua fiera indipendenza, rimasta intatta mentre altri adblocker sono scesi a compromessi lasciando passare le “pubblicità amiche”, lo ha fatto diventare estremamente popolare.

Il sito di Ublock Origin.

Ovviamente i pubblicitari, e i siti che si mantengono tramite le pubblicità, non vedono di buon occhio questo successo degli adblocker, e quindi c’è una rincorsa tecnologica continua fra chi crea pubblicità che eludono gli ablocker in modi sempre nuovi e chi crea adblocker che cercano di bloccare anche quei nuovi modi.

Anche Google vive di pubblicità, e quindi in questa rincorsa non è affatto neutrale: se le pubblicità che Google vende non vengono viste dagli utenti, gli incassi calano. E infatti il suo browser Chrome, uno dei più usati al mondo, sta per bloccare l’adblocker uBlock Origin. I trentacinque milioni di utenti che lo adoperano su Chrome, stando perlomeno ai dati presenti sulla sua pagina nel Chrome Web Store [screenshot qui sotto], si troveranno quindi presto orfani, perché è in arrivo un aggiornamento importante della tecnologia di supporto alle estensioni in Chrome, fatto formalmente per aumentarne la sicurezza, l’efficienza e la conformità agli standard, ma questo aggiornamento ha anche un effetto collaterale non trascurabile: renderà uBlock Origin incompatibile con le prossime versioni di Chrome.

Ublock Origin nel Chrome Web Store.

Niente panico: al momento attuale uBlock Origin funziona ancora su Chrome, ma nelle prossime versioni del browser di Google verrà disabilitato automaticamente. Per un certo periodo, gli utenti avranno la possibilità di riattivarlo manualmente, ma poi sparirà anche questa opzione.

uBlock Origin continuerà a funzionare sugli altri browser, per cui un primo rimedio al problema per i suoi milioni di utenti è cambiare browser, passando per esempio a Firefox. Ma questo non è facile per gli utenti poco esperti e rischia di introdurre incompatibilità e disagi, perché la popolarità di Chrome spinge i creatori dei siti a realizzare siti Web che funzionano bene soltanto con Chrome, in una ripetizione distorta della celebre guerra dei browser che aveva visto protagonista Internet Explorer di Microsoft contro Netscape alla fine degli anni Novanta.

Raymond Hill, il creatore di uBlock Origin, non è rimasto con le mani in mano. Vista la tempesta in arrivo, ha già creato e reso disponibile, sempre gratuitamente, un nuovo adblocker che è compatibile con le prossime versioni di Google Chrome. Si chiama uBlock Origin Lite, ed è già disponibile sul Chrome Web Store. Trovate i link per scaricarlo su Disinformatico.info. Per ragioni tecniche non è potente ed efficace come il suo predecessore, per cui Raymond Hill non lo propone come aggiornamento automatico ma lo raccomanda come alternativa.

Ublock Origin Lite nel Chrome Web Store.

Se siete affezionati alla navigazione senza pubblicità grazie a uBlock Origin, insomma, avete due possibilità: cambiare browser oppure passare alla versione Lite di uBlock Origin, che è già stata installata in questo momento da circa trecentomila utenti.

In tutto questo non va dimenticato che molti dei siti e dei servizi più usati di Internet si mantengono grazie ai ricavi pubblicitari che gli adblocker impediscono, per cui se usate un adblocker di qualunque tipo vale la pena di dedicare qualche minuto ad autorizzare le pubblicità dei siti che vi piacciono e che volete sostenere, lasciando bloccati tutti gli altri, anche come misura di difesa contro i siti di fake news nei quali è facile incappare e che si mantengono con la pubblicità, per cui a loro non interessa che crediate o meno a quello che scrivono: l’importante per loro è che vediate le loro inserzioni pubblicitarie. Ed è così che paradossalmente gli adblocker diventano uno strumento contro la disinformazione e i truffatori.


Fonti aggiuntive: PC World, WindowsCentral.

iPhone, arrivano gli app store alternativi. Ma solo in UE

Da quando è arrivato l’iPhone, una delle sue caratteristiche centrali è stata quella di avere un unico fornitore di app, cioè l’App Store della stessa Apple. Sugli smartphone delle altre marche, con altri sistemi operativi come per esempio Android, l’utente è sempre stato libero di procurarsi e installare app di qualunque provenienza con poche semplici operazioni, mentre Apple ha scelto la via del monopolio, aggirabile solo con procedure decisamente troppo complicate per l’utente medio.

Oggi, dopo sedici anni dal suo debutto nel 2008, l’App Store di Apple non è più l’unica fonte di app disponibile agli utenti degli smartphone di questa marca: debuttano infatti gli app store alternativi per gli iPhone. Ma solo per chi si trova nell’Unione Europea. Una volta tanto, una novità arriva prima in Europa che negli Stati Uniti, ma non scalpitate, le cose non sono così semplici come possono sembrare a prima vista.

La novità è merito delle norme europee sulla concorrenza, specificamente del Digital Markets Act o DMA, e delle azioni legali avviate da aziende come Spotify, Airbnb e in particolare Epic Games, la casa produttrice di Fortnite, aziende che contestavano non solo il regime di sostanziale monopolio ma anche il fatto che Apple, come Google, chiede il 30% dei ricavi delle app: una percentuale ritenuta troppo esosa da molti sviluppatori di app.

A questi costi si aggiungeva il fatto che alcuni tipi di app non erano disponibili nell’App Store di Apple per scelta politica, per esempio su pressioni di governi come quello cinese, indiano o russo, oppure per decisione spesso arbitraria di Apple, come per esempio nel caso degli emulatori di altri sistemi operativi (come il DOS) [The Verge], o nel caso dei browser alternativi (ammessi solo se usano lo stesso motore interno WebKit di Safari [The Verge]), oppure dei contenuti anche solo vagamente relativi alla sessualità, come nella vicenda emblematica dell’app che offriva un adattamento a fumetti dell’Ulisse di Joyce, che era stata respinta per aver osato mostrare dei genitali maschili appena accennati da un tratto di matita.

Apple ha giustificato finora queste restrizioni parlando di esigenze di qualità e di sicurezza, e in effetti i casi di app pericolose giunte nel suo App Store sono limitatissimi rispetto al fiume di malware e di spyware che si incontra facilmente su Google Play per il mondo Android, ma non sempre queste giustificazioni sono state documentate; l’argomentazione generale di Apple è stata che solo Apple era in grado di fornire una user experience buona, sicura e felice. In ogni caso, che ad Apple piaccia o no, l’Unione Europea ha disposto che gli utenti di iPhone e iPad abbiano la facoltà di procurarsi app anche attraverso app store alternativi.

E così oggi un utente Apple che si trovi in Unione Europea può rivolgersi ad app store come AltStore, Setapp, Epic Games, Aptoide e altri, trovandovi app che non esistono nello store di Apple, soprattutto nel settore dei giochi e degli emulatori.

Una cosa inimmaginabile qualche anno fa: Aptoide per iOS.

Ma la procedura non è affatto semplice. Mentre per usare l’App Store di Apple l’utente non deve fare nulla, per usare gli store alternativi deve trovarsi materialmente nel territorio dell’Unione Europea, e quindi per esempio la Svizzera e il Regno Unito sono esclusi; deve impostare il paese o l’area geografica del proprio ID Apple su uno dei paesi o delle aree geografiche dell’Unione Europea, e deve aver installato iOS 17.4 o versioni successive. E una volta fatto tutto questo, deve poi andare al sito dello store alternativo ed eseguire tutta una serie di operazioni prima di poter arrivare finalmente alle app vere e proprie. La cosa è talmente complessa che Epic Games ha addirittura pubblicato su YouTube un video che spiega la procedura.

Lo store della Epic Games.

La faccenda si complica ulteriormente se per caso l’utente esce per qualunque motivo dall’Unione Europea: gli aggiornamenti delle app degli store alternativi saranno ammessi solo per 30 giorni, e ci sono anche altre limitazioni, elencate in un tediosissimo documento pubblicato da Apple che trovate linkato su Disinformatico.info.

[il documento di Apple elenca in dettaglio i paesi e le aree geografiche compatibili: Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia (incluse Isole Åland), Francia (incluse Guyana francese, Guadalupa, Martinica, Mayotte, Reunion, Saint Martin), Germania, Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo (incluse Azzorre), Madeira, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna (incluse Isole Canarie), Svezia]

All’atto pratico, è difficile che questa apertura forzata e controvoglia dell’App Store interessi a chi non è particolarmente esperto o appassionato, ma perlomeno stabilisce il principio che a differenza di quello che avviene altrove, nell’Unione Europea le grandi aziende del software non sono sempre in grado di fare il bello e il cattivo tempo.


Fonti aggiuntive: TechCrunch, IGNThe Verge, TechCrunch

2024/08/17

Una bizzarra mail da una Questura italiana

A metà giugno scorso ho ricevuto una mail molto strana: una richiesta di informazioni apparentemente proveniente da una Questura italiana. La mail, non certificata, è arrivata sulla mia normale casella Gmail. Da una Questura mi sarei aspettato perlomeno una PEC. Per questo motivo, e per via del suo contenuto, ho pensato che si trattasse di una burla o di un tentativo di raggiro.

La mail, infatti, mi chiedeva di fornire le generalità complete, il luogo di residenza e un recapito telefonico del direttore responsabile della testata online “Il Disinformatico” e faceva il mio nome.

La motivazione, stando al testo della mail, era un mio articoletto di ottobre 2023, questo: “Marcello Foa dà una lezione di giornalismo. Ma alla rovescia”, nel quale avevo riferito concisamente la vicenda delle accuse infondate di Foa all’amico e collega David Puente. 

Foa, riprendendo un articolo di Giuseppe Vatinno su Affaritaliani.it, aveva affermato molto pubblicamente che Puente non fosse iscritto all’Ordine dei Giornalisti (i dettagli sono qui) e quindi fosse vicedirettore abusivo di Open. Ma in realtà aveva semplicemente cercato male nei registri dell’Ordine (nei quali Puente c’è eccome) ed era saltato a una conclusione perlomeno azzardata.

Nella mail apparentemente proveniente dalla Questura, inoltre, mi si chiedeva di specificare il luogo di inserimento online del mio articoletto.

Ho risposto dicendo che per qualunque richiesta di informazioni o comunicazione di natura legale o confidenziale andava usata l’apposita PEC, paolo.attivissimo@pec.net

Con mia sorpresa, il giorno dopo mi è davvero arrivata una PEC dalla Questura in questione, con lo stesso contenuto. Ho risposto, sempre via PEC, dando le mie generalità e specificando di essere giornalista e residente in Svizzera e che il luogo di inserimento online era il mio indirizzo di casa (presumendo che intendessero il luogo in cui mi trovavo quando ho scritto l’articolo, non l’ubicazione del server di Google che ospita l’articolo).

Qualche giorno dopo mi è arrivata un’altra PEC dalla stessa Questura, nella quale mi si chiedeva di contattarla telefonicamente per ulteriori chiarimenti. Cosa che ho fatto, ottenendo una conversazione piuttosto bizzarra.

Mi è stato chiesto se avevo un indirizzo o un domicilio in Italia. No, ho risposto, abito in Svizzera, come ho scritto, e ci abito da vent’anni. Sono anche diventato cittadino svizzero. 

Ma almeno vengo qualche volta in Italia? Sì, ma come turista. Non ho un’abitazione in Italia.

Ma non vado mai a Roma? A volte, ma non ho in programma di andarci se non ho un ottimo motivo per farlo.

Ma davvero non ha una casa in Italia? Ehm, no, come ho già detto. Vivo in Svizzera. Lavoro in Svizzera. I miei figli sono cresciuti in Svizzera. Sono cittadino svizzero. Perché mai dovrei avere una casa in Italia?

Insomma, a quanto mi è parso di capire, tutte queste strane domande erano mirate a vedere se era possibile eleggere un mio domicilio in Italia per qualcosa che ha a che fare con quel mio breve resoconto, forse una presunta diffamazione a mezzo stampa.

Staremo a vedere. Nel frattempo, volevo condividere con voi questo momento di ordinaria burocrazia.

2024/08/15

Podcast RSI - Emily Pellegrini, l’influencer virtuale che virtuale non era; deepfake per una truffa da 25 milioni di dollari

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È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, Google Podcasts, Spotify e feed RSS.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

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Benvenuti alla puntata del 16 agosto 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo, e questa settimana vi porto due storie, e due notizie, che sembrano scollegate e appartenenti a due mondi molto distanti, ma hanno in realtà in comune un aspetto molto importante.

La prima storia riguarda una delle più pubblicizzate influencer virtuali, Emily Pellegrini, annunciata dai giornali di mezzo mondo come un trionfo dell’intelligenza artificiale, così attraente e realistica che viene contattata da celebri calciatori che la vogliono incontrare a cena e da ricchi imprenditori che le offrono vacanze di lusso pur di conoscerla, credendo che sia una persona reale, e accumula centinaia di migliaia di follower su Instagram. Ma oggi tutte le immagini che l’avevano resa celebre sui social sono scomparse.

La seconda storia riguarda invece una truffa da 25 milioni di dollari ai danni di una multinazionale, messa a segno tramite una videoconferenza in cui il direttore finanziario sarebbe stato simulato dai criminali, in voce e in video e in tempo reale, usando anche qui l’intelligenza artificiale così bene da ingannare persino i suoi stessi dipendenti.

Ma non è l’intelligenza artificiale l’aspetto che accomuna queste storie. È qualcosa di ben poco artificiale e purtroppo molto umano.

[SIGLA di apertura]

Siamo a fine settembre del 2023. Un’eternità di tempo fa, per i ritmi dello sviluppo frenetico dell’intelligenza artificiale. Su un sito per adulti, Fanvue, e su Instagram iniziano a comparire le foto sexy di Emily Pellegrini [instagram.com/emilypellegrini], una modella di 23 anni che vive a Los Angeles e fa l’influencer. Ma si tratta di una influencer particolare, perché è generata con l’intelligenza artificiale, anche se nelle foto che pubblica sembra una persona in carne e ossa.

Una delle “foto” di Emily Pellegrini. Notate i grattacieli completamente deformati sullo sfondo e l’incoerenza delle linee della piattaforma sulla quale si trova la persona raffigurata, segni tipici di immagini generate maldestramente con software di intelligenza artificiale.

Sei settimane dopo, l’11 novembre, Emily Pellegrini ha già 81.000 follower su Instagram [New York Post]. Ai primi di gennaio ne ha 175.000 [Corriere del Ticino], a metà gennaio sono già 240.000 [NZZ], e ne parlano i media di tutto il mondo [Daily Mail, ripetutamente; Fortune, Dagospia, Repubblica, Stern, Welt.de, Radio Sampaio], dicendo che il suo aspetto procace e fotorealistico ha tratto in inganno molti uomini “ricchi, potenti e di successo”, dice per esempio il Daily Mail britannico, aggiungendo che su Instagram la contattano “persone veramente famose, come calciatori, miliardari, campioni di arti marziali miste e tennisti” che “credono che sia reale” e “la invitano a Dubai per incontrarla e mangiare nei migliori ristoranti”. Una delle celebrità sedotte da Emily Pellegrini, scrive sempre il Daily Mail, è un imprecisato conoscente di Cristiano Ronaldo; un altro è una star del calcio tedesco di cui non viene fatto il nome.

Andamento della popolarità della stringa di testo “Emily Pellegrini” da settembre 2023 a oggi, secondo Google Trends.

Moltissime testate in tutto il mondo riportano fedelmente questi dettagli e non perdono l’occasione di pubblicare molte foto delle grazie abbondanti dell’influencer virtuale, ma c’è un piccolo problema: tutte queste presunte conquiste di Emily Pellegrini sono riferite da una sola fonte, il suo creatore, che fra l’altro vuole restare anonimo, e sono descritte in modo estremamente vago: nessun nome, ma solo frasi come “uno dei volti famosi, di cui non viene fatto il nome e che l’ha contattata, a quanto pare conosce Cristiano Ronaldo” [“One unnamed famous face who contact [sic] her allegedly knew Cristiano Ronaldo, the creator claimed”]

Che senso ha precisare che questo anonimo fan conosce Cristiano Ronaldo? Non fornisce nessuna informazione reale. Però permette di citare un nome famoso e associarlo a questa influencer per farla brillare di luce riflessa nella mente del lettore, che magari è distratto perché l’occhio gli sta cadendo altrove.

Questo espediente autopromozionale funziona, perché Emily Pellegrini viene citata dai media di mezzo pianeta come l’influencer che “fa innamorare i vip”, come titola Il Mattino, o “ha fatto innamorare calciatori e vip di tutto il mondo”, come scrive Repubblica, per citare giusto qualche esempio italofono. Ma di questo innamoramento collettivo non c’è la minima conferma. Ci sono solo le dichiarazioni straordinariamente vaghe del suo creatore senza nome.

Questo anonimo creatore della influencer virtuale racconta anche di aver “lavorato 14-16 ore al giorno” per riuscire a creare il volto, il corpo e i video di Emily Pellegrini con l’intelligenza artificiale. Ma anche qui qualcosa non quadra, perché a fine gennaio 2024 emerge un dato: alcune delle immagini di Emily Pellegrini, soprattutto quelle più realistiche, sono realistiche non per qualche rara maestria nell’uso dei software di intelligenza artificiale, ma perché sono semplicemente foto e video di donne reali, come per esempio quelle della modella Ella Cervetto (www.instagram.com/ellacervetto/), sfruttate senza il loro consenso [Radio France; Abc.net.au, con esempi; Fanpage.it], sostituendo digitalmente il loro volto con un volto sintetico e tenendo tutto il resto del corpo intatto. In altre parole, un banale deepfake come tanti, fatto oltretutto a scrocco.

Le pose e le movenze così realistiche di Emily Pellegrini non sono generate dal software: sono prese di peso dai video reali di modelle reali. Una chiara violazione del copyright e uno sfruttamento spudorato del lavoro altrui.

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Oggi il profilo Instagram di Emily Pellegrini [www.instagram.com/emilypellegrini] è praticamente vuoto. Tutte le foto sono scomparse. Restano solo 12 post, nei quali un uomo che si fa chiamare “Professor Ep” e dice di essere il creatore della modella virtuale – che in realtà tanto virtuale non era – propone un corso, naturalmente a pagamento, per insegnare agli altri a fare soldi creando modelle virtuali. Nessun accenno al fatto che l’insegnante ha usato i video e la fatica degli altri e ha adoperato  solo in parte l’intelligenza artificiale per guadagnare, dice lui, oltre un milione di dollari.

Lo stato attuale dell’account Instagram di Emily Pellegrini.

Fra l'altro, il corso del sedicente professore, che costava inizialmente mille dollari, ora è svenduto a circa duecento.

La pubblicità del corso promosso sull’account Instagram di Emily Pellegrini.

Lasciando da parte un momento i ragionevoli dubbi sull’etica e la competenza dimostrate fin qui dal Professor Ep, se per caso state pensando di lanciarvi anche voi nel settore immaginando di fare soldi facilmente in questa versione 2024 della febbre per il mining domestico delle criptovalute, beh, pensateci due volte.

I dati indicano infatti che fare soldi esclusivamente generando immagini di modelle virtuali è cosa assai rara. Ci sono alcune superstar del settore che guadagnano discretamente, ma il grosso degli aspiranti creatori e delle aspiranti creatrici fa la fame. Il mercato è saturo di gente che ci sta provando e fallendo.

Grazie ad alcune persone esperte del settore, ho constatato di persona che su piattaforme che promettono grandi guadagni tramite la vendita di immagini generate con l’intelligenza artificiale, come la piattaforma usata dal creatore di Emily Pellegrini, è sufficiente incassare trecento dollari nell’arco di un mese per trovarsi nel discutibile Olimpo del settore, ossia nella fascia del 10% dei creatori che guadagnano di più. Il restante 90%, in altre parole, guadagna di meno.

Gli incassi e il piazzamento di una influencer virtuale su Fanvue.

Molte influencer virtuali che nei mesi scorsi erano state segnalate dai media come le avanguardie emergenti di un nuovo fenomeno oggi non rendono visibile il numero dei like o dei follower, o addirittura questi dati vengono nascosti dalla piattaforma stessa, per non far vedere che non le sta seguendo praticamente nessuno e che i guadagni promessi sono solo un miraggio per molti.

Quelli che guadagnano davvero, invece, sono i fornitori dei servizi e dell’hardware necessario per generare queste immagini sintetiche, proprio come è avvenuto per le criptovalute. Quando si scatena una corsa all’oro, conviene sempre essere venditori di picconi.

Fonti aggiuntive e ulteriori dettagli:

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La seconda storia di questo podcast arriva da Hong Kong. Siamo a febbraio del 2024, e scoppia la notizia di una truffa da 25 milioni di dollari ai danni di una multinazionale, effettuata con la tecnica del deepfake, la stessa usata nella storia precedente con altri scopi.

Un operatore finanziario che lavora a Hong Kong si sarebbe fatto sottrarre questa ragguardevolissima cifra perché dei truffatori avrebbero creato una versione sintetica del suo direttore finanziario, che stava a Londra, e l’avrebbero usata per impersonare questo direttore durante una videoconferenza di gruppo, nella quale anche gli altri partecipanti, colleghi dell’operatore, sarebbero stati simulati sempre con l’intelligenza artificiale, perlomeno stando alle dichiarazioni attribuite alla polizia di Hong Kong [Rthk.hk, con video del portavoce della polizia, Baron Chan; The Register].

Dato che tutti i partecipanti alla videochiamata sembravano reali e avevano le sembianze di colleghi, quando l’operatore ha ricevuto l’ordine di effettuare quindici transazioni verso cinque conti bancari locali, per un totale appunto di 25 milioni di dollari, ha eseguito le istruzioni, e i soldi hanno preso il volo.

L’ipotesi che viene fatta dalla polizia è che i truffatori abbiano scaricato dei video dei vari colleghi e li abbiano usati per addestrare un’intelligenza artificiale ad aggiungere ai video una voce sintetica ma credibile. Il malcapitato operatore si sarebbe accorto del raggiro solo quando ha chiamato la sede centrale dell’azienda per un controllo.

La notizia viene accolta con un certo scetticismo da molti addetti alla sicurezza informatica. Già simulare un singolo volto e una singola voce in maniera perfettamente realistica è piuttosto impegnativo, figuriamoci simularne due, tre o più contemporaneamente. La potenza di calcolo necessaria sarebbe formidabile. Non c’è per caso qualche altra spiegazione a quello che è successo?

[The Standard presenta una ricostruzione un po’ diversa degli eventi: solo il direttore finanziario sarebbe stato simulato e gli altri quattro o sei partecipanti sarebbero stati reali. “An employee of a multinational company received a message from the scammer, who claimed to be the "Chief Financial Officer" of the London head office, asking to join an encrypted virtual meeting with four to six staffers. The victim recalled that the "CFO" spent most of the time giving investment instructions, asking him to transfer funds to different accounts, and ending the meeting in a hurry. He found that he was cheated after he made 15 transactions totaling HK$200 million to five local accounts within a week and reported to the police. It was discovered that the speech of the "CFO" was only a virtual video generated by the scammer through deepfake. Police said other employees of the same company were also instructed to attend the meeting.”]

Otto mesi dopo, cioè pochi giorni fa, un esperto di sicurezza, Brandon Kovacs, affascinato da quella truffa milionaria, ha dimostrato alla conferenza di hacking DEF CON che in realtà una videoconferenza nella quale tutti i partecipanti, tranne la vittima, sono in realtà delle simulazioni indistinguibili dagli originali è fattibile, ed è fattibile con apparecchiature piuttosto modeste e sicuramente alla portata economica di una banda di criminali che spera in un bottino di svariati milioni di dollari.

La parte più impegnativa di quest’impresa è procurarsi delle riprese video delle persone da simulare. Queste registrazioni servono per addestrare un’intelligenza artificiale su misura a generare un deepfake in tempo reale della persona specifica. Ma oggigiorno praticamente chiunque lavori in un’azienda ha ore e ore di riprese video che lo riguardano nel contesto ideale per addestrare un’intelligenza artificiale: le registrazioni delle videoconferenze di lavoro alle quali ha partecipato.

Kovacs ha messo alla prova quest’ipotesi: è possibile creare un clone video di qualcuno usando solo informazioni pubblicamente disponibili e software a sorgente aperto, cioè open source?

La risposta è sì: insieme a una collega, Alethe Denis, di cui aveva le registrazioni pubblicamente disponibili delle sue interviste, podcast e relazioni a conferenze pubbliche, ha addestrato un’intelligenza artificiale e si è procurato una fotocamera digitale reflex professionale, delle luci, una parrucca somigliante ai capelli della collega, un telo verde e del software, e ha usato il deepfake generato in tempo reale come segnale di ingresso del microfono e della telecamera per una sessione di Microsoft Teams, nella quale ha parlato con i figli della collega, spacciandosi per lei in voce e in video in diretta. I figli ci sono cascati completamente, e se un figlio non si accorge che sua mamma non è sua mamma, vuol dire che l’inganno è più che adeguato.

Creare un deepfake del genere, insomma, non è più un’impresa: il sito tecnico The Register nota che un software come DeepFaceLab, che permette di addestrare un modello per creare un deepfake di una persona specifica, è disponibile gratuitamente. Anche il software per l’addestramento della voce esiste in forma open source e gratuita: è il caso per esempio di RVC. E la scheda grafica sufficientemente potente da generare le immagini del volto simulato in tempo reale costa circa 1600 dollari.

In pratica, Kovacs ha creato un kit per deepfake pronto per l’uso [mini-demo su LinkedIn]. Un kit del genere moltiplicato per il numero dei partecipanti a una videoconferenza non è a buon mercato per noi comuni mortali, ma è sicuramente una spesa abbordabile per un gruppo di criminali se la speranza è usarlo per intascare illecitamente 25 milioni di dollari. E quindi l’ipotesi della polizia di Hong Kong è plausibile.

Non ci resta che seguire i consigli di questa stessa forza di polizia per prevenire questo nuovo tipo di attacco:

  • primo, avvisare che esiste, perché molti utenti non immaginano nemmeno che sia possibile;
  • secondo, non pensare che il numero dei partecipanti renda particolarmente difficile questo reato;
  • e terzo, abituare e abituarsi a confermare sempre le identità delle persone che vediamo in video facendo loro delle domande di cui solo loro possono sapere la risposta.

E così la demolizione della realtà fatta dall’intelligenza artificiale prosegue inesorabile in entrambe queste storie: non possiamo più fidarci di nessuna immagine, né fissa né in movimento, ma possiamo fare affidamento su una costante umana che non varia nel tempo: la capacità e la passione universale di trovare il modo di usare qualunque tecnologia per imbrogliare il prossimo.


Fonte aggiuntiva: Lights, camera, AI! Real-time deepfakes coming to DEF CONThe Register

2024/08/13

Il Maniero Digitale diventa anche Maniero Fotovoltaico

Ultimo aggiornamento: 2024/08/16 14.00.

Da metà luglio il Maniero Digitale ha attivato un impianto fotovoltaico collettivo da 282 kWp. Ora i criticoni dell’auto elettrica non possono più attaccarmi dicendo che la corrente che uso arriva da centrali inquinanti. A parte che le centrali inquinano comunque molto meno di milioni di marmitte di dubbia manutenzione, adesso l’energia elettrica mi arriva direttamente dal sole, sul tetto di casa, a chilometri zero. Da dove arriva di preciso la benzina o il gasolio che mettono dentro la loro auto? E come ci arriva? Appunto. 

I kWp (kilowatt di picco) sono un valore di riferimento che si usa per indicare in modo standardizzato la potenza massima teorica di un impianto fotovoltaico. Ci sono tante piccole cose da imparare, e tante piccole abitudini da cambiare, in cambio del piacere di bollette più leggere e di un impatto ambientale ridotto. Adesso carichiamo le auto di giorno invece che di notte, e di giorno facciamo andare lavatrice e lavastoviglie, che prima accendevamo la sera. Lo scaldabagno è elettrico ad accumulo, e adesso accendiamo anche lui la mattina, quando i pannelli cominciano a produrre, e lo spegniamo nel tardo pomeriggio.

Allego un paio di schermate del sistema di monitoraggio al quale ho accesso via Internet, come tutti i proprietari delle case della residenza in cui si trova il Maniero Digitale. In rosso c’è il consumo dell’intera residenza quando non viene coperto dai pannelli, in giallo c’è la produzione complessiva e in verde c’è il consumo coperto dai pannelli.



Il picco di consumi notturni intorno alle 22 è probabilmente legato all’accensione degli scaldabagno della residenza, che per ora si accendono automaticamente di notte per sfruttare la tariffa elettrica notturna come in passato (noi invece lo commutiamo manualmente e probabilmente installeremo un timer per automatizzare accensione e spegnimento).

Come noterete, per buona parte della giornata abbiamo moltissima potenza in eccedenza, ma adesso siamo in estate, quindi con la massima insolazione, e questo impianto è pensato per gestire almeno in parte le future termopompe per il riscaldamento delle singole case.

Sulle tariffe definitive sto ancora aspettando una comunicazione formale. Le pubblicherò non appena le avrò, per fare due conti sulla convenienza puramente economica. Ma avere energia dal sole, tagliando fuori tutta la filiera del petrolio e i suoi gestori a dir poco impresentabili, non ha prezzo.

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Aggiungo man mano qualche dato che mi è stato chiesto nei commenti.

  • Abbiamo iniziato a parlare di impianto fotovoltaico collettivo almeno a fine 2021 (la prima proposta che abbiamo ricevuto e che ho tenuto è di dicembre 2021).
  • Il consumo complessivo annuo del Maniero Digitale (casa mia, non tutte le villette della residenza) è stato 8560 kWh negli ultimi 12 mesi, tutto compreso: auto elettriche, scaldabagno elettrico, fornelli elettrici, condizionatori elettrici, secondo la bolletta più recente.
  • Questo consumo annuo ci è costato 2'523,06 CHF (2647 euro) IVA compresa, per cui a torta finita abbiamo pagato mediamente 29,47 centesimi al kWh.
  • Il nostro contatore è abilitato a erogare fino a 17 kW, e infatti carico spesso l’auto a 10 kW a casa. Comodissimo.
  • Se i dati di progetto (datati 2022) che ho ricevuto corrispondono a quello che è stato poi realizzato (ci possono essere stati cambiamenti in corso d’opera), l’impianto copre una superficie di 1390 metri quadrati sui tetti della residenza ed è composto da 695 moduli (i pannelli sono molti di meno). Il software di monitoraggio (SolarLog) mi dice che ci sono sette inverter.
  • Formalmente la residenza è classificata come Raggruppamento ai fini del Consumo Proprio o RCP.

2024/08/11

Svizzera, falso sito del quotidiano “La Regione” promuove truffa sugli investimenti usando il nome della Presidente della Confederazione

Un lettore, Marco, mi segnala il sito Inform24svi[zz].net (togliete le quadre se volete riottenere il nome originale del sito), che al momento in cui scrivo ospita questa imitazione truffaldina del quotidiano ticinese La Regione (il cui sito reale è Laregione.ch).

Screenshot dell’inizio del falso articolo.

Per i non svizzeri, Viola Amherd è la presidente di turno della Confederazione (il sistema elvetico è complicato) e quindi il suo nome è un richiamo molto forte e autorevole, ma qui viene usato abusivamente, come del resto viene abusato anche il nome della testata giornalistica.

Ovviamente non è vero che “i cittadini Svizzeri potranno ufficialmente andare in pensione a 45 anni”, come dice il titolo del falso articolo.

Lo scopo di questa falsificazione è promuovere una truffa basata su finti investimenti. L’articolo include infatti un modulo di iscrizione a un fantomatico “VortexValor” che promette a chi investe 250 franchi di “ricevere in media 3.000 CHF al mese sul proprio conto bancario. I profitti sono generati dal trasporto di gas e petrolio attraverso il nostro Paese verso altri Paesi. Come potete immaginare, veniamo pagati per questo. Lo ripeto ancora una volta. Non ci sono rischi, tutti gli investimenti possono essere restituiti in qualsiasi momento, il che è garantito dalla Banca Nazionale e dal nostro Ministero.” Ovviamente è tutto falso.

I malcapitati che abboccano a un’offerta troppo bella per essere vera come questa (ci sono sempre; lo so, perché mi contattano piangendo calde lacrime dopo aver “investito” migliaia di franchi) riceveranno una telefonata da un “manager” che li guiderà nel loro “investimento”. Traduzione: li spennerà facendo credere che stiano guadagnando montagne di soldi.

Il meccanismo di queste truffe è tipicamente questo: il “manager” crea un finto conto online di investimento per la vittima e incassa i primi 250 franchi. Il conto, consultabile via Internet dalla vittima, mostra quelli che sembrano essere rendimenti favolosi. È tutto finto: sono solo numeri su una pagina Web, generati dal software, ma sono presentati con una grafica curata e professionale.

Le vittime vengono sedotte da questi apparenti guadagni e, istigati dal “manager”, inviano altri soldi (reali) ai gestori della truffa con la speranza di guadagnare ancora di più. Ma, ripeto, è tutta una finzione.

La cosa che spiazza molte vittime è che se provano a prelevare i loro soldi da questi “conti”, li ricevono davvero, e questo aiuta a far sembrare serio e credibile l’intero meccanismo. Ma attenzione: i truffatori di solito non restituiscono mai più di quanto è stato versato. Ridanno alle vittime quello che hanno versato, ma mai di più. Se la vittima chiede di ricevere anche i presunti “guadagni”, il “manager” risponde con mille pretesti per rinviare o rifiutare la richiesta.

Il guadagno dei truffatori sta di solito nella mazzata finale: se vedono che la vittima è sedotta e investe soldi ma ne ritira anche una parte, gli propongono un affarone speciale, al quale bisogna aderire in fretta e che richiede un investimento ingente: 10.000 o più franchi, che (dice il finto manager) renderanno anche 100.000 franchi o più. La vittima, incantata dalla prospettiva di una cifra del genere, invia i soldi, chiede di prelevare almeno in parte i lauti guadagni... e a quel punto il “manager” scompare insieme ai soldi del malcapitato investitore.

Non inviate denaro a questi criminali; se ne avete inviato, consideratelo perduto per sempre. 

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Se siete fra le vittime di questi imbroglioni, troncate ogni comunicazione con loro e fate una segnalazione (non una denuncia) alle vostre autorità di polizia. La polizia difficilmente potrà fare qualcosa per acciuffare i criminali o per ridarvi i vostri soldi, ma la segnalazione è importante perché se nessuno segnala questo genere di truffa le autorità non hanno idea di quanto sia diffusa, e senza dati e numeri sulla sua diffusione è difficile stanziare fondi o assegnare risorse al contrasto di questi reati.

Se avete dato ai truffatori numeri di carte di credito o coordinate bancarie, avvisate il vostro gestore o la vostra banca e vi dirà cosa fare. 

Se vi contatta qualcuno dicendo di essere un’autorità che è in grado di recuperare i vostri soldi, non credetegli: è un complice del truffatore, che vi chiederà altri soldi per “sbloccare” i vostri (inesistenti) guadagni. 

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Se invece vi siete imbattuti in un sito-truffa di questo genere e volete segnalarlo alle autorità affinché venga bloccato, ci sono vari modi per farlo:

Un’altra cosa importante da fare è parlare in casa e agli amici di queste frodi, perché tutti abbiamo un amico o un parente particolarmente vulnerabile che potrebbe essere ingannato e tentato da questi criminali, che sanno essere convincenti.

2024/08/09

*Podcast RSI - Frodi milionarie con numeri di telefono falsificati, in manette i fornitori: il caso Russian Coms

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Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

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[CLIP: Squillo di telefono]

Il vostro telefonino squilla all’improvviso. Sul suo schermo compare il numero della vostra banca. Rispondete, e una voce molto precisa e professionale vi informa, con il tono leggermente spassionato di chi ha detto queste stesse parole infinite volte, che è successo quello che temevate e che un po’ tutti temiamo. Dei criminali informatici hanno avuto accesso al vostro conto corrente.

Per fortuna la vostra banca ha bloccato il tentativo di frode e vi sta chiamando appunto per informarvi della situazione e per chiedervi di smettere di usare le vostre coordinate bancarie attuali e sostituirle con quelle nuove, che vi verranno dettate tra un momento. A voi non resta che trasferire il saldo del conto dalle coordinate attuali a quelle nuove, e tutto sarà a posto.

Ma come avete probabilmente intuito, la chiamata è una messinscena, il numero che compare sul vostro schermo è stato falsificato, la voce è quella alterata digitalmente di un criminale che finge di essere un funzionario antifrode, e le coordinate nuove servono per convincervi a trasferire volontariamente i vostri soldi su un conto controllato dal malvivente.

Fin qui niente di nuovo, ma questa non è la storia dell’ennesimo caso di frode bancaria informatica: è la storia di Russian Coms, un vero e proprio servizio commerciale di assistenza tecnica ai criminali, il cosiddetto crime as a service, che vendeva kit chiavi in mano per aspiranti truffatori e ha permesso di derubare centinaia di migliaia di persone in oltre cento paesi per un totale di svariate decine di milioni di dollari.

Dico “vendeva” perché Russian Coms è stato sgominato dalle forze dell’ordine, arrestando varie persone e soprattutto prendendo il controllo dei server sui quali i criminali gestivano i rapporti con la propria clientela, promettendo discrezione e riservatezza. Ma ora tutti i dati di quei rapporti sono nelle mani degli inquirenti, e sul canale Telegram di Russian Coms è comparso un avviso: “tutto è stato compromesso, non importa quale software stiate usando. Anche tutti gli altri fornitori sono stati compromessi”.

L’avviso sul canale Telegram di Russian Coms. Fonte: National Crime Agency.

In altre parole, si salvi chi può.

Questo fuggi fuggi generale è un’occasione rara per gettare luce sulla filiera del crimine informatico e sulle sue tecniche, per riconoscerle e difendersi meglio, ma anche per rispondere a un paio di curiosità che magari vi siete posti: ma dove vanno esattamente i criminali online a procurarsi i ferri del mestiere? Vanno nel dark web? Sono tutti esperti del fai da te informatico, dediti al male? E poi, perché è possibile falsificare il numero del chiamante?

Benvenuti alla puntata del 9 agosto 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

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Questa storia inizia nel 2021, quando nasce un gruppo di criminali online che si fa chiamare Russian Coms anche se non ha nessun collegamento noto con la Federazione Russa. La sua specialità è offrire ad altri criminali servizi di caller ID spoofing, ossia di falsificazione del numero del chiamante. Servizi che fanno comparire sui telefonini delle persone chiamate un numero appartenente a una banca, a una compagnia telefonica o a una forza di polizia, per conquistare la fiducia di queste persone e aiutare così a carpirne i dati personali, le carte di credito e i soldi.

Russian Coms comincia offrendo ai propri clienti dei telefonini Android appositamente personalizzati, dotati di app finte che li fanno sembrare normali telefoni in caso di sequestro da parte della polizia, di VPN per rendere meno tracciabili le attività criminali per le quali vengono usati, e anche di una app di autodistruzione che cancella istantaneamente la memoria dello smartphone in caso di necessità. Successivamente offre anche lo stesso servizio tramite una web app.

Russian Coms propone contratti di sei mesi che costano circa 1300 euro in tutto, sono pagabili con criptovalute e vengono pubblicizzati su Snapchat, Instagram e Telegram, e su un normalissimo sito Web, Russiancoms.cm. Non provate a visitarlo adesso: non ci troverete nulla. Lo so perché ho provato io per voi.

Avete capito bene: niente dark web, ma tutto sfacciatamente alla luce del sole, sul Web normale, sui social network, come se niente fosse.

Le offerte di contratto sul sito Web di Russian Coms. Fonte: National Crime Agency.

Il servizio è completo e professionale: le chiamate sono cifrate, viene offerto un software che altera la voce in tempo reale, i costi delle telefonate internazionali sono inclusi nel canone, e naturalmente c’è un’assistenza clienti disponibile ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Un livello di customer care invidiabile, migliore di quello di tante aziende regolari.

Gli affari di Russian Coms vanno bene. I suoi clienti arrivano a saccheggiare conti correnti in ben 107 paesi, dagli Stati Uniti alla Norvegia, dalla Francia alle Bahamas. Fra il 2021 e il 2024, gli utenti paganti di Russian Coms effettuano milioni di chiamate a milioni di vittime, fingendo di rappresentare aziende di buona reputazione e facendosi dare soldi per merci mai consegnate, spacciandosi per banche per accedere ai conti correnti delle persone chiamate, e organizzando in alcuni casi il ritiro fisico, fatto di persona, di carte di debito e di credito con la scusa che andavano sostituite per motivi di sicurezza. Il sistema funziona. Nel Regno Unito, per esempio, il danno medio ammonta a oltre 9000 sterline (circa 10.000 euro o franchi) per ciascuna delle circa 170.000 vittime.

Ma a marzo 2024 le cose prendono una brutta piega per i membri di Russian Coms.

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Dopo mesi di indagini, gli agenti della National Crime Agency britannica arrestano due uomini di 26 e 28 anni a Londra. Gli inquirenti ritengono che si tratti degli sviluppatori e degli amministratori del servizio.

Nei giorni successivi, il sito di Russian Coms viene disattivato, e il 12 aprile viene arrestato, sempre a Londra, un altro uomo che viene considerato uno degli addetti alla consegna di persona degli smartphone modificati. Pochi giorni fa è stato arrestato, sempre nel Regno Unito, uno dei clienti di Russian Coms, e inoltre l’Europol ha in corso altre operazioni analoghe in vari altri paesi.

Gli agenti britannici hanno reso pubblici i dettagli di questa vicenda il primo agosto scorso, pubblicando anche un video dell’irruzione e dell’arresto e una schermata tratta dal sito di Russian Coms che ne illustra il tariffario.

[rumore dell’irruzione]

Sul canale Telegram di Russian Coms i messaggi dei criminali sono stati sostituiti da un avviso che informa la clientela, per così dire, che il servizio “è ora sotto il controllo delle forze dell’ordine internazionali” e annuncia che “La polizia verrà a trovarvi presto”, con tanto di emoji sorridente ma non troppo.

L’avviso sul canale Telegram di Russian Coms. Fonte: National Crime Agency.

La National Crime Agency sottolinea che anche se le tecnologie sofisticate e le tecniche professionali usate da gruppi come Russian Coms “promettono l’anonimato, a insaputa dei loro utenti criminali registrano e conservano i loro dati, e quindi è possibile identificare chi sono e come operano”.

Il fatto che i server dei fornitori del servizio siano stati acquisiti dalle forze dell’ordine implica un bottino ingentissimo di dati, e soprattutto di identità di vittime e truffatori, che fotografa l’intera organizzazione e la sua clientela con un dettaglio che si vede di rado. La polizia londinese ha dichiarato di aver svolto controlli incrociati su oltre 100.000 dati, compresi indirizzi IP, numeri di telefono e soprattutto nomi, per identificare i sospettati e rintracciare anche le loro vittime.

L’obiettivo di questo intervento e del suo annuncio al pubblico è minare in generale la fiducia dei malviventi in questi fornitori di servizi e quindi spezzare la filiera del crimine organizzato, ma è anche un’occasione per ricordare al pubblico alcune regole di cautela da adottare per non finire tra le vittime di questi professionisti dei reati digitali.

Se ricevete una chiamata inattesa di qualcuno che dice di rappresentare la vostra banca, un servizio finanziario, un corriere o qualunque ente ufficiale e vi mette sotto pressione chiedendovi di prendere una decisione immediata riguardante del denaro oppure vi chiede dati personali, riagganciate e chiamate subito il numero che trovate sul sito dell’ente o del servizio in questione o sul retro della vostra carta di credito o di debito. Nessuna azienda seria e nessun ente vi metterà mai fretta chiedendovi di prendere subito decisioni importanti per telefono.

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Vicende come quella di Russian Coms rivelano che i criminali online non sono tutti esperti del settore, non sono tutti geni malvagi dell’informatica: sono molto spesso dei semplici consumatori opportunisti, a volte inetti, di tecnologie sviluppate da altri e comprate chiavi in mano, senza sapere nulla del loro funzionamento, e possono commettere questo tipo di reati solo perché trovano facilmente chi fornisce loro i grimaldelli informatici necessari.

C’è anche un altro aspetto messo in luce da questo successo delle forze di polizia contro il crimine online, ed è il fatto a prima vista assurdo che il sistema telefonico mondiale consenta di falsificare il numero del chiamante.

Se non ci fosse questa possibilità, i malviventi perderebbero un appiglio psicologico molto importante nel costruire la propria credibilità e nel conquistare la fiducia delle loro vittime, che non si aspettano che esista una funzione del genere e si fidano del numero che vedono sul proprio schermo. Ma allora perché gli operatori telefonici non cambiano le cose, visto che questa possibilità di falsificazione consente frodi da decine di milioni di dollari come quella di Russian Coms?

La risposta, poco intuitiva, è che in realtà ci sono dei casi legittimi nei quali chi chiama ha bisogno di far comparire un numero differente da quello effettivo, come per esempio un call center che effettua chiamate per conto di varie aziende, oppure una ditta che ha varie sedi ma vuole presentarsi ai clienti sempre con lo stesso numero per non creare confusione, e quindi le compagnie telefoniche devono lasciare aperta questa possibilità.

Tuttavia possono mettere delle regole, per cui per esempio il numero da visualizzare (il cosiddetto Presentation Number) non può appartenere a un paese differente da quello del numero effettivo (il cosiddetto Network Number). E infatti alcuni operatori telefonici lo fanno [lo spiega qui Ofcom per il Regno Unito]. Ma per tutta risposta, i criminali eludono questo filtro procurandosi numeri di telefono nazionali.

Per ogni difesa, insomma, i malviventi inventano un attacco che la scavalca dal punto di vista strettamente tecnico. Ma se si riesce a far salire il costo e la complessità di questo attacco, diventa meno conveniente effettuarlo e le persone capaci di compierlo e di procurarsi le risorse necessarie diventano meno numerose. E se la difesa adottata costringe per esempio gli aggressori a usare numeri di telefono del paese che vogliono colpire, quei criminali non possono più agire impunemente dall’estero ma devono risiedere localmente, e questo non solo complica la logistica di questi reati ma rende enormemente più semplici gli interventi di giustizia e di polizia, che non vengono più ostacolati dalla necessità di rogatorie e coordinamenti internazionali interforze.

Le soluzioni tecniche, dunque, ci sono [STIR/SHAKEN, CLI authentication, eccetera]; il problema è mettere d’accordo tutti gli operatori del mondo su quale soluzione adottare, coordinarli su questa adozione senza trovarsi con interi paesi bloccati per errore, e convincerli ad affrontare la spesa del cambiamento. Buona fortuna.

In attesa di quel momento, a noi utenti non resta altro che imparare a essere diffidenti su tutto, anche su un concetto in teoria elementare come il numero di telefono di chi ci chiama e ci compare sullo schermo.


Fonti:

2024/08/02

Pranzo dei Disinformatici 2024: sabato 5 ottobre

Annuncio con festante giubilo che la prossima Rituale Cena dei Disinformatici sarà, come ormai consueto, un Pranzo, e che quest’anno si terrà sabato 5 ottobre. Per ora segnatevi semplicemente la data: i dettagli arriveranno dopo.

*Podcast RSI - Interfacce touch per auto, 40 anni di seduzione pericolosa

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[CLIP: Rumore di auto elettrica che parte da ferma e accelera]

Le automobili di oggi sono dei computer su ruote, hanno un numero sempre maggiore di funzioni e servizi, e si pone il problema di come permettere al conducente di gestire tutta questa complessità. Per usare il gergo informatico, è necessario adeguare la cosiddetta interfaccia utente.

La soluzione sempre più diffusa è uno schermo tattile, che sostituisce le levette e i pulsanti fisici, ma ci sono anche i comandi capacitivi, ossia finti pulsanti che si azionano semplicemente sfiorandoli e non si muovono fisicamente.

Eppure la sensazione di molte persone che guidano questi veicoli è che le interfacce touch, una volta passato l’effetto wow e superato l’impatto estetico seducente, siano scomode e in alcuni casi addirittura pericolose. Cominciano a essere pubblicate anche delle ricerche tecniche che sembrano confermare questa sensazione. Ma allora perché quasi tutti i costruttori di automobili insistono a usare questo tipo di interfaccia?

Questa è la storia delle interfacce touch nelle automobili. Una storia che comincia, sorprendentemente, nel 1986, quasi quarant’anni fa, e che rivela il lungo flirt dell’industria automobilistica con una tecnologia in apparenza avveniristica ma in realtà perlomeno controversa. Un flirt nel quale la persona più importante, cioè il conducente, finisce spesso per trovarsi nel ruolo del terzo incomodo che deve fare buon viso a cattivo gioco.

Benvenuti alla puntata del 2 agosto 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

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Se qualcuno nomina il concetto di interfaccia touch per le auto, o in altre parole parla di automobili che si comandano in gran parte non con dei pulsanti, delle manopole o delle levette fisiche ma usando uno schermo interattivo e sensibile al tocco, il pensiero corre facilmente a una marca ben precisa: Tesla. Le sue auto, esclusivamente elettriche, sono famose per i loro schermi giganti incastonati nel cruscotto, da usare per comandarne le mille funzioni offerte dal software di bordo.

Ma in realtà la prima interfaccia touch, ossia il primo schermo sensibile al tocco presente in un’automobile risale a molto prima della nascita del marchio Tesla: risale addirittura al 1986. In quell’anno la casa automobilistica statunitense Buick presentò il Graphic Control Center, uno schermo tattile da nove pollici, incastonato nel cruscotto della sua coupé Riviera di settima generazione. Era un monitor a tubo catodico, monocromatico, con caratteri verdi su sfondo nero, e a detta della casa costruttrice riuniva in un unico elemento ben 91 funzioni che altrimenti avrebbero richiesto pulsanti, selettori, interruttori e manopole sul cruscotto. Da questo schermo sensibile al tatto si comandavano per esempio l’aria condizionata, l’autoradio, i sistemi diagnostici e si monitoravano i consumi di carburante.

Lo schermo touch di una Buick Riviera, versione del 1989. Immagine tratta da questo video.

Fu un fiasco, perché i conducenti si lamentarono che usare lo schermo tattile era scomodo e li distraeva troppo dalla guida, obbligandoli a togliere gli occhi dalla strada molto di più di quanto facessero quei comandi fisici che il monitor tattile aveva sostituito. Buick non installò più questo sistema touch, e l’idea delle interfacce tattili rimase parcheggiata con le quattro frecce per circa vent’anni.

Nel 2001 arrivò infatti BMW, che introdusse iDrive, un’interfaccia di gestione incentrata su uno schermo da quasi 9 pollici di diagonale, finalmente piatto e non a tubo catodico ma a LCD, che sostituiva tutta la pulsantiera del sistema di intrattenimento di bordo. Non era comandabile toccandolo: la persona alla guida vi interagiva tramite una manopola fisica che permetteva di esplorare i suoi vari menu e sottomenu.

Gli schermi nei cruscotti cominciarono man mano a diffondersi, ma solo come coprotagonisti di un pannello comandi che restava affollato di bottoni. Tesla arrivò con la sua interfaccia touch soltanto nel 2012, ma lo fece col botto, piazzando al centro del cruscotto della sua prima berlina, la Model S, un monumentale schermo tattile da ben 17 pollici, ed eliminando quasi completamente i pulsanti fisici. Praticamente tutte le funzioni dell’auto, comprese quelle importanti per la sicurezza di guida come l’accensione dei fendinebbia, passavano da quello schermo, con un effetto avveniristico che fece immediatamente presa nell’opinione pubblica. E la tendenza di questa marca al minimalismo dei pulsanti è proseguita con i modelli successivi. Nelle Tesla più recenti, anche la direzione delle bocchette di ventilazione si comanda dallo schermo touch, è scomparso il quadrante degli strumenti, quello che stava dietro il volante, e sono sparite anche le levette per azionare le frecce, sostituite da tasti capacitivi, ossia delle superfici a sfioramento integrate nelle razze del volante. Anche le marce si selezionano toccando lo schermo oppure dei tasti capacitivi inseriti in modo quasi invisible nella plafoniera.

Ora moltissimi costruttori di automobili mettono un grande schermo tattile al centro dei loro cruscotti: è la moda di design del momento, perché fa colpo sul cliente, elimina tantissimi anfratti che attirano antiestetica polvere, ma soprattutto fa risparmiare tanti soldi al costruttore, che si trova ad avere meno componenti e sottocomponenti da montare durante la fabbricazione, quindi meno costi di manodopera, e non deve gestire una selva di pulsanti, cavi, levette e relativi ricambi da tenere a magazzino per anni. Inoltre consente di aggiungere nuove funzioni con un semplice aggiornamento software, senza dover installare pulsanti extra o dover rifare gli stampi e le procedure di assemblaggio per offrire un cruscotto modificato.

Il caso forse più estremo è quello di Mercedes, che nella sua EQS offre in opzione il cosiddetto Hyperscreen, uno schermo largo 56 pollici, circa un metro e mezzo, composto da tre pannelli da 12 pollici e da uno da quasi 18 pollici.

Ma non è un po’ troppo tutto questo?

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Euro NCAP, una delle più prestigiose organizzazioni europee per la sicurezza automobilistica, sostenuta dall’Unione Europea e da numerosi ministeri nazionali dei trasporti, ha annunciato a marzo del 2024 che i suoi nuovi test di sicurezza, previsti per il 2026, incoraggeranno le case automobilistiche a usare “comandi fisici e separati per le funzioni di base in maniera intuitiva per limitare il tempo trascorso con gli occhi distolti dalla strada e quindi promuovere una guida più sicura”. Inoltre ha dichiarato che “l’uso eccessivo degli schermi tattili è un problema che tocca l’intero settore” perché “obbliga i conducenti a spostare lo sguardo dalla strada e aumenta il rischio di incidenti dovuti alla distrazione” [Interesting Engineering].

Già nel 2022 una rivista di settore svedese aveva dimostrato che i pulsanti fisici sono solitamente più sicuri degli schermi tattili. Lo aveva fatto misurando il tempo di spostamento dello sguardo necessario per compiere quattro compiti relativamente semplici. Su una Volvo V70 del 2005, dotata solo di pulsanti, il tempo complessivo era stato di dieci secondi. Sulla BMW iX, basata su uno schermo touch, le stesse operazioni avevano richiesto il triplo del tempo, trenta secondi, e su una MG Marvel R erano serviti addirittura 45 secondi di distrazione.

Anche senza arrivare al rigore di un test come questo, è abbastanza intuitivo che se ci si trova improvvisamente in un banco di nebbia è molto più sicuro avere un pulsante per accendere i fendinebbia, un pulsante che si può trovare e premere senza togliere lo sguardo dalla strada in un momento critico del genere, che avere una zona specifica dello schermo che bisogna toccare per attivare un menu dal quale bisogna poi scegliere l’icona giusta e centrarla con il dito, senza nessun riscontro fisico di averla toccata correttamente.

Va detto che pulsanti e interfacce fisiche non sono automaticamente una garanzia di sicurezza. Come gli informatici e i piloti collaudatori ben sanno, qualunque interfaccia può causare confusione, distrazione e disastri anche fatali se non è pensata bene. Un caso tristemente noto in campo automobilistico è quello della leva del cambio della Fiat Chrysler Grand Cherokee del 2015. Una leva tangibile, impugnabile, che però era stata concepita in modo da non mantenere fisicamente una posizione differente a seconda della marcia inserita. Tornava sempre alla posizione centrale, lasciando come unica indicazione del suo stato una piccola spia luminosa.

Molti conducenti erano scesi dall’auto pensando di averla messa in Park quando in realtà era ancora in Drive o in folle o addirittura in retromarcia, col risultato che l’auto si muoveva da sola. Alla fine, dopo almeno 41 casi di ferimento legati a questa interfaccia, Fiat Chrysler era stata costretta a richiamarne oltre un milione di esemplari. Questo errore di progettazione dell’interfaccia è fra le probabili cause della morte nel 2016 dell’attore di Star Trek Anton Yelchin, schiacciato contro un cancello di sicurezza dalla propria Grand Cherokee lasciata inavvertitamente in folle in pendenza.

Non è solo una questione di schermi tattili al posto dei pulsanti: anche la recente moda di adottare comandi capacitivi a sfioramento ha i suoi problemi di interfaccia. Alcuni proprietari di auto Volkswagen affermano infatti che questi pseudo-pulsanti, presenti sul volante, causano incidenti.

Siccome si tratta di superfici estremamente sensibili al tocco, basta sfiorarle inavvertitamente, magari durante una manovra di parcheggio, per dare i comandi corrispondenti. Finché si alza per errore il volume dell’autoradio non è un problema grave, ma se si riattiva involontariamente il cruise control o tempomat, i cui comandi sono sulle razze del volante, l’auto accelera di colpo e a sorpresa. Le segnalazioni di incidenti di questo genere si stanno accumulando nei forum online [Ars Technica], ma per ora manca un’inchiesta formale, per cui sono dati da prendere con un pizzico di cautela. In ogni caso Volkswagen ha deciso di non attendere test formali e ha annunciato sin da ottobre 2022 che ripristinerà i pulsanti fisici veri e propri sul volante, scrivendo che “è quello che ci chiedono i clienti”.

Insomma, se vi lamentate che le interfacce touch di oggi non vi vanno a genio, non siete soli e non siete diventati brontoloni che non sanno stare al passo con i tempi. Il problema è molto concreto e diffuso, tanto che esistono aziende che vendono pulsantiere Bluetooth per ridare agli utenti dei bottoni da pigiare almeno per le funzioni più frequenti che sarebbero invece accessibili soltanto toccando uno schermo.

Il minimalismo è una scelta di design valida nell’informatica di consumo, dove l’estetica può essere privilegiata tranquillamente rispetto alla velocità e alla intuitività d’uso, ma i dati indicano che non è affatto una scelta altrettanto valida nella sicurezza stradale, anche se per molti costruttori di automobili il ritorno alle interfacce utente fisiche, con i relativi costi e le associate complessità di fabbricazione, è letteralmente un tasto che non vogliono toccare.


Fonti: