Cerca nel blog

2015/06/26

Se il braccialetto digitale di fitness fa la spia

I dispositivi digitali che usiamo raccolgono informazioni su di noi in mille maniere, molte delle quali sono talmente discrete che non ci facciamo caso. O meglio, non ci facciamo caso, e ci sembrano comunque raccolte innocue, fino al momento in cui si ritorcono contro di noi.

Lo sa bene, per esempio, la signora Jeannine M. Risley, che a Lancaster, in Pennsylvania, ha denunciato alla polizia di essere stata violentata da un intruso, che l'aveva aggredita di notte mentre lei dormiva nella stanza degli ospiti del proprio datore di lavoro il 10 marzo scorso.

Gli inquirenti si sono insospettiti quando hanno notato che nella neve che circondava l'abitazione non c'erano impronte e in casa non c'erano segni d'intrusione. Ma la signora è stata inchiodata definitivamente dal proprio braccialetto digitale di fitness, che secondo la donna era andato perso nella colluttazione e invece è stato ritrovato in un corridoio: gli inquirenti hanno scaricato dal braccialetto il registro delle attività e hanno scoperto che all'ora della presunta aggressione nel sonno la signora Risley era in realtà sveglia e anzi aveva camminato tutta la notte.

Un possibile movente per la menzogna è il suo recente licenziamento, del quale era stata preavvisata pochi giorni prima; ora la Riley si trova accusata di falsa denuncia e simulazione di reato.


3 commenti:

Anonimo ha detto...

Finché non arriva qualcuno che lo usa a pro suo: se lascio il telefonino sul comodino risulta che sono stato in casa tutto il giorno? se faccio indossare il braccialetto ad un complice che lo porta da un'altra parte diventa un alibi? L'identificazione tra persona e accessori rischia di diventare pericolosa.

Max Senesi ha detto...

Ma soprattutto: che ci faceva nella stanza degli ospiti del suo datore di lavoro?

Valerio ha detto...

@liczin: mi sembra che dall'articolo dell'ABC si possa dedurre che non è stata effettuata una semplice associazione persona - dispositivo, ma il ritrovamento dell'oggetto e le informazioni in esso contenute (che erano protette da password) hanno portato gli investigatori a mettere in dubbio la sua storia (c'erano altri dettagli che erano sospetti, inclusa l'assenza di impronte).