Cerca nel blog

2009/12/03

L’origine della Legge di Murphy

Perché la Legge di Murphy si chiama così


Se qualcosa può andare storto, lo farà. Questa è la versione italiana, secondo Wikipedia, della famosa Legge di Murphy. In originale è "Anything that can go wrong will go wrong": qualunque cosa possa andare storta andrà storta. L'esatta formulazione è controversa, ma prevale sempre il concetto che la natura e le macchine sono dispettose e non perdonano gli errori e le distrazioni. Ma chi è il Murphy dal quale prende nome la legge?

Una volta tanto non si tratta di una bufala o di un personaggio di fantasia. Il signor Murphy è esistito realmente: era il capitano Edward Aloysius Murphy Jr., ingegnere dell'aviazione militare degli Stati Uniti. Nel 1949 lavorava alla base aerea di Muroc, successivamente ribattezzata Edwards, dove si conducevano test di decelerazione con una razzoslitta montata su binari che pareva presa di peso da un cartone animato di Bip-Bip, come vedete nella foto (in realtà è probabilmente vero il contrario) e correva a 320 km/h, ma soprattutto frenava in modo violentissimo.

Lo scopo era capire quanta decelerazione potesse sopportare un corpo umano: si pensava che il limite letale fosse 18 g e pertanto le cabine degli aerei erano progettate di conseguenza. Si riteneva che fosse inutile irrobustirle e quindi appesantirle per reggere decelerazioni maggiori, se comunque 18 g avrebbero ucciso gli occupanti. Ma alcuni casi di sopravvivenza ad impatti violentissimi, che implicavano decelerazioni ben superiori, avevano messo in dubbio questo criterio.

Un medico militare, John Paul Stapp, si offrì volontario per gli esperimenti sulla razzoslitta destinati a chiarire la questione, arrivando a sopportare ben 46 g, come raccontato in dettaglio su Ejectionsite.com, al prezzo di varie ossa rotte, escoriazioni e cecità temporanea per rottura dei vasi sanguigni degli occhi. È grazie a questi esperimenti che si arrivò all'introduzione di celle di sicurezza più robuste per gli aerei. In seguito fu Stapp a portare, grazie alla sua determinazione e ai dati raccolti usando se stesso come cavia, all'uso delle cinture di sicurezza per le auto negli Stati Uniti.

Fu durante questi esperimenti che il capitano Murphy pronunciò la fatidica frase. Era incaricato di occuparsi dei sensori di decelerazione che registravano l'esatta forza subita dal soggetto. Ciascuno dei sensori poteva essere collegato in due modi, e si scoprì che erano stati tutti collegati in quello sbagliato. Da chi, di preciso, non si sa: ci sono versioni contrastanti in proposito. Ma Murphy sbottò, incolpando un tecnico e dicendo una frase simile a "Se ci sono due modi di fare una cosa e uno di quei modi causerà un disastro, lui la farà in quel modo".

Stapp, in una conferenza stampa tenuta poco dopo, fece notare ai giornalisti che tutto era andato bene nonostante la pericolosità degli esperimenti perché, disse, i tecnici erano ben consapevoli della Legge di Murphy. Fu Stapp a spiegare alla stampa che la Legge recitava "Whatever can go wrong, will go wrong", che è in sostanza la sua formulazione più nota. In breve tempo la Legge di Murphy cominciò a essere citata nella letteratura tecnica e divenne parte della cultura di settore.

Il capitano Murphy morì nel 1990, dopo aver lavorato a vari sistemi di salvataggio di equipaggi per aerei ad altissime prestazioni, come l'X-15, l'SR-71, il B-1 e l'XB-70, nonché per il progetto spaziale Apollo. Come capita spesso, la sua fama immortale non deriva dal complesso della sua carriera, ma da un episodio fortuito. In questo senso, il capitano Murphy fu vittima della sua stessa legge: se si può diventare famosi per qualche motivo, lo si diventerà sempre per quello più futile.

2009/12/02

11/9, nuova figuraccia dei complottisti

Complottisti undicisettembrini trovano la prova definitiva. Della loro stupidità terminale


L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Nuovo scoop dei complottisti: l'esame dei dati ufficiali della "scatola nera" dell'aereo schiantatosi al Pentagono documenta che la porta della cabina di pilotaggio rimase chiusa per tutto il volo. Quindi nessun terrorista dirottatore poté accedervi, l'aereo non fu dirottato e la versione ufficiale è un falso.

Lo annuncia trionfante il gruppo Pilots for 9/11 Truth, al quale fanno eco immediatamente gli eroi di Luogocomune.net e di Effedieffe nonché gli Sherlock Holmes di Zero (il sito del video undicisettembrino di Giulietto Chiesa) insieme all'inossidabile Pino Cabras.

Solo che gli intrepidi ricercatori della verità non si sono accorti che quegli stessi dati che loro sbandierano come prova, se esaminati per intero, indicano che la porta rimase perennemente chiusa anche in tutte le 40 ore dei voli immediatamente precedenti, che sono registrati anch'essi sulla scatola nera. Mai una scappata dei piloti a far pipì, mai un'assistente di volo che portasse un caffè, durante nessuno di questi voli: si vede che la vescica di ferro è un requisito dei piloti di linea. Ops.

Infatti basta fare un po' di ricerca per scoprire che sui Boeing 757 costruiti nel 1991, come quello dirottato, il sensore che monitorava lo stato della porta semplicemente non c'era: fu introdotto negli esemplari costruiti dal 1997 in poi. Per cui la scatola nera non poteva riceverne informazioni sull'apertura o chiusura della porta della cabina di pilotaggio. Non per nulla il rapporto tecnico del National Transportation Safety Board sulla scatola nera del Volo 77 includeva il parametro di questo sensore fra quelli non funzionanti o non validati.

Di tutto questo i ricercatori pro-complotto, stranamente, non si sono accorti.

Ancora una volta, insomma, i complottisti (persino quelli di Pilots for 9/11 Truth, che affermano di essere piloti d'aereo) si dimostrano pateticamente incompetenti: strombazzano clamorose rivelazioni che si sgonfiano non appena si compie un briciolo di verifica. Complimenti in particolare ai complottisti francesi e a quelli nostrani, che hanno abboccato in pieno alla bufala senza alcuno spirito critico.

I dettagli della nuova, tragicomica figuraccia sono nell'articolo di John su Undicisettembre.info.

2009/12/01

Schermo nero della morte per Windows 7?

L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2009/12/02 12:50.

Vari siti specialistici e anche siti generalisti come la BBC stanno segnalando un problema che a quanto pare potrebbe affliggere milioni di utenti di Windows 7 ed è stato battezzato affettuosamente lo Schermo Nero della Morte.

In pratica, all'avvio di Windows 7 lo schermo risulta completamente nero dopo aver fatto login: niente desktop, taskbar o barra laterale, ma (quando va bene) solo una finestra di Explorer. Questo rende comprensibilmente piuttosto difficile lavorare. Il problema riguarda anche Windows Vista, XP, NT, e 2000.

La società di software Prevx ha predisposto un rimedio temporaneo e parziale. La causa sembra essere uno dei recenti aggiornamenti di Windows, quello del 25 novembre, che ha cambiato la gestione del Registro. Cercando negli archivi Microsoft si trovano delle informazioni per XP, che però sembrano riguardare un altro problema che produce una schermata nera. Secondo InformationWeek, Microsoft per ora si limita a dire che "sta investigando le segnalazioni" e che a indagine completata fornirà "istruzioni dettagliate su come prevenire o gestire queste problematiche".

Ne siete stati colpiti? Avete maggiori informazioni? Una foto o un video? Non vorrei che fosse una tempesta in un bicchier d'acqua. Fate le vostre segnalazioni nei commenti.

Soprattutto una raccomandazione: non fidatevi di siti Web sconosciuti che offrono rimedi per questo problema. I parassiti e criminali della Rete stanno già approfittando della notizia.


Aggiornamento 2009/12/01 ore 21:10


A quanto risulta dalle ultime notizie (Cnet.com) e dai vostri commenti, il problema è piuttosto circoscritto e di certo non sta causando disastri planetari. Alcuni utenti di Slashdot confermano di essere stati colpiti momentaneamente dal baco. Microsoft Technet ne discute con gli utenti qui.


Aggiornamento 2009/12/02 ore 00:10


Il Microsoft Security Response Center dice che gli aggiornamenti di Windows di novembre non sono collegati allo "schermo nero della morte" in questione, che il meccanismo proposto dalle fonti che hanno segnalato il problema (una modifica ai permessi del Registro) non c'è negli aggiornamenti suddetti ("none of these updates make any changes to the permissions in the registry. Thus, we don’t believe the updates are related to the “black screen” behavior described in these reports."): la causa potrebbe essere un malware. Inoltre, sempre secondo il MSRC, il problema non è molto esteso.


Aggiornamento 2009/12/02 ore 12:50


Prevx chiede "scusa a Microsoft per eventuali disagi causati" dal suo articolo e conferma che le patch recenti di Windows non c'entrano nulla con lo Schermo Nero della Morte.

Fonti aggiuntive: Hwupgrade.it

2009/11/27

Ci vediamo il 28 a Trieste?

Complotti lunari aggiornati a Trieste


Sono appena arrivato a Trieste, dove domani sarò ospite, insieme ad Andrea Bernagozzi, del festival della fantascienza Science+Fiction per parlare di complottismo lunare, con le ultime immagini restaurate e delle sonde lunari, all'auditorium del Museo Revoltella, via Diaz 27. L'ingresso è libero, ma attenzione: l'orario è stato anticipato alle 17.

iPhone, primo worm ostile

Rick Astley, fatti da parte: arrivano i professionisti dei virus


Sono passate solo un paio di settimane dall'annuncio del primo worm per iPhone, una burla sostanzialmente innocua che faceva comparire Rick Astley come sfondo del telefonino, ed è già arrivato il primo worm ostile che sfrutta la medesima tecnica per replicarsi e infettare il cellulare di Apple.

Il provider olandese XS4ALL ha infatti scoperto che alcuni suoi clienti dotati di iPhone sono infettati da un programma che tenta attivamente di intrufolarsi negli iPhone altrui, saccheggiando i loro archivi di SMS alla ricerca di messaggini usati per autenticare le transazioni bancarie.

L'attacco funziona soltanto sugli iPhone che sono stati sbloccati dagli utenti usando i vari sistemi di jailbreaking disponibili in Rete per potervi installare software (in particolare SSH) senza dover passare dalle autorizzazioni (e dalle casse) di Apple, e soltanto se l'utente è stato così malaccorto da non cambiare la password di root standard del telefonino.

Le vittime si trovano il cellulare comandato da ordini che arrivano dalla Lituania: il worm provvede inoltre a cambiare la password di root dell'iPhone, in modo che il legittimo proprietario non possa riprenderne facilmente il controllo, e assegna un identificativo unico a ciascun iPhone infetto.

Il rimedio consigliato, in caso d'infezione, è un reset del telefonino usando l'apposita funzione di iTunes, che naturalmente annulla anche lo sblocco effettuato intenzionalmente dall'utente. Maggiori dettagli sul worm sono disponibili presso Sophos.com e F-secure.

E intanto, ironia della sorte, il creatore del primo worm per iPhone, il ventunenne Ashley Towns, trova impiego: è stato assunto da una società australiana che sviluppa software per il cellulare con il logo della mela morsicata.

Il Padrino dello spam va in carcere

Finalmente dietro le sbarre lo spammer Alan Ralsky


Si era autoproclamato "il Padrino dello spam", the godfather of spam, ma l'FBI l'ha preso e messo in cella lo stesso. Il sessantaquattrenne Alan Ralsky è stato condannato dal tribunale federale di Detroit a più di quattro anni di carcere, insieme al genero Scott Bradley e ad altri due complici. Dovrà inoltre risarcire 250.000 dollari alle autorità federali.

Ralsky è noto agli internettiani come uno degli spammer più prolifici della Rete: mandava decine di milioni di e-mail pubblicitarie indesiderate ogni giorno. Era noto anche perché, a differenza dei suoi colleghi, non faceva mistero della propria attività pestifera, tanto che si fece intervistare dal Detroit News nel dicembre del 2002.

La punizione della Rete non tardò ad arrivare: gli utenti riuscirono in pochissimo tempo a scoprire l'indirizzo di casa di Ralsky e lo pubblicarono su Slashdot.org, col risultato che Ralsky si trovò iscritto a una quantità colossale di cataloghi e riviste cartacee gratuite. La sua abitazione fu intasata di posta-spazzatura, esattamente come lui intasava le caselle di mail altrui. Eppure ebbe il coraggio di dichiarare "Queste persone sono pazze, mi stanno molestando" al Detroit Free Press, senza dunque capire l'antifona.

La fine ingloriosa di Ralsky servirà da monito agli altri spammer che intasano Internet? Improbabile. La condanna, infatti, non è tanto per la sua attività di spammer, quanto per una frode sul mercato azionario perpetrata attraverso mail-spazzatura.

Fra il gennaio 2004 e il settembre del 2005, Ralsky e i suoi complici crearono una truffa "pump and dump": comprarono a basso costo azioni di società in crisi e poi inviarono a destinatari presi a caso un enorme numero di mail pubblicitarie che consigliavano l'acquisto delle azioni di queste società. Fra i destinatari c'era sempre qualcuno che abboccava, attratto dall'idea di facili guadagni in borsa, e quindi il valore delle azioni saliva artificiosamente: a quel punto Ralsky e soci vendevano le proprie azioni con un lauto guadagno, lasciando gli altri investitori con un pugno di mosche.

L'attività rendeva bene: uno dei suoi complici, How Wai John Hu, ha dovuto versare alle autorità mezzo milione di dollari derivante da queste speculazioni illegali.

“Mistero” abbocca a una parodia del 1977

Scoperta la fonte dell'audio lunare "intercettato"


La trasmissione Mistero ha recentemente presentato quello che a suo dire sarebbe un brano delle comunicazioni degli astronauti dell'Apollo 11 sulla Luna, nel 1969, che fu censurato dalla NASA, perché rivelava un incontro con gli extraterrestri sulla superficie del nostro satellite, ma fu abilmente intercettato da imprecisati radioamatori.

Che si tratti di una bufala lo si capisce ascoltando la differenza enorme fra il presunto brano censurato e le vere comunicazioni degli astronauti Neil Armstrong e Buzz Aldrin, come raccontato in questo articolo. Qui potete scaricare un file audio che contiene l'audio "censurato" e due campioni delle voci autentiche e fare il confronto.

Ma da dove proviene quell'audio fasullo? Grazie alla sagacia dei lettori e ascoltatori del Disinformatico e del blog Complotti Lunari, lo sappiamo: è uno spezzone tratto da un documentario-parodia inglese del 1977, intitolato Alternative Three. Come spiegato in dettaglio nell'articolo di approfondimento di Complotti Lunari, questa parodia, citata anche su Wikipedia, è disponibile anche su Youtube: ecco lo spezzone che contiene il brano degli "astronauti" (a 5:45 circa).


Complimenti a Papageno e Tukler per aver snidato la fonte, sfuggita invece a Mistero.

Google, nuova interfaccia (semi)nascosta

Vi sentite fortunati? Provate la nuova interfaccia "segreta" di Google


Da alcuni giorni Google sta sperimentando un restyling della propria schermata principale presso un numero ristretto di utenti. Il nuovo aspetto dovrebbe entrare in funzione per tutti gli utenti all'inizio dell'anno prossimo: è più vivace, pulito e organizzato.

Le opzioni di ricerca sono in una colonna a sinistra e l'area "Tutti i risultati" che serviva per commutare fra i vari tipi di ricerca (per immagini, per notizie, per mappe eccetera) viene accorpata in una serie di schede. Le opzioni di ricerca disponibili cambiano inoltre in base al tipo di ricerca (nei video si possono selezionare i risultati in base alla durata o alla qualità, per esempio). C'è una sezione See also (vedi anche) che suggerisce altri termini di ricerca correlati, e molte altre novità, tutte mirate a sfruttare meglio lo schermo e a fornire risultati sempre più mirati e utili.

Se volete provare anche voi in anteprima l'interfaccia sperimentale di Google, ecco come fare.

  • Assicuratevi di sapere come raggiungere la gestione dei cookie nel vostro browser, altrimenti non potrete tornare indietro all'interfaccia standard.
  • Nel vostro browser (uno qualsiasi dovrebbe andar bene; io ho provato con Safari, Camino e con Firefox su Mac), andate a http://www.google.com/ncr: questo vi porta a Google americano.
  • La porzione "/ncr" dell'indirizzo sparisce: va bene così.
  • Copiate e incollate (su una singola riga) quanto segue nella casella dell'indirizzo del browser, senza anteporre http:// o altro:
    javascript:void(document.cookie="PREF=ID=20b6e4c2f44943bb:
    U=4bf292d46faad806:TM=1249677602:LM=1257919388:
    S=odm0Ys-53ZueXfZG;path=/;domain=.google.com");
  • Premete Invio e ricaricate la pagina (il comando varia a seconda del browser).
  • Andate di nuovo a http://www.google.com/ncr. Ta-da!

Questa è l'interfaccia standard di Google in inglese USA:


E questo è quello che dovreste avere sullo schermo dopo aver eseguito le istruzioni:


Le differenze diventano vistose e soprattutto utili se cercate qualcosa: la nuova interfaccia ha una barra laterale che mostra subito le opzioni di affinamento della ricerca (disponibili invece in quella corrente soltanto cliccando sul pulsante apposito, e meno interattive) e la testata è stata ridotta in altezza per dare più spazio ai risultati. La serie di cambiamenti è più facile da provare che da descrivere.



Prima che mi chiediate quali cose strane vado a cercare, scoprite anche voi la storia straordinaria di Aimee Mullins e di come ha saputo gestire quello che per altri sarebbe un handicap micidiale e l'ha trasformato in un vantaggio. Non credo che ve ne pentirete.

Giocate un po' con le nuove modalità offerte dall'interfaccia sperimentale di Google: se volete tornare all'aspetto standard, non dovete fare altro che andare nella sezione di gestione dei cookie del vostro browser e cancellare il cookie di Google che contiene PREF ID=20b6e4c2f44943bb. Non occorre riavviare il browser: basta ricaricare la pagina di Google.

Donna perde sussidio per foto su Facebook

Depressa perde i sussidi di malattia perché ha foto allegre su Facebook


La ventinovenne canadese Nathalie Blanchard, in permesso per malattia da diciotto mesi dal proprio posto di lavoro all'IBM in Quebec per una diagnosi di grave depressione, dice che la sua compagnia assicurativa le ha sospeso i sussidi perché ha trovato nella sua pagina di Facebook delle foto che la mostravano allegra.

Le immagini pubblicate dalla Blanchard la ritraevano in vacanza (foto qui accanto), alla propria festa di compleanno e a un'esibizione degli spogliarellisti Chippendales.

La Blanchard dice in un'intervista (video) che le motivazioni della compagnia assicurativa, la Manulife, le sono state spiegate soltanto per telefono e che il suo medico le aveva consigliato di svagarsi come terapia contro la depressione. Stando a quanto dichiara la Blanchard, la compagnia ha detto che le sue foto allegre dimostravano che non era più depressa ed era in grado di lavorare.

La Manulife finora non ha commentato il caso specifico, ma ha dichiarato genericamente che non è sua prassi negare o sospendere indennizzi soltanto sulla base di informazioni pubblicate su siti come Facebook.

La vicenda è insomma raccontata soltanto da una delle parti, senza conferme indipendenti, per cui va presa con un pizzico di cautela: il caso verrà dibattuto in tribunale l'8 dicembre prossimo, e questo dovrebbe permettere di fare chiarezza. Ma una cosa è certa: pubblicare le proprie foto su Facebook o su qualunque altro sito Internet dove siano associate al proprio nome e cognome può avere conseguenze spiacevoli e inattese, e molti utenti fanno fatica ad immaginare chi altro, oltre ai loro amici, potrebbe sfogliare con occhi non amichevoli le informazioni personali pubblicate.

Facebook è forse più rischioso degli altri social network perché gli utenti tendono ad iscriversi con il proprio nome e cognome e quindi sono facilmente reperibili. Prudenza, dunque.

2009/11/25

MAMAAAAAAAAA

Muppet cantano Bohemian Rhapsody. Bonus: Animal. Doppio bonus: su Youtube in HD a 1080p


Non occorre dire altro, vero? Cliccate su questo link e regolate le impostazioni per godervi lo splendore dello streaming in HD.