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2016/02/03

50 anni fa i russi fecero le prime foto sulla Luna. E gli inglesi gliele rubarono

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Adoro la tecnologia spaziale russa: è dannatamente pratica. Al diavolo l’estetica, la complessità e la sofisticazione: con un approccio più da fabbrica di boiler che da gioiellieri, i russi hanno collezionato e tuttora collezionano risultati eccezionali.

Adesso si parla molto delle nuove immagini dalla Luna scattate dai cinesi usando un veicolo robotico sofisticato, ma oggi ricorre il cinquantenario di una delle più eleganti dimostrazioni di questo modo russo rustico di esplorare lo spazio: il 3 febbraio 1966, infatti, atterrò sulla Luna la sonda sovietica Luna 9, che nei giorni successivi trasmise le prime immagini ravvicinate del suolo lunare nell’Oceano delle Tempeste. Gli inglesi le intercettarono e le pubblicarono prima dei russi, con un beffardo scoop, ma questa è un’altra storia, che racconto nel numero de Le Scienze di questo mese (“Fregati dalla Luna”, nel numero 570 della rivista). Quello che vorrei raccontarvi qui è come i russi riuscirono, prima di chiunque altro, a posare un veicolo sulla superficie della Luna cinquant'anni fa: è una lezione di ingegnerizzazione della semplicità che andrebbe ripassata spesso da chi risolve tutto con un “lo sistemiamo dopo col software aggiornato”.

La sonda (immagine qui accanto) pesava circa 1600 chili e aveva un razzo di discesa che veniva attivato negli ultimi istanti della caduta verso la Luna (un po' come fa SpaceX oggi per far atterrare i suoi razzi Falcon). Ma la tecnologia dei motori a razzo degli anni Sessanta non consentiva di regolare con affidabilità e precisione la spinta in modo da consentire un atterraggio delicato. Soluzione tipicamente russa: lasciare che la sonda si sfracelli, ma mettere a bordo un modulo eiettabile incapsulato in un air-bag (la parte scura in alto a destra nella foto qui accanto). Sotto la sonda c'era un’asta: quanto quest’asta toccava il terreno, si attivava l'espulsione verso l'alto del modulo, che ricadeva e semplicemente rimbalzava sulla superficie lunare fino a fermarsi da qualche parte.

Risolto alla buona il problema di sopravvivere all’impatto, restava quello di disporre il modulo di atterraggio in assetto verticale, con la telecamera e le antenne in alto. Altra soluzione tipicamente russa: il modulo era a forma di ghianda, con il baricentro spostato verso il basso, per cui il modulo non doveva fare altro che rotolare fino a disporsi spontaneamente nell’assetto desiderato. A questo punto si aprivano quattro petali che stabilizzavano il modulo e fungevano oltretutto da riflettori per le quattro antenne a stilo che dovevano trasmettere le immagini della Luna verso la Terra.

Per riprendere la panoramica fu usata una tecnica da sommergibili: la telecamera era pesante e massiccia, per cui fu tenuta ferma ma puntata su uno specchio che sporgeva dalla sommità del modulo di atterraggo e ruotava, fungendo quindi da periscopio.

Ma la chicca più bella è la soluzione usata per indicare nelle fotografie qual è la verticale locale. Sensori? Grafici sovrimpressi? Telemetria ricevuta a Terra? No. Semplicemente quattro fili a piombo appesi alle antenne e visibili alla telecamera. Geniale.


Fonti: NASA, NASA, Zarya.

15 commenti:

Guastulfo (Giuseppe) ha detto...

50 anni fa i russi fecero le prime foto sulla Luna. E gli inglesi gliele rubarono

Quindi la storia dei furti di foto da "apparecchi mobili" (in senso lato) parte da lontano :-)


E' stupido chiedersi perché i russi non hanno cifrato in qualche modo le immagini?

Paolo Attivissimo ha detto...

Guastulfo,

sì, i furti di immagini non sono una novità :-)

Sulla mancata cifratura: i dettagli sono su Le Scienze, ma non è affatto una domanda stupida. La scelta fu dettata dalla semplicità russa: la cifratura avrebbe rischiato di rendere irricevibile il segnale, con un autogol imbarazzante.

frankbat ha detto...

Tutte soluzioni semplici e "banali" (beh, forse 50 anni fa non erano poi cosi' banali...), ma efficaci.
E quella dei fili a piombo e' veramente geniale.

Tommy the Biker ha detto...

Insomma, l'ennesima dimostrazione della fondatezza della filosofia KISS. Meraviglioso!

Una curiosità: gli airbag, il "rimbalza finché non ti fermi da qualche parte", la forma "a ghianda" del modulo studiata per farlo fermare nella giusta posizione, i petali... solo a me sembra una versione embrionale del sistema ideato dagli yankee per l'atterraggio (..."ammartaggio"?) del Sojourner della Pathfinder trent'anni dopo? O sto dicendo una fesseria?

TeknoKraut ha detto...

Mi ricordo di aver letto da qualche parte che durante la missione Soyuz-Apollo (ve la ricordate?) gli astronauti americani rimasero scandalizzati quando, entrando nella cabina della Soyuz, scoprirono che i Russi non avevano un computer per controllare la Soyuz, ma una specie di orologio di controllo da lavabiancheria. Tecnologia sovietica 😁

rico ha detto...

I fili a piombo ripresi dalla telecamera mi ricordano il libro che ho appena letto, The Martian- il sopravvissuto di Andy Weir (il film con Matt Damon).
Il nostro eroe incontra una tempesta di polvere che riduce l'efficienza dei suoi pannelli solari, e deve aggirarla prima che lo uccida (poca energia= poca aria e niente movimento).
Idea: piazza tre pannelli a 60 km uno dall' altro, ma come fare a leggere nella stessa ora la carica di ciascuno? Non ha più radio, telemetria e collegamento con la NASA !
Quindi smonta due telecamere delle tute di riserva, le piazza su due pannelli davanti al piccolo display che segna la carica (sul terzo pannello c'è lui) e avvia la registrazione.
A fine giornata raccoglie pannelli e telecamere, e guarda le registrazioni alla stessa ora confrontandole con la sua lettura diretta: nord 87%, centro 90%, sua posizione a sud ha letto 94%. Deve andare a sud per aggirare la tempesta!

Scatola Grande ha detto...

Ma perché avrebbero dovuto cifrare le foto? I dati scientifici di solito sono in chiaro, nessuno ha mai ricevuto le immagini dei vecchi Meteosat in analogico o quelle dei satelliti meteo polari di tutte le nazioni? Oggi alcuni hanno la cifratura ma per il semplice fatto che alcuni di questi dati sono in vendita.

TeknoKraut
la storia del programmatore meccanico l'ho letta anche io ma non so se sia vera o sia una mezza leggenda come quella delle matite.

Guido Pisano ha detto...

il modo in cui i russi risolvono i problemi mi garba un sacco, e andrebbe applicato piu' spesso anche in altri campi (informatica anyone?)... c'e' troppa tendenza a risolvere in maniera complessa problemi semplici

Filcon Sas ha detto...

Se ricordo bene quanto lessi, i dati non furono cifrati volontariamente, sapendo i sovietici che tutte le antenne occidentali sarebbero state puntate verso la Luna, trasmettendo i dati in chiaro evitarono possibili speculazioni in stile 'Moon Hoax' ante litteram.

Filcon Sas ha detto...

Sempre a quel che so, la storia delle matite è una leggenda metropolitana, collegata alla 'space pen' pressurizzata da 2 milioni di dollari di R&D.
Non è il caso di usare matite in microgravità perchè se si spezza la punta

1) può finire che sia respirata
2) la grafite è un conduttore, se il pezzetto si infila in qualche connessione elettrica...

Anche i russi usano penne a sfera e pennarelli, tra l'altro in microgravità funzionano anche le penne non pressurizzate. E comunque i 2 M di dollari li spese la ditta che produce le Space Pen...

Anonimo ha detto...

Grandioso!
Questo sì che è risolvere i problemi (nel modo giusto!)!!

Mars4ever ha detto...

La barzelletta della penna della NASA e i russi che usano la matita è una famosa leggenda metropolitana che però riassume benissimo un gran fondo di verità!
Vi ricordate il pupazzetto appeso a un filo che usano nel lancio della Soyuz per vedere se sono in accelerazione o a zero G? :)

Claudio (l'altro) ha detto...

Il problema delle matite in orbita (le usavano anche gli americani sulle Mercury e le Gemini) è non solo la punta che si può rompere, ma la polvere di grafite e l'infiammabilità dei materiali.
In realtà poi i russi dal 1968 utilizzano penne a sfera "commerciali". Qui il link a un interessante aneddoto dell'astronauta spagnolo Pedro Duque durante la missione Cervantes (2003):
http://www.esa.int/Our_Activities/Human_Spaceflight/Cervantes_Mission/Pedro_Duque_s_diary_from_space

Insight ha detto...

"lo sistemiamo dopo con il software aggiornato" mi ricorda qualche discussione intorno al terrestre F35.
Tornando in tema, la praticità dei cosmonauti sovietici la ammiriamo anche in Armageddon.
Ok, è Hollywood però...

Ermanno ha detto...

Mi è arrivata la mia copia di Le Scienze. Appena ho visto la copertina, ho pensato che ti avessero dedicato un numero intero. ;-)

Ciao,
Ermanno