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L’ESA ritrova il suo Bracchetto: la sonda Beagle-2, dispersa su Marte nel 2003

Figura 1. Beagle-2 come visibile
dall'HiRiSe camera (credit NASA)
L'Agenzia Spaziale Europea (ESA) ha annunciato ieri, 16 gennaio, che la sonda Beagle-2 (beagle in italiano significa “bracco”) è stata ritrovata intatta sul suolo marziano. Beagle-2 venne inviata su Marte nel 2003 ma non se ne seppe più nulla a partire dalla separazione in orbita dalla navicella madre.

Il ritrovamento è opera di un ex collaboratore del progetto, Michael Croon, che dopo scrupolose analisi delle foto raccolte dalla fotocamera ad alta risoluzione HiRISE, aveva notato in una di esse qualcosa che poteva essere proprio la sonda perduta. Beagle-2, con un diametro di circa 2 metri, era al limite della risoluzione dello strumento montato a bordo del Mars Reconnaissance Orbiter (MRO) della NASA. Successive ricerche hanno confermato tuttavia il ritrovamento (figura 1), e hanno consentito di rintracciare anche altri componenti rilasciati durante l'atterraggio (figura 2).

Ma partiamo dall'inizio. L'ente spaziale britannico lanciò nel 2003 da Baikonur un lander, una sonda priva di ruote, che doveva atterrare su Marte per compiere alcune osservazioni. La sonda era assai sofisticata per l'epoca, e faceva parte della missione Mars Express. Il suo nome prendeva spunto da quello della nave a bordo della quale Charles Darwin fece il suo epico viaggio del mondo intorno al 1830. Fu proprio quel viaggio del Beagle a rivoluzionare le nostre conoscenze della vita sulla Terra e a fornire le prove dell'evoluzione. Analogamente, Beagle-2 venne invece pensata per verificare l'eventuale presenza di forme di vita passate e presenti su Marte.

La sonda disponeva di fotocamere stereo, di un microscopio, ed anche di un “trapano”, montato al termine di un lungo braccio meccanico pieghevole, in grado di estrarre campioni dal sottosuolo per eseguire successive analisi in situ.

Figura 2. La sonda Beagle-2, il paracadute (parachute) e il coperchio (rear cover) mostrano
in questa foto variazioni della luminosità con l'ora marziana compatibili con le caratteristiche
dei materiali usati (credit: University of Leicester, Beagle-2, NASA, JPL, University of Arizona).







Dopo essere entrata in orbita marziana, il 19 dicembre 2003 la sonda si separò come previsto dalla navicella madre, Mars Express. Per risparmiare massa e fondi, non era stato previsto l'invio di alcun dato di telemetria alla navicella madre. Sei giorni dopo, esattamente il giorno di Natale del 2003, l'ESA attese quindi un segnale di conferma del suo arrivo sulla superficie di Marte. Purtroppo non accadde nulla.

Diversi radiotelescopi e centri di ascolto, inclusa l'enorme antenna di Jodrell Bank, vennero allora puntati verso Marte, nel tentativo di raccogliere un minimo segnale di “vita” da Beagle-2. Ancora nulla. Dopo qualche mese le ricerche vennero abbandonate, causando grande frustrazione nei circoli scientifici, soprattutto del Regno Unito, dove un consorzio universitario aveva concepito la sonda. Il disastro causò certamente un ripensamento nella politica spaziale britannica, e il suo successore, Beagle-3, non vide mai la luce.

Le ipotesi sulla fine di Beagle-2, in mancanza di alcun dato sensibile, furono molteplici. Il rapporto presentato dalla Commissione di inchiesta all'Agenzia Spaziale Europea (ESA) nel 2004 per chiudere la questione proponeva diversi scenari. Un paracadute che non si era aperto, un problema allo schermo ablativo richiesto durante la discesa nella sottile atmosfera marziana, il mancato funzionamento degli “airbag” prima del contatto col suolo. In molti cercarono senza successo di identificare i resti del lander o il paracadute nelle foto di Marte disponibili allora. Ciò rende ancora più sorprendente il fatto che in realtà, come si sa solo adesso, Beagle-2 era atterrato con successo a soli 5 km dal centro dell'enorme ellisse prevista per l'atterraggio, che aveva una dimensione di 500 per 100 km. Un errore di pochi punti percentuali quindi, che conferma la straordinaria qualità della missione e in particolare delle complesse manovre di EDL (“Entry, Descent and Landing”, o “Ingresso, discesa e atterraggio” in italiano).

Figura 3. Beagle-2 a circa 20 m da
Mars Express, dopo la separazione in orbita.
Questa era l'ultima sua foto circolante, fino
a ieri.
Ma quali furono le cause di quel silenzio radio, visto che, come sappiamo adesso, la sonda sembra essere atterrata intatta? Osservando le foto ad alta risoluzione del lander non si vede molto, ma si capisce che almeno uno dei cinque pannelli solari che dovevano aprirsi dopo l'atterraggio come petali di un fiore non lo fece, coprendo così le antenne ed impedendo qualsiasi comunicazione con l'esterno. Può essere che durante l'atterraggio gli enormi airbag che dovevano attutire l'urto facendolo rimbalzare più volte (una tecnica standard adottata anche per i rover Opportunity e Spirit della NASA, sebbene non per Curiosity) non hanno funzionato a dovere, provocando una leggera deformazione ad uno dei mille meccanismi necessari all'apertura dei pannelli solari. Nessuno potrà dirlo con certezza fino al giorno in cui non si potrà fare della “archeoastronautica” su Marte, un possibile passatempo di futuribili turisti e coloni.

Fig. 4 - Prof. Colin Pillinger accanto alla sua creatura,
Beagle-2. Notare la disposizione "a fiore" dei
pannelli solari e le compatte dimensioni del lander
(credit: STFC, UK).
Ma possiamo anche domandarci se questo ritrovamento sia stato realmente una bella notizia per i progettisti e gli scienziati che hanno collaborato al progetto. Difficile rispondere. Ottenere i finanziamenti per una sonda, progettarla e costruirla arrivando fino al lancio richiede una gigantesca testardaggine e dedizione, e impegna spesso oltre metà della vita professionale di uno scienziato. Per questo un fallimento è particolarmente bruciante in questo campo. Scoprire che tutto andò bene fino a dopo l'atterraggio (uno dei momenti più delicati di ogni missione planetaria), potrebbe risultare assai frustrante per chi vi dedicò anni ed anni di lavoro. Senza contare quello che deve avere provocato a molti riaprire un capitolo mai chiuso della propria vita professionale. Non è facile quindi immaginare le sensazioni che il vedere a tanta distanza di tempo quel minuscolo avamposto dell'intelligenza umana, abbandonato in una piana sedimentaria di un altro pianeta, deve avere suscitato in costoro. Possiamo immaginare qualche telefonata alla ricerca di questo o quel collaboratore del progetto per comunicare l'inattesa notizia, qualche polemica mai sopita riaffacciarsi, qualche meeting e molti rimpianti.

Comunque sia, la realtà è che ce l'avevano quasi fatta, oggi ne abbiamo la prova.
Complimenti sentiti a tutti, quindi. Soprattutto a quel Prof. Colin Pillinger (Figura 4) della Open University di Milton Keynes, UK, leader ed ideatore dell'intero progetto, spentosi circa un anno fa e che quindi non ha mai avuto una risposta alle mille domande che si sarà posto riguardo alla fine misteriosa del suo “bracchetto”.

Paolo G. Calisse, 16 gennaio 2015

Modifiche
18 Gennaio 2015 - Aggiunta foto e aggiornato il testo in vari punti.

18 Gennaio 2015 - Il Program Manager di Beagle-2, Mark Sims, di Leicester University, ha affermato in un'intervista che il sistema potrebbe essere tuttora funzionante, e addirittura contenere alcuni dati scientifici a bordo: There could still be power going to Beagle 2 and it might still be working and saying 'I'm here, I'm here, I'm here'. Una prospettiva senz'altro interessante, e chissà che qualcuno non se ne esca con un metodo per cogliere qualche trasmissione dal sistema - magari sotto forma di interferenza elettromagnetica, ora che si sa dove puntare esattamente le antenne...
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Commenti
Commenti (11)
Oppure la ha avuta per primo. :)
Quanto sono lontani gli altri robottini di marte? E sopratutto ce n'è qualcuno dotato di qualche braccio robotico per eventualmente tentare di aprire i petali chiusi?
Il più "vicino" dovrebbe essere Curiosity, nonché forse l'unico in grado di "operare" sul bracchetto...
Paolo, il link nell'ultimo aggiornamento è difettoso;)
@Stupidocane:

Sì ma sono comunque circa 3000 km, e considerando che viaggia a una velocità media di 30 metri all'ora, impiegherebbe 100000 ore.
Sarebbero 11 anni, neanche tantissimi, ma temo ci sarebbero altri mille problemi pratici a coprire quella distanza;)
Tuckler,

grazie per la segnalazione. Risolto.... Scusate!
Come si fa a "riaprire un capitolo mai chiuso" ? :-)
Sarebbero 11 anni, neanche tantissimi

Sfido qualunque mezzo terrestre a funzionare sempre al massimo (perfettamente ed ininterrottamente) per 11 anni senza nessuna manutenzione.

Infatti sarebbero sì 11 anni (e mezzo circa), ma andando a "tutta manetta" per tutto il tempo lungo un'ipotetica linea retta... Tra tempi di riposo, guasti, giriingiro ai crateri o alle montagne, pit-stop per bucherellare cose, direi che 40 anni sarebbero più plausibili.

Facciamo prima ad arrivare noi umani... :)
Vediamo se le prossime sonde riusciranno a dissipare questo piccolo mistero, sarebbe interessante se effettivamente funzionasse ancora.
Nel futuro lontano sarebbe anche interessante se, durante la missione umana su Marte, una delle spedizioni di esplorazione sia verso il lander per vederlo da vicino.
Una sonda robotica dovrebbe poter funzionare anche se non va tutto perfettamente bene, queste informazioni potranno non servire più a che ha progettato il Beagle 2 ma potrebbero essere fondamentali per i progettisti delle future sonde.
Massimo Musante:

queste informazioni potranno non servire più a che ha progettato il Beagle 2 ma potrebbero essere fondamentali per i progettisti delle future sonde..

Nessuna sonda può essere progettata completamente a prova di malfunzionamento. Comunque hai in parte ragione. Infatti esiste un documento che ha fornito una serie di indicazioni per la costruzione e la gestione delle sonde future, basato proprio sugli errori di gestione di Beagle-2. Il documento è un pdf locked, quindi non posso distribuirlo, ma contiene oltre 20 indicazioni diverse, una delle quali ad esempio è di fornire telemetria dopo il distacco dalle sonde, cosa che, per inciso, ESA rifiutò di finanziare nonostante la richiesta del team di Beagle-2.