skip to main | skip to sidebar
24 commenti

I nativi digitali sono davvero differenti? Probabilmente no

Ultimo aggiornamento: 2017/07/28 18:15.

“Non esistono nativi digitali”: un titolo secco e deciso per un articolo pubblicato su Discover Magazine da Nathaniel Scharping ieri, che riprende un termine, nativo digitale, coniato nel 2001 dall’educatore Marc Prensky in un saggio diventato molto popolare.

Il saggio diceva che il modo in cui gli studenti di oggi pensano ed elaborano le informazioni è radicalmente differente rispetto ai loro predecessori, a causa dell’uso intensivo di videogiochi, computer, smartphone e altri dispositivi digitali. Di conseguenza, diceva Prensky, è necessario cambiare i metodi educativi per tenere conto di questa fondamentale differenza.

Ma dal 2001 sono passati molti bit sotto i modem e soprattutto sono state pubblicate molte ricerche che indicano che i cosiddetti “nativi digitali” non sono più bravi degli “immigrati digitali” nell’usare i programmi e le funzioni dei computer (per esempio quella di ECDL/AICA) e non sono più bravi nel multitasking. In compenso i “nativi digitali” si valutano molto più competenti informaticamente rispetto agli “immigrati”: il doppio dei nativi crede di essere competente rispetto agli immigrati.

Non solo: il cervello umano dei “nativi” è come quello degli “immigrati”. Gestisce bene un solo compito complesso per volta. In termini informatici, è un monoprocessore che può fare task switching ma non multitasking. I “nativi” danno solo l’impressione di fare tante cose contemporaneamente perché in realtà commutano rapidamente da una all’altra, ma le fanno tutte male e alla fine non risparmiano tempo esattamente come tutti gli altri, e questa commutazione continua ha un costo dovuto alla continua interruzione dei processi di pensiero. Uno studio del 2006 indica che parlare al telefono mentre si guida è come guidare in stato di ubriachezza. E di ricerche in questo senso ce ne sono tante altre, segnalate nell’articolo di Discover Magazine.

Conviene quindi lasciar perdere i miti e per esempio disattivare il più possibile le notifiche non indispensabili dei nostri dispositivi, il cui scopo non è renderci più efficienti, ma riportarci il più possibile nei social network per generare traffico che fa incassare i proprietari di questi servizi.
Invia un commento
I commenti non appaiono subito, devono essere tutti approvati da un moderatore. Lo so, è scomodo, ma è necessario per tenere lontani scocciatori, spammer, troll e stupidi: siate civili e verrete pubblicati qualunque sia la vostra opinione; gli incivili di qualsiasi orientamento non verranno pubblicati, se non per mostrare il loro squallore.
Inviando un commento date il vostro consenso alla sua pubblicazione, qui o altrove.
Maggiori informazioni riguardanti regole e utilizzo dei commenti sono reperibili nella sezione apposita.
NOTA BENE. L'area sottostante per l'invio dei commenti non è contenuta in questa pagina ma è un iframe, cioè una finestra su una pagina di Blogger esterna a questo blog. Ciò significa che dovete assicurarvi che non venga bloccata da estensioni del vostro browser (tipo quelle che eliminano le pubblicità) e/o da altri programmi di protezione antimalware (tipo Kaspersky). Inoltre è necessario che sia permesso accettare i cookie da terze parti (informativa sulla privacy a riguardo).
Commenti
Commenti (24)
È proprio quello il problema: l'arroganza dei "nativi digitali" nel ritenersi supremamente competenti in campo tecnologico solo perché sanno pubblicare all'istante un loro selfie cacatissimo su qualche socialmerda. Non solo non hanno la minima competenza in campo tecnologico, ma si sono anche preclusi la possibilità che abbiamo noi dinosauri di acquisirla - perché tutto si ferma a quel clic o a quel tocco sullo schermo, tutto facile, tutto immediato, e non capiscono che dietro alla loro possibilità di dare quel clic o quel tocco c'è un lavoro immenso da parte di chi ha dovuto costruire gli apparati e programmarli.
Figurati che io ero addirittura convinto dell'opposto, ossia che gli immigrati digitali avessero affinato molto di più le loro capacità di comprensione e analisi sputando sangue per far funzionare cose ordini di grandezza più difficili. Lo vorrei vedere un bimbominkia di oggi alle prese con un conflitto di IRQ...
Ma dal 2001 sono passati molti bit sotto i modem

Io userei il termine *attraverso* i modem :-)

Riguardo ai nativi, "purtroppo" alcuni di essi lavorano (il purtroppo non è perché lavorano ma per come lavorano).

Hanno il grossissimo problema di non riuscire a stare su un compito per piuù di un quarto d'ora, dopo lo interrompono e passano ad altro.
Quando ritornano sul compito originario devono perdere tempo a riprendere le fila di quello che stavano facendo.

La conseguenza è che il tempo effettivo di lavoro su un compito scende di molto.

A questo si aggiunga che sono iperconnessi, anzi sovraconnessi e non si rendono conto che avere un lungo scambio di messaggi, anche se per lavoro, è più dispendioso in termini di tempo che telefonare direttamente e, a volte, si deve ignorare proprio il telefono e non rispondere a nessuno tranne la moglie/figli, il capo e l'amante per chi ce l'ha :-)

Ovviamente questa è la mia esperienza che non vale di certo come verità assoluta.
Prego tutti di notare che lo studio citato da Paolo parla di conducenti che parlano al telefono mentre guidano, intendendo sia quelli che tengono in mano il telefono sia quelli che usano un dispositivo "a mani libere" (auricolare o vivavoce). Quindi non state al telefono mentre guidate, nemmeno se potete farlo senza tenere il telefono in mano.

Sul fenomeno invece del "texting while driving" (scambiare messaggi, email eccetera mentre si guida - sì c'è un sacco di gente che lo fa) date un'occhiata a questo simpatico video educativo: https://www.youtube.com/watch?v=O51f1BZKPoo (attenzione: potrebbe scioccarvi)
O magari guardate questo: https://www.youtube.com/watch?v=l7ljxDjwDjU

Sull'abitudine di usare lo smartphone mentre si cammina darei un'occhiata a questo (della polizia di Losanna): https://www.youtube.com/watch?v=zpCKkzrOwj8

Pare che i c.d. "nativi digitali" siano pericolosi, quindi il mio ultimo consiglio è di tenere gli occhi aperti e di non fidarvi mai di nessun veicolo che sopraggiunge: scegliete quanto più possibile percorsi distanti dai veicoli, riparati da barriere, con ottima visibilità, soprattutto mantenete alta l'attenzione (quindi niente cuffie, spiacente!) Anche se voi siete scrupolosi gli altri potrebbero non esserlo.
Assolutamente d'accordo al 100% !
Chiunque abbia un figlio in età adolescenziale ha sperimentato che ".. le fanno tutte male e alla fine non risparmiano tempo .."
Due considerazioni:

1) Il titolo mi pare fuorviante, in quanto induce ad una confusione (che nell'articolo non c'è) fra il concetto di "nativo digitale" e quello di "persona più competente in informatica", mentre le due nozioni sono distinte: il "nativo digitale" è colui che ha conosciuto il web fin dalle prime fasi di sviluppo e non in un certo momento della sua vita (nozione 1), il quale può essere più o meno competente in materia informatica dell'immigrato digitale (nozione 2).
La confusione è nel titolo, perchè nel testo del post si usa (giustamente) l'espressione "nativi digitali" (di cui quindi si riconosce la pacifica esistenza) al fine di sostenere la tesi secondo cui essi sarebbero meno competenti in informatica degli "immigrati digitali".

2) Sul merito della tesi sostenuta. È vero che i nativi digitali sono meno competenti degli immigrati digitali, ma ciò secondo me è normale. Chi nasce quando un fenomeno è già sviluppato è meno competente sul medesimo rispetto a chi ha vissuto mentre il fenomeno si sviluppava e ne ha conosciuto le fasi pionieristiche. Chi ha vissuto durante la formazione della nostra Repubblica conosce meglio il concetto di "Resistenza" e "Partigiano" rispetto a chi è nato quando la Repubblica era consolidata. Oppure: i possessori di automobili nati quando le autovetture erano ormai diffuse ovunque (diciamo: "i nativi automobilisti) conoscono meno il funzionamento del motore rispetto a coloro che hanno conosciuto durante la loro vita l'invenzione dell'automobile e ne hanno acquistata una a inizio '900 (gli "immigrati automobiliti"), perchè questi ultimi non avevano molti meccanici a cui rivolgersi e dovevano essere pronti a riparare da sé qualunque guasto, ma anche semplicemente perchè vedevano il loro nuovo mezzo con un diverso livello di curiosità: non solo "nuovo per loro" ma "nuovo per l'umanità", e questo li poteva portare a stupirsi di più per il semplice funzionamento di un pistone e a studiarne con più curiosità il funzionamento.
Quindi: il fenomeno per cui i "nativi" di qualcosa siano meno esperti degli "immigrati" di quel qualcosa, mi pare assolutamente naturale e ricorrente. Non capisco proprio che cosa ci sia di strano nel fatto che ciò avvenga anche in relazione ai nativi digitali.
Uno studio del 2006 indica che parlare al telefono mentre si guida è come guidare in stato di ubriachezza.

Allora (presumendo che si parli al telefono con auricolare o vivavoce perché guidare con una mano sola, specie col cambio manuale è oggettivamente più pericoloso) non si potrebbe neppure chiacchierare coi passeggeri: anche questo porterebbe gli stessi rischi di chi guida ubriaco
Arcturus,

Il titolo mi pare fuorviante

Era basato sul titolo dell'articolo originale che cito all'inizio. Comunque ho riformulato per chiarezza.


Non capisco proprio che cosa ci sia di strano nel fatto che ciò avvenga anche in relazione ai nativi digitali.

Lo strano è appunto la mitizzazione di questa presunta differenza mentale, non solo di nozioni, ma proprio di capacità. Molti "immigrati digitali" si sentono irrecuperabilmente inferiori ai "nativi".
Molti "immigrati digitali" si sentono irrecuperabilmente inferiori ai "nativi"

Se la questione è posta in questi termini sono pienamente d'accordo, in quanto il discorso è incentrato sullo stato psicologico di molti "immigrati" e sul loro complesso di inferiorità.

Credo che invece sia profondamente sbagliato il ragionamento di chi manifesta fastidio o disapprovazione verso il fatto che i nativi digitali abbiano poche conoscenze tecnico-informatiche. Perchè ciò, come argomentavo già prima, è normale, in quanto loro vivono in un'epoca in cui i beni e servizi informatici sono offerti dal mercato come prodotto finito, e in una società con un grado di specializzazione tale per cui vi sono specifiche figure deputate ad occuparsi degli aspetti tecnici e del "backstage" informatico. È normale come lo era per noi, da ragazzini, guardare la TV senza sapere come funzionasse un tubo catodico. È normale come lo è per noi oggi comprare il latte al supermercato senza che sappiamo mungere una mucca.
La disapprovazione verso qualche adulto verso i giovanissimi che non sanno cosa sia l'HTML è analoga a quella che avrebbe mia bisnonna se [ove fosse vivente] si lamentasse con me perché compro la frutta pronta in vaschette confezionate anziché coltivarla in un piccolo orto dietro casa.

Poi, alcuni di questi giovanissimi diventeranno ingegneri informatici e predisporranno nuovi software per chi invece avrà preso altre strade, e si impegneranno a farli il più possibile semplici e intuitivi per i non addetti ai lavori. Questo è lo scenario normale.

Chiudo dicendo: se invece la disapprovazione è legata (come traspare in alcuni commenti) ad un'idea dei giovanissimi come scansafatiche incapaci di impegnarsi, allora disapprovo nel modo più totale. Esistono giovani scansafatiche e giovani che non lo sono (mia nipote, liceale, legge più libri della maggior parte degli adulti che conosco; mio nipote, stessa età, ha gusti musicali raffinati ed è riflessivo e coscienzioso); e vi assicuro che conosco cinquantenni molto più scansafatiche, deconcentrati e incapaci a concludere lavori della maggior parte dei giovanissimi che vediamo circolare. Quindi, mi dissocio da ogni approccio che valuta negativamente i giovanissimi come categoria.
Devo correggere un refuso:
"La disapprovazione di qualche adulto verso i giovanissimi che non sanno cosa sia l'HTML..."
Guastulfo,

non si potrebbe neppure chiacchierare coi passeggeri

Impressione personale non scientifica: la conversazione con i passeggeri consuma meno risorse mentali di quella telefonica. A me una telefonata distrae alla guida molto più di una conversazione con qualcuno a bordo, anche (anzi, soprattutto) con il vivavoce, che distorce molto ed è parzialmente coperto dal rumore in cabina, o con l'auricolare.
i cosiddetti “nativi digitali” non sono più bravi degli “immigrati digitali” nell’usare i programmi (...) e non sono più bravi nel multitasking (...) il cervello umano dei “nativi” è come quello degli “immigrati”. Gestisce bene un solo compito complesso per volta (...) I “nativi” danno solo l’impressione di fare tante cose contemporaneamente perché in realtà commutano rapidamente da una all’altra, ma le fanno tutte male e alla fine non risparmiano tempo esattamente come tutti gli altri, e questa commutazione continua ha un costo dovuto alla continua interruzione dei processi di pensiero

Tutte cose ovvie per qualsiasi insegnante. E per chiunque abbia qualcuno che lavora sotto di sè, come alcuni commenti hanno messo in evidenza.
Gli unici per cui queste ovvietà non sono evidenti sono i soloni del ministero, che ancora la menano con le lavagne multimediali e i tablet al posto dei libri di testo (bleah).


È vero che i nativi digitali sono meno competenti degli immigrati digitali, ma ciò secondo me è normale. Chi nasce quando un fenomeno è già sviluppato è meno competente sul medesimo rispetto a chi ha vissuto mentre il fenomeno si sviluppava

Questa è una osservazione corretta. Ma a quanto ho capito io la frammentazione del pensiero tipica di queste cose rende poco efficienti in tutto, non solo nell'informatica.


(1) il saggio diceva che il modo in cui gli studenti di oggi pensano ed elaborano le informazioni è radicalmente differente rispetto ai loro predecessori, a causa dell’uso intensivo di videogiochi, computer, smartphone e altri dispositivi digitali. Di conseguenza, diceva Prensky, è necessario cambiare i metodi educativi per tenere conto di questa fondamentale differenza.

(2)se invece la disapprovazione è legata (come traspare in alcuni commenti) ad un'idea dei giovanissimi come scansafatiche incapaci di impegnarsi, allora disapprovo nel modo più totale.



Metto assieme queste due cose in questo modo. La prima è una cazzata monumentale. Se il modo in cui si elaborano le informazioni oggi è bacato, il rimedio non è inseguire i bachi: è insistere sui metodi che funzionano, validati da secoli di esperienza. Se i ragazzi non riescono più a leggere un capitolo dei Promessi Sposi perchè non resistono mezz'ora, il rimedio è un insegnante che mostri loro, magari coinvolgendo se stesso, che è più bello Manzoni del messaggino di cazzo che stano aspettando. La mia esperienza è che quando si propone qualcosa di grande e bello nel modo giusto, il telefonino se ne sta in fondo allo zaino (non per tutti, certo, una quota di disinteressati c'è sempre. Ma questo accadeva prima dei telefonini, ai miei tempi e probabilmente da quando esiste la scuola). In questo senso, il (2) lo condivido in toto.
non lo so, ma a me sta sul culo questa definizione. Spiego subito: nella mia concezione i 'nativi' sono quelli che c'erano già PRIMA che avvenisse una colonizzazione apocalittica da parte di una civiltà più evoluta. Per me 'nativi digitali' è una contraddizzione in termini, anche perchè la tecnologia per renderli supposti 'nativi' l'abbiamo inventata noi vecchietti! :-D Non per dire che siamo più grandi, saolo per dire che 'nativo' deve scaturire da loro, vedasi la vicinanza tra 'nativo' e 'innovativo'!
Martinobri,
le tue riflessioni sono ben argomentate ma devo replicare su un punto, riassunto da questo tuo passaggio:

Se i ragazzi non riescono più a leggere un capitolo dei Promessi Sposi perchè non resistono mezz'ora...

Io in questo vedo un eccesso di attenzione verso i giovanissimi, in relazione ad un problema che invece riguarda le persone di tutte le età. Un voler attribuire solo ai giovanissimi difficoltà che invece sono diffuse presso tutti.

Ragionateci: pensate davvero che tutti gli adulti che vivono in Italia (diciamo i cinquantenni-sessantenni) siano pronti a leggere tutto d'un fiato con passione un capitolo dei promessi sposi? Pensate che fra tutti gli adulti che incontrate per strada (domani provate a guardarli negli occhi) non ci siano molte persone che si arrenderebbero alle prime parole? Pensate che gli adulti cinquantenni-sessantenni siano tutti in grado di costruire una propria reazione critica e distaccata rispetto alle trasmissioni di veline e balli delle stelle che si vedono in TV, e che spengano la televisione appena si accorgono che inizia l'isola dei famosi per leggere un saggio di Daniel Dennett?

Cioè, facciamo attenzione a queste percezioni distorte. Nei nativi digitali il disinteresse verso le esperienze culturali, la difficoltà a portare avanti un lavoro intellettuale, appaiono amplificate, perchè loro frequentano la scuola, e quindi sono soggetti a una valutazione molto più serrata, le loro capacità cognitive sono costantemente misurate; invece, gli adulti sembrano meno coinvolti da questi problemi, semplicemente perché la loro capacità è meno osservata; non vengono riuniti in classi e interrogati ogni giorno, non viene misurata da nessuno la loro capacità di riassumere un canto della Divina Commedia con buona capacità di sintesi. Se ciò avvenisse, state certi che i risultati non sarebbero troppo a loro favore.

Quindi attenzione a non caricare sui giovanissimi problemi e difficoltà che sono in realtà diffusi (ma molto meno rilevati) anche in tutte le altre fasce di età. Se volete provare a smentirmi, domani entrate in un bar e chiedete a tutti i maggiori di 40 anni di riassumervi gli ultimi cinque libri che hanno letto. Ma non vi conviene.


Fenice: la definizione di "nativi digitali" è ormai accettate universalmente in campo sia accademico che divulgativo.
nella mia concezione i 'nativi' sono quelli che c'erano già PRIMA che avvenisse una colonizzazione apocalittica da parte di una civiltà più evoluta
La tua analogia in questo caso non si applica, e la definizione di nativi digitali correntemente utilizzata è corretta.
Nel nostro caso il "territorio" è "internet". Quindi chi è "entrato" in quel territorio (cioè ha iniziato a usare la Rete) durante la sua vita è un "Immigrato" digitale; invece, chi ha iniziato a conoscere il web nel momento in cui è venuto al mondo, è come se fosse "nato in quel territorio".
Però il tuo commento ha un aspetto interessante: fai giustamente notare che in un'accezione ampia possono essere considerati "nativi digitali" anche coloro che sono nati prima degli anni novanta e che hanno iniziato appena nati a conoscere l'informatica, per esempio perché c'era un commodore 64 in casa, e quindi a nei primi mesi di vita esso costituiva già per loro un elemento normale dell'ambiente circostante. Invece non lo sono in nessun caso le persone che hanno iniziato a vedere e usare un computer in un momento successivo alla primissima infanzia.
Però nell'accezione ristretta-sociologica, il concetto è legato non all'esistenza in sé dei computer, ma all'era del web, e allora per ragioni ovvie, chi è venuto al mondo prima del 1992/93 non ha potuto divenire cittadino del web al momento della nascita.
Una domanda: il documento AICA cita un non meglio precisato "studio del 2014" dal quale emergerebbe "una vasta discrepanza tra l'autovalutazione dei giovani e la conoscenza reale delle competenze informatiche".
Senza voler polemizzare sul fatto che il documento sembra una scansione cartacea, e sul fallimento del programma ECDL, si possono prendere per buone certe affermazioni senza alcuna fonte?
Mi correggo, le fonti ci sono, nel documento originale della ECDL Foundation (http://ecdl.org/media/TheFallacyofthe'DigitalNative'PositionPaper1.pdf?) di cui quello di AICANET è una scadente traduzione.
Ulteriore rettifica: il non meglio precisato "studio del 2014" (A 2014 study) resta privo di riferimento alla fonte anche nell'originale in inglese. A meno che, con un po' di sforzo, non si arrivi ad immaginare che possa essere questo: http://ecdl.org/media/perception_and_reality_-_annex_1.pdf. Ma mi pare che le conclusioni che ne sono state tratte siano un po' forzate. Si tratta solo di una normale operazione di marketing per promuovere un programma, l'ECDL, che si è rivelato fallimentare e costoso.
Non so se le riflessioni di Arcturus provengono dalla lettura approfondita dei testi di Prensky, ma quest'ultimo metteva in guardia da facili considerazioni e, anzi, proponeva argomenti molto simili.
Peccato che, quando è venuto in Italia, qualche anno fa, sia stato intervistato da incapaci e da un moderatore che ha preferito lasciar parlare la politica di turno, tale Carlucci, che candidamente ammise di non aver letto il suo libro e parlò infatti di tutt'altro...
@Paolo

Impressione personale non scientifica: la conversazione con i passeggeri consuma meno risorse mentali di quella telefonica. A me una telefonata distrae alla guida molto più di una conversazione con qualcuno a bordo, anche (anzi, soprattutto) con il vivavoce, che distorce molto ed è parzialmente coperto dal rumore in cabina, o con l'auricolare.

Io credo dipenda dall'argomento più che dal mezzo di conunicazione.

Mi è capitato di dovermi fermaree per prestare la massima attenzione ad un discorso complicato e delicato con un passeggero. Se non mi fossi fermato sarei stato un pericolo per me e per gli altri ben superiore all'ubriaco al volante.

Viceversa, mi è capitato di parlare di cose non importanti con l'auricolare che non mi hanno distratto dalla guida più di quanto avrei potuto parlando degli stessi argomenti con un passeggero seduto accanto.

Per la mia esperienza personale (che non ha valore scientifico) non conta il mezzo che si usa per comunicare ma, piuttosto l'argomento su cui si discute.

A questo si aggiunga che se ci si distrae troppo il passeggero se ne accorge e ti "rimette sulla retta via", cosa che col telefonino non può accadere :-)

Se lo studio del 2006 non ha tenuto conto di questi punti (quantità di attenzione da riservare al colloquio e avvertimenti, anche involontari dei passeggeri in caso di errori di guida) potrebbe avere la stessa validità di quello di Quattrociocci sul debunking.
martinobri ha commentato:
"Se i ragazzi non riescono più a leggere un capitolo dei Promessi Sposi perchè non resistono mezz'ora, il rimedio è un insegnante che mostri loro, magari coinvolgendo se stesso, che è più bello Manzoni del messaggino di cazzo che stano aspettando."

i promessi sposi sono uno strumento, come un piccone, se il piccone che per anni ha spaccato la pietra ora non riesce a spaccare le pietra perchè si è indurita non ha senso continuare così, piuttosto trova uno strumento simile ma efficace, trova un opera più interessante ma che trasmetta gli stessi valori.
i promessi sposi sono uno strumento, come un piccone, se il piccone che per anni ha spaccato la pietra ora non riesce a spaccare le pietra perchè si è indurita non ha senso continuare così, piuttosto trova uno strumento simile ma efficace, trova un opera più interessante ma che trasmetta gli stessi valori.

Il punto è che ci riesce. Dipende da chi lo insegna.
@Roberto Mangherini

Se un piccone in acciaio non riesce più a spaccare la pietra, tanto vale voltarsi ed andarsene fischiettando "Meister Pentling stil"

Nella soluzione dei problemi, quando qualcuno arriva trafelato strillando: "DEVI aiutarmi" bisogna chiedersi: "Se il problema non viene affrontato, chi è che muore?"
Sia se si è altruisti sia se si è egoisti.
Quando qualcuno dice: "Se farai questo per me, allora succederà [una bella cosa]." Bisogna chiedersi "In che misura questa persona ha il controllo sulla [bella cosa]?"

(Da qui in poi l'uso della seconda persona singolare è letterario)
Facciamo un esempio pratico, [Tu] vedi uno che sta per buttarsi dal ponte con una palla da galeotto al piede, per umana solidarietà gli chiedi cosa c'è che non gli garba, e ti risponde: "ho appena realizzato che non andrò mai a letto con Sandra Bullock."
Sempre per umana solidarietà gli rispondi: "Ah, ma se è solo questo, si risolve subito. Quella fraschetta, quando non fa le sue cacatine a Hollywood vende gelati part time al mio chiosco, tre parole e due ceffoni e te la fai. E se non geme in modo convincente la butto nella tormenta... Anzi, ora che mi ci fai pensare, la cretinetta non è mica male... Se non ti dispiace poi ci faccio un giro pure io, sai che non ci avevo mai pensato?"

Lo pigli sotto braccio, vi allontanate ed hai salvato una vita.

Poi però devi spiegargli come mai ti è tanto difficile consegnargli Sandra Bullock crocifissa come Sant'Andrea ad un letto.

Una settimana è in vacanza, un'altra settimana è da una zia malata, la settimana dopo è malata lei, eccetera eccetera.

Bene o male la politica si può riassumere in: "Se farai quello che ti dico per farmi eleggere, quando sarò su quella sedia ti farò avere una notte al napalm (Ricordati di portarti il napalm da casa) con Sandra Bullock"

Se il suicida fallito trova il modo di raggiungere Sandra Bullock e le chiede conto della tua promessa, può finire in due modi: O Sandra Bullock gli dà un'occhiata e presa da irrefrenabile concupiscenza ruggisce: "Si, pergiove! Dove sei stato per tutta la mia vita?"

Oppure, molto più realisticamente gli risponde: "Guarda che io non devo rispondere di promesse fatte da altri."

La macchina politica italiana ha un indubbio interesse ad impedire che i bambini capiscano questo semplice concetto, e la pubblica istruzione sembra fatta a pennello per distrarre bambini e genitori da questo fatto che messo in una favoletta appare semplicissimo e di immediata comprensione.

Se i promessi sposi non riescono a spiegare ai bambini che [tu] non sai neanche quante dita per mano abbia sandra Bullock, nè strumenti più vigorosi, nè strumenti più raffinati potranno farlo.

Comunque la questione è spaventosamente semplice.

Ascoltare musica non insegna a suonare strumenti musicali. (Ovviamente è di grande aiuto chi li sta seriamente studiando.)
Passare migliaia di ore a giocare a idle farm o scambiare messaggini non fa di un bambino un informatico provetto.